Marco Carta arrestato alla Rinascente di Milano: ecco cosa ha fatto

Milano, il cantante Marco Carta arrestato per furto aggravato alla Rinascente – Francesco Loiacono

Marco Carta, ex partecipante del talent show Amici e vincitore del Festival di Sanremo 2009, è stato arrestato a Milano con l’accusa di furto aggravato.

È successo ieri sera alla Rinascente di Milano, i grandi magazzini di lusso che si trovano vicino al Duomo: il cantante è stato fermato mentre usciva con sei magliette del valore di 1.200 euro a cui era stato tolto l’antitaccheggio, ma non le placchette flessibili sulle etichette.

Il cantante Marco Carta, ex partecipante del talent show Amici e vincitore del Festival di Sanremo 2009, è stato arrestato a Milano. L’accusa è di furto aggravato. L’episodio è avvenuto nella serata di ieri alla Rinascente di Milano, i grandi magazzini di lusso che si trovano vicino al Duomo.

Marco Carta è stato arrestato dalla polizia locale attorno alle 20.30 assieme a una donna di 53 anni: stando a quanto ricostruito i due stavano uscendo dalla Rinascente con sei magliette, per un valore complessivo di 1.200 euro, dalle quali erano stati tolti i dispositivi antitaccheggio.

Sulle etichette delle magliette erano però rimaste attaccate delle placchette flessibili che hanno fatto suonare l’allarme all’uscita dai grandi magazzini. I due sono stati fermati da un addetto all’accoglienza della Rinascente che ha poi chiamato gli agenti dell’Unità reati predatori della polizia locale.

Dopo l’arresto, per il cantante e la donna che lo accompagnava sono stati disposti gli arresti domiciliari: questa mattina è in programma il processo per direttissima.

Ieri alla Rinascente c’era il Black friday. Dalla catena dei grandi magazzini non è ancora arrivata una dichiarazione ufficiale su quanto accaduto.

Di certo la giornata di ieri era particolare per la Rinascente: era stato organizzato infatti un “Black firday”, ossia un’apertura prolungata fino all’una di notte con forti sconti fino al 50 per cento.

Un’iniziativa (simile a quella che avviene solitamente a novembre) che ha attirato molti clienti e curiosi alla Rinascente: nonostante la confusione però il tentativo da parte di Marco Carta e della 53enne di uscire senza aver pagato le costose magliette non è passato inosservato alla security.

La carriera di Marco Carta. Marco Carta, 34 anni compiuti da poco, è nato a Cagliari e ha iniziato la sua carriera musicale nel 2008, arrivando in breve tempo a ottenere grandi successi, come la vittoria al programma “Amici di Maria De Filippi” (nel 2008) e quella al Festival di Sanremo del 2009 con il brano “La forza mia”.

Dopo aver pubblicato sei album, recentemente aveva partecipato alla settima edizione del programma televisivo “Tale e quale show” in onda sulla Rai, vincendolo. Fonte Fanpage

Muore a 95 anni: l’ultimo gesto per aiutare il prossimo vale 3 milioni di euro

95enne lascia in eredità 3 milioni di euro per l’ospedaledi Giuseppe China – L’enorme gesto di nobiltà d’animo servirà per realizzare una struttura a Maglie

I gesti di generosità sono sempre più rari, per qualcuno addirittura inconfessabili, nella nostra epoca. Sempre più dominata dalla logica individualista.

Per fortuna ogni tanto qualcuno ci ricorda quanto sia importante prendersi cura del prossimo. E’ il caso Vita Carappa, una 95enne di Maglie, deceduta recentemente che ha lasciato in eredità al Comune di Lecce 3 milioni di euro.

Con una semplice condizione, la città pugliese dovrà utilizzare il denaro per costruire un ospedale proprio a Maglie, intitolato alla sua famiglia.

Le ultime volontà che guardano al futuro. A diffondere la notizia è stato il consigliere comunale Antonio Giannuzzi, di professione bancario ma anche custode dei desideri della donna.

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“La signora Vita dispone, con atto pubblico, davanti al notaio Giovanni De Donno, quale erede universale l’Azienda Sanitaria Locale Lecce 1, per la realizzazione, sul territorio di Maglie, di una struttura di cura ed assistenza che dovrà essere intitolata a Carrapa Paolo e sorelle”.

Continua: “Evidentemente, l’eredità può contribuire alla realizzazione di una struttura più grande e complessa quale la realizzazione del Nuovo ospedale, della quale si incominciava già a parlare nel momento della stesura del testamento, avvenuta nel dicembre 2009”.

Con queste parole il consigliere Giannuzzi ha reso pubbliche le ultime volontà della signora Carappa.

Una notizia che offre una grande opportunità alla realtà pugliese e che soprattutto rallegra l’animo di tante persone. Fonte: interris

Noemi è fuori pericolo: la telefonata del padre al Ministro Salvini

Il papà della piccola Noemi telefona a Matteo Salvini: “Grazie per esserci stato vicino”tratto da fanpage.it

Il papà di Noemi telefona al vicepremier Matteo Salvini per ringraziarlo della vicinanza durante questo lungo mese di sofferenza e speranza: la bimba il 3 maggio scorso fu gravemente ferita durante un agguato in piazza Nazionale.

Ora, dopo quasi quattro settimane di ospedale, la bimba è fuori pericolo ma ancora sotto cure intensive.

Migliora giorno dopo giorno la piccola Noemi, ferita il 3 maggio scorso durante un agguato di camorra in piazza Nazionale a Napoli.

Noemi, il padre chiama Salvini per ringraziarlo

E ieri, insieme ai suoi avvocati Angelo e Sergio Pisani, il padre di Noemi, Fabio, ha chiamato al telefono, sul numero personale del Ministro degli Interni, Matteo Salvini, che rimasto in stretto contatto con la famiglia della piccola vittima innocente.

La telefona era per ringraziarlo – spiegano i legali – dell’interesse, umanità e vicinanza alla piccola Noemi ed esprimere finalmente un sospiro di sollievo auspicando che oltre al lato umano le persone e le Istituzioni daranno anche chiare risposte alla cittadinanza tutta sul tema della sicurezza e civiltà urbana e per ringraziare magistrati e forze dell’ordine”.

Il genitore della piccola ferita vive ormai da un mese all’ospedale Santobono con sua moglie Tania e in queste settimane ha assistito alla grande ed inarrestabile solidarietà della città di Napoli e di tante persone e bambini da tutto il mondo per la sua famiglia e per la piccola di 3 anni che ha vinto la sua prima battaglia e ora sta guarendo realizzando un vero miracolo.

Dopo aver chiamato e ringraziato ieri il padre della piccola Annalisa Durante, che nei giorni dopo gli interventi chirurgici è stato al Santobono e ha lasciato anche un biglietto con un cuore per segnare la propria vicinanza alla bambina simbolo vivente di riscatto e contrasto alla violenza ed al male, il padre di Noemi, ora è attesa di potersi mettere in contatto anche con il Quirinale per ringraziare il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

“Il Ministro è stato felice di sentire dalla viva voce del padre delle migliori condizioni di Noemi e del miracolo raccontatogli, assicurando che appena possibile tornerà per abbracciare la bambina che segue ogni giorno il caso che, come tutti gli altri, merita la massima attenzione delle istituzioni”, conclude Pisani. Fonte: fanpage.it

Se sei uno spirito ribelle queste 15 frasi di Max Striner fanno per te

15 frasi di Max Stirner per gli spiriti ribelli – di Jennifer Delgado Suarez da L’angolo della psicologia

“Nel frontespizio del nostro secolo non si legge più la massima delfica ‘Conosci te stesso’, ma quest’altra: ‘Sfrutta te stesso’”, scrisse il filosofo Max Stirner agli inizi del XIX secolo, e le sue parole si rivestono di un alone profetico e sono in sintonia con il concetto di società della stanchezza di Byung-Chul Han.

Interessanti e controverse, molte delle idee e frasi di Max Stirner sono rimaste sepolte nell’oblio, in buona parte perché troppo scomode e vanno contro lo status quo.

Tuttavia, questo filosofo esaltò come nessun altro il potere del nostro “io” e incoraggiò a combattere per la libertà personale, al punto che molte delle sue parole sono dardi scagliati direttamente al centro della nostra coscienza: “Conoscete voi stessi […] Rinunciate ai vostri sforzi ipocriti, quella sciocca follia di essere qualcosa di diverso da ciò che siete.”

Riflessioni di Max Stirner che ci guidano verso la essenziale decostruzione personale

1. La libertà non può essere concessa gentilmente, deve essere conquistata gloriosamente

Stirner pensava che “la libertà appartiene a chi se la prende […] Chi non è altro che ciò che lo rendono le circostanze o la volontà di un terzo, possiede solo ciò che questo terzo gli concede”. Era convinto che “ciò che ci viene dato non ci appartiene come proprio”.

Per questo motivo ci incoraggia a lottare per quello che desideriamo, a liberarci dalle catene sociali che noi stessi possiamo aiutare a costruire in determinati momenti.

Ci incoraggia a prendere in mano le redini della nostra vita, senza aspettarci che qualcun altro ci dia il permesso di farlo.

2. Ogni libertà è essenzialmente una auto-liberazione

“Uno deve saper infrangere la propria fede e persino il suo giuramento se vuole determinarsi”.

Una delle idee di Max Stirner, che si riflette in tutte le sue opere, è che la vera libertà implica un atto di decostruzione e ribellione personale.

Per prima cosa dobbiamo realizzare tutte le costruzioni sociali che abbiamo interiorizzato, come i principi, le credenze ei valori che non appartengono a noi e con i quali non ci identifichiamo pienamente, quindi dobbiamo fare un passo avanti e costruire i nostri propri valori e principi. Solo questo atto d’introspezione può condurci alla libertà.

3. Più impariamo a conoscerci, più ridiamo di ciò che consideravamo insormontabile

Sappiamo che abbiamo superato un ostacolo o un problema solo quando siamo in grado di guardare indietro e ridere dell’accaduto, o almeno vederlo da una prospettiva talmente distaccata da permetterci di notare quanto era inutile preoccuparci.

Se il nostro passato, continua a generare sentimenti come odio e rancore, ansia o angoscia, è perché non lo abbiamo ancora superato e ne siamo prigionieri.

4. Cosa gli servirà all’uomo conquistare l’universo, se con ciò danneggerà la sua anima?

Con questa frase Max Stirner trasmette l’idea che la strada è spesso più importante della meta, la persona in cui ci siamo trasformati durante la vita è di gran lunga più importante dei risultati che abbiamo raggiunto.

Ci incoraggia anche a chiederci quanto siamo disposti a sacrificare per raggiungere determinati obiettivi. Potremmo scoprire che il gioco non vale la candela.

5. Ogni interesse, qualunque esso sia, mi rende, quando non so liberarmene, suo schiavo

In una società dei consumi in cui le persone non valgono per quello che sono ma per ciò che hanno, questa idea acquista la sua importanza.

Stirner ci avvertì che tutto ciò su cui concentriamo la nostra attenzione in modo ossessivo ci rende schiavi perché limita la nostra attenzione, il nostro pensiero critico e ci priva della nostra capacità di desiderare qualcosa di diverso.

Questo pensiero di Max Stirner si applica ai beni materiali come alle relazioni interpersonali o anche alle idee.

Tutto ciò di cui non siamo in grado di liberarci può finire per diventare la nostra prigione.

6. Se permetti ad un altro di darti ragione, devi anche consentirgli di togliertela

Stirner considerava improduttivo discutere per avere ragione. Tutte queste discussioni quotidiane in cui non cerchiamo l’intendimento autentico, ma solo la convalida e l’approvazione definitiva da parte del nostro interlocutore, non sono una vittoria vera, ma comportano la sottomissione alla volontà dell’altro.

Quando siamo certi di qualcosa, non dovremmo subordinarla all’approvazione esterna, che è spesso labile come il vento, ma dovemmo continuare con quell’idea o progetto. Cercare l’approvazione degli altri genera solo dipendenza.

7. Se sei incatenato a quello che hai fatto in passato e devi blaterare di quello che hai fatto ieri, non puoi trasformare te stesso in ogni istante

Stirner ci incoraggia a liberarci dal giogo del passato e dal pesante fardello emotivo e morale che rappresenta.

Possiamo solo decostruirci quando abbandoniamo la necessità di guardare continuamente indietro nella ricerca di scuse per i nostri comportamenti e modi di pensare.

L’atto di trasformazione personale può iniziare dal passato, per capire perché siamo come siamo, ma deve continuare guardando al futuro.

Altrimenti, diventa un atto di autoaffermazione di vecchie credenze e zavorre esperienziali.

8. Chi è soddisfatto di ciò che è e di ciò che ha, non vuole cambiare lo stato delle cose

Il vero cambiamento viene dall’insoddisfazione. Anche se spesso evitiamo i conflitti perché risultano scomodi al nostro “io”, sono queste contraddizioni e insoddisfazioni che ci spingono a cambiare lo stato delle cose.

Quindi, dobbiamo capire che i concetti rivestiti socialmente di un’aura negativa, come l’insoddisfazione, i conflitti ei problemi sono in realtà la pietra angolare del cambiamento e dell’evoluzione, sono il carburante che alimenta il nostro “io” e lo spinge ad uscire dalla sua zona di comfort.

9. L’uomo maturo si distingue dal giovane perché accetta il mondo così com’è, senza vedere ovunque mali da correggere, torti da raddrizzare, e senza cercare di plasmarlo secondo il suo ideale

Nel pensiero di Max Stirner, la maturità psicologica equivale a una sorta di accettazione radicale.

L’accettazione non è una rassegnazione passiva, ma implica la comprensione del mondo così com’è, in modo tale che questo smette di essere fonte di disagio.

La maturità implica non combattere contro i mulini a vento, ma scegliere saggiamente le battaglie che vale la pena combattere e accettare tutto ciò che non possiamo cambiare, invece di cercare di plasmare la realtà sulla nostra idea di come dovrebbero essere le cose.

Paradossalmente, questo atto di “accettazione” ci libera perché ci consente di focalizzare la nostra attenzione e le nostre risorse su ciò che è veramente utile.

10. L’abitudine alla rinuncia congela l’ardore dei desideri

Stirner pensava che l’educazione a cui ci sottopone la società è un processo di costante rinuncia.

Rinunciamo a giocare, che è ciò che desideriamo davvero, per passare ore seduti a una scrivania.

Spesso rinunciamo a dire ciò che pensiamo per essere politicamente corretti. E spesso rinunciamo anche ai nostri valori e ai nostri sogni per adattarci a determinati gruppi. Il prezzo di queste rinunce è la perdita della nostra capacità di desiderare.

Quando necessitiamo mettere a tacere il nostro “io” per inserirci nella società, terminiamo perdendo il contatto con i nostri veri desideri, quindi abbracciamo i desideri degli altri, vogliamo quello che hanno gli altri, nella speranza vana e inutile che ci rendi felice.

11. Le persone, generalmente, non pensano oltre ciò che pensarono i loro maestri

Questa frase di Max Stirner ci mette in guardia sull’importanza del libero pensiero perché, secondo le sue parole: “lo Stato mi dà un’educazione e un’istruzione adatte a lui e non a me”.

Non possiamo perdere di vista il fatto che l’educazione è un processo di preparazione dell’individuo da inserire nella società, generalmente attraverso la trasmissione di quelle – e solo di quelle – conoscenze e abilità che sono considerate necessarie.

Sfortunatamente, molte persone restano intrappolate per tutta la vita in questo processo educativo e non sono in grado di sviluppare un pensiero libero, autonomo e critico.

12. Ciò che non vede l’intelligenza degli intelligenti, lo vede nella sua semplicità l’anima del bambino

In linea con l’idea precedente, Stirner ci mette in guardia sui pericoli della presunta “intelligenza”, un’intelligenza che è stata attentamente modellata nel processo educativo e che spesso non è in grado di superare i suoi confini.

Per sfuggire a questi condizionamenti che limitano il nostro pensiero dobbiamo tornare bambini, il che significa guardare il mondo con curiosità, ma anche mettere tutto in discussione, chiedendoci il perché delle cose, anche quelle che sono sempre state fatte così o che tutti danno per scontate. Allora si apre davanti a noi un sentiero completamente nuovo.

13. Meglio l’uomo che rifiuta tutto e tutti, di colui che acconsente sempre

“L’influenza morale inizia dove inizia l’umiliazione, sotto la quale l’orgoglio, costretto a piegarsi o spezzarsi, lascia il posto alla sottomissione”, scrisse Stirner.

Ed è per questo che pensava che la persona che si oppone a tutto sia migliore, perché dimostra di avere almeno un criterio proprio, rispetto a quella che è sempre d’accordo con gli altri, perché può essere facilmente manipolata.

14. Colui la cui unica preoccupazione è vivere, non può pensare di godersi la vita

Questa frase di Max Stirner riprende un’idea taoista secondo cui, non possiamo trovare serenità e pace interiore semplicemente perché la nostra ardente ricerca ce lo impedisce.

Se siamo troppo preoccupati di approfittare di ogni momento, di non perderci nulla, di vivere la vita al massimo, come succede oggi a molte persone, otteniamo solo di sprofondare in un vortice che ci impedisce di goderci veramente la vita.

Quindi, più desideriamo approfittare della vita, più la sprechiamo cadendo in una spirale di impegni e attività in una corsa contro il tempo.

15. Davanti al sacro ognuno perde tutto il suo potere, si sente impotente e si umilia. Nulla, tuttavia, è sacro in sé, io solo lo consacro. Ciò che canonizza è il mio pensiero, il mio giudizio, in una parola, la mia coscienza

Questa frase di Max Stirner è centrale nel suo pensiero filosofico perché ci incoraggia a mettere in discussione le cose più basilari, proprio quelle che consideriamo sacre.

Ci ricorda che nulla è sacro in sé, che siamo noi che accettiamo e assegnamo a certe cose la categoria di “sacro”. E ci avverte che una volta che abbiamo posto sopra a tutto il nostro ideale sacro, questo ci toglie tutto il nostro potere e ci domina.

Stirner, M. (1976) El único y su propiedad. Pablos Editor: México. Fonte: Angolo della psicologia

La musica ha smesso di essere rivoluzionaria, ecco il livello dei cantanti di oggi

Di Antonello Cresti. Bennato e Venditti sotto accusa. Qualche settimana fa le bacheche dei social si sono improvvisamente riempite di accuse ed epiteti ingiuriosi ai danni dei due cantautori italiani Edoardo Bennato e Antonello Venditti, “rei” il primo di aver pubblicato un suo selfie in compagnia di Matteo Salvini, il secondo di aver rilasciato una intervista nella quale dispensava commenti non negativi nei confronti del Ministro degli Interni e della compagine gialloverde.

Ovvie e pleonastiche un paio di considerazioni preliminari: gli artisti hanno tutto il diritto di esprimersi su ciò che desiderano, gli altri hanno il diritto di commentare…

Personalmente tenderei in ogni caso a non dare eccessivo peso a esternazioni che, in un caso o nell’altro, rappresentano invariabilmente, tranne rare eccezioni, una immersione nella genericità e nella banalità più assolute, ma, poiché la levata di scudi è avvenuta nei confronti di due personaggi, che, caso finora piuttosto raro, hanno incrinato una cortina di dissenso piuttosto monolitica nei confronti dell’attuale governo, forse occorrerebbe porre un interrogativo (per il sottoscritto fin troppo retorico…) ossia se i “venduti” (come si è sbraitato ovunque…) siano davvero Bennato o Venditti o piuttosto coloro, che, ben più agevolmente (e magari dopo qualche piccola indagine di mercato…), hanno preferito indirizzare i loro strali ancora meno argomentati contro Salvini.

La musica ha smesso di essere rivoluzionaria. A prescindere da quelle che possono essere le nostre opinioni o simpatie, davvero si crede che in un ambiente come quello della discografia sia conveniente esporsi in questa maniera e non piuttosto lanciarsi in qualche “fanculo” dai palchi di Italia come hanno fatto Nina Zilli e altri?

Davvero si crede che questi cantanti incarnino una qualche forma di opposizione o resistenza culturale e sociale?

Visto lo spessore davvero esiguo delle figure in campo il problema non necessiterebbe neanche un approfondimento, se non fosse che certi atteggiamenti di comodo rimandano ad altre avventure del carrozzone pop-rock, quelle sì, davvero deleterie e capaci di creare subdole forme di inganno.

La musica rock, difatti, ha smesso di essere rivoluzionaria nel momento stesso in cui ha indossato i panni ufficiali dell’impegno sociale, panni che sino a quel momento aveva rivestito non affidandosi a slogan o alle argomentazioni derivanti dalla hegeliana “pappa del cuore”, ma semplicemente facendosi forza della sua intrinseca valenza che la rende più di ogni altro medium artistico capace di costruire o decostruire immaginari nello spazio dell’attimo.

Rendere la musica al servizio di altre forme di comunicazione è semplicemente relegarla a una zona meno elevata e non sua.

 Artisti al servizio del mondialismo e della globalizzazione. Come abbiamo abbondantemente spiegato in La Scomparsa della Musica (NovaEuropa Edizioni, 2019) se si vuole fare “politica” con la musica non si ha che l’imbarazzo della scelta e se si riesce in questo cimento a suonare autentici e ispirati allora l’operazione non potrà che avere successo. Una dimostrazione empirica?

Con eventi come Live Aid e l’avvento di “divi di stato” a la Bono Vox abbiamo forse assistito a un rafforzamento del pensiero critico o della cultura del conflitto o piuttosto ci siamo incamminati verso la progressiva scomparsa di questi due essenziali momenti dialettici?

Retorica e banalizzazione dei problemi. Il modo becero di banalizzare in maniera manichea problemi reali come la povertà, le guerre, l’inquinamento (esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni col fenomeno mediatico eterodiretto Greta Thunberg, o qualche anno fa con la massa di contraddizioni del movimento No Global, scomparso nel nulla pur disponendo di un consenso enorme…) non produce niente altro che una serie di cortocircuiti di senso.

Le “battaglie” degli Sting, dei Geldof, via via scendendo di categoria, non sono neanche ascrivibili come forme di “anticapitalismo gestuale”, come le avrebbe definite il filosofo inglese Mark Fisher, ossia quei comportamenti formalmente antisistemici, ma funzionali alla Megamacchina, ma sono piuttosto da annoverare con brillanti forme di brainwashing collettivo, poi mutuate progressivamente nell’armamentario dialettico radical chic, secondo cui si sceglie un principio pressoché universalmente condiviso da tutti (l’uguaglianza dei sessi, la pace, il rifiuto delle discrimazioni, ecc.) e per fingere di far parte di una élite rivoluzionaria lo si abbraccia accusando tutti gli altri di non rispettarlo.

Un esempio su tutti: Bono Vox. Si tratta, inutile dirlo, di un coraggio sociale esibito, ma inesistente e reso ancora più peloso dal rifiuto categorico di provare a soffermarsi semmai su quei fenomeni economici che possono provocare tali storture nella società.

Una macchinazione dialettica insomma, fomentata proprio da quegli “oppositori del bene”, che si vorrebbe sconfiggere con qualche slogan e qualche concertone, come dimostrano le stesse biografie degli artisti engagè del nostro tempo (ottima la biografia The Frontman, dedicata al cantante degli U2), e che dietro di sé porta il disastro di una desertificazione dell’immaginario del pubblico sempre più evidente.

Con un calembour, non esiste peggior danno a una causa giusta, di quello arrecato da una causa giusta sostenuta in maniera sbagliata!

La prossima volta che il Venditti di turno dirà qualcosa che non vi torna o che vi delude nelle vostre convinzioni, pensate che avrebbe potuto fare pure peggio, ossia rassicurarvi in quelle stesse certezze!

Titolo originale: La truffa della musica “umanitaria”. Fonte Revoluzione

Di Maio si infuria e Tria modifica la lettera diretta alla UE: ecco cosa ha scritto

Tria invia lettera alla Commissione Ue: nessun taglio a Rdc e Quota 100 – di Annalisa Cangemi

Tria ha inviato la lettera a Bruxelles, per rispondere ai rilievi sollevati sul debito dalla Commissione Ue: nel documento non ci sono il riferimento ai tagli al welfare e a reddito di cittadinanza e quota 100.

“Il Governo sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente comprimibile e delle entrate, anche non tributarie”, si legge.

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha inviato alla Commissione europea la lettera di risposta ai rilievi sollevati sul debito.

Le lettera è accompagnata da un documento di 58 pagine nel quale si esaminano i fattori rilevanti che influenzano l’andamento del debito pubblico in Italia.

La risposta e il documento sono appena stati resi noti dal ministero dell’Economia, e sono stati inviati rispettando i tempi imposti da Bruxelles: la lettera doveva essere compilata e mandata entro oggi.

Non ci sono il riferimento ai tagli al welfare e a reddito di cittadinanza e quota 100. Nella lettera non si parla più di questi capitoli, come nella bozza circolata nel pomeriggio che aveva scatenato l’ira di Luigi Di Maio.

Resta, anche se più sfumato, il riferimento alla flat tax “nel rispetto degli obiettivi di riduzione del disavanzo”.

Inoltre viene specificato che “I dati in nostro possesso indicano che il disavanzo per l’anno in corso sarà minore di quanto prospettato nelle ultime previsioni” perché da un lato “l’andamento dell’economia e il gettito fiscale hanno finora superato le previsioni del Programma di stabilità”.

In più “le entrate non tributarie sembrano superare le previsioni e l’utilizzo delle nuove politiche di welfare è, finora, inferiori alle stime sottostanti alla legge di bilancio per il 2019.

Di conseguenza il disavanzo dovrebbe attestarsi significativamente al di sotto delle previsioni della commissione e le variazioni del saldo strutturale dovrebbe essere conforme al Patto di stabilità e crescita anche sulla base della stima di output gap della Commissione”.

“Il Parlamento ha invitato il governo a evitare gli aumenti delle imposte indirette per il 2020, individuando misure alternative idonee a garantire il miglioramento strutturale”, si legge poi in merito all’aumento dell’Iva.

Nel pomeriggio erano circolate indiscrezioni di stampa nelle quali si parlava appunto di riduzioni di spesa per il welfare nel periodo 2020-2022, che avevano spinto Di Maio a chiedere un vertice di maggioranza, che poi non c’è stato.

Al vertice però il ministro Salvini non avrebbe potuto partecipare, perché si trovava in Campania per dei comizi elettorali in vista dei ballottaggi.

Il Mef e Palazzo Chigi avevano subito smentito categoricamente, e nella versione ufficiale del documento inviato a Moscovici e Dombrovskis i tagli sono scomparsi.

“In vista dell’approvazione del Documento Programmatico di Bilancio per il 2020 e alla luce delle più aggiornate previsioni macroeconomiche, il Governo – si legge a pagina 4 – sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente comprimibile e delle entrate, anche non tributarie”.

Il Governo concorda con Bruxelles “circa la necessità di conseguire un avanzo primario di bilancio più elevato, per riportare il rapporto debito pil su un percorso chiaramente discendente”, si legge in un altro passaggio. Fonte Fanpage

Amianto, 32 milioni di tonnellate in circolazione: lo respirano anche i bambini a scuola

In Italia oltre 2.400 scuole a rischio amianto, ma non sappiamo dove smaltirlo – di Luca Aternini

L’Ona stima stessi rischi in 250 ospedali, 1000 biblioteche ed edifici culturali, impianti sportivi costruiti prima del 1993.

Ma le bonifiche sono al palo, anche perché mancano le discariche dove conferire i materiali in sicurezza.

È passato oltre un quarto di secolo dalla messa al bando dell’amianto in Italia, ma la fibra killer è ancora ampiamente presente su suolo nazionale: si stima ci siano ancora dalle 32 (secondo Cnr-Inail) alle 40 milioni di tonnellate (secondo l’Ona) d’amianto da bonificare, e si trovano ovunque.

Nella conferenza promossa ieri dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona) al Coni è stata scattata una fotografia tutt’altro che tranquillizzante sullo stato di salute degli impianti sportivi afflitti dal degrado e dalla contaminazione da amianto, fuori e dentro la scuola.

Sono state infatti censite 2400 scuole (stima per difetto di Ona nel 2012 – dato confermato dal Censis nel 2014), con esposizione alla fibra killer di almeno 352.000 alunni e 50.000 tra docenti e non docenti; 1000 biblioteche ed edifici culturali (stima ancora per difetto); 250 ospedali (ancora stima per difetto); 300.000 km di tubature, che diventano 500.000 compresi gli allacciamenti, che contengono materiali in amianto.

Gli stessi impianti sportivi, realizzati prima dell’entrata in vigore del divieto di utilizzo di amianto (1 aprile 1993), presentano materiali in amianto e contenenti amianto e necessitano quindi di bonifica.

Una situazione che «sta provocando – sottolineano dall’Ona – un fenomeno epidemico con 6.000 decessi ogni anno di mesotelioma (1900), asbestosi (600), e tumori polmonari (3.600)».

Che fare? Il presidente dell’Ona Ezio Bonanni ha sottolineato quanto «sia fondamentale affrontare e risolvere il problema amianto in Italia, dando priorità alle scuole, agli impianti sportivi e agli edifici pubblici, per evitare tutte le forme di esposizione alla fibra killer, e quindi realizzare la vera prevenzione che è quella primaria.

In questo modo, si ammodernano le strutture, si aprono i cantieri, si crea lavoro e si tutela la salute e l’ambiente».

Assente giustificato alla conferenza romana di ieri il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha inviato però un messaggio in cui afferma che «abbiamo bisogno dell’impegno di tutti perché il problema che ci troviamo a fronteggiare è di proporzioni enormi.

Purtroppo nel nostro Paese ci sono 32 milioni di tonnellate di amianto ancora in circolazione, e sono consapevole che l’unico modo per interrompere la catena delle vittime sia quello di lavorare sulla prevenzione, accelerando mappatura delle aree e bonifiche.

L’obiettivo è far sì che nessuno corra più il rischio di esporsi ai danni provocati dalla dispersione nell’ambiente di questo materiale.

Dal canto mio ho provveduto a istituire presso il ministero dell’Ambiente una commissione di lavoro per la riforma della normativa sull’amianto, che entro tre mesi produrrà i primi risultati».

Mentre iniziative di questo tipo si moltiplicano nel corso degli anni con scarsi risultati, languono invece le bonifiche portate concretamente a compimento sul territorio.

I problemi sono molti, ma non si tratta solo di carenza di risorse economiche: come spiegato dallo stesso ministero dell’Ambiente – nella figura di Laura D’Aprile – due anni fa alla Camera, durante un convegno promosso dal Movimento 5 Stelle, «uno dei principali problemi è che mancano le discariche: a volte i monitoraggi non vengono effettuati perché poi nasce il problema di dove poter smaltire l’amianto – spiegava per l’occasione D’Aprile  – Ci sono regioni che hanno fatto delibere definendosi a discarica zero e quindi quando faremo la programmazione del conferimento a livello nazionale ci andremo a scontrare con queste regioni».

È infatti utile ricordare che, quando si discute di rischi connessi all’esposizione alle fibre di amianto, il pericolo non è insito nell’amianto in sé – che è un minerale naturalmente presente nell’ambiente – ma nel cattivo stato di conservazione dei manufatti contenti amianto.

Ecco perché una discarica (o un modulo di discarica) autorizzata ad ospitare amianto e debitamente controllata rappresenta un luogo sicuro per stoccare i rifiuti provenienti dalle bonifiche di questo minerale potenzialmente letale se lasciato all’aria aperta.

Il problema però è che non solo di nuove discariche non vengono realizzate dietro l’opposizione di comitati (e politici) locali, che vedono in questi impianti industriali nuovi problemi anziché concrete soluzioni per lo smaltimento in sicurezza dei rifiuti contenenti amianto, ma anche i pochi impianti rimasti continuano a chiudere per gli stessi motivi, aggravando ancora di più una situazione già critica; nel mentre il poco amianto che viene bonificato in Italia in genere viene spedito all’estero, e in particolare in Germania, dove viene gestito in sicurezza a nostre (salatissime) spese.

Nell’aprile 2018, prima che si insediasse il “Governo del cambiamento”, anche Legambiente era tornata a sollecitare una svolta, sottolineando che «il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni incide sia sui costi di smaltimento che sui tempi di rimozione, senza tralasciare la diffusa pratica dell’abbandono incontrollato dei rifiuti.

Non è più sostenibile l’esportazione all’estero dell’amianto rimosso nel nostro Paese, per questo è importante provvedere ad implementare l’impiantistica su tutto il territorio nazionale». Ma un anno dopo ancora una volta niente è cambiato. Fonte Greenreport

Strage in Virginia: funzionario pubblico spara in un edificio municipale – Video

Virginia, funzionario pubblico fa strage in un edificio governativo: uccise 14 persone – di Susanna Picone

Strage negli Stati Uniti, in Virginia. Un funzionario pubblico è entrato in un edificio municipale e ha aperto il fuoco in modo indiscriminato uccidendo tredici persone prima di venire ucciso dalla polizia.

In tutto i morti sono quattordici, compreso il killer DeWayne Craddock, un ingegnere di 40 anni.

Una sparatoria registrata nel centro municipale di Virginia Beach, in Virginia, ha causato la morte di quattordici persone e altre cinque sono rimaste ferite e sono ricoverate in ospedale.

A tracciare il bilancio sono state le autorità, che hanno reso noto che l’autore della strage è un dipendente del municipio, che è morto. Si tratta di DeWayne Craddock, aveva quaranta anni.

Secondo quanto emerso, l’uomo lavorava  da tempo come ingegnere nel dipartimento dei servizi pubblici della città americana e negli ultimi anni era il punto di contatto per le informazioni sui progetti stradali locali.

La sparatoria è iniziata intorno alle 16 locali (le 22 di venerdì in Italia) presso il Virginia Beach Municipal Center, un’area che comprende diversi edifici dell’amministrazione pubblica cittadina.

Secondo una prima ricostruzione, l’assalitore ha aperto il fuoco colpendo in modo “indiscriminato” i dipendenti all’interno di un edificio municipale e causando appunto vittime e feriti.

Dopo l’inizio della sparatoria, il personale di sicurezza ha isolato la zona e messo in sicurezza i dipendenti e le altre persone che si trovavano nell’area.

Alcuni testimoni raccontato di avere sentito persone urlare e di averne viste altre fuggire, mentre si sentivano i colpi di arma da fuoco esplosi.

Il killer ucciso dalla polizia – La polizia intervenuta sul posto ha risposto al fuoco e ucciso il killer. Il movente della strage è ignoto, ma si è parlato di un dipendente “scontento”.

Craddock sembra che avesse acquistato le armi legalmente. Nel luogo della strage sono stati rinvenuti un fucile e una pistola semiautomatica calibro 45.

Il capo della polizia per il momento ha detto di avere “più domande che risposte” e ha parlato di “una scena di guerra”.

“È un giorno tragico”, le parole a caldo del governatore dello Stato, Ralph Nortman, accorso sul posto mentre il presidente Donald Trump “è stato informato e sta monitorando la situazione”. Fonte Fanpage

Elogio paradossale del fumo nella giornata mondiale contro il tabagismo

Elogio del fumodi Marcello Veneziani – Elogio paradossale del fumo nella giornata mondiale contro il tabagismo

Alla mezzanotte in cui scattò il divieto assoluto di fumare nei locali pubblici, accesi e fumai la prima sigaretta della mia vita.

Non avevo mai avuto il piacere di fumare una sigaretta: non l’ho fatto a dodici anni chiudendomi nel cesso della scuola con i miei compagni, non l’ho fatto a diciotto anni dopo il mio primo, disastroso rapporto d’amore e il mio primo rapporto sessuale.

Non l’ho fatto da adulto in tutte le tappe della mia vita, anche importanti e drammatiche. Non lo facevo perché volevo essere leale con me stesso e con chi mi dava fiducia; non lo facevo perché avevo uno strano senso del sacrificio; non lo facevo perché detestavo e tuttora detesto ogni dipendenza; non lo facevo perché lo facevano gli altri e mi sembrava da cretino seguire il gregge.

Non lo facevo perché amavo il mare e l’aria aperta, il cielo pulito e il calcio praticato e non volevo perdermi queste bellezze e vedere diminuite le mie risorse.

Così non ho mai fumato sigarette. Fumai tardivamente solo narghilè nei paesi islamici, ma come sigaretta è ingombrante, non puoi portartela in tasca.

Per non farmi scambiare per uno dell’Isis vi dirò che l’iniziazione al sigaro in tarda età la ebbi in un ricevimento all’ambasciata americana. Non cubana, statunitense, anche se fumai il sigaro del Che e di Castro e non made in Usa.

Ho tenuto in bocca sigari spenti, scontrini, post it, penne e matite; la gente mi crede un fumatore incallito e si impietosisce per i miei sforzi di astinenza attraverso assurdi surrogati.

Una volta un tassista napoletano vedendomi con un post it in bocca mi ha chiesto con premurosa invadenza se stavo cercando di smettere: no, sto cercando di incominciare, gli ho risposto. E’ rimasto sconvolto. Chiss è nu’ pazz.

Non sopportavo la gente che appesta col sigaro le redazioni, non sopportavo i capannelli di fumatori, le multinazionali del tabacco, le donne in menopausa, neofumatrici incallite che oscillano tra femminismo tardivo e puttanismo tardone.

Tolleravo la pipa perché di solito la pipa emana un buon odore. E la fumavano Tolkien, Eliade, Braccio di Ferro.

Cominciai a impietosirmi dei fumatori in treno quando vidi poveri fumatori perdere la loro dignità chiudendosi a fumare in un cesso del vagone, come bambini; o scendere di corsa in una fermata del treno per boccheggiare una sigaretta furtiva.

Ho visto persone divorate dal fumo, imbruttite, incancrenite, annerite e ingiallite; ma ora si sta esagerando. Non sopporto di sottostare al ricatto micragnoso dei salutisti e alle loro crociate antitabagiste (i più feroci sono gli ex, noi immuni siamo assai più tolleranti con i viziosi).

Siamo al fumus persecutionis. Si esagera con questo puritanesimo applicato al tabacco; si può commettere ogni genere di peccato e di blasfemia, ma peccare contro la salute e la durata della vita no, si va all’inferno terrestre. In caso di fumo si è scacciati da ogni luogo, a volte perfino all’aperto. Si viene trattati come appestati.

Il fumo accorcia la vita? E va bene, non è la fine del mondo, e poi verrebbe voglia di dire con toni da Cioran: quante trascurabili esistenze si trascinano male negli anni, invecchiano male, maledicono l’esistenza, si incupiscono e si incattiviscono, comunque inaridiscono.

Che volete che sia la contabilità degli anni; quando si muore non ce ne accorgiamo. In ogni caso lasciamo il libero arbitrio; volete introdurre l’eutanasia che è molto più feroce, avete perfino comprensione per i suicidi che sono una violazione elementare della vita come militia, per dirla con Cicerone.

E poi ve la prendete con uno che per alleggerire l’arrosto indigesto della vita, fuma un po’ di sigarette…Via, questa viltà a norma di legge, questo rigorismo quacchero e becero, questa paura di tutto quel che nuoce, quegli avvisi lugubri e terroristici per minacciare chi fuma che avvelenano la vita assai più di una sigaretta… Smettetela, avvoltoi, di generare quest’ansia si sicurezza tra mortali che sono già insicuri per conto loro.

Molte norme antifumo vanno bene, per carità; sconsigliare il fumo in modo civile ed efficace pure, e così salvaguardare i diritti di chi non fuma; tassare il fumo è meglio che la tassa sul pane e sull’acqua.

Ma non seguite gli americani anche in questa rigida follia fumicida; vietando il fumo aumenteranno gli obesi, gli isterici e i cretini saranno più loquaci.

Consentite l’esistenza di due mondi paralleli, quello dei fumatori e dei non fumatori, senza sopprimerne uno. E poi siamo invasi da tante nuvole di fumo prodotte dalla mancanza di arrosto.

In una società immersa nel fumo della faziosità, dell’idiozia, della volgarità, che danno può fare il fumo di una sigaretta?

Così da qualche anno ho preso l’oscena abitudine di fumare un sigaro in terrazza prima di andare a dormire. E’ un sigaro riassuntivo sulla giornata trascorsa, è un sigaro programmatico su quella che verrà. La vita si accorcia? Ma che ne so, però in quel momento ritrova un senso. Fonte: Marcello Veneziani

Milano, ruba uno scooter ma viene fermato dalla polizia: il video

Milano, ragazzo su scooter rubato viene fermato, buttato a terra e colpito dalla polizia: il videodi Francesco Loiacono

Due persone in sella a uno scooter sono state fermate dalla polizia all’angolo tra via Ravenna e via Barabino, a Milano.

Il conducente del motorino, accusato del furto del mezzo, è stato scaraventato a terra da due poliziotti e poi colpito mentre si trovava sull’asfalto.

A immortalare la scena in un video è stato un automobilista di passaggio. Ieri il ragazzo fermato era sfuggito a un altro controllo.

Fermato mentre si spostava con scooter rubato

Un ragazzo è sullo scooter assieme a una ragazza: due pattuglie della polizia fermano il mezzo e poi gli agenti fanno scendere i due dal motorino, strattonandoli.

Il ragazzo viene scaraventato a terra e poi, mentre due poliziotti stanno cercando presumibilmente di ammanettarlo, viene raggiunto da due colpi, un paio di pugni, sferrati da uno dei due agenti.

Nel frattempo un altro poliziotto tiene ferma la ragazza, anche lei fatta scendere dallo scooter ancora col casco allacciato in testa, come l’altro fermato.

Non si tratta della scena di un action movie statunitense, ma delle immagini catturate da un video di cui Fanpage.it è venuto in possesso, relative a un episodio accaduto oggi a Milano, all’angolo tra via Ravenna e via Barabino.

Ad assistere alla scena anche un bambino in compagnia di un adulto. Siamo al quartiere Corvetto, vicino alla scuola primaria Fabio Filzi: ad assistere alla scena, oltre all’automobilista di passaggio che ha girato il video, ci sono anche un bambino e una persona adulta, presumibilmente un suo parente, che appaiono molto spaventati di fronte alla scena.

Stando a quanto ricostruito da Fanpage.it, il ragazzo fermato è accusato di aver rubato lo scooter che stava guidando.

Proprio ieri era sfuggito a un altro controllo della polizia, che questa volta però non se lo è lasciato sfuggire: l’arresto è avvenuto al termine di un inseguimento.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Milano, ragazzo su scooter rubato viene fermato, buttato a terra e colpito dalla polizia: il video