Stanno facendo morire Julian Assange? – di Maurizio Blondet

Stanno facendo morire Julian Assange?di Maurizio Blondet – Julian Assange, prigioniero nel carcere di Belmarsh, è gravemente malato.

Il suo avvocato svedese, Per Samuelson, che lo ha visitato venerdì, ha dichiarato alla stampa che “la situazione sanitaria di Assange venerdì era tale che non è stato possibile condurre una normale conversazione con lui”.

Secondo rapporti non confermati, nella stampa svedese e in lingua danese, Assange è stato trasferito nel reparto ospedaliero della prigione.

Stefania Maurizi, una giornalista italiana che ha collaborato da vicino con Assange e WikiLeaks negli ultimi dieci anni, ha twittato questa mattina: “A seguito delle notizie riportate dalla stampa sulla salute di Julian Assange, ho appena sentito che non sta bene e sono seriamente preoccupato. È un vero scandalo sapere come la sua salute sia stata indebolita dalla detenzione arbitraria di Svezia e Regno Unito. ”

Il tweet di Avila: “Aveva bisogno di assistenza”

Renata Avila, un importante avvocato per i diritti umani che ha collaborato anche con WikiLeaks, ha scritto: “Aveva bisogno di assistenza urgente dopo la sua espulsione dall’ambasciata. Invece, non gli è stato concesso di ricevere cure mediche adeguate “.

Avila ha osservato che  Emin Huseynov, un giornalista azero che aveva trascorso circa un anno nell’ambasciata di Baku in Svizzera per sfuggire alla persecuzione politica, tornato libero aveva avuto bisogno di “almeno un mese di trattamento per tornare alla normalità”.

Indicando la protratta detenzione di Assange nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, Avila ha commentato “Immaginate dopo 7 anni!”

Durante il periodo trascorso all’ambasciata, sette anni, Assange fu privato della luce solare diretta e non fu in grado di ricevere cure mediche adeguate, incluso il trattamento per una grave infezione dentale.

La detenzione di Julian Assange

I medici che lo hanno visitato ripetutamente hanno avvertito che la detenzione di Assange stava causando danni irreversibili alla sua salute.

Al momento del suo arresto tutti hanno potuto vedere un uomo indebolito e tragicamente invecchiato, forte solo nello spirito.

Adesso dopo l’arresto, avvenuto l’11 aprile, Assange nella prigione di Belmarsh è detenuto in condizioni durissime.

Ha le visite limitate a due al mese. Subisce severe restrizioni al  comunicare con l’esterno. Le sue condizioni rivelano le menzogne di molti  giornalisti, che hanno dichiarato per anni che Assange poteva uscire dall’ambasciata e godeva di un trattamento umano da parte delle autorità britanniche.

Nel 2016, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha stabilito che Assange era stato arbitrariamente detenuto nell’ambasciata ecuadoriana, a causa delle minacce della polizia britannica di arrestarlo per falsi reati di cauzione e la prospettiva che sarebbe stato estradato negli Stati Uniti. .

Al Upsala Nya Tidning l’avvocato Samuelson ha dichiarato di essere in grado di comunicare con Assange solo attraverso visite personali a Belmarsh prenotate con largo anticipo, o tramite conferenze da uno studio legale a Londra. Non è in grado di contattare Assange dalla Svezia.

Si tratta delle note accuse di violenza carnale contro il giornalista, la cui natura fabbricata è stata  documentata.

Gli avvocati di WikiLeaks

Gli avvocati di WikiLeaks hanno precedentemente pubblicato un’ampia documentazione per dimostrare che le accuse contro Assange sono state inventate.

Fra cui messaggi di testo di una delle presunte “vittime” nel 2010, ad esempio, che  hanno dichiarato “Non volevo accusare Julian Assange” e “è stata la polizia a formulare le accuse”.

Nel 2017, i pubblici ministeri svedesi hanno lasciato cadere l’inchiesta. Non avevano mai emesso alcuna accusa formale.

La scusa di non poter procedere con il caso perché Assange era nell’ambasciata di Londra dell’Ecuador era  una falsità .

Dal 2010, le autorità svedesi hanno elevato accuse in contumacia contro un numero di individui che si trovano fuori dal paese.

I documenti ottenuti dalla giornalista italiana Maurizi nel 2017 e nel 2018 hanno ulteriormente screditato l’inchiesta.

Hanno dimostrato che il British Crown Prosecution Service (CPS) ha insistito nel 2010 e nel 2011 che le autorità svedesi respingessero l’offerta di Assange di essere da loro interrogato in Gran Bretagna, o tramite collegamento video, piuttosto che cercare un mandato di arresto di estradizione.

Stiamo assistendo all’esecuzione di Assange?

L’avvocato ha anche riferito che la Svezia sta procedendo con l’udienza del 3 giugno al tribunale distrettuale di Upsalla, nonostante il fatto che il mandato di arresto e le prove sottostanti contro Assange non saranno tradotte in inglese prima del 10 giugno.

Secondo l’ Upsala Nya Tidning , la vice-procuratrice generale svedese Eva-Marie Persson dichiarò apertamente che bastava che Assange fosse informato del contenuto del mandato, non fornito di una copia di esso in una lingua che poteva leggere.

Questo rigetto dei diritti legali fondamentali di Assange sottolinea il carattere politicamente motivato del procedimento svedese.

Persson aveva precedentemente spinto per l’udienza a essere convocato il 22 maggio, prima che Assange avesse avuto la possibilità di parlare con i suoi avvocati.

Nel silenzio del “libero” occidente, stiamo assistendo all’esecuzione al rallentatore di Assange. Fonte: Blondet&Friends – Muarizio Blondet

Passa il giro d’Italia: lancia la bici in mezzo alla strada – VIDEO

Giro d’Italia, lancia la bici in mezzo alla stradadi Giuseppe China – Sfiorato il tragico incidente nella 18esima tappa della corsa più famosa del Paese

Avrebbe potuto causare un incidente da record, praticamente senza precedenti nella corsa ciclistica più famosa d’Italia.

Siamo a Conegliano durante la 18esima tappa e in quel punto i professionisti sfrecciano sfiorando i 50 km/h.

Un uomo, anzi un pazzo, scaglia con veemenza la sua bicicletta per strada, proprio mentre stavano per passare i corridori in gara.

Secondo le prime indiscrezioni l’autore del gesto avrebbe voluto prendere parte alla corsa. Inoltre a quanto pare l’uomo sarebbe stato in evidente stato di ebbrezza.

Una vicenda a dir poco assurda, per molti versi inspiegabile, utilizzando le più naturali connessioni logiche.

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Il risultato finale della tappa. Per fortuna, il folle non ha fermato la corsa con Damiano Cima che vola al traguardo di Santa Maria di Sala e si prende meritatamente i riflettori della 18/a tappa del Giro.

Il bresciano della Nippo-Vini Fantini centra una grande vittoria, la sua prima nella corsa rosa, in un epilogo al cardiopalma.

222 km scattati da Valdaora si chiudono con una volata incredibile sul rettilineo finale, con Cima che porta a termine una lunga fuga (circa 40 km) precedendo il gruppo guidato dal fortissimo sprinter Pascal Ackermann della Bora-Hansgrohe.

Il tedesco, che andava a caccia del tris, si deve accontentare del secondo posto davanti a Simone Consonni dell’Uae Team Emirates. Fonte: interris – Titolo originale: Giro d’Italia, lancia la bici in mezzo alla strada

Il trono di spade è finito: nasce il supporto psicologico per i fan

Nasce il supporto psicologico per i fan del Trono di Spade. Quando l’intrattenimento diventa ossessione – di Enrica Perucchietti

Due tecniche auree della manipolazione sociale appartenenti al cosiddetto pseudo-decalogo Chomsky sono “La strategia della distrazione” e “Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità”.

Su quest’ultimo punto ne abbiamo parlato nel precedente articolo dedicato ai reality show e alla TV spazzatura (leggi qua l’articolo). Oggi mi soffermo sul primo punto. E per farlo partiamo dalla seguente notizia…

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Un servizio di supporto psicologico per guarire dal “trauma” della fine de Il Trono di Spade …

L’ultima stagione de Il Trono di Spade, con cui si chiude la celebre e seguitissima saga, ha gettato nello sconforto milioni di fan in tutto il mondo: è stata persino lanciata una petizione on line per far riscrivere agli sceneggiatori il finale che a molti ha fatto storcere il naso (il papà della saga, George R.R. Martin ha rassicurato che il suo finale sarà diverso).

Se alcuni fan sono delusi dalla linea narrativa presa dalla serie cult, altri sembrano essere rimasti letteralmente traumatizzati dal fatto stesso che la saga sia finita: per costoro si sarebbe trattato di un vero e proprio shock con tanto di difficoltà a gestire la separazione da Jon Snow, Daenerys Targaryen, Arya Stark e compagni.

Sì, avete capito bene: alcune persone si sarebbe immedesimate talmente nella saga, da avere problemi nel gestire la “separazione” dagli eroi dei Sette Regni.

Così il sito inglese Bark.com ha pensato di mettere a disposizione un servizio di consulenza psicologica via Skype.

Si potrà parlare con un esperto che, conoscendo tutto de Il Trono di Spade, potrà aiutare i suoi pazienti a elaborare la tragedia della sua fine. Tutto questo alla modica cifra di 25 dollari per una sessione di 30 minuti e di 50 per una di un’ora.

Sembrerebbe una presa in giro, una delle tante “notizie” battute da Lercio, eppure a volte la realtà supera l’immaginazione.

Miracoli e circensi per distrarre le masse

In Ritorno al mondo nuovo Aldous Huxley notava come i potenti avessero capito che per controllare le masse fosse necessario agire sull’«appetito pressoché insaziabile di distrazioni» che prova l’uomo.

Insomma, basta offrire sufficiente pane e circensi, miracoli e misteri per tenere soggiogati i cittadini.

Gli attuali governi continuano ad affamare le masse, ma sicuramente sono bravi a distrarle con notizie artefatte, emergenze create a tavolino e soprattutto con lo spettacolo.

Torniamo così alla strategia della distrazione. Si tratta dell’elemento principale del controllo sociale e consiste nel deviare l’attenzione del pubblico da problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche attraverso la tecnica del diluvio o inondazione di continue “distrazioni” e informazioni insignificanti.

Si intende cioè tenere il pubblico occupato senza dargli il tempo di pensare, rendendolo pertanto “passivo”. Ci pensa poi il potere a “riempirlo” con la propria “narrativa”.

L’industria dei media si delinea come uno dei bracci armati dei governanti, tesa com’è non a comunicare il vero o il falso, quanto semmai a offrire l’irreale, ossia una fuga dalla realtà che obblighi l’uomo a distrarsi dalla contingenza sociale, economica e politica.

A questa regola possono essere ricondotti anche quegli scandali, fatti di cronaca o gossip che servono a distrarre l’opinione pubblica da problemi ben più urgenti.

Vi rientrano anche tutti gli eventi sportivi o di spettacolo che riescano a ritagliarsi un’attenzione considerevole da parte dei media e pertanto del pubblico.

Il problema in questo caso diventa quando il pubblico si immedesima a tal punto nelle vicende di un film, telefilm o altro da non distinguere più tra realtà e finzione, privilegiando la cosiddetta fuga in “paradisi artificiali”.

Quando la fuga dalla realtà diventa ossessione

La fuga dalla realtà può diventare, come in questo caso, un problema di dipendenza e sfociare nella patologia e nella compulsione, portando all’ossessione e all’isolamento.

L’abuso e più in generale un uso improprio della tecnologia può rivelarsi un’insidia per l’uomo che delega sempre più spazio “reale” alla tecnica e all’autoisolamento virtuale, come fenomeni quali i ragazzi Hikikomori dimostrano.

Moltissime persone, e sempre più adolescenti, hanno infatti scelto di vivere principalmente online rendendo l’interazione umana sempre più virtuale.

Stiamo correndo verso una deriva post-umana in cui i rapporti sociali tendono a corrompersi, in cui le persone rischiano di trovarsi “drogate” dall’abuso di tutto ciò che è virtuale, social, web op serie TV che siano.

Il problema non è però nel web, social network o nella TV in sé, ma in noi: essi sono un mezzo, siamo noi che abbiamo disatteso la capacità di saperli usare al meglio, dimostrandoci eticamente immaturi per gestire la rivoluzione digitale.

La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia, allo spettacolo e all’intrattenimento, ma dovremmo divenire più consapevoli e responsabili dei mezzi che abbiamo e riappropriarci non solo del senso critico ma anche del giusto equilibrio, per tornare a distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Fonte: Revoluzione

La Corte UE riprende la Germania: i giudici sono influenzati dalla politica

“Pm politicizzati”, la Corte Ue riprende Berlino. La decisione del Lussemburgo: “Per emettere mandati d’arresto serve indipendenza dal governo” – di Luca La Mantia

Severa reprimenda della Corte di giustizia Ue nei confronti delle procure tedesche, considerate “troppo politicizzate” e poco indipendenti per emettere mandati d’arresto europei.

La Cedu. Sul tema era già intervenuta la Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu), la quale sottolineava che l’assenza di un organo di autogoverno della magistratura rende i pm (secondo il sistema tedesco) una mera appendice del ministero della Giustizia, con il rischio di essere influenzati dai vertici politici.

I mandati d’arresto. La legislazione Ue, d’altro canto, prevede che sia proprio l’indipendenza il principale requisito per emettere mandati d’arresto.

A questo si aggiunge la decisione della Corte di giustizia Ue (con sede in Lussemburgo), secondo cui questi provvedimenti “devono essere emessi da organi in grado di esercitare le proprie funzioni in modo obiettivo, tenendo conto di tutte le prove, a carico e a discarico.

E non devono essere esposti al rischio che il proprio potere decisionale possa essere soggetto a direttive o istruzioni esterne“.

Il processo. La decisione del Lussembrugo scaturisce da un processo che vede tre persone – un rumeno e due lituani – imputate per omicidio, rapina e lesioni gravi.

Gli accusati hanno contestato la regolarità dei mandati d’arresto e il caso è stato trasmesso alla Corte di giustizia.

L’intervento dei giudici europei è stato accolto favorevolmente dall’Associazione tedesca dei magistrati (Drb), i quali hanno affermato che andrebbe abolita la facoltà di dare istruzioni alle procure spettante dal ministro della Giustizia.

Aderire agli standard di giustizia europei dovrebbe essere un’aspirazione per il nostro Paese” ha commentato il presidente della Drb, Jens Gnisa.

Prossimo passo. Nella decisione i giudici lussemburghesi non hanno rilevato lo stesso livello di dipendenza dalla politica da parte del procuratore generale della Lituania.

Il sistema dell’ex repubblica baltica, infatti, secondo la corte assicura una sufficiente autonomia dall’esecutivo.

I casi saranno ora trasmessi nuovamente alla giustizia nazionale che, in base alla sentenza europea, dovrà decidere se convalidare o meno i mandati d’arresto. Fonte In Terris

Ecco perchè i calciatori rischiano di ammalarsi di SLA

Sla, i calciatori rischiano 6 volte di più. La sclerosi laterale amiotrofica, o SLA, chiamata anche malattia di Lou Gehrig (dal nome di un giocatore di baseball, la cui malattia nel 1939 sollevò l’attenzione pubblica), o malattia di Charcot o malattia dei motoneuroni, è una malattia neurodegenerativa progressiva.

I calciatori professionisti si ammalano di Sla mediamente molto di più rispetto alla popolazione generale, addirittura 6 volte se di alto livello, di serie A.

Quello che per molti era solo un sospetto, reso più evidente dalla popolarità del calcio, è ora confermato da uno studio epidemiologico che ha utilizzato un ‘database’ particolare: la collezione delle figurine Panini, le stesse passate di mano negli ultimi decenni del secolo scorso fra migliaia e migliaia di ragazzini sognanti a caccia del ritratto del proprio idolo del pallone.

Lo studio, presentato negli Usa, a Philadelphia, al meeting annuale dell’American Academy of Neurology, è stato condotto da Ettore Beghi ed Elisabetta Pupillo, ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano, in collaborazione con Letizia Mazzini dell’Ospedale universitario di Novara e Nicola Vanacore dell’ Istituto Superiore di Sanità.

Sla: la ricerca partita dalle figurine Panini

E la ricerca è partita con i nomi dei calciatori presenti nelle collezioni di figurine Panini, a partire dalla stagione 1959-1960 fino a quella del 1999-2000, in cui risultavano coinvolti 23.875 calciatori di Serie A, B e C, seguiti fino al 2018 dai ricercatori dell’Istituto Mario Negri.

Nel periodo considerato dallo studio sono stati accertati 32 casi di Sla. I più colpiti risultano essere i centrocampisti: 14; più del doppio degli attaccanti: 6; mentre i difensori sono stati 9 e i portieri 3.

“Ciò che la nostra ricerca conferma – spiega Ettore Beghi – è che il rischio di Sla tra gli ex-calciatori è circa 2 volte superiore a quello della popolazione generale.

Analizzando la Serie A, il rischio sale addirittura di 6 volte, ma la vera novità consiste nell’aver evidenziato che i calciatori si ammalano di Sla in età più giovane rispetto a chi non ha praticato il calcio.

L’insorgenza della malattia tra i calciatori si attesta sui 43,3 anni mentre quella della popolazione generale in Italia è di 65,2 anni”.

“Dati che – commenta Elisabetta Pupillo – potrebbero non essere definitivi perché alcuni casi potrebbero essere sfuggiti alle inchieste giornalistiche e a quelle giuridiche, le fonti principali delle nostre informazioni”.

Un risultato che comunque conferma quello che in tanti avevano solo sospettato, assistendo a questa sorta di epidemia che in Italia ha fatto vittime famose, come Stefano Borgonovo (centravanti del Como, del Milan e della Fiorentina morto nel 2013) che ha anche creato una Fondazione Onlus per aiutare la ricerca su questa malattia.

I malati perdono gradualmente il controllo di diverse funzioni vitali, come camminare, respirare, deglutire e parlare.

Perchè il legame con il calcio?

Ma che cosa c’entra il calcio? Per il momento nessuno lo sa. Se lo chiede anche Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione italiana calciatori ed ex centrocampista della Roma e della Nazionale, che ha collaborato con l’Istituto Mario Negri:

“La ricerca – dice – da una parte preoccupa e dall’ altra ci invita a porre attenzione a qualsiasi iniziativa che possa aiutare a saperne di più”.

La diagnosi si basa sull’osservazione di segni e sintomi presentati dal paziente e su alcuni esami diagnostici eseguiti per escludere altre possibili cause. Non esiste una cura nota per la SLA.

Un farmaco chiamato riluzolo può prolungare l’aspettativa di vita di circa due o tre mesi.

La ventilazione artificiale può comportare sia una migliore qualità, sia una maggiore durata della vita.

La malattia di solito inizia intorno all’età di 60 anni e, nei casi ereditati, circa una decina di anni prima.

La sopravvivenza media dall’esordio al decesso può variare dai tre ai quattro anni; circa il 10% sopravvive più di 10 anni, mentre il 5 % raggiunge o supera i 20 anni dalla diagnosi.

La maggior parte muore per insufficienza respiratoria. In gran parte del mondo, i tassi epidemiologici di SLA sono sconosciuti.

In Europa e negli Stati Uniti, la malattia colpisce circa 2 persone ogni 100 000 individui all’anno. Di Marco Staffiero – fonte Il Format

Cannabis light, arriva la sentenza della Cassazione: ecco la decisione

Il giudice dice no: va in fumo l’inganno della cannabis lightdi Tommaso Scandroglio

La sentenza della Cassazione, che ha deciso che è vietata la vendita dei derivati dalla coltivazione della cannabis, non è altro che l’applicazione della legge attuale.

Il giudice ha fatto il suo dovere ribadendo che vendere per uso ricreativo olio, foglie, inflorescenze e resina, prodotti che si trovano nei cannabis shop, non è lecito.

Da oggi i negozi che lo fanno sono fuorilegge. Ma tocca al legislatore eliminare le zone grigie della normativa.

Cannabis light, la decisione della Corte di Cassazione

Le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione ieri hanno deciso che è vietata la vendita dei derivati dalla coltivazione della cannabis, come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina, prodotti che assai spesso possiamo trovare nei cannabis shop, esercizi commerciali che si stanno diffondendo a macchia d’olio nelle nostre città, e prodotti che vengono acquistati “per farsi un trip” come dicono gli addetti ai lavori.

In realtà i giudici della Cassazione non hanno fatto altro che ricordare la normativa già vigente in merito alla commercializzazione della cannabis.

Scrivono i giudici: “la commercializzazione di cannabis sativa L., e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel Catalogo comune delle specie di piante agricole […] e che elenca tassativamente i derivati della predetta coltivazione che possono essere commercializzati; pertanto integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, del d. P.R. n. 309/1990, le condotte di cessione, di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. La sanzione prevede la reclusione da sei a venti anni e una multa da euro 26.000 a euro 260.000.

Il Testo unico sugli stupefacenti del 1990

Dunque la legge del 2016, che non ha eliminato i divieti imposti dal Testo unico sugli stupefacenti del 1990, indica quali derivati della cannabis possono essere commercializzati e, soprattutto, per quali fini.

La cannabis può essere coltivata legalmente “quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonchè come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione” (art. 1).

Tale finalità generale poi viene dalla legge specificata: lecito, ad esempio, coltivare la canapa per finalità di bioingegneria e bioedilizia, di produzione di energia, di formazione e ricerca, di florovivaismo. Tutte attività che nulla c’entrano con l’assunzione di stupefacenti e che non interessano i cannabis shop.

Ma la legge del 2016 consente inoltre la commercializzazione dei derivati della cannabis per usi cosmetici e alimentari.

Potremmo dunque concludere che tali prodotti, venduti nei cannabis shop, non sono fuori legge. Questa conclusione è valida per i prodotti di cosmesi, ma non per i prodotti alimentari (biscotti, tisane, birre, etc.).

I limiti massimi del THC

Questo perché la legge del 2016 prevedeva all’art. 5 che un decreto del Ministero della Salute avrebbe dovuto indicare i limiti massimi di THC presenti nei prodotti alimentari, ma questo decreto non è mai stato varato.

E dunque finchè non verranno indicati legalmente i limiti massimi di THC, gli alimenti a base di cannabis sono vietati.

Inoltre, e questo riguarda tutti i prodotti non solo alimentari venduti nei cannabis shop, occorrerebbe verificare che la produzione di tali articoli abbia rispettato la disciplina di settore.

Altra zona grigia è data dai semi di cannabis. Infatti è vietata la coltivazione, eccetto nei casi prima indicati, ma non la vendita degli stessi. In breve: vietato metterli in terra, ma non è vietato detenerli.

Ma veniamo al cuore della sentenza della Cassazione: se i cannabis shop potranno purtroppo continuare a vendere gli shampoo alla cannabis e i gadget con impressa sopra la foglia di marijuana – diciamo “purtroppo” perché tali prodotti seppur innocui per la salute aiutano a veicolare l’idea erronea che fumarsi uno spinello ogni tanto non fa male a nessuno – non potranno vendere, come invece attualmente fanno, foglie, inflorescenze, olio e resina, ossia tutti quei prodotti che hanno un sicuro effetto drogante e che vengono acquistati proprio per cercare lo sballo.

La vittoria della Cassazione

Infatti non di rado in questi negozi si vendono anche gli strumenti indispensabili per fumarsi inflorescenze e foglie di cannabis.

Questa è la vittoria principale ottenuta dalla Cassazione: vietare la vendita di tutti quei prodotti presenti in questi esercizi commerciali caratterizzati da proprietà stupefacenti o psicotrope. Divieto, lo ripetiamo, già presente nella legge del 2016.

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I giudici a Roma una volta tanto hanno fatto egregiamente il loro dovere e di più non potevano fare (è compito del legislatore eliminare le zone grigie della legge a cui facevamo cenno sopra) ed ora la palla passa alle autorità competenti nel far rispettare la legge.

Dunque ci aspettiamo che da oggi scattino le manette per i gestori di quei cannabis shop che hanno venduto non esotiche e innocue inflorescenze, bensì droga vera e propria. Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Satoshi Nakamoto, chi è il misterioso “personaggio” dietro i Bitcoin?

«Immagina che qualcuno ti abbia rubato qualcosa. Non puoi recuperarlo, ma se tu potessi, se avessi un interruttore d’emergenza che possa venire attivato a distanza, lo faresti?

Sarebbe una buona cosa che i ladri sapessero che tutto ciò che possiedi ha un interruttore d’emergenza e se dovessero rubarlo, sarà inutile per loro, anche se lo perdi anche tu? Se restituiscono ciò che hanno rubato, potrai riattivarlo».

Questo enigmatico tweet è apparso a marzo del 2019 da un account Twitter dedicato alle citazioni di Satoshi Nakamoto.

Sebbene fosse una citazione presa da un post del forum BitcoinTalk del 2010 ha rinverdito uno dei misteri più curiosi nell’ambito della recente storia della tecnologia.

Chi è Satoshi Nakamoto? Si tratta di un personaggio misterioso e anche il fatto stesso di definirlo “personaggio” è riduttivo. Al suo nome è strettamente legata la prima criptomoneta creata e quella forse più rappresentativa: il Bitcoin. Il software di funzionamento è stato programmato nel 2008 dopo aver scritto un post in un gruppo di discussione dove veniva annunciato l’avvio del progetto.

Intorno allo pseudonimo di Satoshi Nakamoto si sono fatte varie congetture, ma non si è riuscito a identificare con certezza l’identità; addirittura non si sa se si tratta di una singola persona o di un gruppo di persone.

In giapponese “satoshi” significa “un pensiero chiaro, veloce e saggio”. “Naka“, invece, può significare “medium”, “dentro” o “relazione”. “Moto” può significare “origine” o “fondamento”.

Le ipotesi dietro Satoshi Nakamoto. Inizialmente si pensava che fosse Michael Clear, altri sospettavano fosse Vili Lehdonvirta, sviluppatore finlandese di giochi (ma anche sociologo ed economista); entrambi però hanno smentito ufficialmente qualsiasi rapporto con Satoshi Nakamoto.

Nei primi tempi l’utente al quale corrispondeva questo nome rispondeva in maniera attiva sul forum BitcoinTalk; questo fino alla metà del 2010 quando, dopo un periodo di assenza, ha fatto sapere che si stava già dedicando a un altro progetto.

Nella scheda di registrazione presso la fondazione P2P risulta essere un maschio sulla quarantina vivente in Giappone, ma tenendo conto degli orari di pubblicazione dei suoi interventi è più probabile che vivesse in America.

Adam Penenberg, un professore della New York University, sostiene che dietro il personaggio misterioso ci sarebbero quattro persone: Neal King, Robertz Pulitano, Vladimir Oksman, Charles Bry.

Nel dicembre 2015 due articoli d’inchiesta indicavano il nome di Craig Steven Wright, ossia un imprenditore australiano.

Nel giro di poche ore, stranamente, sono state effettuate perquisizioni nella casa e nell’ufficio di Wright da parte della polizia federale australiana, pur smentendo che ci sia stato un collegamento diretto con la vicenda del misterioso pseudonimo.

E se fosse Elon Musk? Nel 2017, dopo una soffiata di un dipendente di SpaceX, è comparsa sul web la notizia che dietro allo pseudonimo si nascondesse Elon Musk, teoria poi smentita dallo stesso imprenditore sul suo account Twitter.

Curiosa è poi l’esternazione di Natalia Kaspersky ex moglie di Evgenij Kasperskij, co-fondatrice insieme all’ex marito, di Kaspersky Lab e titolare dell’azienda di cybersecurity Infowatch.

La notizia assume una valenza particolare visto che proviene proprio da un’esperta in ambito tecnologico.

Secondo la Kaspersky, infatti, dietro il creatore di Bitcoin, si celerebbe “un gruppo di crittografi americani” e quindi sarebbe un’invenzione dei servizi segreti statunitensi.

Sta di fatto che al netto di tutto Satoshi Nakamoto dovrebbe possedere ancora oggi circa un milione di Bitcoin senza averne speso nessuno.

Chi porta avanti il progetto. Nonostante il grande clamore intorno al mondo Bitcoin e in particolare in merito al misterioso nome del fondatore, attualmente tutto il progetto è portato avanti da:

Gavin Andresen: ricercatore capo del consiglio del Bitcoin Foundation (dalla quale è l’unico che riceve una remunerazione) ed è l’erede designato dal fondatore Satoshi Nakamoto;

Jeff Garzik: ingegnere e sviluppatore del sistema Bitcoin con grandi conoscenze in ambito matematico;

Mike Hearn: ingegnere della società del famoso motore di ricerca Google ma molto influente nella comunità Bitcoin; il fatto che lavori presso il maggiore colosso tra i motori di ricerca ovviamente confermerebbe che il progetto in realtà non può essere considerato puramente spontaneo e dal basso;

Matt Corallo: uno dei membri del team di sviluppo e spesso in ombra;

Pieter Wiuelle: il responsabile sviluppatore del codice sorgente del sistema.

Cosa si nasconde dietro questo nome e soprattutto dietro al progetto Bitcoin? Una rivoluzione monetaria dal basso o un progetto pilotato dai poteri forti?

Titolo originale: Bitcoin: chi si nasconde dietro Satoshi Nakamoto? – di Balena Giuseppe. Fonte Revoluzione

Bocciato a scuola: l’appello del padre per farlo lavorare diventa virale

“Cerco lavoro di fatica per mio figlio bocciato a scuola”: l’annuncio del genitore diventa viraledi Simone Golra

È diventato virale l’annuncio di un padre che cerca lavoro, possibilmente di fatica, per il figlio di 16 anni bocciato a scuola.

L’occupazione per l’estate può essere remunerata “anche a 1 euro l’ora” o “con baratto”. Migliaia i commenti ironici, ma anche solidali, da parte di altri genitori e di chi ricorda di aver ricevuto lo stesso trattamento per lo scarso rendimento a scuola.

“Cerco lavoro per mio figlio. Preferibilmente lavoro di fatica anche a 1 euro l’ora, per punizione a seguito di bocciatura. Solo periodo estivo”.

16enne bocciato, l’appello del padre

È diventato virale il post su Facebook di Salvatore, in cerca di un lavoro per il figlio di 16 anni che si è fatto bocciare a scuola.

Il papà pubblicato il suo annuncio nel gruppo “Cerco offro Lavoro Monza e Brianza” mettendo subito in chiaro che la sua intenzione era impartire una lezione e che quindi l’aspetto economico sarebbe stato del tutto secondario, tanto da essere disposto ad accettare “pagamento anche con baratto, del tipo lui lavora e io e mia moglie veniamo a mangiare (se si tratta di ristorazione)”. Un’idea particolare di alternanza scuola-lavoro che è piaciuta a molti.

Solidarietà e ironia dagli altri genitori: Quasi quasi prendo spunto. In pochi minuti l’annuncio è stato commentato da decine di persone e condiviso, diventando virale online.

Tra commenti ironici e solidarietà al malcapitato adolescente, quasi tutti si sono schierati dalla parte del genitore arrabbiato.

Tra chi commenta c’è qualcuno che ricorda di aver ricevuto un trattamento simile dopo un risultato negativo a scuola (“mio padre mi mandò a fare il manovale in un cantiere edile per tutta l’estate. Mi sono diplomato e poi laureato con lode”) e chi vorrebbe prendere esempio per combattere la pigrizia dei propri figli (“considerato com’è mio figlio quasi quasi prendo spunto” e ci sono insegnanti che ringraziano (“io gli farei un monumento e lo chiamerei a dare lezioni di vita agli altri genitori”).

Il post originale è stato poi cancellato: non si sa se perché il padre ha deciso di perdonare il ragazzo e concedergli nonostante tutto un’estate di vacanza, o se per le troppe offerte di lavoro arrivate.

Di certo gli studenti italiani ora tremano, con il pensiero che la strategia educativa possa essere adottata anche da altri. Fonte: fanpage.it

Fa i compiti per strada sotto ai lampioni, ma un milionario gli cambia la vita

Il bambino che faceva i compiti usando la luce della strada. Un milionario è stato toccato dalla sua storia ed ha deciso di cambiare la sua vita

Un bambino di 12 anni è stato filmato mentre fa i compiti sotto un palo della luce della strada in cui abita.

Il motivo è che in casa sua manca da anni l’energia elettrica, perché la sua famiglia non ha il denaro necessario per pagare la bolletta.

Il fatto si è verificato nella città peruviana di Moche. Víctor Martín Angulo Córdoba è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza della prefettura locale, e le immagini hanno fatto il giro del mondo su Internet.

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Yaqoob Yusuf Ahmed Mubarak, un milionario del Bahrein, ha visto il video e si è commosso per la storia del bambino che non lesina gli sforzi per studiare, e si è recato personalmente in Perù per conoscere Víctor.

Durante l’incontro, ha rivelato di aver pagato il conto dell’energia elettrica della famiglia e ha dato un’altra buona notizia, promettendo di ristrutturare la casa in cui il ragazzino abita con la madre e la sorella.

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Víctor ha confidato a un quotidiano locale, Perfil, di avere molta voglia di studiare e di voler diventare un poliziotto per “lottare contro i corrotti, i ladri e le droghe”. Fonte Aleteia

Everest, una trappola mortale: ecco la foto che ha fatto il giro del mondo

Il supermercato dell’estremo. Un turismo incontrollato ha trasformato l’Everest in un immondezzaio, dove si sta in colonna per raggiungere la vetta. E spesso si muore.

Lattine, bottiglie, escrementi, bombole d’ossigeno e tanta tanta plastica. Ci sono volute sei settimane e 14 uomini per raccogliere i rifiuti accumulati in questi anni sull’Everest.

Rifiuti che lo scioglimento del ghiaccio ha fatto riaffiorare anche dal passato, insieme a diversi corpi.

Un tempo luogo remoto e incontaminato oggi l’Everest è diventato la discarica di più alta quota al mondo.

Questo è il risultato di decenni di spedizioni di alpinismo a scopo turistico. Un turismo non solo poco rispettoso dell’ambiente, ma anche dei pericoli della montagna.

E negli ultimi giorni 11 persone sono morte sull’Everest, spesso per mancanza di ossigeno dovuta anche alle lunghe attese.

La foto della coda di persone in cima alla vetta scattata la scorsa settimana ha fatto il giro del mondo. In pochi giorni 800 persone hanno raggiunto gli agognati 8’848 metri.

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Everest: autorità nepalesi nei guai

Un’impresa che una volta era solo per pochi e che oggi viene venduta a chiunque sia disposto a pagare decine di migliaia di franchi pur di raggiungere il tetto del mondo.

Scalatori inesperti che spesso sottovalutano la fatica di camminare in salita anche 15 ore a meno 20 gradi e in carenza di ossigeno.

Condizioni estreme a cui si possono aggiungere tutti gli imprevisti del caso, incluso il mal di montagna, spesso all’origine dei malori letali.

Un business pericoloso che ha creato non pochi problemi alle autorità nepalesi, sotto accusa per aver rilasciato troppi permessi di scalata.

Un business alimentato dalla sete di un essere umano sempre più ambizioso e sempre meno cosciente dei propri limiti. Fonte TV Svizzera