3 medici le confermano il danno ma nessuno lo mette per iscritto: hanno paura

Valentina:Prima di vaccinare si ha il dovere di informarsi in quanto genitori: lo dobbiamo ai nostri bambini”.

Di questa madre ce ne eravamo occupati nel 2018, era il mese di novembre quando pubblicammo il suo “grido” d’aiuto rivolto al Ministro della Salute Giulia Grillo: ovviamente inascoltato.

A distanza di quasi un anno la ritroviamo in un video che ha caricato nella sua pagina Facebook. Prova a raccontare la sua storia in pochi minuti e, ascoltando, non si può restare indifferenti.

Valentina, questo il suo nome, ha 35 anni ed è di Palermo:  Un vaccino ha rovinato la vita di uno dei miei figli, la mia e quella di tutta la mia famiglia”.

Poi racconta cosa è successo: “Già 12 ore dopo il vaccino MPR somministrato a 14 mesi, mio figlio ha cominciato a manifestare le prime reazioni avverse”.

Dice di essersi resa conto di quanto fosse grave quando, provando a chiamare il figlio, non si girava: “Non si muoveva, non parlava più”.

Ben 3 medici le avrebbero confermato il danno da reazione  ma nessuno era disposto a metterlo per iscritto: temevano una possibile radiazione dall’albo.

Dopo la diagnosi Valentina entra in depressione. Il marito si vede costretto a licenziarsi per seguire tutte le terapie del bambino.

“La nostra situazione economica è drastica – racconta – ma tanto non è mai colpa del vaccino e dunque, alle istituzioni non importa nulla”.

Verso la conclusione del video si rivolge a tutte quelle persone che non hanno alcun dubbio rispetto alle possibili reazioni avverse: “I danneggiati e i morti da vaccino esistono”:

L’appello di Valentina: “Informatevi”

Poi una frase che rende l’idea della situazione che sta vivendo: “Quando capita ad una persona della tua famiglia, la vita diventa un inferno dal quale vorresti uscire ma non puoi”.

In lacrime dice: “Avrei voluto incontrare qualcuno che mi avesse messo la pulce nell’orecchio; purtroppo indietro non si torna. Prima di vaccinare si ha il dovere di informarsi in quanto genitori: lo dobbiamo ai nostri bambini”.

Pubblicando la lettera nel 2018 nessuno si aspettava una risposta, sapevamo non sarebbe mai arrivata e lo stesso accadrà dopo la pubblicazione di questo video.

Siamo abituati a vedere le istituzioni confrontarsi su tanti temi tranne che sui vaccini. Verrebbe da chiedersi come mai ma qualche idea ce la siamo fatta. Evidentemente, per loro, i danneggiati continuano a essere invisibili.

Ringraziamo di cuore questa mamma che con la sua testimonianza aiuterà tante famiglie, ne siamo certi.Video di Valentina Alfano: https://www.facebook.com/valeepaolom

Posted by Lo Sai on Tuesday, June 4, 2019

Amianto, 32 milioni di tonnellate in circolazione: lo respirano anche i bambini a scuola

In Italia oltre 2.400 scuole a rischio amianto, ma non sappiamo dove smaltirlo – di Luca Aternini

L’Ona stima stessi rischi in 250 ospedali, 1000 biblioteche ed edifici culturali, impianti sportivi costruiti prima del 1993.

Ma le bonifiche sono al palo, anche perché mancano le discariche dove conferire i materiali in sicurezza.

È passato oltre un quarto di secolo dalla messa al bando dell’amianto in Italia, ma la fibra killer è ancora ampiamente presente su suolo nazionale: si stima ci siano ancora dalle 32 (secondo Cnr-Inail) alle 40 milioni di tonnellate (secondo l’Ona) d’amianto da bonificare, e si trovano ovunque.

Nella conferenza promossa ieri dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona) al Coni è stata scattata una fotografia tutt’altro che tranquillizzante sullo stato di salute degli impianti sportivi afflitti dal degrado e dalla contaminazione da amianto, fuori e dentro la scuola.

Sono state infatti censite 2400 scuole (stima per difetto di Ona nel 2012 – dato confermato dal Censis nel 2014), con esposizione alla fibra killer di almeno 352.000 alunni e 50.000 tra docenti e non docenti; 1000 biblioteche ed edifici culturali (stima ancora per difetto); 250 ospedali (ancora stima per difetto); 300.000 km di tubature, che diventano 500.000 compresi gli allacciamenti, che contengono materiali in amianto.

Gli stessi impianti sportivi, realizzati prima dell’entrata in vigore del divieto di utilizzo di amianto (1 aprile 1993), presentano materiali in amianto e contenenti amianto e necessitano quindi di bonifica.

Una situazione che «sta provocando – sottolineano dall’Ona – un fenomeno epidemico con 6.000 decessi ogni anno di mesotelioma (1900), asbestosi (600), e tumori polmonari (3.600)».

Che fare? Il presidente dell’Ona Ezio Bonanni ha sottolineato quanto «sia fondamentale affrontare e risolvere il problema amianto in Italia, dando priorità alle scuole, agli impianti sportivi e agli edifici pubblici, per evitare tutte le forme di esposizione alla fibra killer, e quindi realizzare la vera prevenzione che è quella primaria.

In questo modo, si ammodernano le strutture, si aprono i cantieri, si crea lavoro e si tutela la salute e l’ambiente».

Assente giustificato alla conferenza romana di ieri il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha inviato però un messaggio in cui afferma che «abbiamo bisogno dell’impegno di tutti perché il problema che ci troviamo a fronteggiare è di proporzioni enormi.

Purtroppo nel nostro Paese ci sono 32 milioni di tonnellate di amianto ancora in circolazione, e sono consapevole che l’unico modo per interrompere la catena delle vittime sia quello di lavorare sulla prevenzione, accelerando mappatura delle aree e bonifiche.

L’obiettivo è far sì che nessuno corra più il rischio di esporsi ai danni provocati dalla dispersione nell’ambiente di questo materiale.

Dal canto mio ho provveduto a istituire presso il ministero dell’Ambiente una commissione di lavoro per la riforma della normativa sull’amianto, che entro tre mesi produrrà i primi risultati».

Mentre iniziative di questo tipo si moltiplicano nel corso degli anni con scarsi risultati, languono invece le bonifiche portate concretamente a compimento sul territorio.

I problemi sono molti, ma non si tratta solo di carenza di risorse economiche: come spiegato dallo stesso ministero dell’Ambiente – nella figura di Laura D’Aprile – due anni fa alla Camera, durante un convegno promosso dal Movimento 5 Stelle, «uno dei principali problemi è che mancano le discariche: a volte i monitoraggi non vengono effettuati perché poi nasce il problema di dove poter smaltire l’amianto – spiegava per l’occasione D’Aprile  – Ci sono regioni che hanno fatto delibere definendosi a discarica zero e quindi quando faremo la programmazione del conferimento a livello nazionale ci andremo a scontrare con queste regioni».

È infatti utile ricordare che, quando si discute di rischi connessi all’esposizione alle fibre di amianto, il pericolo non è insito nell’amianto in sé – che è un minerale naturalmente presente nell’ambiente – ma nel cattivo stato di conservazione dei manufatti contenti amianto.

Ecco perché una discarica (o un modulo di discarica) autorizzata ad ospitare amianto e debitamente controllata rappresenta un luogo sicuro per stoccare i rifiuti provenienti dalle bonifiche di questo minerale potenzialmente letale se lasciato all’aria aperta.

Il problema però è che non solo di nuove discariche non vengono realizzate dietro l’opposizione di comitati (e politici) locali, che vedono in questi impianti industriali nuovi problemi anziché concrete soluzioni per lo smaltimento in sicurezza dei rifiuti contenenti amianto, ma anche i pochi impianti rimasti continuano a chiudere per gli stessi motivi, aggravando ancora di più una situazione già critica; nel mentre il poco amianto che viene bonificato in Italia in genere viene spedito all’estero, e in particolare in Germania, dove viene gestito in sicurezza a nostre (salatissime) spese.

Nell’aprile 2018, prima che si insediasse il “Governo del cambiamento”, anche Legambiente era tornata a sollecitare una svolta, sottolineando che «il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni incide sia sui costi di smaltimento che sui tempi di rimozione, senza tralasciare la diffusa pratica dell’abbandono incontrollato dei rifiuti.

Non è più sostenibile l’esportazione all’estero dell’amianto rimosso nel nostro Paese, per questo è importante provvedere ad implementare l’impiantistica su tutto il territorio nazionale». Ma un anno dopo ancora una volta niente è cambiato. Fonte Greenreport

Ecco perchè i calciatori rischiano di ammalarsi di SLA

Sla, i calciatori rischiano 6 volte di più. La sclerosi laterale amiotrofica, o SLA, chiamata anche malattia di Lou Gehrig (dal nome di un giocatore di baseball, la cui malattia nel 1939 sollevò l’attenzione pubblica), o malattia di Charcot o malattia dei motoneuroni, è una malattia neurodegenerativa progressiva.

I calciatori professionisti si ammalano di Sla mediamente molto di più rispetto alla popolazione generale, addirittura 6 volte se di alto livello, di serie A.

Quello che per molti era solo un sospetto, reso più evidente dalla popolarità del calcio, è ora confermato da uno studio epidemiologico che ha utilizzato un ‘database’ particolare: la collezione delle figurine Panini, le stesse passate di mano negli ultimi decenni del secolo scorso fra migliaia e migliaia di ragazzini sognanti a caccia del ritratto del proprio idolo del pallone.

Lo studio, presentato negli Usa, a Philadelphia, al meeting annuale dell’American Academy of Neurology, è stato condotto da Ettore Beghi ed Elisabetta Pupillo, ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano, in collaborazione con Letizia Mazzini dell’Ospedale universitario di Novara e Nicola Vanacore dell’ Istituto Superiore di Sanità.

Sla: la ricerca partita dalle figurine Panini

E la ricerca è partita con i nomi dei calciatori presenti nelle collezioni di figurine Panini, a partire dalla stagione 1959-1960 fino a quella del 1999-2000, in cui risultavano coinvolti 23.875 calciatori di Serie A, B e C, seguiti fino al 2018 dai ricercatori dell’Istituto Mario Negri.

Nel periodo considerato dallo studio sono stati accertati 32 casi di Sla. I più colpiti risultano essere i centrocampisti: 14; più del doppio degli attaccanti: 6; mentre i difensori sono stati 9 e i portieri 3.

“Ciò che la nostra ricerca conferma – spiega Ettore Beghi – è che il rischio di Sla tra gli ex-calciatori è circa 2 volte superiore a quello della popolazione generale.

Analizzando la Serie A, il rischio sale addirittura di 6 volte, ma la vera novità consiste nell’aver evidenziato che i calciatori si ammalano di Sla in età più giovane rispetto a chi non ha praticato il calcio.

L’insorgenza della malattia tra i calciatori si attesta sui 43,3 anni mentre quella della popolazione generale in Italia è di 65,2 anni”.

“Dati che – commenta Elisabetta Pupillo – potrebbero non essere definitivi perché alcuni casi potrebbero essere sfuggiti alle inchieste giornalistiche e a quelle giuridiche, le fonti principali delle nostre informazioni”.

Un risultato che comunque conferma quello che in tanti avevano solo sospettato, assistendo a questa sorta di epidemia che in Italia ha fatto vittime famose, come Stefano Borgonovo (centravanti del Como, del Milan e della Fiorentina morto nel 2013) che ha anche creato una Fondazione Onlus per aiutare la ricerca su questa malattia.

I malati perdono gradualmente il controllo di diverse funzioni vitali, come camminare, respirare, deglutire e parlare.

Perchè il legame con il calcio?

Ma che cosa c’entra il calcio? Per il momento nessuno lo sa. Se lo chiede anche Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione italiana calciatori ed ex centrocampista della Roma e della Nazionale, che ha collaborato con l’Istituto Mario Negri:

“La ricerca – dice – da una parte preoccupa e dall’ altra ci invita a porre attenzione a qualsiasi iniziativa che possa aiutare a saperne di più”.

La diagnosi si basa sull’osservazione di segni e sintomi presentati dal paziente e su alcuni esami diagnostici eseguiti per escludere altre possibili cause. Non esiste una cura nota per la SLA.

Un farmaco chiamato riluzolo può prolungare l’aspettativa di vita di circa due o tre mesi.

La ventilazione artificiale può comportare sia una migliore qualità, sia una maggiore durata della vita.

La malattia di solito inizia intorno all’età di 60 anni e, nei casi ereditati, circa una decina di anni prima.

La sopravvivenza media dall’esordio al decesso può variare dai tre ai quattro anni; circa il 10% sopravvive più di 10 anni, mentre il 5 % raggiunge o supera i 20 anni dalla diagnosi.

La maggior parte muore per insufficienza respiratoria. In gran parte del mondo, i tassi epidemiologici di SLA sono sconosciuti.

In Europa e negli Stati Uniti, la malattia colpisce circa 2 persone ogni 100 000 individui all’anno. Di Marco Staffiero – fonte Il Format

Acqua a digiuno al mattino? Attenzione a non commettere questo grave errore

Acqua a digiuno la mattina? Fa benissimo, ma c’è un grave errore da evitare – di Soluzioni Bio

Bere molta acqua, che è la risorsa più preziosa della vita, fa bene. È indispensabile per il mantenimento della salute e del benessere.

Non a caso gli esperti consigliano che, mediamente, le persone dovrebbero assumere ogni giorno, anche attraverso i cibi, circa 2,5 litri di acqua.

Essere bene idratati, infatti, ha molti vantaggi, e aiuta anche a controllare la quantità di calorie che ingeriamo e di conseguenza il peso. Si, ma c’è un errore che non dobbiamo commettere, spinti dal bere l’acqua a digiuno.

Dopo 2-3 ore l’acqua diventa il regno dei batteri. Ci hanno anche sempre detto che fa bene bere acqua appena svegli, prima di fare colazione, ma attenzione: non dovreste mai fare l’errore di bere quella lasciata in un bicchiere sul comodino la sera prima, ma scegliere acqua fresca di rubinetto o dentro una bottiglia chiusa.

Sicuramente è un gesto che viene spontaneo, quello di aprire gli occhi e dissetarsi subito, ma bisognerebbe evitarlo.

Se, infatti, è verissimo che bere la mattina a digiuno è un bene per il nostro organismo, allo stesso tempo bisogna fare attenzione a quello che beviamo e come lo beviamo.

Acqua a digiuno: accanto al letto, ai batteri si aggiungono gli acari

Chi mangerebbe un piatto di pasta, lasciato 8 ore all’aria aperta? Scommettiamo che in pochi lo farebbero.

Quindi, allo stesso modo, non è una buona abitudine bere l’acqua che si è lasciata per 6-8 ore a portata di mano accanto al letto, perché piena di micro batteri, senza contare gli acari, che durante la notte potrebbero essersi depositati proprio lì.

La soluzione è semplice: invece del bicchiere, basterebbe tenere sul comodino una bottiglietta d’acqua ben chiusa, da utilizzare all’occorrenza o, ancora meglio, alzarsi e bere acqua fresca.

Meglio ancora se tiepida, con l’aggiunta di limone e di un pezzetto di radice di zenzero (bere acqua e limone al mattino). Fonte: SoluzioniBio

Oms: lo stress da lavoro è una malattia mentale, necessita di cure mediche

Lo stress da lavoro è ufficialmente una malattia, il burnout riconosciuto dall’Oms – di Antonio Palma

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficialmente inserito il cosiddetto burnout tra le condizioni cliniche che riguardano la salute mentale e che necessitano di cure mediche.

Per l’Oms si tratta di una sindrome che sopraggiunge come conseguenza di stress cronico dovuto al lavoro e non gestito adeguatamente.

Che sia dovuto ai troppi impegni per gli incarichi o al contrario alla mancanza assoluta di un impiego e allo sforzo per trovarne uno, lo stress da lavoro è una malattia a tutti gli effetti.

Dopo decenni di studi, a sancirlo è ora l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha ufficialmente inserito il cosiddetto “burnout” tra le condizioni cliniche che necessitano di cure mediche.

Per l’Oms si tratta di una sindrome che sopraggiunge “come conseguenza di stress cronico dovuto al lavoro e non gestito adeguatamente“.

Nel dettaglio, il burnout entra nella lista dell’International Classification of Diseases come fattore che influenza lo stato di salute o che porta al contatto con i servizi sanitari.

Nell’aggiornare con la nuova condizione l’elenco delle malattie riguardanti la salute mentale, l’agenzia speciale delle Nazioni Unite per la salute ha anche provveduto a fornire istruzioni ai medici su come diagnosticare lo stress da lavoro e non confonderlo con altre situazioni di stress.

Secondo queste indicazioni, infatti, è essenziale capire che il burnout si riferisce specificamente ai fenomeni nel contesto occupazionale e non altri ambiti della vita.

Nel dettaglio, secondo l’Oms, si può approfondire la presenza di burnout di fronte ad alcuni elementi chiave come senso di esaurimento, mancanza di energia o spossatezza; isolamento dal proprio lavoro con sentimenti di negatività o cinismo; e infine sensazioni di negatività e diminuzione dell’efficacia professionale.

Una conclusione a cui si è giunti dopo decenni di studi in materia. Il primo ad occuparsi sistematicamente di burnout infatti è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel lontano 1974.

Fino ad anni recenti in realtà non era considerato un disturbo mentale reale ma con i risultati di studi realizzati da esperti provenienti da tutto il mondo, infine, il problema è diventato sempre più considerato fino ad essere inserito nella nuova classificazione delle malattie approvata nei giorni dall’Assemblea dell’OMS.

Secondo gli esperti, il rischio di sviluppare burnout può essere contrastato attraverso buone pratiche che proteggono e promuovono la salute mentale tra cui coinvolgere i dipendenti nei processi decisionali e favorire un buon bilancio tra vita privata e lavorativa. Fonte Fanpage

25 fatti sorprendenti sul corpo umano: dopo averli letti ti guarderai con occhi diversi

25 fatti sorprendenti sul corpo umano che probabilmente non sai – di Awebic – Quanto conosci il tuo corpo?

Il corpo umano è una meraviglia dell’evoluzione che spesso stupisce gli scienziati. E come potrebbe essere altrimenti?

Pur essendo simile ad altre forme di vita sul nostro pianeta, l’essere umano è unico e possiede tratti e capacità senza paragoni nel mondo animale. L’unicità del nostro corpo e a volte la fisiologia bizzarra ne sono una prova.

Dall’essere l’unico animale con la capacità di piangere emotivamente al fatto di possedere una forza sovrumana (addirittura per alzare una macchina), ecco 25 dati sorprendenti sul corpo umano che probabilmente non conoscete.

25 fatti curiosi che vi sorprenderanno

25. La cellula più grande del corpo umano è l’ovulo, quella più piccola è lo spermatozoo. L’ovulo di una donna è in realtà l’unica cellula visibile a occhio nudo del nostro organismo.

24. Quando siamo bambini la nostra testa misura un quarto della lunghezza totale del nostro corpo, ma a 25 anni è solo un ottavo. Ciò è dovuto al fatto che la testa cresce molto più lentamente rispetto al resto del corpo.

23. Si stima che il corpo umano possieda circa 95.000 chilometri di vasi sanguigni.

22. I denti sono l’unica parte del corpo umano che non si può autorigenerare.

21. Gli occhi sono sempre delle stesse dimensioni della nascita, mentre il naso e le orecchie non smettono mai di crescere.

20. Il cervello agisce con la stessa potenza di una lampadina da dieci watt, anche mentre dormiamo. In realtà, il cervello è molto più attivo di notte che di giorno.

19. Uno studio recente mostra che la memoria può essere influenzata dalla posizione del corpo. Apparentemente, dove ci troviamo e come siamo collocati nel nostro ambiente può influire moltissimo sulla nostra memoria.

18. Mentre i peli del viso hanno qualche scopo, quelli del resto del corpo sono praticamente inutili e si possono togliere senza provocare praticamente alcun danno.

17. Anche se ci sembra sgradevole e lo togliamo ogni volta che possiamo, il cerume è necessario e funge da scudo per le nostre orecchie.

16. Il nostro naso riesce a ricordare circa 50.000 aromi. Le donne, poi, annusano e identificano gli odori meglio degli uomini.

15. L’adrenalina dà una forza sovrumana, e per questo, in certe situazioni, alcune persone possono alzare oggetti molto pesanti (come delle macchine) mentre in circostanze normali non ci riuscirebbero.

Altre interessanti curiosità

14. I neuroni del nostro cervello si costruiscono in modo diverso gli uni dagli altri, e le informazioni viaggiano attraverso di essi a velocità diverse. Per questo, possiamo ricordare alcune informazioni istantaneamente, mentre altre possono tardare un po’ ad essere recuperate.

13. Più una persona è intelligente, più sogna mentre dorme. Un QI elevato può anche combattere le malattie mentali. Alcune persone credono anche di essere più intelligenti quando sognano che quando sono sveglie.

12. Anche se il cervello processa i segnali del dolore, non lo prova davvero.

11. I muscoli di messa a fuoco dei nostri occhi si muovono circa 100.000 volte al giorno. Per esercitare allo stesso modo i muscoli delle gambe dovremmo camminare per circa 80 chilometri.

10. In mezz’ora, il corpo umano è capace di produrre calore sufficiente a far bollire tre litri d’acqua.

9. Pur non essendo l’animale più rapido o più forte, l’essere umano è di gran lunga il miglior corridore sulla lunga distanza. Quello che la maggior parte delle persone ignora è che i nostri antenati, molto tempo fa, correvano dietro alle loro prede fino anche a morire di sfinimento.

8. Un essere umano adulto in media è fatto di circa sette ottilioni di atomi. Solo per fare un paragone, nella nostra galassia ci sono circa 300 miliardi di stelle.

7. Quando arrossiamo, arrossisce anche il rivestimento del nostro stomaco.

6. Servono 17 muscoli per sorridere e 43 per accigliarsi.

5. Il nostro scheletro si rinnova ogni dieci anni, e questo significa che ogni decennio possediamo uno scheletro nuovo.

4. Se vi siete chiesti quale sia il muscolo più forte del corpo, la risposta è la lingua, mentre l’osso più resistente è la mandibola.

Le ultime 3

3. Contrariamente alla credenza popolare, il sudore non ha un cattivo odore. L’odore è provocato dai batteri della pelle che si alimentano del sudore, e quindi la causa del cattivo odore sono i residui che liberano questi batteri.

2. Nel nostro ombelico vivono migliaia di batteri che potrebbero formare un ecosistema delle dimensioni di un’intera foresta tropicale.

1. Secondo la maggior parte degli scienziati, gli umani sono gli unici animali della Terra che producono lacrime di emozione.

Quale di questi dati ha attirato la vostra attenzione? Lasciate il vostro commento! Fonte: Aleteia

Inquinamento invisibile ma pericoloso: ecco cosa hanno trovato nei fiumi

Antibiotici nei fiumi: è allarme rossoAfrica, Asia ma anche Europa: i ricercatori newyorkesi lanciano un’allerta globale

Non solo plastiche e materiali di scarto: nei fiumi terrestri finisce davvero di tutto e, in questo particolare caso, a essere interessati sono corsi d’acqua sparsi in tutto il mondo, a livelli più o meno gravi.

Scontato pensare all’inquinamento dei fiumi immaginando isole di rifiuti o coloriti particolarmente diversi da quello che sarebbe il loro normale aspetto.

Esiste invece la possibilità di trovarsi di fronte, inconsapevolmente, a una forma di inquinamento perlopiù invisibile ma non meno pericolosa per i vari ecosistemi dei più importanti corsi d’acqua del mondo: uno studio dell’Università di New York, infatti, ha appurato che il livello di sicurezza legato alla presenza di antibiotici nelle acque superi in molti casi addirittura di 300 volte la soglia di rischio.

Antibiotici nei fiumi: lo studio

Uno studio, questo, che sarà presentato al meeting della Society of Environmental Toxicology and Chemistry ad Helsinki, e si costituirà dei dossier relativi alle analisi dei fiumi di 72 Paesi in sei continenti, compresi alcuni corsi d’acqua molto famosi come il Tamigi e il Mekong, nell’Indocina.

I siti inquinati. Un totale di 92 kit di prelievo sono stati spediti dagli autori della ricerca, cercando di ottenere risultati più accurati attraverso le analisi dei ricercatori locali.

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Da questo punto di vista, è il Bangladesh il Paese maglia nera, dal momento che è uno dei suoi corsi d’acqua a presentare il maggior indice di metronidazolo (un particolare antibiotico usato per infezioni della pelle), ben 300 volte oltre le soglie di sicurezza. 

Ma, nonostante una concentrazione maggiore in alcune zone, gli analisti invitano tutti i Paesi a mantenere alta la soglia di allerta.

Secondo quanto affermato dai ricercatori, infatti, “i limiti di sicurezza sono superati prevalentemente in Asia e Africa, ma anche in Europa e in America ci sono livelli di contaminazione preoccupanti, il problema è globale…

Molti scienziati ora riconoscono il ruolo dell’ambiente nello sviluppo della resistenza agli antibiotici. I nostri dati dimostrano che la contaminazione dei fiumi può essere uno dei veicoli”. Fonte: interris

Ecco perché gli adolescenti si ammalano 3 volte di più di questo tumore

Non ascoltano noi genitori: ecco perché gli adolescenti si ammaleranno 3 volte di più degli altri di questo tumore

Appena arriverà il sole di questa stagione, si proporrà sempre lo stesso problema: esporsi al sole va fatto, ma con una serie di cautele.

Eppure non tutti sembrano averlo capito. Ecco chi si ammalerà tre volte di più di melanoma nei prossimi anni.

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Cosa sanno gli adolescenti del sole. Gli adolescenti ignorano le regole fondamentali per esporsi al sole in modo sicuro, nonostante i raggi ultravioletti siano il principale fattore di rischio per il melanoma, il tumore della pelle più aggressivo e in costante crescita soprattutto fra i giovani (il 20% dei nuovi casi è riscontrato in pazienti fra i 15 e i 39 anni).

Così il 39% degli adolescenti non mette mai la crema protettiva in spiaggia, per oltre la metà (51%) utilizzarla è “da sfigati” perché impedirebbe di abbronzarsi.

È la fotografia scattata dal sondaggio su 3.500 giovani che dà il via al progetto #soleconamore, campagna nazionale di sensibilizzazione sull’abbronzatura consapevole e sulla prevenzione del melanoma indirizzata ai giovanissimi, realizzata da Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e presentata al Ministero della Salute.

Ma la scarsa consapevolezza dei giovani va oltre: solo il 18% sa cos’è il fototipo (per il 53% è un tipo di immagine, per il 16% una tecnica di selfie e per il 13% una tonalità di colore dei fiori), mentre il 63% ritiene che le lampade solari aiutino ad abbronzarsi meglio e il 48% non sa cosa sia il melanoma (per il 24% è un problema alimentare).

Adolescenti e melanoma: rischiano 3 volte di più

In un quindicennio in Italia, il numero delle nuove diagnosi è raddoppiato, passando da poco più di 7.000 nel 2003 a 13.700 nel 2018 e la mancata conoscenza dei fattori di rischio gioca un ruolo decisivo.

Le diagnosi negli adulti di oggi sono la conseguenza dell’esposizione scorretta al sole da giovani in passato.

Il sole, afferma Paola Queirolo, responsabile scientifico del progetto, “non è un nemico, ma vanno seguite alcune regole, a partire dall’uso di creme solari con un fattore di protezione alto ed il sole va sempre evitato nelle ore centrali.

Le scottature solari gravi, durante l’infanzia e l’adolescenza – conclude – triplicano il rischio di melanoma in età adulta, ma fra i teenager è ancora molto scarsa la consapevolezza del pericolo”. Fonte: SoluzioniBio

Senza questo farmaco i bimbi di 2 anni muoiono. Il costo? 2,1 milioni di $

FDA approva farmaco Zolgensma per la SMA: è il più caro al mondo, 2,1 milioni di dollari – di Andrea Centini

L’FDA, l’agenzia federale statunitense che si occupa della regolamentazione di farmaci, cibo e terapie sperimentali, ha approvato il farmaco Zolgensma per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (SMA).

Sviluppato da AveXis, una società della Novartis, costa 2,1 milioni di dollari: è il medicinale più caro al mondo.

La Food and Drug Administration (FDA) americana ha approvato l’utilizzo del farmaco Zolgensma per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (SMA), rendendolo il medicinale più costoso della storia, 2,1 milioni di dollari.

Ad annunciare l’approvazione da parte dell’agenzia federale statunitense – che si occupa di regolamentare farmaci, alimenti e terapie sperimentali – è stata AveXis, una società della multinazionale Novartis, acquisita dal colosso svizzero nel 2018 per 8,7 miliardi di dollari.

Il farmaco. Zolgensma, nome commerciale del principio attivo onasemnogene abeparvovec-xioi, è progettato per essere somministrato nei bambini con età inferiore ai 2 anni colpiti dalla forma più grave e letale di atrofia muscolare spinale (SMA di tipo 1) e dai tipi che possono manifestare in seguito i devastanti sintomi.

La rara patologia determina una progressiva riduzione della forza muscolare, paralisi, necessità di ventilazione costante e morte in breve tempo.

I bimbi affetti da SMA di tipo 1 non riescono nemmeno a stare seduti o a rotolare, e sono condannati ad assistenza medica 24 ore su 24 sino all’esito infausto.

Come agisce il farmaco Zolgensma

Il farmaco approvato dalla FDA è un esponente della rivoluzionaria terapia genica, e si basa su un vettore virale per sostituire il gene SMN1 (Survival Motor Neuron 1) difettoso – con mutazioni bialleliche – con una copia funzionante.

L’aspetto rivoluzionario del Zolgensma risiede nel fatto che si tratta di un trattamento unico, cioè da somministrare una sola volta.

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È in diretta concorrenza con lo Spinraza di Biogen Inc, che invece richiede più infusioni nel corso del tempo.

Risultati. Nello studio clinico di Fase 3 “STR1VE” i bimbi trattati Zolgensma hanno mostrato una “sopravvivenza libera da eventi prolungata”, come si legge nel comunicato stampa diffuso di AveXis. Inoltre hanno manifestato un sensibile miglioramento delle funzioni motorie.

La terapia genica non è tuttavia esente da effetti collaterali, in particolar modo ai danni del fegato, tanto che la FDA obbliga la casa farmaceutica a specificarne l’epatotossicità.

Il prezzo. Come indicato, il costo di 2,1 milioni di dollari rende Zolgensma il farmaco più caro in assoluto.

Inizialmente era stato paventato un costo di 4/5 milioni di dollari, proposto in relazione alle spese sostenute dalla ricerca, ma l’Institute for Clinical and Economic Review (ICER) lo ha bollato come esagerato.

Alla fine si è arrivati a circa la metà, ma si tratta sempre di costi esorbitanti che nella stragrande maggioranza dei casi potranno essere coperti solo da assicurazioni o dai sistemi sanitari nazionali.

In Europa e in Giappone Zolgensma deve essere ancora approvato, dunque ci vorrà ancora del tempo prima di averlo a disposizione. Fonte: scienze.fanpage.it

Ecco perché le siringhe provocano 2 milioni di morti ogni anno

Ecco la siringa anti contagio – di Milena Castigli – Le infezioni da iniezioni non sicure producono circa 2 milioni di morti all’anno

Le più note sono l’Hiv e alcuni tipi di epatite, ma sono numerosissime le malattie trasmissibili attraverso il contagio di sangue infetto.

“Il problema delle infezioni da iniezioni non sicure è una vera e propria emergenza planetaria, parliamo di circa 2 milioni di morti all’anno“, evidenzia su Ansa Mauro Pantaleo, Presidente del gruppo P&P Patents and Technologies.

“Ogni anno milioni di persone contraggono una malattia a causa di un’iniezione non sicura. Gli agenti patogeni pericolosi trasmissibili per via ematica sono oltre 20 (tra cui epatite C e HIV) e in molti casi la puntura da ago infetto si rivela letale”.

Siringa anti contagio con ago retrattile

Per evitare la trasmissione di malattie attraverso l’uso di siringhe, sarebbe indicato usare solo quelle “usa e getta”.

Ma tale pratica è relativamente poco diffusa. Per tale motivo, la P&P Patents and Technologies Group ha brevettato Retrago, una siringa di sicurezza automatica con ago retrattile.

Costa come una siringa normale ma riduce i contagi di malattie infettive come l’Aids. E’ stata selezionata – unica italiana tra le TOP20 – da UNAIDS, il Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV, all’interno di una short list di 100 prodotti individuati su scala mondiale.

La lista è stata presentata A Ginevra nell’ambito della 72esima Assemblea annuale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità al Palazzo dell’Onu, l’Health Innovation Exchange Marketplace, una tre giorni sull’innovazione promossa proprio da UNAIDS.

La siringa con ago retrattile, oltre a essere innovativa in termini di design, ingegnerizzazione e facilità di utilizzo, ha un costo che la rende accessibile anche ai Paesi in via di sviluppo come Africa e Asia dove Aids, Epatite C ed Epatite B provocano più di un milione di morti all’anno.

“Per noi è un riconoscimento molto importante”, ha detto Mauro Pantaleo. “Abbiamo creduto e raccolto l’eredità dell’inventore, un ingegnere italiano ora scomparso, che ha dedicato più di 20 anni a Retrago facendone quasi una missione”.

Continua: “Il problema delle infezioni da iniezioni non sicure è una vera e propria emergenza planetaria, con circa 2 milioni di morti all’anno. A questo abbiamo voluto dedicare tutti i nostri sforzi per arrivare a realizzare un prodotto con caratteristiche uniche sul mercato. La scelta di Retrago da parte di UNAIDS è anche un premio alla nostra determinazione.” Fonte: interris