Cardinale africano: «L’UE non protegge più i popoli, protegge le banche»

Card. Sarah: “Migrazione di massa? Ecco cosa rischia l’Occidente…” – di Federico Cenci

Sul tema interviene anche padre Costa SJ: “Ma la situazione è complessa, la gente continua a partire”.

“Ciascuno deve vivere nel suo paese. Come un albero, ciascuno ha il suo suolo, il suo ambiente in cui può crescere perfettamente.

Parole e musica del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, africano della Guinea, considerato da più parti un baluardo del millenario insegnamento della Chiesa cattolica da opporre a venti secolari che soffiano come una burrasca.

La sua voce irrompe anche sul tema spinoso dell’immigrazione. È intervenuto di recente, nel corso di un’intervista al giornale francese Valeurs Actuelles, con un messaggio che somiglia tanto a una risposta nei confronti di chi percepisce un approccio immigrazionista da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Niente frontiere aperte in modo indiscriminato, niente sostegno a chi alimenta con soldi e assistenza logistica flussi migratori incontrollabili, niente esegesi biblica dell’immigrazione.

Piuttosto, un appello che si pone sulla scia di quanto più volte affermato da Papa Francesco – anche durante il suo recente viaggio ecumenico in Romania – sulla necessità di difendere le culture specifiche dei popoli dall’omologazione del globalismo.

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Il “grande rischio” per l’Europa per il card. Sarah

Il porporato guineano, infatti, spiega: “Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi”.

Nell’intervista, Sarah parla della Polonia, dove afferma di essere stato in visita: “Essa – la sua riflessione – è libera di dire all’Europa che ciascuno è stato creato da Dio per essere messo in un ben preciso posto, con la sua cultura, le sue tradizioni e la sua storia. Questa volontà attuale di globalizzare il mondo sopprimendo le nazioni, le specificità, è pura follia”.

Il cardinale non lesina poi critiche all’Unione europea. “Voi siete anzitutto polacchi, cattolici, e solo successivamente europei. Voi – il suo invito – non dovete sacrificare queste due prime identità sull’altare dell’Europa tecnocratica e senza patria”.

E poi il siluro: “La Commissione di Bruxelles non pensa che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie. L’Unione europea non protegge più i popoli, protegge le banche”.

Si potrebbe interpretare quello di Sarah come un controcanto rispetto a quanto intonato da altri esponenti ecclesiastici.

“Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa?”, si chiede il prefetto.

Che aggiunge: “La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Il magistero dei pontefici

L’atteggiamento del card. Sarah ricalca un passo del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del rifugiato del 2013.

Ecco la celebre citazione di Ratzinger: “Nel contesto socio-politico attuale (…), prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”.

Linea di continuità con quanto il suo predecessore, San Giovanni Paolo II, affermava al Congresso mondiale delle migrazioni nel 1998, ossia che diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”.

Poi Benedetto XVI, in un altro passaggio del suo messaggio del 2013, avvertiva che “non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini”.

Sembra di rileggere il card. Sarah, quando nella sopracitata intervista definisce la migrazione di massa “nuova forma di schiavismo”.

L’appello dei vescovi africani

Concetto che si presenta anche nel messaggio dei vescovi delle conferenze nazionali e interterritoriali dell’Africa occidentale al termine della Terza Assemblea Plenaria che si è tenuta a metà maggio in Burkina Faso.

I presuli si rivolgono ai giovani dei loro Paesi così: “Certo, comprendiamo la vostra sete di felicità e di benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non dovete sacrificare la vostra vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e ad un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza potrete avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere questo continente una terra prospera”.

Ed ecco Papa Francesco: “Senza integrazione meglio non accogliere: accogliere lo straniero è un principio morale. Ma non si tratta di accogliere ‘alla belle étoile’, no, ma un accogliere ragionevole”.

Perciò occorre parlare “della prudenza dei popoli sul numero o sulle possibilità: un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga. Lì c’è il problema della prudenza. E credo che proprio questa sia la nota dolente del dialogo oggi nell’Unione Europea”.

“Ma la situazione è più complessa”

Ma bastano gli appelli a dissuadere i giovani dall’intraprendere la strada di viaggi ostili?

Intervistato da In Terrispadre Giacomo Costa SJ, direttore di Aggiornamenti Sociali riflette:

“I rischi sono reali, lo sappiamo tutti e credo che ormai lo sappiano anche molti giovani africani. Ma non pochi continuano a partire. Questo ci indica che la situazione è più complessa.

Il gesuita fa presente che “nello stesso comunicato in cui sottolineano i rischi della migrazione, i vescovi dell’Africa occidentale evidenziano molti altri problemi, a partire dall’insicurezza e dalla violenza che affligge molti Paesi e causa il fenomeno dei rifugiati. Per questo con la stessa forza chiedono il rispetto dei diritti di migranti e rifugiati e il sostegno alla loro integrazione nei Paesi di arrivo”.

Nel corso del Sinodo dei Vescovi dell’autunno scorso sul tema dei giovani, di cui padre Costa è stato segretario speciale, i vescovi africani – spiega – “hanno ripetuto più e più volte” che le Chiese dell’Africa, insieme a tutti gli attori sociali e politici “devono investire nel campo dell’educazione e della formazione, anche politica e imprenditoriale: è questa la base della promozione dello sviluppo umano integrale.

Si tratta – sottolinea padre Costa – “di un bisogno drammatico di un continente in cui i giovani sono numerosissimi”.

“In altre parole – prosegue – se non si creano condizioni di vita dignitosa per tutti, viene vanificato nei fatti quel diritto a restare nel proprio Paese su cui la Chiesa insiste, e alle persone non può essere negato il diritto di emigrare per cercare sicurezza e progresso per sé e la propria famiglia là dove è possibile trovarli. Lo ha ricordato il card. Parolin in occasione della visita del Papa in Marocco”.

“Sì alle differenze, no alle chiusure”

In questo contesto, come è possibile realizzare quello che Papa Francesco definisce un poliedro, “nel quale tutti sono uniti e ognuno conserva la propria identità”, da contrapporre alla sfera, “quella globalizzazione che spezza la ricchezza e la particolarità di ogni popolo”?

Innanzitutto – sostiene padre Costa – “è giusto sottolineare che le culture africane non hanno niente da invidiare a quella europea, anzi. È bene che ce lo ricordiamo tutti, tanto gli europei, oggi alle prese con la tentazione del razzismo e del disprezzo delle altre culture, quanto gli africani, esposti al rischio di dimenticare le proprie radici”.

Padre Costa ci tiene quindi a sottolineare: “Il rispetto per la dignità delle culture non può legittimare chiusure: se le facce non sono connesse le une alle altre, se rifiutano di entrare in relazione, il poliedro si sfascia”. Fonte: In Terris

Gli estremisti islamici stanno massacrando i cristiani in Burkina Faso

Burkina, il massacro silenzioso dei cristiani – di Anna Bono – Altri quattro cristiani hanno perso la vita in Burkina Faso durante la messa. Oltre 400 vittime dal 2015.

I musulmani sono maggioranza, ma i cristiani costituiscono una presenza insopportabile per gli estremisti islamici che uccidono anche gli imam considerati “morbidi”. 

Altri quattro cristiani hanno perso la vita in Burkina Faso, uccisi la mattina di domenica 26 maggio in chiesa, durante la messa.

È successo a Toulfe, un villaggio che si trova 240 chilometri a nord della capitale Ouagadougou.

Gli aggressori, secondo le prime testimonianze tra cui quella di monsignor Justin Kientega, vescovo di Ouahigouya, hanno fatto irruzione nella chiesa e hanno sparato sui fedeli.

France Press ritiene che anche altre due persone siano state ferite gravemente. L’agenzia di stampa francese riporta inoltre, riferendo una conversazione telefonica con un testimone, che l’attacco ha gettato nel panico gli abitanti del villaggio.

Molti si sono barricati in casa. Altri per mettersi al sicuro si sono nascosti nella vicina boscaglia.

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Burkina Faso: terzo attacco in un mese

Quello di Toulfe è il terzo attacco a una chiesa in meno di un mese. Il primo si è verificato il 28 aprile a Silgadji.

Un gruppo di uomini armati hanno raggiunto un chiesa protestante a bordo di motociclette. Il culto domenicale era appena finito.

Il pastore officiante e alcuni fedeli sostavano sul sagrato. Il commando ha sparato su di loro uccidendo il pastore, due suoi figli e tre fedeli.

Il secondo attacco è stato messo a segno la mattina del 12 maggio a Dablo. 20, forse 30 uomini armati sono entrati nella chiesa dedicata al Beato Isidore Bakanja mentre si stava celebrando la messa.

I presenti hanno cercato di mettersi in salvo, ma gli aggressori hanno ucciso il sacerdote e cinque fedeli.

Poi hanno dato fuoco alla chiesa e ad altri edifici, hanno saccheggiato una farmacia e altri negozi.

Un portavoce governativo ha detto che hanno distrutto anche i locali in cui si vendevano bevande alcoliche.

A questi attacchi si deve aggiungere quello del 5 aprile, nella diocesi di Dori. Degli uomini armati sono entrati in una chiesa gremita di fedeli che stavano celebrando la Via Crucis.

Il vescovo di Dori, Monsignor Laurent Dabiré, ha raccontato che, dopo aver separato gli uomini dalle donne e dai bambini, ne hanno uccisi quattro. Prima di andarsene, hanno saccheggiato il villaggio.

Inoltre il 13 maggio un gruppo di fedeli della parrocchia di Bam, diocesi di Ouahigouya, sono stati aggrediti mentre portavano in processione una statua della Madonna dal villaggio di Kayon a quello di Singa. Quattro sono stati uccisi.

Tutti gli attacchi si sono verificati nel nord

Nessuno finora è stato rivendicato, ma si ritiene che ad agire siano dei gruppi jihadisti attivi nella regione e nei vicini Niger e Mali.

È soprattutto in quest’ultimo paese che si sono riorganizzati gruppi islamisti come  il Gsim, Gruppo di sostegno per l’Islam e i musulmani, lo Stato islamico nel grande Sahara e Ansar ul Islam; e, dalle loro basi nei territori settentrionali e centrali, organizzano attentati e attacchi negli stati confinanti.

In Mali e Niger la quasi totalità della popolazione è musulmana. Anche in Burkina Faso i musulmani sono la maggioranza, ma i cristiani costituiscono circa un quarto della popolazione: una presenza insopportabile per gli estremisti islamici che combattono per conquistare ad Allah le terre “infestate” dagli infedeli.

“È chiaro che si vuole eliminare la presenza cristiana” commentava, all’indomani dell’attacco alla chiesa di Dablo e ai pellegrini di Bam, monsignor Théophile Nare, vescovo di Kaya.

Oltre ai religiosi e ai fedeli cristiani, i jihadisti in Burkina Faso colpiscono anche gli imam e i centri di culto islamici che secondo loro non sono abbastanza rigorosi nel rispetto della legge coranica.

Il jihad, la guerra santa, è anche questo: imporre a tutti i musulmani una fedeltà assoluta alle norme del Corano e della Sunna e punire severamente chi trasgredisce.

Si teme una guerra

Cristiani e musulmani finora hanno convissuto in Burkina Faso senza particolari tensioni che piuttosto insorgono tra le diverse etnie.

Ma si teme che la situazione possa degenerare, come è successo in Repubblica Centrafricana dove la maggioranza cristiana, sotto attacco da parte di gruppi armati islamisti a partire dal 2013 e ritenendosi a ragione non abbastanza protetta dalle truppe governative e dai caschi blu della missione Onu di peacekeeping Minusca, hanno organizzato gruppi armati di autodifesa che presto hanno iniziato ad attaccare la popolazione musulmana. Da sette anni il paese è in guerra e il conflitto sembra insanabile.

Anche in Burkina Faso e negli stati vicini ci sono forze armate incaricate di contrastare i gruppi armati jihadisti.

Le forze militari dispiegate sono addirittura tre, oltre a quelle nazionali: la missione francese Barkhane, con 4.500 militari operativi in Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad; i 10.000 soldati del G5 Sahel, un’alleanza regionale che comprende Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad e Mauritania; e, in Mali dal 2013, la missione Onu di peacekeeping Minusma, che attualmente dispone di 12.644 militari e di un totale di oltre 16.000 addetti.

Tutto questo spiegamento di forze non basta a fermare la violenza, al contrario: dal 2015, da quando sono iniziati, gli attacchi jihadisti si sono moltiplicati, passando da 3 del 2015, a 12 nel 2016, 29 nel 2017 e 137 nel 2018. In tutto hanno causato quasi 400 vittime. Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ecco la donna che trasforma i cadaveri in 2 carriole di terra fertile – Video

Trasformare i cadaveri in compost è cristiano? – di Jaime Septién, articolo tratto da Aleteia

Lo Stato di Washington è il primo ad approvare una legge che regola questa pratica, che entrerà in vigore il 1° maggio 2020

“Recompose offre un’opzione alternativa alla cremazione e ai metodi di sepoltura convenzionali. Il nostro servizio, la ricomposizione, trasforma dolcemente i resti umani in terra, perché possiamo alimentare una nuova vita dopo la morte”.

Così dice l’impresa fondata e diretta da Katrina Spade, che pensa trasformando i cadaveri umani in compost si possa restituire alla terra tutto quello che ci offre nella vita.

Cadaveri in compost: ecco come funziona

La sua intenzione è “cambiare il paradigma attuale dell’attenzione alla morte offrendo un modello dolce, umano ed ecologico”.

Lo Stato di Washington, secondo quanto rende noto El País, è il primo ad approvare una legge che regola questa pratica, che entrerà in funzione il 1° maggio 2020.

Si tratta della ‘riduzione organica naturale’ che trasforma un corpo, mescolandolo con altri prodotti come bastoncini di legno e paglia, in circa due carriole di terra fertile nell’arco di qualche settimana.

“Crediamo che la cura della morte sia una parte essenziale della vita. Oltre a creare un sistema che ci restituirà dolcemente alla terra, promuoviamo la partecipazione e ci sforziamo affinché l’esperienza sia trasparente e significativa per tutti”, spiega Recompose sulla sua pagina web.

La vita interconnessa (e anche la morte). La Spade è imprenditrice e progettatrice dal 2002. Ha più di 15 anni di esperienza a livello di amministrazione di progetti, finanze e architettura, con un accento particolare sulle soluzioni ecologiche centrate sull’essere umano.

Mentre conseguiva il post-lauream in Architettura, ha inventato il sistema per trasformare i morti in terra, che ora sfrutta su Recompose.

Questo “nuovo paradigma” introduce i cadaveri non imbalsamati in recipienti esagonali riutilizzabili che assomigliano a un grande alveare.

“Al termine del processo, le famiglie potranno portarsi a casa parte della terra prodotta, e i giardini ricorderanno che la vita è interconnessa”, secondo l’équipe di Recompose.

Ma cosa c’è di cristiano in questo?

Il sistema modulare della compagnia “utilizza i principi della natura per restituire i nostri corpi alla terra, eliminando carbonio e migliorando la salute del suolo. Abbiamo calcolato il risparmio di carbonio in una tonnellata al metro quadro per persona” se le cose vanno bene e il compost viene realizzato come si deve.

L’impresa sottolinea che trasformare i cadaveri in compost è orientato alla natura. “Alla base del nostro modello c’è un sistema che ci restituirà dolcemente alla terra dopo la nostra morte”.

Oltre a ridurre il carbonio e l’inquinamento, il metodo “ha senso” in zone urbane molto popolate, secondo quando ha affermato uno dei suoi sponsor, il senatore democratico Jamie Pedersen.

Sono molto lontane le pratiche cristiane sulla morte e sulla dignità dei cadaveri. La questione di “dare una sepoltura cristiana” considerata un’opera di misericordia è stata sostituita, almeno a Recompose, dal triplice obiettivo di emulare i cicli della natura e il progetto rigenerativo, affermare “che tutti meritano una scelta quando si tratta della fine della vita” e apprezzare la trasparenza e la partecipazione dei familiari al lavoro che svolgono con i loro defunti.

Fonte: Aleteia – Ti potrebbe interessare anche Novità nei cimiteri: tende motorizzate per nascondere le croci ai non cristiani

Non ditelo al Vaticano (Pd) ma i vescovi africani sono d’accordo con Salvini

I vescovi africani ai giovani: “Basta emigrazione irregolare” – di Federico Cenci, da In Terris

“Non credete a false promesse che portano alla schiavitù” e alla morte “nel Mediterraneo o nel deserto libico”

Una preghiera a Dio affinché i giovani africani siano “più consapevoli dei pericoli dell’emigrazione irregolare” e credano “in se stessi e nella loro capacità di avere successo in Africa”.

Ad elevarla al cielo sono stati i vescovi delle conferenze nazionali e interterritoriali dell’Africa occidentale che costituiscono il Recowa-Cerao, i quali si sono riuniti a Ouagadougou, in Burkina Faso, dal 14 al 20 maggio, per la Terza Assemblea Plenaria.

Al termine dell’incontro hanno pubblicato un comunicato e un messaggio pastorale, in entrambi i documenti si fa riferimento alla piaga dell’emigrazione di massa, la quale priva l’Africa di forze giovani conducendole, spesso, verso viaggi insperati, sofferenze, morte.

La piaga dell’emigrazione. Grazie all’impegno missionario e caritatevole della Chiesa, nonché all’abnegazione dei suoi figli – rilevano i presuli -, l’Africa negli ultimi anni ha mosso degli importanti passi in avanti.

Tuttavia – si legge nel messaggio pastorale – non sono mancate “minacce inaspettate, tragedie senza precedenti e nuovi disastri che cercano di annientare tutti questi sforzi per lo sviluppo sociale e il progresso umano”.

L’elenco è lungo: epidemie, disastri ambientali, violenze settarie, attacchi alla democrazia, difficoltà a raggiungere riconciliazioni nazionali, le nuove forme di terrorismo e di povertà e, appunto, “l’emigrazione che colpisce giovani africani attratti dalla sete di una vita migliore, ma che si interrompe bruscamente tra le onde del Mediterraneo o nel deserto libico”.

Emigrazione irregolare: l’appello dei vescovi africani

Di qui l’esortazione al Signore per rendere “più consapevoli” i giovani dei “pericoli dell’emigrazione irregolare”.

I vescovi lanciano un appello ad aiutare questa gioventù “a trovare opportunità per guadagnarsi da vivere”.

Ma l’attenzione dell’Assemblea è rivolta anche a “tutti coloro che tornano da una sfortunata esperienza di emigrazione”.

“Lavoriamo – affermano – perché possano trovare sempre nella Chiesa un’accoglienza pastorale e spirituale che permetta loro di reintegrarsi nel proprio Paese e nella propria comunità ecclesiale per vivere pienamente la propria fede”.

“Non credete alle false promesse che portano alla schiavitù”. Il messaggio dei vescovi si rivolge poi direttamente ai giovani:

“Voi rappresentate il presente e il futuro dell’Africa, che deve lottare con tutte le sue risorse per la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie. In questo contesto, non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, specialmente in Europa. 

I nostri cuori come pastori e padri soffrono nel vedere queste barche sovraccariche di giovani, donne e bambini in balia delle onde del Mediterraneo”.

“Certo – prosegue il messaggio -, comprendiamo la vostra sete di felicità e di benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. 

Tuttavia, non dovete sacrificare la vostra vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e ad un futuro illusorio! 

Con il duro lavoro e la perseveranza potrete avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere questo continente una terra prospera”. Fonte: In Terris

La risurrezione di Gesù è teologicamente folle, nessuno l’avrebbe inventata

7 motivi per cui la risurrezione di Cristo non è un’invenzione – tratto dal sito Uccr

L’eminente specialista N.T. Wright esprime ragioni ed argomenti a favore della storicità della risurrezione di Cristo, spiegando perché non può essere stata un’invenzione nata nella società ebraica, per la quale erano totalmente inconcepibili i fatti avvenuti. Non è così che si inventa.

Gesù era interamente ebreo. Molti critici del cristianesimo storico sottolineano spesso questo dato, certamente corretto, pensando in qualche modo di smentire la “cristianità” di Gesù o la sua intenzione di creare altro al di fuori di un ebraismo rinnovato.

Eppure, è proprio amplificando la stretta appartenenza di Gesù e dei suoi discepoli all’ebraismo che diventa ancora più impossibile che un evento come la risurrezione possa essere stato inventato.

La concezione dell’antico ebraismo su morte e risurrezione

E’ questo il tema di una interessante conferenza tenuta nel 2007 da uno dei principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone: N.T. Wright. Vescovo anglicano, già docente all’Università di Cambridge e Oxford, è autore di oltre 40 testi specialistici.

Il prof. Wright sostiene sinteticamente che la risurrezione non può essere stata un mito inventato dalla prima comunità cristiana perché l’idea del Messia che muore e risorge fisicamente alla vita eterna era completamente inaspettata nella teologia ebraica.

E’ un fatto accertato nella comunità scientifica, come attestato dall’eminente Joachim Jeremias (Università di Gottinga): «Nell’antico ebraismo non esisteva l’attesa di una risurrezione come un evento della storia. Certamente erano conosciute le risurrezioni dei morti, ma queste erano semplicemente rianimazioni per il ritorno alla vita terrena. Da nessuna parte nella letteratura giudaica si trova qualcosa di paragonabile alla risurrezione di Gesù» (J. Jeremias, Die älteste Schicht der Osterüberlieferungen, in Resurrexit, Libreria Editrice Vaticana 1974, p. 194).

Nell’antico giudaismo era inconcepibile, allora, il concetto di una singola risurrezione corporea, definitiva, prima della risurrezione generale di tutti i giusti nel giorno del giudizio.

Eppure, se si osserva l’evoluzione della teologia nella società ebraica si scoprirà la sua radicale mutazione riguardo alla possibilità di risorgere dai morti, proprio in seguito ai fatti avvenuti all’ebreo Gesù nel I° secolo.

«Queste mutazioni» nell’ebraismo, ha spiegato Wright, «sono così straordinarie, in un’area teologico-politica in cui le società tendono ad essere molto conservatrici, tanto che costringono lo storico a chiedersi: perché si sono verificate?».

7 mutazioni teologiche nella società ebraica.

Vi si possono contare ben 7 mutazioni fondamentali nella società antica in seguito alla risurrezione di Cristo.

1) La teologia sull’aldilà si trasforma da più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: la risurrezione (cristianesimo).

Nel giorno del giudizio, i giusti riceveranno nuovi corpi di risurrezione, identici al corpo di risurrezione di Gesù.

2) L’importanza relativa della dottrina della risurrezione passa dall’essere periferica (teologia ebraica) all’essere centrale (teologia cristiana).

3) L’idea di come avviene la risurrezione passa da avere più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: un corpo incorruttibile, orientato spiritualmente, composto nella forma del precedente corpo corruttibile (cristianesimo).

4) I tempi della risurrezione cambiano: dal giorno del Giudizio universale (giudaismo) ad una divisione tra la risurrezione del Messia in questo momento e la risurrezione del resto dei giusti nel giorno del giudizio (cristianesimo)

5) Compare una nuova visione dell’escatologia come collaborazione con Dio per trasformare il mondo.

6) Compare un nuovo concetto metaforico di resurrezione, indicato come “rinascita”.

7) Viene all’esistenza una nuova concezione di resurrezione del Messia, così tanto atteso nel mondo dell’Antico Testamento.

Il Messia, nella convinzione ebraica antica, non avrebbe mai dovuto morire e certamente mai avrebbe dovuto risorgere dai morti in un corpo risorto!

Sebbene vi fossero molti pretendenti Messia in scena in quel momento storico, ogni volta che uno di loro veniva ucciso i loro seguaci lo abbandonavano perché era il momento in cui si comprendeva chiaramente che non poteva essere il vero Messia.

In un primo momento accadde anche con Gesù, poi però qualcosa convinse i discepoli a non abbandonarlo e a morire per affermare quel che videro.

Non è così che si inventa: chi si aspettavano di convincere i discepoli?

Occorre anche tenere in considerazione che se la prima comunità cristiana avesse voluto comunicare che Gesù era speciale, nonostante la sua vergognosa morte sulla croce, avrebbe inventato una storia teologicamente comprensibile ai loro contemporanei, usando l’esistente concetto ebraico di esaltazione.

Applicare il concetto di resurrezione fisica ad un Messia morto sarebbe stata una scelta folle per convincere la teologia e la società ebraica che Gesù era realmente il Messia da sempre atteso.

Nella sua lezione, N.T. Wright indica anche che nel Vangelo più antico, quello di Marco, non appare nessun abbellimento e nessuna “teologia storicizzata” nel raccontare gli eventi finali della vita di Gesù.

Un’invenzione avrebbe necessariamente incluso connessioni con noti concetti teologici -come avviene in qualche teofania descritta nel Vangelo di Giovanni-, invece la narrazione è cruda: Gesù muore di morte pubblica, le persone lo incontrano nuovamente vivo.

Se invece si leggono i vangeli apocrifi e gli scritti gnostici, si noterà immediatamente come i racconti siano pieni di abbellimenti leggendari ed evidentemente fantasiosi (croci che parlano, gruppi di angeli che cantano ecc.).

Non c’è migliore spiegazione alternativa a quanto scrivono i Vangeli.

E’ per questi (e altri elementi) che l’eminente studioso arriva a concludere che la migliore spiegazione di tutto questo e di tutti i cambiamenti teologici più sopra elencati, è che i Vangeli vanno presi sul serio.

Dio ha realmente resuscitato Gesù (corporalmente) dai morti. Semplicemente non c’è una spiegazione alternativa migliore, nessuno è mai riuscito a spiegare come la prima comunità cristiana possa aver inventato qualcosa di incomprensibile anche per loro stessi -come una singola resurrezione e, per di più, di un Messia che non avrebbe mai dovuto morire- e poi riuscire con enorme successo a convincere se stessi e i loro contemporanei.

«Affermare che il Messia era tornato in vita, semplicemente non era un’opzione ragionevole. A meno che, naturalmente, fosse accaduto davvero così». Qui sotto la lezione (in lingua inglese) tenuta da N.T. Wright il 16/03/07. Fonte: uccr 

Testimone di Geova: “Ero pronto a farla finita se me lo avessero ordinato”

“Sono un Testimone di Geova da 30 anni, voglio uscirne, ma se lo faccio sono finito” – di Mirko Bellis

Paolo, un imprenditore di 58 anni di Pescara, da trent’anni è un testimone di Geova. Ha ricoperto il ruolo di anziano, ma da qualche tempo le sue convinzioni religiose hanno iniziato a vacillare.

“I seguaci sono così indottrinati che se domani il corpo direttivo gli dicesse di suicidarsi, sarebbero diversi milioni a togliersi la vita. E lo avrei fatto anch’io”.

Paolo ha rivelato per la prima volta a Fanpage.it le proprie critiche verso il culto a Geova. “Chi esprime dubbi rischia di essere cacciato e questo significa perdere tutti i tuoi affetti”.

Non criticare o rimarrai solo

Un testimone di Geova non può esprimere alcuna critica. Se lo fa corre il rischio di essere cacciato. Un’eventualità che ci terrorizza perché significa perdere tutti gli affetti”.

Paolo (un nome di fantasia), imprenditore di 58 di Pescara, è da trent’anni un seguace di Geova.

Mia moglie ed io eravamo cattolici – precisa – poi ci siamo convertiti, mentre mio figlio è testimone dalla nascita. Per 3 anni sono stato anziano in una congregazione; sei mesi fa ho rimesso il mio incarico perché non volevo più continuare ad avere responsabilità nell’organizzazione”.

Paolo ha rivelato per la prima volta a Fanpage.it le proprie critiche e perplessità verso il culto a Geova.

I seguaci sono così indottrinati che se domani il corpo direttivo gli dicesse di suicidarsi, sarebbero diversi milioni a togliersi la vita. E lo avrei fatto anch’io. Prima non volevo sentire niente che potesse mettere in discussione la mia fede, ma adesso ho finalmente aperto gli occhi”.

La pedofilia nei testimoni di Geova

Quando ha iniziato a nutrire dei dubbi? Cinque anni fa, quando ho scoperto come sono stati trattati i casi di pedofilia. In tutto questo tempo sono cambiate le procedure: adesso è permesso denunciare alle autorità gli abusi ai minori.

Ma la regola interna dei due testimoni, che devono confermare le accuse al presunto pedofilo, è rimasta. Mi chiedo come si possa pensare di trovare due testimoni che abbiano assistito ad un abuso a un bambino. In questo modo, se la denuncia rimane dentro la congregazione, è probabile che per il pedofilo non ci sia alcuna conseguenza.

Dopo gli scandali scoppiati in Australia, l’organizzazione è dovuta correre ai ripari però si continua a dare troppa enfasi alla riabilitazione del pedofilo e molta di meno alla protezione del bambino abusato. Insomma, credo esista ancora molta omertà al nostro interno. Se non vengono alla luce i casi di pedofilia è per paura“.

Paura di cosa? Di essere cacciati. Nel mio caso, se fossi disassociato sarebbe la fine della mia famiglia. Mia moglie e mio figlio smetterebbero di parlarmi.

Dopo aver smesso di essere anziano, sembra che in casa sia entrato il diavolo. Un litigio continuo. Per mio figlio è stata una tragedia. Non pensavo che questa mia scelta provocasse una reazione simile. No, non posso permettermi di essere mandato via.

E comunque, una volta dentro la congregazione, tutti i testimoni di Geova si allontanano dalle amicizie e affetti precedenti. Per cui, se vieni cacciato, non ha più nessuno fuori dall’organizzazione. Sei da solo, “bruciato”“.

Trasfusioni di sangue e offerte raccolte

Quali altri aspetti non la convincono più? Non mi convince per niente come si spendono i soldi raccolti con le offerte. Un altro aspetto è l’ipocrisia rispetto alle trasfusioni di sangue“.

Può spiegare meglio questo ultimo punto? Conosco bene la storia di una sorella (i testimoni di Geova chiamano l’un l’altro fratello e sorella, ndr) che ha fatto trasfondere il marito.

Avremmo dovuto organizzare un comitato per decidere un’eventuale dissociazione. Ma un sorvegliante, cioè un mio superiore in grado, mi ha minacciato di non fare niente.

Se vuoi stare tranquillo, mi disse, non parlare. Mentre in altri casi chi ha ricevuto una trasfusione è stato messo all’indice, come Grazia Di Nicola”.

Cosa deve fare quindi un testimone di Geova se l’unica alternativa per sopravvivere è una trasfusione di sangue?

Deve morire. Con fede, ma deve morire. Prima ci credevo anch’io ma ora ho capito che è sbagliato.

Portiamo sempre con noi un documento in cui affermiamo di non volere sangue altrui. Se mi trovassi in ospedale dopo un incidente, e fossi incosciente, qualcun altro deciderebbe per me.

Conoscendo mia moglie, sono sicuro mi lascerebbe morire piuttosto di autorizzare una trasfusione“.

E per quanto riguarda la gestione dei fondi? La gestione dei fondi è quantomeno opaca perché non sappiamo come vengono spese le offerte che raccogliamo.

E ancora: dove vanno a finire i soldi della vendita degli immobili? Ad esempio, la sala delle assemblee di Roseto degli Abruzzi è stata messa in vendita per 14 milioni di euro; quando l’abbiamo costruita è costata tre miliardi di vecchie lire (1,5 milioni di euro). Vorrei tanto sapere a chi andrà la differenza.

Ci sono altri anziani che la pensano come me, ma sono terrorizzati di esprimere pubblicamente le loro critiche“.

I testimoni di Geova: “Sono una setta”

Cosa avviene se un seguace vuole uscire dalla congregazione? Se si allontana volontariamente e rimane comunque un fedele, i parenti e gli altri membri continuano a mantenere i rapporti.

Se invece viene disassociato o firma la propria rinuncia, nessuno, persino i familiari più stretti, dovranno più trattare con lui. Diventa un apostata, un malvagio che è tornato a Satana“.

Dopo queste considerazioni, cosa pensa dei fedeli a Geova? Penso siano una setta. Fino a quando credi ciecamente in quello che dice l’organizzazione non ci sono problemi.

Ma appena esprimi dei dubbi, delle perplessità, finisci tagliato fuori da tutti i tuoi affetti. Non credo che una religione debba permettersi di rovinare le persone in questo modo“. Fonte Fanpage

Francesco si rende ridicolo? Si bacia l’anello per onorare Dio, non il Papa – Video

Baciare l’anello non è galateo, ma segno di fedeltà – di Luisella Scrosati – L’uomo ha sempre espresso l’interiore tramite l’esteriore.

Così anche il bacio dell’anello – e non della mano! – rifiutato dal Papa a Loreto, esprime il segno sponsale del vescovo per la Chiesa e la comunione dei fedeli nei confronti del Papa.

Non è deferenza alla persona, ma adesione alla Chiesa. E per disposizione dell’ex Sant’Uffizio, il bacio ottiene al fedele anche l’indulgenza parziale.

Non si sa se si sia trattato di un problema di detergente o di crema per le mani, fatto sta che quando gli sventurati fedeli presenti a Loreto hanno provato a baciare l’anello a papa Francesco, la sua mano si è defilata come un’anguilla.

Il video sta girando un po’ dappertutto e, sinceramente, non è un bel vedere. Fanno pure pena queste persone che cercano di manifestare il loro attaccamento alla Sede di Pietro, attraverso questo gesto tanto semplice quanto espressivo, e che si ritrovano invece a inseguire la mano del papa o a baciare l’aria.

Che il video stia facendo così tanto notizia, significa che fino ad ora o nessuno se ne era accorto, o che il Papa ha deciso senza preavviso di cambiare il cerimoniale in uso.

In quest’ultimo caso, forse sarebbe stato meglio avvisare prima le persone, che si sarebbero risparmiate certe figure barbine.

I cerimoniali possono cambiare, ci mancherebbe. E di fatto sono stati cambiati. Però occorre prestare attenzione al tipo di cambiamento, perché abolire il bacio dell’anello episcopale – come de facto ha fatto l’attuale Arcivescovo di Bologna – o dell’anello pontificale, non è la stessa cosa che abolire i flabelli o i caudatari o ancora, per restare alle mani, le chiroteche.

L’anello episcopale

Cancellato questo gesto, quel che resta è una bella stretta di mano o magari una pacca sulla spalla; gesti che non esprimono più quello che il bacio all’anello è capace di comunicare.

Da sempre l’uomo ha avuto bisogno di esprimere qualcosa di interiore tramite gesti esteriori, perché l’uomo è fatto così: di materia e di spirito, di interno ed esterno.

Segno esterno ed interiorità sono profondamente legati e si influenzano reciprocamente: il segno esterno richiama, esorta, corregge la nostra interiorità e quest’ultima dà sostanza al segno e lo richiede, come esigenza di straripare all’esterno la propria pienezza.

Nel suo ultimo libro Alzatevi, andiamo! (2004), San Giovanni Paolo II rifletteva sul simbolismo dell’anello episcopale: “L’anello, posto al dito del vescovo, significa che egli ha contratto un sacro sposalizio con la Chiesa: «Ricevi l’anello, segno di fedeltà, e nell’integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo». Quest’anello, simbolo nuziale, è espressione del particolare legame del vescovo con la Chiesa”.

L’anello episcopale esprime dunque innanzitutto lo sposalizio tra il Vescovo e la Chiesa, nella porzione di gregge che gli viene affidata.

Esso indica anche il suo inserimento nella catena dei suoi predecessori: “L’anello mi ricorda anche la necessità di essere una robusta «maglia» nella catena di successione che mi unisce agli apostoli”.

In entrambi i casi l’anello esprime un legame, una fedeltà: anello sponsale per “custodire illibata la santa Chiesa”, come afferma il Pontificale; anello che congiunge ai Dodici Apostoli e ai loro legittimi successori.

In comunione con la Chiesa

Ecco: quando un fedele bacia l’anello episcopale, esprime comunione con la Chiesa (perché il bacio indica comunione), comunione con la catena ininterrotta dei successori degli Apostoli.

Quando poi si tratta dell’anello del Sommo Pontefice, si capisce che si intende sottolineare la propria adesione alla Roccia su cui Cristo ha edificato la Chiesa.

Non si tratta di esprimere deferenza alla persona in sé, né di fare i baciapile e nemmeno – come hanno titolato ridicolmente alcuni giornali – di fare il baciamano galante, come se il Papa fosse una signora dell’alta nobiltà da omaggiare a un pranzo di gala. Si bacia l’anello, non la mano.

Si tratta piuttosto di esprimere la propria adesione alla Chiesa, alla sua fede, alla sua tradizione. Ecco perché questo gesto fa bene al fedele che lo compie, ma anche al Vescovo che lo riceve, perché si ricorda ad entrambi che la loro ragion d’essere cristiani e vescovi non sta nelle loro doti personali, ma nella fedeltà a quanto ricevuto.

E quanto bisogno c’è oggi di ricordare che la Chiesa non è un’allegra brigata che si basa su simpatie particolari o addirittura su complicità!

Baciare l’anello indica non un riguardo umano, ma una volontà di comunione con quello che il Vescovo ed il Papa sono nel mistero della Chiesa.

Ecco perché una disposizione del 1909 del Sant’Uffizio concedeva un’indulgenza parziale a quanti baciano l’anello episcopale.

Un ottimo antidoto

Ottimo antidoto al narcisismo: non è per quello che sei in quanto Tizio o Caio, ma per l’onere, prima che onore, che hai ricevuto senza alcun merito.

Ed ottimo antidoto anche alla mania dei piani pastorali: la Chiesa concede la remissione delle pene solo per un gesto che esprime una convinzione di fede, e non per quello che tu, vescovo o papa, ti sei ingegnato a fare.

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Ci vuole tanta umiltà ad accettare che una, dieci, cento persone ricordino che non a te è data riverenza, ma a Dio che ha posto te, vaso di creta, a servizio del suo popolo.

“Va bè, è solo un segno”, penserà qualcuno. E’ vero. Ma attenzione: l’eccessiva rimozioni di segni, lascia il re nudo; e chi ha letto la storia di Andersen sa che a volere il re nudo è la disonestà di qualche farabutto e a permetterla è la pavidità e cortigianeria di molti. Fonte: La nuova bussola quotidiana

Gemma, ipovedente: “Da piccola mi bullizzavano, oggi i perdenti sono loro”

Gemma Pedrini, violoncellista ipovedente dalla nascita: ringrazio Dio per la vita! – di Silvia Lucchetti da Aleteia

Gemma Pedrini ha 24 anni, è una donna piena di gratitudine e una talentuosa musicista. Il suo sogno? suonare per Papa Francesco!

Gemma Pedrini è una violoncellista di 24 anni che ama la musica, lo sport, la vita! È ipovedente dalla nascita ma questo non le ha impedito di realizzare i suoi sogni e di diventare un’eccellente musicista (a 18 anni ha suonato a un concerto per l’85° compleanno di Ennio Morricone!), anche grazie all’amore e al sostegno dei suoi genitori.

Ma Gemma è stata una campionessa anche nello sci: nel 2011 ha vinto la medaglia di bronzo alla Coppa del mondo di Sestriere. Ancora oggi ama praticare sport, sci e canoa soprattutto, ma la musica le ha rubato il cuore e la mente, perché suonando sente di donare agli altri un po’ dell’amore che ha ricevuto.

Gemma Pedrini: sogno di suonare per il Papa

Oggi lavora e studia per laurearsi Musicologia e Beni culturali all’Università di Pavia, con una tesi sull’accessibilità per utenti non vedenti di alcuni programmi di editing per la musica.

Sulle colonne di Credere ha raccontato che sogna di suonare per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per il Papa.

«Mi piace molto il modo in cui Francesco è vicino alle persone e come cerca di entrare in empatia con tutti, facendo lui il primo passo.

Avrei già voluto suonare davanti a Giovanni Paolo II… Spero che con Bergoglio il mio desiderio si possa avverare.

E poi sogno di dare un contributo nel mondo dell’accessibilità: io ho avuto tanto, ora mi piacerebbe aiutare chi si trova in difficoltà» (Ibidem).

Nella stessa intervista ha raccontato come è nata la sua passione per la musica: «Quando era incinta mia mamma suonava la chitarra: sostiene che la mia dedizione alla musica sia nata lì, assimilando le vibrazioni.

Poi una volta, a 3 anni e mezzo, le feci notare che la chitarra era scordata: fu lei ad accorgersi per prima del mio orecchio assoluto e, da allora, in casa nostra non è più entrato un accordatore» (Credere)

La fede mi aiuta molto

Mamma Mara e papà Roberto l’hanno sempre amata, sostenuta, incoraggiata, insegnandole ad avere fiducia in se stessa perché piangersi addosso non è mai la risposta, neppure nei momenti difficili.

«I miei genitori, Mara e Roberto, mi hanno sempre incoraggiata e nei momenti di difficoltà sono stati fondamentali.

A scuola ho avuto una brutta esperienza di bullismo, ma loro mi hanno spinta a non dar retta a chi mi ridicolizzava.

Mi dicevano: “tu non sei quello che ti dicono i tuoi compagni”. Mi hanno fatta entrare in contatto con molte persone, facendomi coltivare la fiducia in me stessa.

Oggi ai ragazzi dico di non lasciarsi schiacciare da chi li bullizza perché i perdenti, sul lungo termine, sono proprio i prepotenti.

In quella fase difficile della mia vita la musica mi è stata compagna e mi ha consentito di sfogare la tristezza e i sentimenti negativi.

E poi c’è la fede, che aiuta molto: così ho avuto un supporto terreno e uno ultraterreno» (Ibidem)

Nel 2013, a soli 18 anni si è esibita per il compleanno di Ennio Morricone, interpretando Mission davanti al maestro, possiamo immaginare la soddisfazione e l’emozione che avrà provato.

Nel 2012 è andata a Sanremo con Eugenio Finardi e poi ha collaborato con Franco Battiato, Antonella Ruggero, Ron e tanti altri artisti.

Quello che era un limite, la capacità visiva, è diventato per Gemma un punto di forza perché ha imparato…

«(…) che non bisogna prendere tutto sul personale, e che un po’ di ironia aiuta sempre. Infine, aggiungo, serve prudenza: che non vuol dire puntare in basso o accontentarsi delle cose facili, ma mettere sul piatto della bilancia possibilità e obiettivi, così da cercare di raggiungerli con serenità» (Credere).

A 13 anni è nato l’amore per il violoncello

Cresciuta a pane e musica ha cominciato presto a suonare la tastiera, il pianoforte, la chitarra e il flauto traverso:

«I giochini dei bambini? Non mi piacevano, avevano suoni stonati che mi irritavano, così mia mamma mi ha fatto ascoltare tanta musica.

Sentivo le canzoni e le riproducevo, magari con variazioni e modulazioni ideate da me. Ho suonato la tastiera, il pianoforte, la chitarra e il flauto traverso.

Nella mia famiglia però nessuno è musicista e i miei genitori non mi hanno mai forzata: entrare in Conservatorio è stata una mia scelta» (Ibidem)

A 13 anni è nato l’amore per il violoncello e la creatività di Gemma si è amplificata: «Ero troppo gracile per suonare il flauto traverso, così in Conservatorio mi indirizzarono al violoncello.

Mi ha appassionata sin da subito: è uno strumento di notevole versatilità, con una grande estensione di ottave: ha note molto basse ma anche molte acute. Con l’arco poi puoi fare tanti tipi di effetti, come imitare le percussioni» (Credere)

A a 20 anni, nel 2015, ha conseguito il diploma al Conservatorio impiegando soltanto 7 anni invece che 10. Come? Studiando tanto, senza mollare mai!

Negli anni è cambiato il suo rapporto con la musica, da adolescente ha rappresentato uno sfogo, un “luogo” dove rifugiarsi e ricaricarsi, oggi è invece gioia pura:

«Il regalo più bello è quando qualcuno mi dice che la mia musica l’ha sollevato dalla sofferenza.

Sono i momenti in cui anche io riesco a ricambiare il bene ricevuto e ciò mi rende felice(…) Mi concentro, entro in completa sintonia con lo strumento e mi sento in pace.

Da adolescente la musica era il mio sfogo, un antidepressivo. Oggi è una buona fetta di felicità» (Ibidem).

Gemma Pedrini: i suoi punti di forza

Ascoltare, rispettare, ringraziare, gioire per le piccole cose, non sprecare il bene, cogliere nell’altro il bello.

Questo è tutto ciò che Gemma Pedrini prova ad incarnare ogni giorno: una sinfonia bellissima vivere da cristiani!

«Il rispetto e l’ascolto degli altri sono essenziali. E poi ho capito che le giornate vanno affrontate con tenacia e positività: bisogna cogliere tutte le piccole occasioni, prendendo il bello in ogni cosa.

Per strada, ad esempio, incontro tante persone che si offrono di aiutarmi ad attraversare gli incroci: spesso ne nascono anche due chiacchiere amichevoli» (Credere)

Gemma da bambina per tre anni ha fatto la chierichetta: la fede l’ha “respirata” in famiglia, soprattutto grazie agli insegnamenti dei nonni. Quante volte il Santo Padre ha ricordato la loro l’importanza nella trasmissione della fede!

«Sono stati loro a farmi conoscere la fede, raccomandando a me e a mia sorella Aurora di andare a Messa e recitare il Rosario.

Porto nel cuore gli insegnamenti che mi sono stati trasmessi da bambina. Oggi ringrazio sempre per le cose belle che mi succedono, a cominciare dall’essere al mondo. Sono nata a sole 23 settimane: ringrazio Dio e la vita per come è andata» (Ibidem)

Parole colme di gratitudine che ci ricordano, come diceva Chesterton, che la misura di ogni felicità è la riconoscenza. Fonte Aleteia

Per la prima volta donna celebra un funerale: la Chiesa sta cambiando?

Questa donna laica ha presieduto per la prima volta un funerale al posto del prete – di Gelsomino Del Guercio

E’ accaduto per la prima volta in Trentino Alto Adige, ma è in linea col diritto canonico: c’è la liturgia della Parola, non quella eucaristica.

Si chiama Christine Leiter Rainer, vive a Dobbiaco, è sposata e ha due figli. È la prima donna che ha presieduto un funerale in Italia.

È successo in Trentino Alto Alto Adige, nel comune di Sesto in Val Pusteria, dove è stata celebrata una liturgia della parola per dare l’ultimo saluto a due anziane del luogo (Il Gazzettino, 7 marzo).

Poiché il prete non era disponibile, le famiglie delle due signore hanno accettato la situazione e si sono dette grate per questa soluzione, riferisce Leiter Rainer che non nasconde l’emozione prima della liturgia (L’Adige, 7 marzo).

Lei non avrebbe voluto finire in prima pagina, ma è stato il quotidiano altoatesino Dolomiten (6 marzo) a dare evidenza a questa storia.

E’ accaduto qualcosa di liturgicamente sbagliato facendo presiedere un funerale ad una donna? Poteva sostituirsi al prete?

Liturgia della Parola. Più corretto sarebbe dire che mercoledì 6 marzo, nella chiesa di Sesto Pusteria, Christine ha guidato la liturgia della Parola per le esequie, nell’ambito della novità pastorale operativa in tutta la diocesi altoatesina col prossimo mese di giugno, quando termineranno il loro percorso formativo i dodici laici scelti dall’arcidiocesi di Bolzano-Bressanone: sei uomini e sei donneUna scelta che si è resa necessaria a causa del calo delle vocazioni in quella zona.

In assenza del prete non si è celebrata l’Eucarestia

Christine è una di loro e, come il “collega” Hans Duffek a Bolzano, si è trovata a presiedere il primo funerale (che non è un sacramento, ricordiamolo ndr) a causa dell’assenza del parroco, impegnato fuori sede per un servizio.

«Dal momento che il loro percorso formativo prevede di fare esperienza con la celebrazione di tre funerali prima del termine del corso – spiega il parroco titolare don Josef Gschnitzer – avevamo concordato che a Sesto Pusteria avrebbe presieduto lei un funerale nel caso di necessità. E così è stato, visto che io ero assente. È andato tutto bene, normalmente, con l’unica differenza che non si è celebrata l’Eucaristia» (Avvenire, 7 marzo).

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Sono già 25 solo in alta Val Pusteria i laici e le laiche che hanno ottenuto il mandato per guidare le celebrazioni della Parola.

Per i funerali il percorso formativo è più approfondito, in quanto si richiedono anche competenze relazionali e psicologiche, non solo biblico-pastorali.

Ecco perché, su indicazione del vescovo della diocesi altoatesina monsignor Ivo Moser, si è reso necessario un corso mirato, con l’obiettivo di preparare al meglio i laici.

E dall’esito del funerale presieduto da Christine sembra proprio che questa formazione stia dando i primi buoni frutti. Fonte: Aleteia

In Austria c’è un italiano che se fa la comunione viene denunciato dai preti

“Quella tassa non la pago più e ora mi negano la comunione” – di Andrea Zambrano da La nuova bussola quotidiana

Quella cattolica austriaca è una Chiesa protestantizzata: comunione a divorziati e gay che convivono, messe sporadiche, confessioni assenti, preti ribelli e sindacalizzati, parrocchie-bocciofile, chiese profanate da concerti rock e per la causa Lgbt.

Così un italiano di 41 anni ha detto basta: “Ho smesso di pagare la tassa ecclesiastica, calcolata sull’1% del mio reddito”. Ma le conseguenze per lui sono drammatiche: “La diocesi mi ha negato tutti i sacramenti e rischio un processo”.

Ecco la condizione in cui versano i cattolici che hanno detto no a una Chiesa mondana, capace, per i soldi, persino di negare la salvezza dell’anima a chi è in piena comunione

“A omosessuali conviventi e divorziati risposati danno ormai la comunione, io che ho deciso di non pagare più la tassa mi sono visto negare tutti i sacramenti. E se stessi per morire, mi verrebbero negati pure i conforti”.

E’ la drammatica condizione nella quale si trova a vivere da alcuni mesi un italiano residente in Austria.

Il suo racconto è un grido d’allarme che dovrebbe accendere più di un campanello sulle condizioni delle chiese tedesche e austriache, ormai palesemente protestantizzate e che si reggono economicamente sulla cosiddetta Kirchenbeitrag, la tassa ecclesiastica.

In questa intervista rilasciata alla Nuova BQ, Alessandro de Cristoforo, spiega il perverso meccanismo di una Chiesa che da un lato violenta la dottrina e dall’altro si comporta come un esattore delle imposte qualunque capace di trattare i sacramenti come un semplice servizio da erogare.

Senza tassa niente comunione

De Cristoforo, 41 anni e originario della provincia di Modena, vive con la moglie e i 4 figli da 15 anni a Innsbruck dove è impiegato di un’azienda del settore biomedicale.

Ha accettato di denunciare quanto gli è capitato negli ultimi mesi nella speranza che chi ha la responsabilità del governo della Chiesa metta mano a un sistema di finanziamento pericoloso per la salute stessa delle anime. Vediamo perché.

De Cristoforo, come funziona la KirchenbeitragE’ un meccanismo perfetto e perverso di raccolta soldi perché sancito da una legge statale.

Quando siamo andati in Comune a Innsbruck per ottenere la residenza, subito dopo esserci trasferiti, all’ufficio anagrafe abbiamo anche dovuto indicare se e a quale religione apparteniamo.

Cattolica? Esatto. Così, dopo circa due settimane abbiamo ricevuto una lettera della Diocesi di Innsbruck con allegato un bollettino postale.

Così, senza neanche un brindisi di benvenuto? E’ questo il loro benvenuto! Non dico che mi sarebbe piaciuto avere almeno il parroco che bussava alla mia porta, ma la freddezza della comunicazione mi ha lasciato di sasso.

Cosa diceva? Diceva che in base alla mia età e al lavoro dichiarato, la previsione del mio reddito doveva essere di una certa cifra. Ergo, la tassa che avrei dovuto pagare era di circa 800 euro.

Così? Esatto. La tassa viene calcolata sull’1% del reddito lordo. Ma nella lettera c’era scritto che se i calcoli non fossero stati giusti avrei potuto avere un incontro con l’ufficio apposito della Diocesi.

E lei che cosa ha fatto? Ho preso appuntamento e sono andato a chiedere spiegazioni. So che in molti si dichiarano atei per non avere problemi, ma noi eravamo entusiasti per la nostra nuova vita in Austria e davvero non avremmo mai immaginato quello che avremmo vissuto.

400 euro all’anno: o paghi o dichiari di essere ateo

E’ andato in Diocesi… Ho iniziato a discutere con il funzionario dicendo che avevo il mutuo e 3 figli, così mi hanno abbassato la tassa a 250 euro all’anno e 150 per mia moglie. Il primo scandalo è che la tassa non va in base al reddito famigliare.

400 euro all’anno? E ci è andata bene. Ho un amico in Germania che mi conferma di pagare più di 4000 euro all’anno.

Ha pagato? Sì, ho sempre pagato perché con i bambini piccoli temevo dei problemi per il loro percorso sacramentale.

E quando ha deciso di non pagare? Ad agosto scorso, ma è stato un crescendo. Da tempo parlo con sacerdoti in Italia che strabuzzano gli occhi quando racconto come funziona la tassa. Nel 2010 scrissi anche a padre Gabriele Amorth.

Che cosa succede se non paga la tassa? Chi è stato battezzato in Austria ha scritto sul certificato di battesimo se hai pagato o no. E se non paghi ti rimane il marchio. Non hai alternativa: o paghi o dichiari di essere ateo.

E lei perché ha smesso di pagare? Ci sono stati episodi negli ultimi anni, gocce che hanno fatto traboccare il vaso: il Duomo di Vienna che sosteneva i gay con liturgie omoeretiche.

Le iniziative per i divorziati risposati chiaramente eretiche. E ancora: spettacoli di musica blasfema in chiesa, iniziative oscene come quella del mio vescovo quando espose lo striscione “se Dio ha la barba io sono femminista”.

In generale una protestantizzazione su tutti i fronti. Insomma: ha presente il non riconoscersi a casa? Ecco, a quel punto viene naturale fare un ragionamento da contribuente.

Cioè? Visto che pago, queste porcherie a me non stanno bene. E dato che sono pagate con i miei soldi, io non li pago più.

Essere cattolico? Una sofferenza continua

Una disobbedienza fiscale? Più o meno. Le sembra normale che debba aspettare di tornare in Italia per confessarmi?

No. Appunto, qua trovare un prete è impossibile. Alla domenica la diocesi ha deciso che si devono fare meno messe, così si fanno un sacco di liturgie della Parola.

E lei ci va? No. Domenica scorsa mia moglie è entrata nella chiesa della nostra parrocchia e ha trovato due donne “celebranti”. E’ uscita e addio al precetto domenicale. Una sofferenza continua.

E protestare? Con chi? Il vescovo di Innsbruck si è espresso a favore del sacerdozio femminile. Insomma, a un certo punto mi sono detto: io non la finanzio più.

E che cosa ha fatto? Io niente, ho smesso di pagare, sono tornato in Comune. Ho chiesto di devolvere la stessa somma ad un ordine religioso bisognoso che conosco oppure ai copti, che soffrono dal punto di vista economico, ma il funzionario mi ha detto: “O alla diocesi o niente”. Così mi sono cancellato dal registro.

E poi? Dopo una settimana mi è arrivata una lettera della diocesi che diceva: “Il comune ci ha trasmesso la sua volontà di cancellarsi dal registro, la informiamo su quali sono i diritti che perde”.

Quali? Non posso fare la comunione, se partecipo a un matrimonio non posso fare il testimone, il padrino di Cresima e battesimo, se malato non riceverei l’estrema unzione.

E la confessione? La lettera non ne fa cenno, ma quella è ormai introvabile. Però mi avvertono che se dovessi ripensarci dovrei pagare gli arretrati e gli interessi. Dopo tre mesi, arriva un’altra comunicazione: “Lei è ufficialmente cancellato. Le ricordiamo i diritti che perde, se dovesse accostarsi alla comunione, sarà punito a norma di legge”.

Fare la comunione viola la legge dello Stato

Punito? Sarei perseguibile, potrebbero denunciarmi e andare per vie legali. E’ pur sempre una violazione di una legge dello Stato. Ci sono persone che sono andate per vie legali e hanno perso.

Come fa oggi? Vado nelle chiese dove non mi conoscono oppure faccio la comunione quando torno in Italia. Devo girare per trovare sacerdoti compiacenti che la pensano come me, ma se venissero scoperti passerebbero dei guai anche loro. E’ tutto molto rischioso e penoso.

Si sente ghettizzato? Se pensiamo che ai divorziati risposati ormai danno la comunione senza problemi, sì. Ma ormai la Chiesa in Austria non è più una Chiesa cattolica.

Perché? Le parrocchie sono come bocciofile o polisportive, organizzano corsi di ogni tipo: cucito, internet per gli anziani. Il loro manifesto è quello di essere simpatiche. Organizzano lezioni di ginnastica, devono giustificare l’enorme pletora di dipendenti che hanno. Qua tutti sono stipendiati, anche i catechisti. E dato che il catechismo che impartiscono non mi va bene…

Una Chiesa che si occupa solo di erogare un servizio? Ma un servizio che deve apparire simpatico, vicino al mondo, che promuove attività ludiche o per nulla politicamente scorrette. Mai un’adorazione eucaristica, ci sono preti che dicono due messe alla settimana, la messa quotidiana è un miraggio.

Nonostante questo, le chiese sono vuote… Direi: proprio per questo le chiese sono vuote. Gli austriaci ormai hanno qualche tradizione e poco più.

Come fa con i bambini? Mia moglie continua a pagare la tassa perché temiamo delle ripercussioni su di loro. Fortunatamente confessione e prima comunione le hanno fatte a scuola, una scuola privata durante l’ora di religione. Ma per la Cresima credo che verremo in Italia.

Chi sono io per giudicare?

Continuerà ad andare a messa di nascosto? Per forza. Ma ho dovuto rinunciare a quel poco di vita comunitaria che portavo avanti. Avevo iniziato ad organizzare una messa per gli italiani, ma ho dovuto lasciare.

Con chi ne parla? Con nessuno. Neanche al mio parroco. Anche lui appartiene alla Pfrarrer Initiative un’associazione di preti che contestano apertamente il magistero e si rifiutano di celebrare più di una messa a domenica.

Hanno pubblicato un manifesto di rivendicazioni e disobbedienze che fanno spavento. “Ci rifiutiamo di celebrare più di una messa a domenica, vogliamo andare in pensione a 65 anni, non dovete sfruttarci”. Cose così. E ovviamente sono favorevoli al matrimonio tra gay e alla comunione ai divorziati risposati.

Come lo giustificano? Dicono che Papa Francesco ha detto: “Chi sono io per giudicare?”.  Fonte La nuova bussola quotidiana