Basi USA in Italia: storia di una sottomissione palese

  • di Simone Nasazzi

Da Paese uscito sconfitto dal secondo conflitto mondiale, e con una importanza geopolitica rilevante, all’Italia è stata imposta una presenza massiccia di basi militari su tutto il territorio nazionale. Con l’adesione al patto atlantico di difesa miliare NATO del 4 aprile 1949, l’Italia entra e si posiziona ufficialmente all’interno del blocco occidentale contrapposto a quello sovietico e del patto di Varsavia, diventando un’importante base logistico-militare per le truppe alleate, sopratutto per quelle americane.

Basti pensare che dal dopoguerra in poi, la presenza militare americana ha garantito a Washington un controllo capillare nel Mediterraneo, che doveva essere difeso, a detta del Pentagono, dalla minaccia sovietica. Gli americani hanno depositato un cospicuo numero di testate nucleari in Italia, che tutt’oggi rimangono attive.

Ma è soprattutto negli ultimi trent’anni che queste basi, marine, aeree e di terra si sono rivelate di grande importanza: ad esempio per le operazioni di intervento militare contro la Serbia nel conflitto Jugoslavo, nelle missione di peace keeping nelle neonate repubbliche in quell’area o in Libia e per il rifornimento logistico navale nei due conflitti in Iraq.

La presenza USA nel nostro Paese non si è mai alleggerita, neanche dopo la fine della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica. È anzi rimasta ben presente per tre importanti motivi: per supporto logistico alle guerre di “esportazione di democrazia” nel Mediterraneo e nel golfo, per mantenere una pesante “occupazione” militare in Europa e infine per proseguire nell’ottica di una politica di accerchiamento della Russia.

Le basi americane sono disseminate dal Friuli alla Sicilia, e il rapporto del governo italiano con la loro presenza è sempre stato di totale sottomissione. Prendiamo ad esempio la base di Vicenza, Camp Ederle: già caserma dell’esercito italiano , ospitò i primi militari americani già nel 1955, in dislocamento dall’Austria, acquistando nel tempo sempre più importanza e implementando la presenza di truppe fino ad arrivare alle 12000 unità odierne, 2000 in più del periodo della guerra fredda.

L’impatto con la comunità veneta della presenza dei 12000 militari americani a Vicenzanon è dei migliori. Dal 2015 al 2016 ci sono stati 113 casi di crimine commessi da militari statunitensi; da stupri e tentate violenze sessuali a risse ed aggressioni. Il fatto eclatante però sta nell’atteggiamento delle autorità italiane verso i crimini: in 93 casi l’Italia ha rinunciato alla giurisdizione e lasciato che gli imputati, in base all’articolo 7 della convenzione di Londra del 1951, venissero giudicati nel loro Paese di provenienza.

Il criterio di tale atteggiamento appare ancora più sconvolgente in quanto la rinuncia viene fatta per un semplice ” convivenza politica“, secondo quanto dice il procuratore capo di Vicenza. Come per il caso del Cermis, dove un aereo da guerra americano tranciò i cavi di una funivia causando la morte di 20 persone, questi militari nella stragrande maggioranza del casi, lasciati alla giustizia americana non pagano per i crimini commessi .

Appare palese dunque che questo fantomatico criterio della ” convivenza politica” altro non sia che una sottomissione ad un’occupazione militare che si nasconde dietro i trattati della NATO e della sbandierata “amicizia” tra Europa e Stati Uniti. In un rapporto machiavellico di politica tra i due Paesi, questi favori italiani a vantaggio di cittadini statunitensi, dovrebbero essere ricompensati con gesti che vanno nell’interesse nazionale dell’Italia, invece è evidente che a guadagnarci è sempre e comunque il gigante nord Americano contro l’Italietta .

Ovviamente oltre a quelli militari esistono poi degli interessi economici dietro questi atteggiamenti di sottomissione. L’Italia deve seguire delle precise indicazioni che passano da Bruxelles e Washington, e gli interessi di alcune aziende italiane in nord America non mancano.
Molto realistiche dunque, in tal senso, le parole del presidente russo Vladimir Putin, quando parla di rapporti tra USA e alleati come di Stati vassalli che vivono nell’ottica centralista e attendono istruzioni dall’Impero.

Fonte: Oltre la Linea
tratto da: controinformazione.info

Orrore! Gentiloni ce l’ha quasi fatta: potrete essere censurati e schedati sul web

  • di Marcello Foa

Il Cuore Del Mondo

I lettori di questo blog ricordano la battaglia condotta, all’inizio del mese, contro l’approvazione del disegno di legge del premier Gentiloni che introduceva due provvedimenti gravissimi, all’articolo 2 e 24:

– i dati internet e telefonici potranno essere conservati per 6 anni, il che significa autorizzare la schedatura di massa

– l’Agcom, ovvero l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, avrà il potere di intervenire sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani a tutela del diritto di autore, impedendo, all’occorrenza, l’accesso ai siti “in infrazione”; il che significa spalancare di fatto le porte alla censura sul web con il pretesto di infrazioni marginali, come la pubblicazione di una foto scaricata da un motore di ricerca.

Notate bene: nessun Paese democratico contempla misure così severe. Lo scorso 5 ottobre, il Senato avrebbe dovuto votare il disegno di legge, infilato furbescamente nel decreto mille proroghe, per non dare nell’occhio. Da notare che era già stato approvato alla Camera e dunque si trattava del voto definitivo, contro il quale il sottoscritto e altri opinionisti hanno lanciato impellenti e drammatici appelli.

Nei giorni successivi ho cercato di sapere com’era andata. Sui giornali neanche una riga e come poteva essere diversamente? A parte il Fatto Quotidiano, che ha svelato la vicenda, e ilgiornale.it, nessuno ne ha parlato. Tutti zitti, tutti, forse, inconsapevoli.

E allora mi sono attivato da solo. Non avendo mai fatto il giornalista parlamentare e non possedendo la necessaria dimestichezza con tali atti, mi sono rivolto al portavoce del Senato, Alessio Pasquini, mettendo in copia la segreteria. Di solito queste richieste vengono trattate dall’Ufficio stampa.  E  quello di un Parlamento, di solito, risponde. E invece… sì, lo avete capito. Sto ancora aspettando la risposta.

Allora mi sono rivolto alla senatrice Ornella Bertorotta, del Movimento 5 Stelle, che un paio di anni fa mi aveva invitato a parlare a un convegno di politica internazionale a Palazzo Madama. Molto cortesemente la senatrice Bertorotta, che ringrazio, mi ha risposto inviandomi lo stenografico di quella seduta, che trovate qui. Vorrei tanto sbagliarmi ma leggendo questo resoconto risulta che gli emendamenti presentati per togliere o correggere quei due passaggi sono stati bocciati, mentre l’articolo 2 è stato approvato.

E allora è legge? Il disegno 2886 non è stato approvato il 5 ottobre perché su un articolo, il numero 5, è mancato il numero legale. Dunque l’approvazione è stata rinviata ad altre sedute. Ma poi si è votato e l’articolo 24 è passato. Complessivamente il provvedimento è stato approvato seppur “con modificazioni”.

Non so se a questo punto debba tornare alla Camera oppure se il sì sia definitivo. Cercherò di capirlo.

Restano, insomma, flebili speranze. Una su tutte: che il disegno di legge, nell’ipotetico andirivieni fra le due Camere,  venga rinviato alla prossima legislatura. E chissà che una nuova maggioranza… Insomma, ci vorrebbe un miracolo.

Resta, purtroppo, che l’articolo 2 e il 24 siano stati approvati ovvero  il premier Gentiloni e il suo Partito il PD sono a un passo dall’ottenere quel che si prefiggevano: predisporre misure da Grande Fratello Orwelliano per schedare le opinioni di tutti gli italiani e poter censurare i siti davvero scomodi, magari col pretesto sempre molto di moda delle Fake News.

Indovinate un po’ quali siti saranno oggetto di premurose attenzioni?

Fonte: http://blog.ilgiornale.it

Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2017/10/22/orrore-gentiloni-ce-lha-quasi-fatta-potrete-essere-censurati-e-schedati-sul-web/

FONTE: Come Don Chisciotte

Manca la prof di sostegno, disabile lasciato senza cibo a scuola. La madre: “Siete senza cuore”

  • di Biagio Chiarello

Non c’è l’operatrice socio sanitaria, e un ragazzino disabile delle scuole medie Manara Valgimigli di Albignasego viene lasciato senza pranzo. La madre: “Potevano aiutarlo le altre insegnanti, in fondo si tratta solo di un bambino che aveva fame”.

Mentre tutti gli altri bimbi mangiavano a mensa, lui è rimasto a digiuno fino alle 14.30. Il piccolo però non era in punizione.  Semplicemente l’operatrice socio sanitaria si è assenta e il ragazzino affetto da grave disabilità, incapace di nutrirsi da solo, è rimasto senza pranzo.

È un grave episodio quello denunciato dalla madre del bimbo e avvenuto in una scuola media di Albignasego, in provincia di Padova. ”È l’ennesimo caso in cui la poca volontà di stanziare fondi sufficienti ai bambini disabili ci crea dei problemi”, racconta la mamma del ragazzino a Il Mattino di Padova.

“L’operatrice sanitaria che si occupa di lui, inviata dall’Usl, si era assentata per motivi personali, ma la sua sostituta è andata via alle 13.30, lasciando il pranzo impacchettato sul tavolo davanti a mio figlio. Ma lui non è in grado di alimentarsi da solo, va imboccato con del cibo che arriva già tutto frullato. Potevano occuparsene allora le insegnanti, ma, non fidandosi, hanno preferito chiamarci”, ha raccontato la mamma del bambino .

All’arrivo del papà a scuola, il ragazzino gli è stato consegnato con i recipienti del cibo. La donna spiega come solitamente le insegnanti aiutano il bimbo con lo yogurt della merenda e quindi “non vedo quindi perché non potessero fare altrettanto con il resto del pranzo, i cui cibi hanno tutti la medesima consistenza. Gli hanno comunque dato il dessert e nel frattempo ci hanno telefonato”.

La donna ci tiene a precisare: “Non mi scaglio contro nessuno, però penso anche che occorreva avere del buon cuore. In fondo si tratta di un bambino, un bambino che aveva fame e che non poteva mangiare da solo” conclude.

Fonte: Fanpage.it

Omicidio-suicidio a Como: morta anche la figlia di 5 anni, le vittime salgono a cinque

  • di Francesco Loiacono

È morta in serata all’ospedale Buzzi di Milano la quarta figlia di Faycal Haitot, 49enne di origine marocchina che questa mattina avrebbe incendiato il proprio appartamento a Como, chiudendosi all’interno con i suoi quattro figli. L’uomo e altri tre bambini erano deceduti in mattinata.

Non ce l’ha fatta la bambina di 5 anni che, fino ad ora, era l’unica sopravvissuta nella tragedia andata in scena questa mattina in un appartamento di Como.

È morta infatti in serata all’ospedale Buzzi di Milano la quarta figlia di Faycal Haitot, 49enne di origine marocchina che questa mattina avrebbe incendiato il proprio appartamento in via San Fermo della Battaglia, chiudendosi all’interno con i suoi quattro figli.

L’uomo e altri tre bambini erano già deceduti in mattinata. La quarta figlia era stata portata in un primo momento all’ospedale di Cantù (Como) e successivamente trasferita d’urgenza in ambulanza all’ospedale Buzzi di Milano: i tentativi dei medici di salvarle la vita si sono rivelati purtroppo inutili.

La tragedia questa mattina

La dinamica della tragedia sembra chiara, anche se saranno le autopsie sui corpi delle vittime a fugare ogni dubbio su quanto avvenuto. Il 49enne, da tempo in Italia e che si trovava in condizioni di indigenza dopo aver perso il lavoro, spinto dalla disperazione e, forse, dalla paura che le istituzioni gli togliessero i figli, avrebbe appiccato un incendio nell’alloggio in cui lui e i quattro bambini abitavano, gestito da un ente assistenziale e per cui non pagavano l’affitto. Era l’uomo a badare ai bambini: la moglie era in cura per depressione in una comunità e non si trovava in casa al momento della tragedia.

I vicini hanno dato l’allarme vedendo uscire del fumo dall’appartamento: nessuno ha sentito urlare per chiedere aiuto. I vigili del fuoco hanno fatto irruzione nell’appartamento, trovando il papà e i quattro figli distesi uno accanto agli altri nella stessa stanza. L’uomo era già morto. Tre dei quattro figli, di 3, 9 e 11 anni, sono morti poco dopo essere stati portati negli ospedali di Como, Varese e Cantù. In serata, infine, l’ultima tragica notizia: neanche la sorellina di 5 anni ce l’ha fatta.

FONTE: Fanpage.it

Bari: mamma picchia l’insegnante della figlia. “Perché l’hai rimproverata?”

  • di Davide Falcioni

La donna ha preso a schiaffi una professoressa di una scuola media, “colpevole” solo di aver rimproverato la figlia – una ragazzina piuttosto vivace.

“Ti faccio fuori, non la passerai liscia”. Le minacce di un bandito di strada? Quelle di un pazzo? No, nulla di tutto ciò: sono le parole rivolte da una donna all’insegnante di sua figlia, “colpevole” di averla rimproverata per il comportamento maleducato tenuto in classe. Tale è stata la “furia vendicativa” della mamma che è stato necessario, per placare gli animi, l’intervento dei carabinieri.

“Le ha tirato uno schiaffo e fatto volare gli occhiali – hanno raccontato i colleghi della docente a Repubblica – Com’è possibile che un genitore riesca ad arrivare al secondo piano della scuola senza essere fermato?”.

L’ultimo, incredibile, caso di violenza ai danni di un’insegnante si è verificati nell’istituto San Giovanni Bosco di Bari. L’aggressione non è stata verbale, ma anche fisica, tanto che una giovane insegnante della scuola media è stata costretta a ricorrere alle cure del pronto soccorso. Appena una settimana fa i carabinieri di Putignano avevano individuato tre persone, responsabili di avere messo le mani addosso al preside di un’altra scuola media, che aveva tentato di interrompere una lite tra ragazzini. In questo caso la violenza è avvenuta all’interno dell’aula per poi proseguire tra i corridoi dell’istituto.

Ma cosa è accaduto? La professoressa stava spiegando in lingua inglese alcuni passaggi della lezione a degli alunni stranieri quando una ragazzina non avrebbe gradito il rimprovero della docente, che voleva solo riportare un minimo di silenzio in aula. Colta di sorpresa dalla reazione della studentessa, la prof ha chiamato il 118 in preda a un malore. Poco dopo l’alunna ha allertato la mamma. “La signora è salita al secondo piano e ha urlato contro la collega, facendole volare gli occhiali con uno schiaffo – è la testimonianza degli altri insegnanti – Questo episodio non fa che confermare che ormai a scuola non si lavora più in maniera sicura”. Malgrado la presenza di altre persone le violenze sono proseguite: “Abbiamo risolto tutto, alla presenza dei carabinieri – ha spiegato il preside Giuseppe Capozza – e nel mio ufficio le due donne si sono parlate e hanno deciso di comune accordo di risolvere le future controversie cercando il dialogo ed evitando lo scontro”.

FONTE: Fanpage.it

 

Terremoto, gli incubi non se ne vanno: boom di psicofarmaci, ansia e depressione

Tra i terremotati è aumentato a dismisura il consumo di psicofarmaci. Antidepressivi, ipnotici e antipsicotici per molti sono l’unica ancora di salvezza per provare a dimenticare i traumi subiti e ricominciare a vivere. Gli psicologi: “Negli occhi di migliaia di persone paura e smarrimento. Molti hanno perso passato, presente e futuro”. E in questo quadro i ritardi del governo non aiutano.

Un container bianco nel mezzo di una piazzola a una manciata di metri dalla via Salaria, ad Accumoli, ospita da alcuni mesi la farmacia del dottor Francesco Nigro: calabrese di origine, da tre anni aveva aperto la sua attività nel borgo laziale al confine con le Marche quando il 24 agosto del 2016, alle 3 e 36 del mattino, una violentissima scossa di terremoto ha distrutto tutto. Di Accumoli e delle sue frazioni oggi non restano che macerie e – qua e là – qualche “villaggio Sae” (le cosiddette “casette per terremotati”), un’area adibita a “centro commerciale”, la stazione dei carabinieri – anch’essa ospitata in un container – e, per l’appunto, la sua farmacia.

Il dottor Nigro non è però un farmacista comune: quando la sera spegne le luci e chiude le porte del container lo attendono quasi 100 chilometri per raggiungere San Benedetto del Tronto e l’hotel dove alloggia come migliaia di altri sfollati. Prima di entrare nella sua stanza, però, Nigro deve attendere ore: lungo il percorso, infatti, lo aspettano molte deviazioni nelle “casette” e negli altri alberghi, dove consegna “a domicilio”, stanza per stanza, i farmaci che gli erano stati in precedenza richiesti dai suoi pazienti. Le giornate del farmacista cominciato alle 7 del mattino, finiscono alle 10 di sera e persino la pausa pranzo è scandita dalle consegne nelle frazioni dei borghi di montagna.

Comunità e vite in frantumi dopo i terremoti
Dalle settimane immediatamente successive al sisma, però, Nigro non consegna solo “medicinali comuni”: gli ordini di psicofarmaci, infatti, sono aumentati a dismisura così, tra un’aspirina e un paracetamolo, gli antibiotici e le compresse per curare il diabete, ci sono molte confezioni di benzodiazepine, antidepressivi, ipnotici, antipsicotici. Prodotti che da queste parti, tra i Monti Sibillini, erano pressoché sconosciuti prima del 24 agosto 2016. Farmaci consumati in segreto, spesso senza dire nulla neppure ai propri cari per la vergogna di chi si è sempre creduto duro come una roccia e si è scoperto invece fragile e vulnerabile. I terremoti hanno infatti provocato ferite profondissime: ci sono i lutti e le 299 vittime, certo, ma c’è soprattutto la frantumazione di intere comunità in un’area vastissima che conta 140 comuni e quattro regioni colpite. Anche chi, fortunatamente, non ha dovuto vivere lo strazio di perdere amici e familiari da oltre un anno è alle prese con traumi psicologici che nessuna cronaca giornalistica è stata in grado di raccontare perché il più delle volte vengono vissuti in assoluto silenzio: perdere una casa significa perdere il punto di riferimento più importante e lentamente smarrirsi. Spesso il sisma ha fatto perdere anche il lavoro, le sicurezze economiche, le reti sociali consolidate, i paesaggi e ogni altro punto di riferimento solido. Chi è stato costretto a trasferirsi in hotel ha trascorso spesso oltre un anno da “ospedalizzato”: una stanza di pochi metri, nessuna privacy, pasti serviti a orari fissi, nessuna autonomia. L’inedia ha lentamente sostituito la vitalità di queste popolazioni montanare e in molti uomini e donne, giorno dopo giorno, gli sguardi si sono spenti. Gli anziani, soprattutto, provano il dolore di sapere che mai potranno rientrare nelle loro case. Moriranno nelle Sae, molti sono già morti nelle stanze degli hotel.

Crescita esponenziale del consumo di psicofarmaci tra i terremotati
“Dal 24 agosto negli occhi delle persone leggo un profondo e totale senso di smarrimento e di paura”, racconta il dottor Nigro. “Il terremoto è un evento che ha tolto tutto. Non perdi solo la casa. Perdi il passato, il presente e spesso anche il futuro. Per questo ho notato, come farmacista, un incremento esponenziale del consumo di psicofarmaci, dagli ansiolitici più leggeri agli ipnotici, non solo tra gli anziani ma anche tra i più giovani. Da un anno sono tra i farmacisti che consegna questi medicinali ai terremotati, persona per persona. La differenza nel consumo di questi prodotti tra prima e dopo il 24 agosto è abissale. Se prima del sisma ad esempio mi capitava di vendere poche confezioni al mese di benzodiazepine, ora sono decine e decine, e con il trascorrere dei mesi e i ritardi nella consegna delle casette la situazione è peggiorata”.

Quelle del dottor Nigro non sono evidentemente solo “sensazioni” di un farmacista. Anche il dottor Massimo Mari, coordinatore della funzione psicologica dei servizi alla persona per le vittime del terremoto nella Regione Marche (quella più colpita), conferma il boom nel consumo di psicofarmaci, malgrado non sia ancora disponibile uno studio aggiornato sulla farmaco-economia. “Abbiamo riscontrato, nei mesi successivi alla catastrofe, che il consumo di benzodiazepine, cioè di tranquillanti minori, è aumentato nell’area di Camerino del 70%. Aumenti minori sono stati riscontrati anche per antidepressivi e antipsicotici, rispettivamente del 7% e 3,8%. L’aumento quindi c’è stato. E sì, le persone stanno ancora molto male perché il trauma è stato estremamente violento”.

Anche uno studio condotto dai ricercatori del Gruppo Emidio Di Treviri, progetto di ricerca nato da una call delle Brigate di Solidarietà Attiva che vede la partecipazione di decine di ricercatori, dottorandi e professionisti e che sta conducendo un’inchiesta sociale critica producendo dati di grande rilevanza scientifica, conferma un aumento, soprattutto tra gli anziani, di depressione, malattie cardiache, patologie legate alla stasi e alla perdita di una quotidianità. Serena Caroselli, antropologa e ricercatrice del progetto EDT in uno specifico “Gruppo Salute”, spiega come la permanenza prolungata e “strutturale” negli hotel abbia determinato un netto peggioramento nelle condizioni di salute, anche psicologica, dei terremotati: “Abbiamo riscontrato come il cambio di stile di vita abbia avuto conseguenze sulla salute, soprattutto quella degli anziani, che vivono una condizione di perenne attesa di un ritorno alle loro case. La permanenza negli hotel per un tempo così lungo ha lacerato i rapporti sociali e catalizzato il conflitto tra le persone negli hotel e quelle tornate sui territori. Benché manchino ancora dati definitivi e ufficiali, abbiamo registrato anche un notevole aumento nel consumo di farmaci tra i terremotati”.

Psichiatri e psicologi: “Le persone stanno cercando di ritrovare una vitalità”
Anche la solitudine, la perdita di reti sociali e di rapporti umani “sani” possono – alla lunga – causare gravi problemi di salute. “Questa situazione – continua il dottor Mari – è determinata da una serie di concause: la perdita di una ‘storia’, delle abitudini di vita, di relazioni normali, la perdita del posto di lavoro o tra i bambini di abitudini scolastiche. E’ importante però non limitarsi a tradurre in diagnosi psichiatrica queste esperienze esistenziali. Certo, potremmo parlare di disturbo post-traumatico da stress, depressione post traumatica, reazione acuta da stress, ma a noi piace pensare che si tratta di dimensioni esistenziali che tentano in tutti i modi di far risorgere una vitalità”.

E se il trauma dovuto all’evacuazione e alla distruzione totale di molti paesi è stato devastante, quello del ritorno rischia di non essere meno importante. Emanuele Sirolli, psicologo del GUS (Gruppo Umana Solidarietà) e coordinatore dei servizi di assistenza alla persona per i terremotati della provincia di Ascoli Piceno, racconta ad esempio come gli sfollati ospiti negli hotel della costa abbiano perso qualsiasi dimestichezza con la quotidianità: “Le persone da un anno ospiti degli alberghi hanno smarrito persino alcune abilità quotidiane basilari, come prepararsi da mangiare e farsi la spesa. L’assistenza continua a 360 gradi ha generato apatia, stati depressivi e molto spesso, collegata al desiderio di entrare in una “casetta”, la paura di ciò che questo comporterà”. E’ proprio Pasquale, un terremotato “rifornito” dal farmacista di Accumoli e da quasi 14 mesi costretto a fare la spola tra un hotel e l’altro, a raccontare benissimo la sua condizione. L’uomo ora vive in una struttura ricettiva di Castel Di Lama (AP) e le sue giornate sono scandite dalla noia, tra “una passeggiata in un centro commerciale al mattino, per vedere un po’ di gente e sentirmi meno solo” e lunghe ore davanti alla tv nella sua stanza. “Vivevo ad Accumoli, in una frazione che si chiama Grisciano che ora non c’è più. Ogni volta che passo da lì mi sento male. Ho perso la voglia di andare avanti, non vedo un futuro per me, che prima del terremoto avevo una falegnameria. Ma quando tornerò nella Sae che mi è stata assegnata cosa mi metterò a fare? Per questo vivo costantemente in uno stato di ansia, la notte non dormo, psicologicamente non mi sento bene”. Come lui anche Domenico, ospite di un’altra struttura. E come lui migliaia di altri uomini e donne psicologicamente annientati.

Le promesse del governo subito dopo i terremoti di agosto e ottobre avevano generato aspettative importanti: molti confidavano che nel giro di pochi mesi sarebbero rientrati nei propri borghi, ma a quasi 14 mesi di distanza i ritardi hanno prodotto delusione e scoramento. E le conseguenze sono drammatiche.

Fonte: Fanpage

IL MATRIMONIO DEL QUARTO STATO FLESSIBILE

  • di Diego Fusaro

Vi è un quadro che recentemente ha attirato la mia attenzione. Si intitola “Quarto stato” ed è stato realizzato, con biro bic blu su tela, dall’artista bulgaro Alzek Misheff nel 2009.

Il richiamo dell’opera è, in modo lampante, al “Quarto Stato” di Pellizza Da Volpedo. I protagonisti del quadro di Alzek Misheff non sono, però, intenti a scioperare, come avviene nell’opera di Pellizza Da Volpedo. Marciano anch’essi, decisi e orgogliosi, verso di noi che osserviamo la scena. Ma non stanno scioperando. Si sono sposati. Dietro di loro, una chiesa. Intorno a loro, compaesani che giubilano e fanno festa.

Con la sua straordinaria potenza evocativa, il quadro di Alzek Misheff mi ha colpito come un pugno, destando in me un effetto di straniamento. L’epoca del capitalismo flessibile post-borghese ha reso il matrimonio un gesto contestativo e antagonistico quanto poteva esserlo lo sciopero ai tempi di Pellizza Da Volpedo.

Il nostro presente, caratterizzato da una flessibilità che ci vuole tutti atomi migranti e precari, privi di qualsivoglia stabilità (compresa, ça va sans dire, quella sentimentale che si sedimenta nella vita matrimoniale come “scelta” sempre ribadita, per dirla con Kierkegaard), non permette al mondo della vita di stabilizzarsi.

Per un verso, complice la precarizzazione esistenziale oltreché contrattuale, ci rende tutti a tempo determinato. E, per un altro verso, mira a colonizzare le nostre menti e i nostri cuori con il discorso della ragione flessibile della new economy. Ecco, allora, masse di giovani che scendono in piazza a manifestare contro la famiglia (giudicata sessista, omofoba e retrograda), proprio quando è la logica illogica della precarietà coatta a impedire loro in concreto di farsi una famiglia. È il capolavoro del potere quando gli schiavi amano le proprie catene.

Il matrimonio raffigurato da Alzek Misheff è oggi rivoluzionario quanto lo sciopero di Pellizza Da Volpedo, in quanto è stato eletto dal capitale flessibile a proprio nemico: non soltanto perché è pur sempre un contratto a tempo indeterminato, ma anche perché è la cellula genetica di una comunità solidale – la famiglia – che, come ricorda Hegel, deve costituire il fondamento di ogni etica comunitaria. Del resto, è anche per questo che lo stesso Hegel chiamava i cittadini dello Stato membri della “famiglia universale”.

Fonte: Interesse Nazionale

Caos a Montecitorio: dopo “l’arresto” di Rosato (PD) i 5Stelle lanciano monete in faccia a Pappalardo VIDEO

Eugenio Miccoli ha intervistato il generale Pappalardo nei pressi di piazza Montecitorio, per Byoblu.com.

Pappalardo racconta che mentre il suo movimento era in piazza, insieme al Movimento 5 Stelle, gli è arrivata la comunicazione dell’arresto, da parte dei cittadini, di Ettore Rosato, deputato del Partito Democratico, autore della legge elettorale Rosatellum.

Nel video che segue si può vedere l’arresto, dal minuto 2:35. A questo punto succede il caos: Pappalardo prende il microfono per informare la piazza dell’arresto del deputato PD e i sostenitori del M5S iniziano a lanciargli monetine in faccia…

Sedici anni di guerra in Afghanistan sono costati all’Italia 1,3 milioni di euro al giorno

Secondo l’Osservatorio Milex il conflitto è costato all’Italia complessivamente 7,5 miliardi di euro. I risultati? “A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo e un modestissimo miglioramento della condizione femminile il paese è in condizioni disperate”. E i talebani controllano ancora molte aree.

La partecipazione alla Guerra in Afghanistan è costata all’Italia sette miliardi e mezzo di euro in 16 anni, cioè 1,3 milioni di euro al giorno.  A riferirlo Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, che ha stilato un bilancio del conflitto iniziato il 7 ottobre 2001, a poche settimane dalla attentato alle Torri Gemelle di New York. Presentata come una “guerra lampo contro il terrorismo”, la missione è ad oggi la più lunga e onerosa della storia italiana ed è, soprattutto, ancora in corso.

I costi sostenuti dall’Italia nella Guerra in Afghanistan sono i più alti della nostra storia

Secondo il dossier Afghanistan, sedici anni dopo la guerra è costata complessivamente 900 miliardi di dollari: 28mila dollari per ogni cittadino afgano (che ha un reddito medio di 600 dollari l’anno). Secondo Milex, il costo sostenuto dall’Italia a partire dal novembre 2001  in tutte le missioni (Enduring Freedom fino al 2006, ISAF fino 2014, Resolute Support dal 2015) è di 6,3 miliardi di euro, cioè più di un milione di euro al giorno in media. A questo costo – spiega il dossier – “va aggiunto l’esborso di 360 milioni a sostegno delle forze armate afgane (120 milioni l’anno a partire dal 2015) e circa 900 milioni di spese aggiuntive relative al trasporto truppe, mezzi e materiali da e per l’Italia, alla costruzione di basi e altre infrastrutture militari in teatro, al supporto operativo della Task Force Air (Emirati, Qatar e Bahrein) e degli ufficiali di collegamento distaccati presso Comando Centrale USA di Tampa, Florida, al supporto d’intelligence degli agenti AISE, della protezione attiva e passiva delle basi, al supporto sanitario del personale della Croce Rossa Italiana, alla protezione delle sedi diplomatiche nazionali e alle attività umanitarie militari strumentali (CIMIC, classificate all’estero, con più realismo, come Psy Ops, cioè guerra psicologica: aiuti in cambio di informazioni). Si arriva così a oltre 7,5 miliardi, a fronte di 260 milioni investiti in iniziative di cooperazione civile”.

In Afghanistan 35mila vittime civili

In termini di vite umane il conflitto ha causato 140mila vittime afgane, e tra queste ben 35mila sono civili. Tremilacinquecento sono invece stati i soldati occidentali deceduti in combattimento, 53 dei quali italiani. Morti anche almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti. Dati impressionanti, al fronte dei quali sarebbe lecito attendersi importanti progressi nelle condizioni del paese. Invece, spiega il report, “a parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane maggiori), attribuibili al lavoro delle organizzazioni internazionali e delle ONG, l’Afganistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (su mille nati, 113 decessi entro il primo anno di vita ), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau ) ed è ancora uno 22 dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite ). Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra dell’Alleanza del Nord espressione della minoranza tagica) è tra i più inefficienti e corrotti al mondo ed è lontanissimo dallo standard minimo di una Stato di diritto democratico: censura, repressione del dissenso e tortura sono la norma”.

Fonte: Fanpage

 

Ma quanto ci vogliono bene i nonni? VIDEO

Uno spot di Casa Surace perché nonna si preoccupa sempre se stai sciupato!

Come si dice? I nonni sono genitori due volte, quindi amano i nipoti in maniere incomprensibili, non a caso la scelta di far coincidere in Italia la Festa dei nonni con il 2 di Ottobre è davvero un regalo enorme.

Mentre nel resto dei paesi si svolge nei periodi più diversi, da noi coincide con la festa dei Santi Angeli Custodi.

E in effetti, che sono se non una immagine perfetta di amore e disponibilità verso tutti noi? Quando non abbiamo il coraggio di dire a mamma e papà una cosa grave da chi andiamo perché intercedano per noi? E non è un po’ quel che fanno i nostri angeli custodi?

La TIM ha deciso di onorare i nonni con uno spot realizzato dal gruppo di Casa Surace (nota pagina satirica che prende in giro il binomio Terroni/milanesi su cibo, cultura e clima) che dei nonni del Sud è da tempo cantore e tessitore di lodi. Qui un gruppo di studenti prevalentemente del Sud chiama le nonne per dire – per scherzo! – che sono diventati vegani. Le reazioni sono esilaranti, ma fanno capire tutto l’amore per i nipoti che “si sciupano” per andare dietro alle mode…

 

FONTE: Aleteia