Chiusure improvvise di testate che funzionano: qualcosa di insolito si muove nell’editoria

  • di Enzo Pennetta

Chiusure improvvise di testate che funzionano, editori che comprano per poi bruciare i capitali investiti, qualcosa di insolito si muove nell’editoria.

Sicari dell’editoria, più efficaci della censura, più definitivi.

La notizia della chiusura della testata giornalistica “Intelligo News” è arrivata inaspettata, chi conosce la realtà dell’editoria sapeva che la situazione era soddisfacente nonostante le difficoltà in cui versano molte realtà. La sorpresa è evidenziata dall’articolo pubblicato il 7 dicembre scorso su Stampa Romana, il portale dei giornalisti del Lazio:

“La lettura dei bilanci ci racconta invece tuttora una storia di assoluta sostenibilità dell’impresa editoriale.

Forse ha inciso di più la collocazione di Librandi all’interno del Partito democratico. Forse Librandi con una nuova “divisa” non si è sentito di assicurare la precedente linea editoriale.”

Senza troppi giri di parole viene detto che esiste il sospetto che la decisione dell’editore sia stata dettata dall’opportunità di chiudere una testata scomoda per la parte politica in cui lo stesso è andato a collocarsi, la linea del direttore Fabio Torriero era quella dell’ospitalità a pareri contrapposti per fornire al lettore le differenti visioni sugli argomenti di attualità politica e sociale e da tali contributi spesso giungevano considerazioni scomode per il pensiero politcally correct.

A difesa della testata sono intervenuti esponenti di varie forze politiche, anche dello stesso partito dell’editore Librandi che però non sembra demordere dalla sua decisione di affossare una propria attività in buona salute.

La vicenda di Intelligo News si verifica quasi contemporaneamente a quella della testata Tempi che dopo una ventennale attività è stata chiusa dai nuovi editori senza neanche un tentativo di rilancio editoriale.

Davvero singolare il caso di Tempi, nello scorso gennaio 2017 la proprietà era passata dalla EDT digital a due nuovi proprietari, gli imprenditori Davide Bizzi e Valter Mainetti, quest’ultimo già sbarcato nell’editoria per aver acquistato la proprietà del Foglio nel 2016.

Il primo atto della nuova proprietà è stato il licenziamento dello storico direttore Luigi Amicone per sostituirlo con Alessandro Giuli, un giornalista licenziato dal Foglio perché non abbastanza renziano, sostiene il Fatto quotidiano:

“Mainetti e Bizzi hanno scelto di puntare sul direttore Alessandro Giuli. E cioè su un giornalista cresciuto nella scuderia di Giuliano Ferrara, ma licenziato dal Foglio nel 2016 perché non in linea con la visione renziana del direttore Claudio Cerasa. All’epoca del licenziamento, la vicenda aveva fatto scalpore per le modalità brusche con cui Giuli era stato messo alla porta.

E forse anche per questo oggi con Tempi, Mainetti e Bizzi tentano di recuperare dando un nuova opportunità a Giuli che esordirà con il suo giornale il prossimo 2 febbraio. Il direttore 41enne succederà al fondatore Luigi Amicone, che creò il settimanale nel 1995 affidando l’editoriale del primo numero a Giuliano Ferrara. Ma forse quelli erano altri Tempi.”

La nomina d Giuli a direttore di Tempi appare a distanza di pochi mesi una beffa, privata la testata della guida del fondatore si è poi proceduto ad affondarla senza spiegazioni e nel minor clamore possibile, ecco come lo stesso Amicone dava la notizia della chiusura a sorpresa il 24 novembre scorso:

E così, passando attraverso la proprietà si chiudono testate vitali, voci contro corrente vengono silenziate senza il rischio di venire accusati di censura. Sempre attraverso la proprietà editoriale si erano colpite le trasmissioni televisive condotte da Maurizio Belpietro (“Dalla vostra parte”)  e Gianluigi Paragone (“La gabbia”) che nonostante gli ottimi ascolti venivano inaspettatamente soppresse.

Mentre l’informazione libera viene demonizzata e colpita con il pretesto delle “fake news”, il giornalismo tradizionale viene svuotato delle voci dissonanti passando attraverso lo strumento legale della proprietà, editori che andando contro i propri interessi economici sopprimono testate e programmi di successo.

Nasce una nuova figura, quella dei sicari dell’editoria.

Fonte: Critica Scientifica

Vi telefonano ad ogni ora del giorno? Ecco come difendersi dal Telemarketing selvaggio

Come difendersi dal Telemarketing selvaggio

  • di Luca La Mantia

Massimiliano Dona, presidente dell’Unc: “Situazione insostenibile. Il Parlamento approvi la legge”

Decine di telefonate, offerte, proposte, numeri. “Signora così va a pagare di meno”. “Ah non può, quando la posso ricontattare?”. La nostra quotidianità è sempre più turbata dalle chiamate insistenti di call center aziendali che cercano in ogni modo di venderci il loro prodotto. A volte sono professionisti corretti, in altri casi venditori navigati, nella peggiore delle ipotesi truffatori patentati. E’ il fenomeno telemarketing, pratica di per sé legale ma le cui modalità spesso tracimano nell’illecito. Ce ne parla Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori.

Con l’avvicinarsi del Natale il tam tam delle offerte commerciali telefoniche diventa più insistente. Vi sono giunte lamentele, segnalazioni o richieste di aiuto?

“I nostri sportelli su questo tema non conoscono stagionalità. L’irritazione e i reclami per le chiamate indesiderate si sviluppa durante tutto l’anno, con dei picchi in occasione delle festività. In cima a un’immaginaria classifica delle segnalazioni c’è l’aggressività delle telefonate. Gli operatori, ci raccontano i consumatori, sono sempre più impertinenti e spesso non si arrendono nemmeno di fronte a un’esplicita manifestazione di disinteresse nei confronti dell’offerta proposta”.

Al punto che molti utenti ormai riattaccano appena vengono contattati…

“E non manca chi tiene il telefono spento, anche se non tutti sono nelle condizioni di farlo. Pensiamo agli anziani, che magari hanno la necessità di essere chiamati dai familiari, o a determinate categorie di consumatori sui generis come negozianti e titolari di centri medici, che non possono essere irreperibili e vengono continuamente interrotti durante la loro attività da queste telefonate. E’ veramente una situazione insostenibile”.

A questo si aggiunge il problema dei contratti telefonici, che riguarda soprattutto gli anziani, i quali magari prestano il consenso a cambi di gestore o a una rivisitazione del piano tariffario senza sapere che questo comporterà la conclusione di un vero e proprio contratto. Com’è possibile che una pratica così aggressiva sia stata legalizzata e oggi, dopo tanti disagi, sia ancora in vigore?

“Il problema è reale ma voglio fare prima una premessa: il sistema deve continuare a muoversi verso una semplificazione della burocrazia dei contratti. Ad esempio la stipula di assicurazioni con un semplice clic credo sia il sogno di tutto. Questa semplificazione deve, però, comportare benefici invece di rischi. Perché se dall’altra parte c’è un’azienda scorretta che con quello stesso strumento attiva opzioni a cui non sono interessato o non ho richiesto siamo nell’ambito della truffa. I contratti telefonici nascono con l’intento di fornire un vantaggio ma nel tempo sono emerse pratiche scorrette, come quella di rubare il ‘sì’ al servizio non al potenziale cliente ma magari alla domestica o alla persona che si trovava in casa in quel momento. E non sono mancati casi in cui il servizio non richiesto sia stato attivato anche a fronte di un ‘no’. Però su questo fronte c’è una buona notizia…”

Quale?

“Abbiamo chiesto e ottenuto una modifica della legge che regola la materia. Il sì telefonico non è più valido a tutti gli effetti, lo diventa solo se il consumatore ha prestato il consenso a una modalità semplificata. Negli altri casi siamo tornati alla regola dell’invio della documentazione presso l’abitazione del potenziale cliente o via mail. Il legislatore, in sostanza, si è reso conto che gli operatori scorretti sempre più spesso si approfittavano di una cosa, di per sé, positiva”.

C’è poi un altro problema, cioè il fatto che l’autorizzazione al trattamento per fini commerciali dei propri dati personali sia talvolta posta come obbligatoria per l’accesso ad alcuni servizi online (e non solo) di cui i consumatori hanno bisogno…

“Si tratta di una pratica scorretta molto diffusa, nonostante su di essa si sia già pronunciata l’Autorità garante della Privacy. Va però detto che questo problema deriva anche dalla disattenzione del consumatore medio italiano, che sui propri dati è meno vigile di quanto non lo siano quelli degli altri Paesi europei. E’ pur vero che troppe volte il consenso per uso commerciali viene estorto. Abbiamo recentemente svolto un inchiesta sul Black Friday e sul Cyber Monday, scoprendo che uno dei raggiri più diffusi è stato proprio il furto di dati per l’accesso a una determinata offerta scontata. L’unica strada è quella dell’autodifesa, evitando di fare acquisti sui siti web che attuano queste pratiche”.

A oggi quali sono gli strumenti con cui ci si può difendere da queste forme aggressive di telemarketing?

“Ce ne sono alcuni tecnologici, che consentono di bannare il numero delle telefonate commerciali aggressive. Per i servizi a pagamento attivati per errore durante la navigazione sul web esistono sistemi di blocco. Ci sono poi cautele comportamentali. Se non siamo interessati a un servizio è inutile restare al telefono. Ricordiamoci che dall’altra parte della cornetta c’è un venditore professionista che utilizza tecniche seduttive studiate e sperimentate. L’ultima indicazione riguarda i contenuti dell’offerta: la promessa di sconti mirabolanti non sempre può essere mantenuta. Ad esempio nel settore dell’energia una riduzione del costo superiore al 10% è tecnicamente impossibile, perché il costo della bolletta dipende per la maggior parte dalle tasse. Infine, per i contratti a distanza c’è il diritto di recesso, esercitabile entro 14 giorni. Quindi, in caso, di dubbio, è sempre bene inviare una mail ed esercitare il recesso”.

Quali sono le fasce orarie in cui gli operatori non potrebbero chiamare?

“Mai nei giorni festivi e il sabato sino all’ora di pranzo. Durante la settimana lavorativa non potrebbero contattarci dopo le 20. Ma anche queste limitazioni vengono spesso disattese, visto che ci chiamano quando sanno di trovarci”.

Il Parlamento sta discutendo una legge per contrastare il fenomeno. Cosa prevede?

“Il pacchetto comprende diverse misure, a partire da una modifica del registro delle opposizioni. Sarà possibile inserire anche i numeri di cellulari, che ora sono esclusi, ma soprattutto l’iscrizione impedirà in modo più efficace la contattabilità della persona. C’è poi la misura del numero unico. In sostanza l’operatore potrà scegliere fra due prefissi, uno per le offerte commerciali e l’altro per le indagini di mercato, in modo da essere riconoscibile. C’è poi l’obbligo del numero richiamabile. Se cioè il call center decide di non optare per il prefisso unico il numero da cui chiama dovrà poter essere ricontattato. In questo modo l’utente non solo potrà chiedere informazioni ulteriori sull’offerta ma anche recedere laddove gli sia stato attivato un servizio non richiesto. E questo potrà farlo sia da solo, sia rivolgendosi alle associazioni che tutelano i consumatori”.

Quella del numero richiamabile è una soluzione di compromesso…

“Sì, in questo modo verranno ridotti i rischi per i 40 mila lavoratori dei call center. Nel senso che a perdere il posto saranno solo i dipendenti degli operatori scorretti che con il numero richiamabile avranno vita breve. Mi sembra un compromesso accettabile che concilia l’esigenza di tutela dei lavoratori, spesso assunti con contratti indecorosi, e la salvaguardia della privacy”.

Con la legislatura agli sgoccioli c’è però il rischio che la riforma non veda mai la luce…

“Siamo in zona Cesarini e, ovviamente, le lobby dei call center stanno spingendo perché i tempi si allunghino e la legge resti nel cassetto. Se così fosse sarebbe una catastrofe, con l’attuale giungla che resterebbe intatta. Al Parlamento chiediamo di non lasciarla impantanare. Approviamola e poi ci sarà il tempo, eventualmente, per poterla modificare”.

Fonte: interris

Azienda cerca 70 dipendenti ma non si presenta nessuno. Ecco qual è lo stipendio

  • di Biagio Chiarello

La Antonio Carraro, in provincia di Padova, cerca ingegneri meccanici progettisti, periti meccanici disegnatori, addetti alle lavorazioni meccaniche, alla carpenteria, al controllo qualità del prodotto e altre posizioni. Ma per adesso non c’è risposta. “Forse i giovani vogliono fare tutti il medico o l’avvocato” dice la responsabile.

Chi dice che oggi gli italiani senza lavoro farebbero carte false pur di riuscire a trovare un’occupazione, probabilmente dovrà ricredersi nell’apprendere del caso della Antonio Carraro, società dell’alta padovana esperta nella produzione di trattori compatti per agricoltura specializzata. L’azienda infatti da mesi non riesce ad assumere nessuno perché semplicemente ai suoi annunci di richiesta di personale non ottiene nessuna risposta. “Abbiamo una settantina di posizioni aperte da almeno sei mesi.

In tutto questo tempo avrà risposto sì e no una decina di persone delle quali solo tre idonee. Siamo al paradosso” spiega a Repubblica Liliana Carraro, responsabile delle relazioni esterne della Antonio Carraro, di Campodarsego. E non stiamo parlando di contratti a tempo determinato o part-time: “Il contratto da noi offerto fa riferimento al contratto nazionale del settore metalmeccanico – dice la Carraro – con una retribuzione di 1.590 euro lordi mensili”.

Liliana non riesce a spiegarsi come sia possibile la mancanza di risposte. “Siamo una delle tre aziende del Veneto con gli stipendi medi più alti – prosegue Carraro – il minimo che offriamo per le figure meno qualificate è di 1590 euro lordi al mese. Abbiamo fatto investimenti in macchinari al alta tecnologia per 10 milioni di euro”. Forse il problema potrebbe essere quello culturale: “Guardiamo a un modello produttivo di fabbrica digitale dove tutto è interconnesso – spiega la Carrara – non servono più gli operai addetti alla catena di montaggio come nell’immaginario di una fabbrica del primo Novecento, ma figure con competenze nuove in grado di usare e gestire questi processi. Il tecnico non si sporcherà più le mani perché non è più l’operatore al servizio della macchina ma la macchina al servizio dell’operatore”.

Insomma: “Forse i giovani sono demoralizzati e hanno un’idea sbagliata su cosa significhi lavorare in un’azienda metalmeccanica. Di sicuro non c’è alcun rapporto tra l’industria e l’università. Il mondo accademico non è connesso con la velocità dell’innovazione nel mondo della produzione. Ma lei si rende conto che il 30 per cento dei disoccupati sono dei tecnoesclusi?” si chiede la Carraro.

Fonte: Fanpage

Nicola Savino racconta un aspetto della sua vita che potrebbe stupire i suoi fans

Nicola Savino: “Tutte le mattine andavo in chiesa ed accendevo un cero alla Madonna, era come andare a trovare mia mamma”

  • di Silvia Lucchetti

Sabato scorso il noto conduttore è stato ospite del programma “Verissimo” dove ha parlato della morte di sua madre e della riscoperta della fede

Sabato 25 novembre è stato ospite nel programma Verissimo condotto da Silvia Toffanin il conduttore televisivo e radiofonico Nicola Savino che ha da poco spento le 50 candeline.

L’intervista ha toccato più temi e alternato momenti di commozione ad attimi di risata e leggerezza nello stile del personaggio, ironico e scanzonato perché come ha affermato durante la trasmissione “bisogna difendere l’allegria, sempre”.

Savino ha raccontato della sua famiglia d’origine, della passione lavorativa, dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’incidente che subì a sette mesi e che gli procurò la perdita di un dito della mano. Sui giornali online si è parlato moltissimo di quest’episodio avvenuto quando ancora piccolino si trovava ricoverato all’ospedale a causa di una perdita di peso. Un giorno purtroppo un’infermiera gli tagliò per sbaglio – doveva rimuovere una garzina – il dito mignolo della mano.

Tutti sul web hanno sottolineato questo avvenimento: titoli d’apertura accompagnati da “finalmente e per la prima volta ha parlato di un trauma che ha segnato la sua vita per sempre”, commenti, articoli, post.

Sì, ok, tutto vero. Il noto presentatore di Quelli che il calcio, conduttore di Deejay chiama Italia insieme a Linus, Iena de Le Iene, ha confessato l’incidente al dito e il complesso e l’imbarazzo che ha provato per molti anni, soprattutto nel lavoro in tv dove nei primi tempi portava un arto finto pur di non mostrare la propria mano.

Eppure il momento che più mi ha colpito e che penso sia bello sottolineare e condividere con il nostro pubblico è stato quando ha parlato della morte di sua madre e della riscoperta della fede.

“Sono andato a letto bambino e mi sono svegliato uomo”

La mamma di Nicola Savino nell’ottobre del 2013 si rompe il femore e da quel momento, nonostante l’operazione, non riesce più ad alzarsi. Il 13 agosto muore. È la sorella ad avvisarlo al telefono mentre lui si trova a “fare lo stupido di mestiere e portare leggerezza” alla festa di 40 anni di Javier Zanetti.

“Di colpo ho smesso di essere ragazzo” dice, mentre passa la mano davanti al volto, proprio come a segnare anche con la mimica questa trasformazione repentina, questo passaggio definitivo.

“Da quel giorno sono diventato uomo, è stata una cosa tremenda ci ho messo mesi, forse un paio di anni a riprendermi”.

Un anno dopo muore anche il papà, ma è una cosa un po’ diversa, racconta, perché con lui “avevo già un po’ sistemato le cose”.

“Come sempre la difficoltà fortifica”

“La morte di mia madre, non so perché, mi ha turbato profondamente. Ma come sempre la difficoltà fortifica. Siamo persone migliori dopo che passiamo attraverso un cerchio di fuoco. Le persone che ci lasciano rimangono con noi, dentro di noi sempre”.

La fede: “Le porte della chiesa sono sempre aperte e questa è la cosa straordinaria”

Il conduttore ha confidato di aver riscoperto la fede dopo la morte della mamma e di aver trovato nella chiesa una casa dalle porte sempre aperte, un luogo di conforto, consolazione, e di aver sperimentato nei confronti della Madonna un rapporto filiale.

“Ho trovato una parrocchia vicino casa, non entravo in una chiesa volontariamente se non per funerali, matrimoni o battesimi, dagli anni ’80. Da quando ero ragazzo. Io ho elaborato il lutto nella mia parrocchia, dove mia figlia frequentava il catechismo. Lì ho incontrato don Domenico – che lo scorso anno ha vinto l’Ambrogino d’oro, per farvi capire che persona è – ma lui non ha mica fatto niente, non mi ha detto “tu devi seguire, vieni”. Le porte della chiesa sono sempre aperte, è questa la cosa straordinaria della chiesa. È un luogo dove io mi sono trovato bene. Nessuno mi ha detto vai lì. Io sono andato lì, si dice sia la chiamata… chi lo sa, non lo so, so che mi ha aiutato tantissimo. Io tutte le mattine nell’autunno del 2013 quasi tutti i giorni andavo lì e accendevo un cero alla Madonna ed era come andare a trovare mia mamma. È stato un luogo di grande conforto per me”.

Nessuno vuole dare il patentino di “cattolico perfetto” al noto conduttore, ognuno di noi è disgraziato a modo suo, si sa. Il nostro desiderio è sottolineare la bellezza, la sincerità, l’umanità delle sue parole. Sentire un uomo di successo parlare in televisione della sua spiritualità ritrovata dopo la perdita della mamma, della libertà della Chiesa che ha le porte sempre aperte e ti accoglie, della Madonna che è Madre, in questi tempi secolarizzati e conformi al pensiero unico fa davvero piacere, è una bella testimonianza.

Magari il suo cammino di fede è appena cominciato, ma è comunque una gioia!

Fonte: Aleteia

Nel loro nuovo spot i The Jackal ironizzano sul razzismo degli italiani

Un divertente spot dei The Jackal per le adozioni a distanza di Action Aid

Il gruppo comico The Jackal ne ha fatta un’altra delle sue. Questa volta con cinismo e ironia se la prendono con i tic razzisti di molti italiani per raccogliere fondi per Action Aid, la ONG che si occupa di lotta alla povertà e alla fame in molti paesi in via di sviluppo. Il concetto è semplice: pensi che gli africani ti rubino il lavoro,
allora aiutali…a casa loro.

Adesso.

Fonte: Aleteia

 

Ruby ter, ancora un rinvio a giudizio per Berlusconi: il processo a Siena

Rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi a Siena: il processo è uno stralcio del processo principale che si terrà a Milano a gennaio 2018, nell’ambito dell’inchiesta Ruby ter.

Silvio Berlusconi è stato rinviato a giudizio a Siena con l’accusa di corruzione in atti giudiziari. Il Gup del tribunale di Siena Roberta Malavasi ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla procura nell’ambito dell’inchiesta Ruby ter giunta a Siena da Milano per competenza territoriale. Nell’udienza di oggi il Gup Malavasi ha respinto le eccezioni preliminari presentate dalla difesa dell’ex premier, gli avvocati Franco Coppi del foro di Roma, Federico Cecconi di Milano e Enrico De Martino di Siena, sull’incompetenza territoriale e sull’inutilizzabilità di alcune intercettazioni telefoniche.   L’ex presidente del Consiglio a Siena, avrebbe pagato Danilo Mariani, pianista delle feste di Arcore, per indurlo a falsa testimonianza sul caso delle “olgettine”. Anche Mariani dovrà difendersi dalle accuse, nel suo caso di falsa testimonianza. I bonifici mensili da 3mila euro effettuati da Berlusconi al pianista come rimborsi spesa sarebbero invece dei pagamenti per “comprarlo”. Il procedimento in Aula è fissato per il prossimo primo febbraio

La parte che riguarda Siena  è uno stralcio del processo principale che si aprirà a gennaio nel 2018. La decisione di spacchettare il procedimento è stata presa il 29 aprile 2016 da un gup di Milano: gli atti a sette diverse procure, tra cui quella di Torino, dove il Cavaliere sarà processato per corruzione in atti giudiziari insieme alla modella Roberta Bonasia.

Karima El Mahroug, in arte Ryby, è una delle donne dello scandalo del Bunga Bunga. Il caso coinvolse oltre all’allora premier Silvio Berlusconi anche il giornalista Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti. Nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, la giovane, ribatezzata Ruby Rubacuori, fu arrestata a Milano per furto. Prova di documenti fu portata in questura. Due ore dopo lo stesso presidente del Consiglio si premurò di telefonare al capo della polizia di Milano, dichiarando che la ragazza era in realtà la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Per evitare una crisi diplomatica la ragazza doveva essere subito rilasciata, così disse Berlusconi, e affidata alla consigliera della regione Lombardia del Pdl, Nicole Minetti appunto. La Minetti la condusse però dalla prostituta brasiliana Michelle Conceicao, con cui Karima viveva. Ruby disse di non aver mai avuto rapporti con Berlusconi, ma ammise di aver frequentato le cene di Arcore. In uno di questi eventi il Cavaliere le avrebbe dato una busta con del denaro, 7mila euro in tutto. All’inizio del 2011 il Cavaliere fu messo sotto inchiesta con le accuse di favoreggiamento alla prostituzione minorile e abuso d’ufficio. In primo grado arrivò la condanna per Berlusconi, mentre fu assolto in appello.

Fonte: Fanpage

“REPORT” E L’ISTIGAZIONE ALL’AUTORAZZISMO

Ho sempre sospettato che la trasmissione Report sia stata tra le cause più decisive della mia emigrazione in Austria, quando ancora amavo viaggiare. E che continui ad esserlo per tanti giovani. Perché è irresistibile: dopo pochi minuti di Report devi odiare l’Italia. E il bello è che non sai neanche perché. Tra inquadrature sghembe, interviste mezze rubate, primi piani di citofoni e porte vetrate, telecamere che riprendono altre telecamere e riferimenti di cronaca buttati nel montaggio in ordine rigorosamente random, ciò che resta nel telespettatore dopo i titoli di coda non è la trama di un malaffare ma un magma di impulsi dove attechisce una sola certezza: di essere stati usati, turlupinati, spolpati. Resta l’eco delle migliaia e milioni di euro che si intuiscono sottratti al proprio bisogno. E una rabbia tanto più forte perché sfocata, generalmente indirizzata a maneggi così immondi da sfuggire alla schietta intelligenza degli onesti.

Perché Report è purtroppo anche un esercizio di stile. Pur restando uno dei pochi tentativi seri e ben finanziati di giornalismo d’inchiesta in Italia, i suoi spunti e materiali anche preziosi, anche coraggiosi, annegano in una tecnica «shock and awe» che indigna e disorienta prima di informare. Oltre a ciò, non sembra intravedersi una chiara linea editoriale. Il prodotto richiama politicamente il grillismo delle origini e la collegata retorica dell’onestà già analizzata in questo blog, dove i colpi spesso ben assestati al privilegio, alla prevaricazione e alla furberia dei potenti mancano puntualmente di gettar luce sulle possibili cause sistemiche di quei fenomeni. In Report il sistema delle regole e degli obiettivi politici è anzi raramente il problema: alla peggio è perfettibile, ma i suoi fallimenti sono tutti da addebitare all’indegnità di chi vi si deve attenere.

Sicché la ricerca di senso dello spettatore non può che incanalarsi nell’autocondanna di un popolo incapace di avverare le opportunità di modelli politici ed economici altrimenti votati al successo. Un’autocondanna che in Report si fa sovente anche esplicita divagando sui modelli virtuosi de «gli altri paesi» dove invece, a presunta parità di premesse, «le cose funzionano».

Ho smesso di guardare Report – e la televisione in genere – anni fa, ma ne ricevo regolarmente le newsletter. L’ultima è relativa alla puntata che andrà in onda lunedì 27 novembre sul tema dell’integrazione europea, il cui intento non velatamente propagandistico è già stato ben denunciato da Marcello Foa. Quel breve comunicato email con il riassunto dei servizi merita una lettura analitica per misurare lo stato del dibattito europeista anche tra i giornalisti accreditati come indipendenti. Ciò che in esso colpisce non è tanto la persistenza di posizioni e formule ormai irripetibili persino tra le frange più accorte del mainstream, ma la grave incoerenza interna delle tesi esposte o implicate. Da quelle contraddizioni emerge lampante l’impasse di chi ha investito aspettative e carriere nel progetto paneuropeo e ne è quindi oggi prigioniero, incapace di districarsene e condannato ad accettarne l’illogicità affinché la logica non ne faccia strame.

In sintesi:

  • la classe dirigente tedesca impone l’austerità brutta, non rispetta le regole, disunisce il continente, sfrutta i suoi lavoratori e tratta i paesi del Sud come già in tempi innominabili («l’occupazione tedesca»);
  • anzi no, l’austerità è bella e necessaria, ma noi ci ostiniamo a spendere soldi pubblici;
  • l’Unione Europea è più indisciplinata e maneggiona di noi.

Quindi? Quindi bisogna farsi governare dall’Unione Europea (sì, quell’Unione) dove «vince la linea» della Germania (sì, quella Germania) per risolvere i nostri problemi.

È grande la confusione sotto il cielo. Speriamo porti bene.

Fonte:  Il Pedante
Tratto da: ComeDonChisciotte

Torino, addestratore cinofilo sbranato dal cane di un amico nel giardino di casa

Il corpo è stato trovato ieri sera da un ragazzo di 16 anni: non è ancora chiaro se la vittima sia morta a causa dei morsi di un cane, o se questi siano stati inflitti sul corpo solo in seguito a un decesso provocato da un malore.

Tragedia a Monteu, in provincia di Torino, dove nella serata di ieri all’interno del giardino di un condominio è stato trovato il corpo senza vita di un addestratore cinofilo. Il cadavere dell’uomo, Davide Lobue, 27 anni, si presentava parzialmente sbranato, con segni di graffi e morsi profondissimi.  Stando a quanto rende noto La Stampa ad aggredire il giovane esperto potrebbe essere stato il bull terrier di un anno e mezzo che gli era stato dato in affido poche ore prima da un amico di Chivasso, per iniziare un percorso di addestramento. Il cadavere è stato rinvenuto da un ragazzo di 16 anni, un vicino di casa del proprietario del cane che ha sentito l’animale abbaiare.

Sul caso stanno cercando di fare luce i carabinieri della compagnia di Chivasso e il medico dell’Asl: il lavoro investigativo cerca di comprendere se l’uomo sia deceduto a causa dei morsi del cane su testa, collo, polpacci, coscia e braccia, oppure per un’altra causa, e l’animale l’abbia azzannato solo successivamente. Un’ipotesi, quest’ultima, che al momento non può essere esclusa, poiché vicino al corpo di Lobue – secondo il primo esame del medico legale – non ci sarebbe stato molto sangue, a dimostrazione che il cane potrebbe essersi accanito sul corpo di Davide quando il cuore del giovane addestratore era già fermo, stroncato forse da un malore.

Quella di Lobue per i cani era una vera e propria passione, come testimonia anche un recente post sulla sua pagina Facebook: “Hanno sempre fatto parte della mia vita, dal giorno che sono arrivato a casa dall’ ospedale quando sono nato”. Dopo aver compiuto 18 anni, si legge sempre sul suo profilo pubblico di Facebook, aveva partecipato a un corso per educatore ed istruttore cinofilo: “Da quel giorno non ho mai smesso di imparare, studiare libri articoli pubblicazioni, partecipare a stage e soprattutto lavorare in campo con cani e padroni”.

Fonte: Fanpage

Le facce del potere

  • di Gianni Petrosillo

E’ morto Totò Riina, lo chiamavano il Capo dei capi. Probabilmente, definirlo tale è troppo ma fu sicuramente uno dei leader della criminalità organizzata siciliana, con le sue ramificazioni nazionali e internazionali. I giudici lo hanno incriminato per quasi tutto, stragi, omicidi, traffici ed altre attività illecite con cui generalmente si sopravvive nel mondo della illegalità.

E’ stato accusato dai pentiti di essere dietro ogni trama della mafia, dalla sua ascesa, negli anni ’70, fino alla sua caduta, nel gennaio 1993 (anno in cui viene arrestato). Lo si ritiene responsabile anche degli attentati dinamitardi successivi, tentati o riusciti, (a Firenze, Milano e Roma) finalizzati ad intimidire i magistrati che lo avrebbero giudicato o inviare messaggi in più alto loco politico.

Non ci interessa, in questa sede, fare la storia criminale di questo individuo che non ha mai rivelato nulla ai togati e che ha sempre respinto le accuse di altri malavitosi, passati dall’altra parte della barricata. Nella sua tetragonicità, non scalfita nemmeno dal carcere duro, c’è già l’Uomo. Il potere, nella sua espressione più alta, si manifesta proprio attraverso questi personaggi che ne incarnano adeguatamente ruoli e finalità. Uno come Riina avrebbe potuto guidare un Paese per capacità strategica e attitudine al comando.

Del resto, come afferma La Grassa, la criminalità organizzata è l’altra faccia della legalità “organizzata”. Potere e contropotere (o contropoteri) sono sempre Potere che si declina nelle sue varianti e variabili. O anche a diversi livelli, perché ci sono poteri che possono sussistere solo negli interstizi della società. La mafia, per esempio, non potrebbe mai lanciare l’assalto allo Stato, come afferma qualche sciocco. Per esistere necessita di un quadro legale che la qualifichi come antilegalità, limitata ad alcuni settori o estensioni (marginalità) territoriali. Lo Stato (i suoi apparati) “appaltano” questi spazi che gruppi criminali si conquistano confliggendo tra loro. La linfa del potere è, infatti, il conflitto per primeggiare ma ci sono anche conflitti che si esauriscono in una mera pressione, verso un Potere superiore che non è scalabile per la sua natura storica (egemonia della coercizione), al fine ottenere un certo riconoscimento o magari fette di torta più grandi nell’esercizio di determinate attività. La lotta tra legalità e antilegalità si riproduce costantemente perché hanno bisogno una dell’altra per esistere. Senza la prima non ci sarebbe la seconda e viceversa. Ma c’è un aspetto ancor più interessante da sottolineare. Gli uomini di potere sono agiti dal potere, pur sentendosene attori indipendenti. Scrive al proposito Carl Schmitt: “Il potere è una grandezza oggettiva ed autonoma rispetto a qualsivoglia individuo umano, che, di volta in volta, lo detenga nelle proprie mani…La realtà del potere passa sopra la realtà dell’uomo. Io non dico che il potere dell’uomo su un altro è buono. Non dico neanche che è cattivo. Dico però che è neutro. E mi vergognerei come essere pensante di dire che è positivo, se sono io ad averlo e negativo se a possederlo è il mio nemico. Mi limito ad affermare soltanto che il potere è per tutti, anche per il potente, una realtà a sé stante e lo trascina nella propria dialettica. Il potere è più forte di ogni volontà di potere, più forte di ogni bontà umana e fortunatamente anche di ogni malvagità umana”. Qui, ovviamente, non si tratta di scagionare gli individui dai loro atti ma un soggetto che occupa un determinato ruolo (di potere) si troverà invischiato nella sua logica. Un presidente darà, dunque, l’ordine di sganciare la bomba atomica, un mafioso quello di fare una strage. Oppure, un Capo di governo varerà un provvedimento per concedere le cure gratuite ai non abbienti ed un capo cosca distribuirà stipendi alle famiglie dei carcerati. Di cattiverie e di buone azioni è lastricata la strada del potere e dei suoi strumenti-umani.

Detto ciò, molto grossolanamente, lo ammetto, mi disturba leggere sui giornali che a Riina debba essere negata persino la dignità umana. Sallusti che scrive “uno di meno” o “non riposi in pace” al boss è un abietto. Fu lui, qualche tempo fa, ad invocare l’omicidio di Kim Jong Un. Ciò vuol dire che, se egli avesse potuto, avrebbe dato l’ordine di ammazzare un uomo per preservare un ordine da lui ritenuto superiore. Non è questa la cosa spregevole che si rimprovera a Riina, di uccidere per mantenere il controllo? Feltri, invece, scrive oggi che un analfabeta come Riina, con la 5° elementare, non poteva essere un vero capintesta. Per esercitare il potere, o per comprenderlo intimamente, ci vuole la laurea? E che dire di quegli imprenditori che hanno il fiuto degli affari senza aver mai studiato marketing? Questi giornalisti sono davvero ridicoli. Loro sì che senza capire nulla del mondo che li circonda pretendono di dare lezioni a tutti su tutto lo scibile umano e disumano.

Gianni Petrosillo

Fonte: www.conflittiestrategie.it

Tratto da: Come Don Chisciotte

Italia sconfitta: non solo calcio, è il paese a non vincere più

  • di Davide

FONTE: LIBREIDEE.ORG

Campane a morto per l’Italia: «Personalmente vedo l’uscita dal girone finale dei mondiali di calcio come la Nemesi, la giusta punizione per un paese cantato da Dante quale regno dell’ignavia».

Mai definizione fu più azzeccata, per Mitt Dolcino, che ricorda: nel 1996 la sconfitta con la Corea fermò l’invasione dei calciatori stranieri in Italia, concentrandosi sugli italiani e portando in dote il mondiale 15 anni dopo. Che farà l’Italia, ora che anche i giovani italiani scappano? Dettaglio: queste note profetiche, Dolcino le ha scritte (su “Scenari Economici”) prima di conoscere l’esito del catastrofico match di San Siro, conclusosi a reti inviolate tra le lacrime dell’eroe nazionale Buffon. Calcio a parte: un segnale sinistro, simbolico e inquietante, per un’Italia che non riesce più a vincere. Fuor di metafora: «C’è una regola abbastanza affidabile: vittorie ricorrenti nello sport arrivano quando un paese funziona, nel caso del calcio quando l’economia “tira” almeno in certi settori in cui il paese rappresentato eccelle». Questo vale certamente per l’Italia, assicura Dolcino: i 4 mondiali di calcio vinti dalla nazionale azzurra «sono arrivati a seguito di grandi miglioramenti differenziali a livello economico». Anche il mitico “mundial” spagnolo del 1982, quello di Bearzot (con Pertini al seguito) arrivò dopo l’aggancio della ripresa Usa spinta da Reagan.

Stesso discorso per i mondiali pre-bellici, continua Dolcino, in cui «la crescita innescata dalle conquiste fasciste – prima di fare la follia di seguire Hitler – aveva dato nuova linfa alla speranza italica». La stessa “ratio” vale anche per il mondiale del 2006, quando l’Italia «era il darling europeo degli anglosassoni, con la proficua guerra in Iraq, mentre Germania e Francia arrancavano nel Vecchio Continente, incazzate con gli italiani troppo filo-Usa». Tutto sommato «anche per Italia ’90 si poteva vincere», visto che «l’economia italiana pre-Tangentopoli tirava alla grande». Dolcino ricorda anche «i trionfi sportivi del venerato Moro di Venezia figlio di Montedison, azienda poi svenduta ai francesi per via di una tangente pagata alla magistratura milanese». Agli sfortunati mondiali Usa 2000 «si poteva vincere sulle ali dell’illusione speranzosa – mal riposta – della scellerata entrata nell’euro». Oggi, invece, «l’Italia è letteralmente annichilita dallo schema che la Germania ha imposto attraverso l’euro, un piano per affossare il più grande alleato Usa non-anglosassone in Europa».

Peggio: «L’Italia è prossima al fallimento economico». Nei piani franco-tedeschi «il prossimo anno arriverà la Troika per disporre degli asset nazionali più preziosi, in presenza di una classe politica nazionale non-eletta che, da 4 governi, fa gli interessi stranieri e non quelli italiani». Non poteva conoscere il risultato di Italia-Svezia, Dolcino, quando scriveva: «Pensate davvero che possa vincere i mondiali un paese al collasso, prossimo al fallimento, con l’Inps che deve attingere per oltre 100 miliardi di euro annui ai bilanci statali per non fallire?». Pensate davvero che possa farcela, un paese «con crescita del Pil nulla o quasi, con centinaia di migliaia di disperati che arrivano sulle coste», quelli che per la sinistra «saranno il futuro»? Questo è un paese «con le tasse più alte d’Europa per le imprese». In altre parole: così, non si va da nessuna parte (nemmeno ai mondiali di calcio, infatti). Il parallelo con il pallone è suggestivo e impietoso: «Il Milan del Cavaliere vinceva perchè l’economia tirava, perchè il Cavaliere fu un grande condottiero sportivo, perchè c’erano delle nicchie con enorme valore associato che permettevano al calcio italiano di eccellere».

Oggi c’è qualcosa o qualcuno che eccelle in Italia? Voi direte, la Ferrari o qualcosa del genere. Vero, ma allora dovreste tifare Olanda, visto che la sede è là». Colpa delle delocalizzazioni? Certo, «imposte da tasse altissime, come conseguenza del rigore euro-imposto». La fuga delle aziende ormai ha lasciato «il deserto economico (e sociale)», vale a dire «un paese con bassi stipendi, dormitorio di vecchi, a forte emigrazione di italiani capaci e formati, serbatoio di manodopera a basso costo, con masse consumanti ma non risparmianti in quanto il valore aggiunto deve rimanere per forza oltre Gottardo. E tutto questo per preciso volere euro-tedesco». Come non far giungere il nostro sentito grazie agli ultimi quattro premier, tutti rigorosamente non-eletti? Monti e Letta, Renzi e Gentiloni: grazie, «per non aver difeso il paese». Scriveva Dolcino, alla vigilia di Italia-Svezia: «Sappiate che non gioirò per l’eventuale mancata qualifica, spero anzi che l’Italia possa farcela. Ad ogni modo non tutto il male vien per nuocere: se la mancata qualifica potesse essere utile a farvi capire che l’Italia è davvero nella cacca fino al collo – al contrario di quello che i media cooptati al potere europeo vogliono farvi credere, per tenervi tranquilli – beh, questo sarebbe davvero un ottimo risultato. Meglio di una vittoria sportiva».

Fonte: www.libreidee.org

Link: http://www.libreidee.org/2017/11/italia-sconfitta-non-solo-calcio-e-il-paese-a-non-vincere-piu/

Tratto da Come Don Chisciotte