Xylella: ecco l’insetto che ha fatto perdere 1,2 miliardi di Euro agli italiani

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Xylella

Xylella e globalizzazione, “così muore l’olio italiano”Un olivicoltore salentino: “Sono il nostro calvario, ecco cosa chiediamo” – di Federico Cenci

Pugni levati al cielo, rabbia alle stelle e moltitudini di ramoscelli d’ulivo secchi posati a terra, simbolo della terribile decadenza che sta subendo il settore olivicolo italiano e in particolare quello salentino.

I nemici sono la Xylella, il maltempo e le insidie del mercato globale. Giovedì scorso l’agitazione di decine di migliaia di Gilet arancioni – il movimento di protesta degli agricoltori nato in Puglia – si è riversata in p.zza Ss. Apostoli, a Roma.

Due giorni prima era stato il turno di Coldiretti, che aveva usato l’esasperazione dei contadini come un’ideale testa d’ariete per introdurre le loro istanze a Montecitorio.

Un calvario chiamato Xylella

Tra i tanti produttori di olio tormentati dalla Xylella e dalle gelate dello scorso anno c’è anche il leccese Santo Ingrosso, vicepresidente di Unapol (Unione nazionale associazioni produttori olivicoli).

La settimana scorsa anche lui era a Roma, dove In Terris lo ha incontrato. “Già nel 2009 accertammo un’anomalia su alcuni ulivi – racconta -, ma solo nel 2013 si è riusciti a identificare l’agente patogeno”, ossia la Xylella.

Il batterio si è diffuso in modo rapido e pervasivo, ad oggi sono 183 mila gli ettari di terra del Salento infetti e 22 milioni gli ulivi, i danni stimati da Coldiretti si aggirano intorno a 1,2 miliardi di euro. Numeri spaventosi.

Ingrosso spiega come è stata possibile una tale diffusione: “Il vettore della Xylella è la sputacchina, un insetto che non vola, si muove a salti e che viene trasportato da agenti esterni come vento, persone ed automezzi, infatti le vie ad alta percorribilità hanno determinato un fattore di diffusione eccezionale”.

I primi effetti sono stati registrati in alcuni campi a sud di Gallipoli, in particolare nei pressi della strada che collega la nota località turistica a Leuca a sud e a Lecce a nord.

E sarebbero stati proprio i mezzi che percorrono quell’arteria a diffondere in tutto il Salento la Xylella, capace di restare attaccata a un camion anche a 120 chilometri orari di velocità.

Ostacoli burocratici

È dunque impossibile arginare questa propagazione? “L’unico modo per farlo – osserva Ingrosso – sarebbe evitare il trasporto, magari collocando delle barriere di contenimento sulle strade”, una sorta di casello tra un territorio e l’altro in cui i mezzi vengono trattati con insetticida.

Ma sarebbe – ammette lo stesso olivicoltore leccese – una proposta di difficilissima attuazione.

Nel momento in cui non riusciamo nemmeno ad estirpare gli ulivi morti, figurarsi se è possibile attuare una simile idea”, afferma.

Già, perché la beffa degli olivicoltori del Salento è che non sono messi nelle condizioni di estirpare gli ulivi colpiti dalla Xylella e ripiantarne di giovani e resistenti al batterio.

Il problema è che gli alberi secolari hanno vincoli ambientali – spiega -, per cui è vietato poter intervenire per estirparli, anche quando secchi e dunque paesaggisticamente nefasti”.

La richiesta degli agricoltori è che lo Stato tolga questi intralci burocratici prima che la diffusione del batterio uccida del tutto la produzione di olio nel Salento (e intanto nei giorni scorsi un ulivo è stato colpito dalla Xylella a Monopoli, nel barese).

Sono molto scettico – ammette Ingrosso – anche perché davanti a un danno di 1,2miliardi di euro, gli unici soldi stanziati finora sono circa cento milioni nel decreto (approvato la scorsa settimana in Conferenza Stato Regioni, ndr) ed ancora non si interviene per consentirci di estirpare questi ex monumenti che sono ormai un ammasso di rami secchi”.

Bisogna fare in fretta, anche perché i tempi della natura sono diversi da quelli del mercato. “Consideri – spiega ancora Ingrosso – che solo il 30 per cento della superficie salentina è irrigua, e se non c’è la presenza di acqua, l’ulivo entra in produzione dopo tantissimi anni.

I nostri antenati piantavano per le generazioni successive. Con i ritmi del mercato odierno, sarebbe impensabile”.

La globalizzazione contro l’olio italiano

Piantine apparentemente innocue che viaggiano da un continente all’altro come nulla fosse, ma anche un libero mercato che si fa beffa dei diversi sistemi economici dei Paesi: la globalizzazione, in questa storia come in tante altre che ci riguardano, appare come antagonista dell’Italia.

Gli olivicoltori italiani negli ultimi tempi hanno puntato il dito verso l’olio tunisino, considerato di qualità inferiore, a cui l’Unione europea ha tolto i dazi, facendo scaturire un aumento dell’import del 150 per cento.

E l’olio italiano (secondo i dati Coldiretti) ha conosciuto un calo del 57 per cento di produzione.

In Tunisia – riflette Ingrosso – hanno una spesa di produzione bassa, che consente di essere competitivi sul mercato globalizzato” a discapito dei produttori nostrani.

Così l’olio straniero arriva sui nostri scaffali a pochi euro, segnalato da etichette non sempre evidenti oppure miscelato con il prodotto nostrano.

Se si vuole evitare che gli uliveti italiani diventino distese di rami secchi, è necessario allentare la micidiale morsa del mercato globale: rafforzare la filiera, dosare le importazioni, impedire equivoci sul made in Italy. E intanto sbloccare la burocrazia per debellare la Xyllella. Fonte In Terris