Il monologo di Valerio Mastrandrea su Sky Uno incanta gli italiani – Video

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Valerio Mastrandrea: “I figli ti invecchiano” (VIDEO)di Annalisa Teggi – …eppure non hai mai avuto un cuore così grande

“I figli, quando vengono al mondo, mettono fine con violenza inaudita a quella stagione di aperitivi, feste e possibilità che ti sembravano il senso stesso della vita.”

È una delle prime battute del monologo scritto da Mattia Torre e recitato con candore commovente da Valerio Mastrandrea alla trasmissione EPCC a teatro condotta da Alessandro Cattelan su Sky Uno.

Potrebbe sembrare una lettura agrodolce dell’essere genitori, ma tra le pieghe di questa confessione si trova, oltre a un’ironica lettura della quotidianità più autentica, il seme stesso della novità che esplode con l’arrivo dei figli: una caduta a precipizio nel mondo della solida realtà, e un arrivederci senza nostalgia alle frizzanti idee di felicità campate per aria.

Hai solo sonno, molto sonno

Di fronte a una vita che nasce e cresce, un padre e una madre invecchiano. Paradosso. Il tempo, con l’arrivo dei figli, cambia e, da categoria aerea e immateriale, si fa quasi di cemento… pesante, immobile, sfiancante.

Non è vero che il tempo insieme a loro, ai piccoli, vola; si fa presente e perciò enorme. È forse il primo impatto forte che lascia tramortiti fin dalle prime ore dopo una nascita; la vita che prima era certo stancante, non era però così scandita dalla presenza stessa della vita.

Ogni gesto ha un peso. Prima, c’erano momenti di evasione … e di sonno. Sì, ci siamo lamentati tutti delle notti insonni che ci hanno regalato i bambini e della stanchezza cronica che abbassa le palpebre, incurva la schiena, traduce i pensieri in parole confuse.

Ci siamo ritrovati sfatti, non al modo della gioventù quando si faceva mattina insieme agli amici ad una festa.

Ci ho messo del tempo a capire che non era un tradimento dei miei sogni di madre accogliere tutta questa pesantezza; non la nascondo mai alle amiche e a mio marito, perché è un limite e come tutte le recinzioni mi introduce a uno spazio nuovo, quello abitato dalla realtà viva e non dai sogni inconsistenti.

I figli si insinuano nella tua mente in modo subdolo e perverso: se sei con loro ti soffocano, se non ci sono ti mancano. C’è successo di voler scappare dopo troppe ore trascorse insieme a loro e poi trascorre la serata in un ristorante a guardare le loro foto sul telefonino, straziati da una nostalgia senza senso, perché li avresti rivisti dopo un’ora.

Questa nostalgia la conosco bene ed è diventata un’amica preziosa: siamo gente strana noi, c’innamoriamo perdutamente di una presenza che soffoca.

Non è esagerato usare il verbo “soffocare”, io ne userei anche di altri più coloriti, perché l’adulto si sente braccato da una presenza vivente, urlante, ridente, saltellante che vuole essere relazione-con-te.

Questo vincolo, che i bambini implorano come acqua e cibo necessari, a noi grandi ci fa mancare il fiato, perché giudichiamo l’indipendenza un’evasione allegra e rinvigorente.

Eppure, quando ci allontaniamo dai nostri figli, il desiderio di averli vicini deborda in una nostalgia assurda: capita perché li amiamo alla follia, certo; però anche perché, in fondo, abbiamo fatto il grande salto … “io” non è più singolare, ma una parola sensata solo al plurale.

Da soli siamo manchevoli, e ci sembrano alieni quelli che stanno al ristorante senza fare uno squillo a casa per verificare che sia tutto ok.

Non ti riconosci allo specchio e va benissimo così

I figli poi tirano fuori la tua rabbia perché devi saper dire “no” anche quando non ne hai voglia o quando, quel giorno, non hai la struttura emotiva per farlo.

Essere plurali e non più singolari indipendenti, mica è facile. A tu per tu con noi stessi si può rimandare una riflessione, si può mettere in pausa la vita e guardare un film.

Catapultati nel vivo di una relazione, un papà e una mamma si affacciano nel regno della responsabilità, che letteralmente è la capacità di rispondere.

Attorno hanno piccole creature che fanno domande a tutte le ore. Anche il calcio a una porta o sputare gli spaghetti, può essere una domanda.

Ho smesso di esigere da me stessa di essere sempre perfetta nel rispondere alle esigenze dei miei figli, mi vedano pure balbettante e incerta a parole … ma sicura di un pensiero. Se la Play Station è stata bandita, resta bandita anche se il mio “no” è pronunciato con un fil di voce da semiaddormentata.

Da giovane mi ero immaginata di essere quella specie di madre ideale che sa sempre giustificare una scelta con un discorso così bello da illuminare gli occhi dei figli, cambiare il loro cuore, renderli persone fantastiche.

Non sono affatto diventata così, mi ci vogliono giorni e giorni per portare ogni discussione con il figlio adolescente a un livello di decenza umana rispettabile, e incasso “vaffa …” senza pretendere l’ultima parola.

Fare i conti con la libertà intoccabile di un essere umano uscito dalla mia pancia, mi cambia.

Il gin tonic e l’eterno

La vita stessa che credevi di aver incasellato in categorie discutibili, ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, […] d’altra parte il tuo cuore non è mai stato così grande.

È la parte che più ho apprezzato di questo monologo, il fulcro del paradosso: tutta la pesantezza del quotidiano non porta giù in basso, ma a guardare in alto.

Ho accumulato tante obiezioni in questi dodici anni da genitore, sono arrivata a intuire che era un errore mio.

Paragonavo attese di felicità campate per aria con l’imprevedibile di una vita viva. L’arrivo della terza figlia mi ha rasserenata, lo dico a tutti e sbarrano gli occhi.

Con lei è stato evidente che non c’era nient’altro da fare che spalancare le braccia al presente, rinunciando a calcoli e messe in scena.

Quante volte ho fatto sogni bellissimi di famiglia davanti a un aperitivo con il fidanzato. Mi pareva di bussare alla porta dell’eterno e chiedere “permesso…”.

Da marito e moglie quei sogni non sono stati traditi, ne ringrazio forse troppo poco, ma ci chiedono di cambiare occhi di fronte a quelle che erano le nostre aspettative.

Credevamo di essere il centro del progetto di Dio, ma il progetto di Dio è una rivoluzione copernicana: qualcosa di più grande di noi stessi nasce quando nasce uno figlio, non sono in grado di dirlo meglio.

E’ come quando si assiste a un’impresa epocale e puoi dire: “io c’ero”. Non dici: “l’ho fatto io” ma “io c’ero”.

Ed è assolutamente vero che, quando la si pianta di voler essere padroni e protagonisti, e si comincia a stare dentro le giornate come l’operaio che dava colpi di scalpello su una cattedrale ci si sente allargare il cuore.

Da giovane ero assolutamente certa di cosa volevo essere, da madre sto imparando a scucire il mio cuore, a renderlo più disponbile a quello che il disegno eterno di Dio vorrà infilarci dentro. Fonte: Aleteia

Pietro Di Martino

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