Trump e Kim Jong-un: ecco il retroscena politico nascosto dai social

Trump e Kim Jong-un

Il teatrino di Trump e Kim Jong-un: interpretazioni ed effetti di un avanspettacolo politico 

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Oltre a sancire ufficiosamente un’intesa definita storica da addetti ai lavori ed opinione pubblica, la molteplicità di strette di mano fra Trump e Kim Jong-un sul campo neutro di Singapore, evidenzia due aspetti altrettanto rilevanti: un capovolgimento della fenomenologia delle relazioni internazionali, e un cambio di strategia politica da parte dei due protagonisti.

Innanzitutto, la diplomazia si è ormai adeguata alla rapidità dell’informazione, mutando completamente i propri connotati.

La facilità di accesso ai social-networks e il massiccio seguito da essi garantito espongono i Capi di Stato e di Governo ad una iper-mediatizzazione che quasi li riduce ad un ruolo di subalternità rispetto all’efficacia della Rete.

Infatti, le ritualità istituzionali e le prassi di politica estera hanno gradualmente ceduto il passo al dibattito 2.0 – le digitali tribune di Facebook e Twitter ne sono un plastico esempio -, incentrato sull’ampiezza globale del suo virtuale coinvolgimento e sull’istantanea interazione fra soggetti distanti centinaia di migliaia di chilometri l’un l’altro.

Nella sostanza, un pensiero racchiuso in 280 caratteri garantisce ad un governante di divagare in maniera sufficientemente convincente e di glissare la trattazione approfondita di tematiche sensibili.

Questo favorisce sì il raggiungimento immediato di un elevato numero di persone in un irrisorio lasso di tempo, ma rischia di banalizzare le pubbliche discussioni, a fronte della minaccia di un dilettantismo sempre in agguato.

In secondo luogo, poi, ci sono gli aspetti di realpolitik: dopo le avvisaglie di pesanti ripercussioni – che sarebbero inevitabilmente sfociate in un esilio politico-diplomatico -, Kim Jong-un ha compreso di non poter calcare oltremodo la mano, e ha scongiurato la possibilità di una delegittimazione mondiale e di una criminalizzazione politico-mediatica – che lo avrebbero messo definitivamente in fuorigioco -, tramite un “armistizio” più indotto che ricercato.

L’inquilino della Casa Bianca, invece, necessita di un potenziale alleato per tutelarsi dalle conseguenze del dietrofront sull’accordo nucleare con l’Iran, che oltre a sfilacciare ulteriormente la tela dei contatti con Tehran, potrebbe ghettizzare ancora di più l’operato intercontinentale di Washington.

Dunque, Trump ha ritenuto necessaria un’occasione di distensione con Pyongyang, auspicando che gli effetti (soprattutto) simbolici di questa azione fruttino vantaggi al Presidente statunitense.

Adesso, sarà interessante assistere alle reazioni della comunità internazionale: ONU, NATO e le varie organizzazioni sovranazionali – che hanno sempre dipinto il nordcoreano al pari di uno squinternato tiranno contemporaneo – non potranno nascondere l’imbarazzo di aver accondisceso, per circa otto mesi, ai perenni cambi di piano di Trump, che inizialmente minacciava di ammutolire le smanie di protagonismo di Kim Jong-un con la forza militare, e successivamente si è speso in un’apertura ad una collaborazione tattica.

Inoltre, si attendono repliche da Russia, Iran e (probabilmente) Siria, dato che Putin, Rouhani  e anche Assad saranno chiamati a confermare una distanza ormai irriducibile dagli Stati Uniti d’America, o riconsiderare la circostanza come un’opportunità di redenzione per tutti i cosiddetti “Stati Canaglia”. Di certo, la risposta (almeno stavolta) non può passare dalla White House.