Aziende italiane le più tartassate d’Europa: ecco quanto versano al fisco

Alle aziende italiane lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – di Milena Castigli

Zabeo: “Necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse”

Le imprese italianeversano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno tra carico di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali. Lo riporta uno studio della Cgia di Mestre.

Tra i principali paesi europei, prosegue il rapporto, solo l’Olanda (14,2 per cento) registra una incidenza del prelievo fiscale riconducibile alle imprese sul gettito fiscale totale superiore alla nostra (14,1 per cento).

Con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali molto preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro.

Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3 per cento, sulle spagnole dell’11,6 per cento, su quelle britanniche dell’11,4 per cento e sulle francesi del 10,2 per cento.

Le imposte italiane considerate in questa analisi su dati Eurostat sono: l’Irap, l’Ires, la quota dell’Irpef in capo ai lavoratori autonomi, le ritenute sui dividendi e sugli interessi, le imposte da capital gain e i contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi per la propria posizione previdenziale.

Sforzo fiscale. “Sebbene alle nostre imprese sia praticamente richiesto lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – lo Stato italiano continua a non agevolarne la crescita.

I segnali di ripresa registrati in questi ultimi 2 anni si stanno affievolendo e anche quest’anno la nostra crescita sarà la più contenuta in tutta l’Ue. Per questo è necessario intervenire quanto prima per abbassare le tasse, alleggerire l’oppressione burocratica, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione e tornare ad investire”.

In merito agli investimenti il Segretario della CGIA, Renato Mason, afferma: “Pur essendo uno strumento intelligente, il piano 4.0, fortemente voluto dall’ex ministro Calenda, è stato tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende.

Non è un caso, infatti, che fino ad ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. Le piccole, che sono la quasi totalità delle imprese presenti nel paese, ne hanno usufruito in misura minore.

Pertanto, è necessario coinvolgerle maggiormente e, nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni, dovranno essere interessate anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze.

Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarrà indietro avrà poche possibilità di stare al passo con le principali potenze economiche del mondo”. Fonte: interris Titolo originale: Alle aziende italiane lo sforzo fiscale più oneroso d’Europa

Trump: la profezia che fece ridere tutti si è avverata

Trump: «Sarò presidente». E tutti giù a ridere

«Mi candido ufficialmente a presidente degli Stati Uniti». Era il 16 giugno 2015, esattamente tre anni fa, quando Donald Trump spiazzò molti osservatori della politica americana annunciando la sua intenzione di unirsi agli altri undici aspiranti frontmen del partito repubblicano, o meglio, di sfidarli.

Tutti spiazzati.  All’epoca erano davvero pochi quelli che davano una qualche speranza di ottenere la nomination all’immobiliarista newyorkese, figurarsi se avrebbero scommesso un dollaro sulla sua elezione alla Casa Bianca.

Al contrario, tra i commentatori e i giornalisti della stampa del paese (perfino alla Cnn) si sprecarono le ironie, come ricorda questo video diffuso da siti e network conservatori sfegatati proprio per celebrare l’anniversario della candidatura dell’attuale presidente.

«Un clown». «Non ci sono parole, come si fa adesso a mantenere un’espressione seria?». «Non può essere altro che una carnevalata». «Oggi eravamo tutti davanti al discorso a scompisciarci». «Trump ha trasformato la campagna elettorale in un circo».

«Un uomo straordinariamente ridicolo». «Trump è un idiota». «L’inferno si è congelato e adesso siamo intrappolati nel ghiaccio con Donald Trump». «È una candidatura seria?».

«Non si può prenderlo seriamente». «È un clown». «Non può conquistare dei voti per davvero, non può vincere». «Certo che non vincerà, questo è il problema per i repubblicani».

«Donald Trump non sarà mai presidente». Questo il tenore dei commenti raccolti nel medley, conditi naturalmente da risatine ed espressioni di sufficienza.

Poi si sa come è andata a finire. Le ironie e le critiche pesanti, anche sul piano personale, nei confronti di Trump non si sono esaurite con il suo ingresso alla Casa Bianca, nonostante il fatto che i risultati ottenuti fin qui dal presidente che «non poteva essere preso sul serio» siano per certi versi anche più sorprendenti della sua vittoria elettorale. Fonte: Tempi – Titolo originale: Trump: «Sarò presidente». E tutti giù a ridere

Pippo Tortu da record: il nuovo uomo più veloce della storia d’Italia

Pippo Tortu, il ragazzino brianzolo che ha battuto la leggenda Mennea…

Con 9.99, la nuova stella della velocità azzurra ha stabilito il nuovo record italiano sui 100 metri. Resisteva da quasi 40 anni.

Sono bastati 9 secondi e 99 centesimi per entrare nella storia della velocità italiana. Ci ha pensato Filippo Tortu, un ragazzino brianzolo col sangue sardo, che dopo 39 anni ha cancellato il 10,01 di un certo Pietro Mennea.

E’ successo venerdì notte sulla pista del Municipal Sports Center Moratalaz di Madrid. Tortu sa benissimo cosa ha combinato: “Sognavo di battere il record di Mennea fin da bambini – ha raccontato – ma lui è la leggenda…”.

Tortu, dunque, ha migliorato di due centesimi il precedente limite che apparteneva da ben 14.171 giorni a Mennea. La “Freccia del Sud” corse in 10″01 il 4 settembre del 1979 allo stadio Azteca di Città del Messico in occasione delle Universiadi.

Filippo con 9″99 è il terzo bianco d’Europa di sempre ad essere sceso sotto i 10″. Prima di lui ci sono riusciti il francese Christophe Lemaitre che nel 2010 corse in 9″98 e l’azero naturalizzato turco Ramil Guliyev sceso a 9″97 nel 2017. Tortu proviene da una famiglia votata all’atletica.

Nonno Giacomo nel secondo dopoguerra era riuscito a correre i 100 metri in 10″9, papà Salvino – velocista sardo trapiantato in Lombardia e allenatore del figlio – è stato un buono atleta a livello giovanile per poi ritornare alle competizioni da master.

Il fratello maggiore Giacomo lo scorso anno fermò i crono su 10″73. La carriera di Filippo si è aperta nel 2014 ai trials per i Giochi olimpici giovanili dove, seppur salendo sul podio, mancò la qualificazione sui 100 metri centrata successivamente per la doppia distanza.

Infortunatosi ad entrambe le braccia all’arrivo dei 200 alle Olimpiadi under 18 in Cina, il giovane sprinter lombardo l’anno successivo realizzò il primato italiano allievi dei 100 con 10″33 (polverizzato il 10″49 di Giovanni Grazioli che resisteva dal 1976) e dei 200 in 20″92.

Tesserato per la Riccardi Milano, Pippo dalla Brianza nel 2016 ritocca di un centesimo un altro antico primato nazionale che resisteva dal 1982 (Pavoni), quello juniores dei 100 correndo due volte in 10″24 a Savona.

Dopo l’argento ai Mondiali under 20 in Polonia, nel 2017 altri primati italiani juniores, sui 60 indoor (6″64) e sui 100 metri (10″15), e l’oro continentale juniores a Grosseto.

Quest’anno su una pista amica come quella di Savona, il finanziere originario di Costa Lambro, frazione di Carate Brianza, ha fermato i crono su 10″03 diventando il secondo sprinter più veloce di sempre in Italia. Fino al 9,99 di venerdì notte. Fonte: IL DUBBIO Titolo originale: Pippo Tortu, il ragazzino brianzolo che ha battuto la leggenda Mennea…

Bimba di 6 anni adescata dal cameriere durante le nozze: stuprata e uccisa

Convince bimba di 6 anni a seguirlo durante le nozze: la violenta nel bosco e la uccidedi A.P.

La piccola era coi genitori ad un ricevimento di nozze in India. È stata convinta dal uno dei camerieri a seguirlo nel vicino bosco e qui è stata stuprata e poi brutalmente uccisa a colpi di pietre in testa.

Probabilmente aveva adocchiato quella bimba per tutta la serata conquistando poco a poco la sua fiducia e infine l’ha convinta a seguirlo fuori dal locale senza che nessuno se ne accorgesse, approfittando della confusione del ricevimento di nozze  dove la piccola era tra gli invitati e lui era cameriere.

È la terribile sequenza che ha portato allo stupro e poi al brutale assassinio di una piccola bimba indiana di 6 anni, trovata cadavere in un campo a soli 500 metri  dal luogo del ricevimento a Gwalior, nello stato federato del Madhya Pradesh.

Secondo la polizia locale, il suo viso è stato gravemente mutilato dopo essere stato colpito a più riprese e con violenza con un grosso sasso.

Il macabro delitto nella serata di giovedì quando la piccola si è allontanata con l’uomo intorno alle 23.30. La scena ripresa da una telecamera di sorveglianza della zona che ha catturato anche il momento del rientro dell’uomo da solo nel locale, diversi minuti dopo, come se nulla fosse accaduto.

Nella sequenza si vede la bimba che segue l’uomo, poi improvvisamente ci ripensa fa dietrofront e comincia  a correre via ma lui la chiama a gran voce e lei si ferma, si gira e torna verso di lui.

Insieme si incamminano verso il buio da cui la piccola non tornerà mia più. Quando i genitori della bimba si sono accorti della sua scomparsa e hanno iniziato a cercarla, infatti, era ormai troppo tardi.

Anche la polizia intervenuta sul posto non ha potuto fare niente, solo al mattino seguente è stato possibile rintracciare il suo corpicino martoriato. L’uomo ripreso dalle telecamere è stato immediatamente arrestato.

Fonte: fanpage.it  Titolo originale: Convince bimba di 6 anni a seguirlo durante le nozze: la violenta nel bosco e la uccide

Ecco cosa succede se strofiniamo le patate sul viso in questo modo

Gli usi alternativi delle patate per la tua bellezza e il fai da te – di Redazione Donna

Le patate possono rivelarsi un valido alleato per la tua bellezza ma anche per il fai da te: dalla detersione del viso ai consigli per il giardinaggio, ecco tutto quello che puoi farci.

Se fino ad ora hai utilizzato le patate solo ed esclusivamente per cucinare, sappi che da oggi le potrai usare anche per preparare i tuoi rimedi di bellezza e per il fai da te domestico: le patate infatti son un vero e proprio toccasana per la detersione ma anche per le pulizie di casa.

Il rimedio contro gli occhi gonfi è uno dei più conosciuti e più efficaci: basta infatti appoggiare delle fette spesse circa un centimetro sugli occhi e lasciarle in posa per mezz’ora per lenire irritazioni ma anche per contrastare occhiaie e borse sotto gli occhi.

Patate sul viso

Se soffri spesso di brufoli o punti neri puoi eliminare le impurità strofinando le fette sul viso e lasciando agire il succo per  almeno 15 minuti: le impurità saranno a poco a poco eliminate e la tua pelle sarà perfetta.

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Se fai bollire le patate per un pasto, non buttare via l’acqua di cottura, ma lasciala raffreddare e una volta intiepidita imbevi un dischetto di cotone nell’acqua di cottura e tampona il viso: sembra infatti che abbia proprietà anti age e contrasti i segni de tempo.

Se sui tuoi piedi sono comparse delle fastidiose verruche, strofina una patata cruda per qualche giorno e la vedrai scomparire.

La patata però può anche essere utilizzata per il giardinaggio: se volete trapiantare dei fiori senza farli soffrire, posizionate delle patate crude al fondo del vaso, facendo un buco sulla loro superficie, nel quale dovrà essere inserito lo stelo del fiore, che trarrà nutrimento dalla patata crescendo così sano e rigoglioso.

Se vuoi pulire l’argenteria e farla risplendere, fai bollire alcune patate, poi immergi le posate nell’acqua di cottura lasciandole in ammollo per qualche ora prima di risciacquarle.

La patata può inoltre essere utilizzata per rimuovere la ruggine: ti basterà infatti strofinare le fettine di patata cruda sui tuoi utensili e torneranno come nuovi. Fonte: fanpage.it Donna

Baby sitter uccide bimba di 6 mesi: “Non smetteva di piangere”

Non sopporta il pianto della piccola Rose di 6 mesi, baby sitter la scuote fino a ucciderladi A.P.

La vicenda ha sconvolto l’opinione pubblica francese perché la donna di 35 anni aveva referenze positive, aveva lavorato in diversi asili e aveva ricevuto tutte le autorizzazioni dopo aver partecipato a corsi appositi.

Non riusciva in alcun modo a calmare la bimba di sei mesi che i genitori le avevano affidato per recarsi al lavoro, così per farla smettere di piangere ha iniziato a scuoterla violentemente fino a causarle danni irreparabili che ne hanno provocato la morte.

Per questo una babysitter francese è stata arrestata dalla polizia con l’accusa di omicidio volontario. Si tratta di una 35enne babysitter professionista di Créteil, non lontano da Parigi, che da anni si prendeva cura di molti piccoli prima in un asilo e poi all’interno della sua abitazione.

La tragedia il 6 giugno scorso quando la donna si trovava a casa con la vittima, la piccola Rose di cui si prendeva cura già da metà aprile, il suo bambino di 4 anni e un altro piccolo.

Come lei stessa ha confessato davanti al giudice dopo l’arresto, la piccola non smetteva di piangere e in un momento di ira l’ha presa e l’ha scossa violentemente fino a causarle danni gravissimi.

Quando è stata porta in ospedale i medici del Necker Hospital si sono resi subito conto che la bimba era stata vittima della cosiddetta sindrome del bambino scosso.

La piccola Rose la lottato in condizioni disperate per due giorni prima che i suoi genitori decidessero di staccare la spina alla macchina che la teneva in vita.

La vicenda ha sconvolto l’opinione pubblica francese perché la donna aveva referenze più che positive, aveva lavorato in diversi asili  e aveva ricevuto tutte le autorizzazioni dopo aver partecipato a corsi appositi.

“Facciamo molto. Organizziamo corsi anche sulla sindrome del bimbo scosso, andiamo a casa delle baby-sitter, controlliamo l’igiene, la sicurezza ma purtroppo non c’è rischio zero” hanno spiegato le autorità. Fonte: fanpage.it Titolo originale: Non sopporta il pianto della piccola Rose di 6 mesi, baby sitter la scuote fino a ucciderla 

Jun Sena, la donna diventata madre senza essere rimasta incinta

Jun Sena non è rimasta incinta. Ma è diventata madre  – di Caterina Giojelli

La storia di un’adozione che cambiò il destino di un bambino e di una donna «intrappolata nell’inferno della fecondazione in vitro»

Jun Sena non è rimasta incinta, ma è diventata madre. Sena è un’attrice giapponese (il suo vero nome è Asako Doi), ex stella del gruppo teatrale femminile Takarazuka Revue’s Moon Troupe, era bella e famosa, e voleva a tutti i costi un bambino dal suo grande amore, il marito e ballerino Shinji Senda.

Un desiderio che le è costato sette tentativi di fecondazione in vitro, tutti e sette dolorosamente falliti.

Perché non era all’esito di una tecnica per la riproduzione assistita che era appesa la sua storia.

«LE DONNE LO DEVONO SAPERE». C’è un proverbio giapponese che dice «cadi sette volte e rialzati in piedi otto»: ebbene Sena riuscì a diventare mamma: non rimase incinta, ma adottò un bambino.

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Oggi ha 44 anni: ne aveva 38 e dieci più di Shinji quando lui diventò suo marito, «ero ignorante. Mi sono sposata tardi e mi sono sottoposta a fecondazione in vitro sette volte nell’arco di due anni.

Prima non avevo mai pensato seriamente all’idea di avere figli. Ci sono così tante cose che so adesso che vorrei aver saputo prima».

Cose che l’attrice ora ha deciso di raccontare al Japan Times, spiegando che quando si inizia un trattamento per la fertilità è difficile sapere quando arrendersi.

Anni “persi” quando la soglia per considerare una coppia idonea all’adozione è tra i 43 e i 45 anni, «questo le donne lo devono sapere».

«NON VOGLIO UN BAMBINO, VOGLIO IL TUO BAMBINO». Ci è voluto un anno perché Sena riuscisse a dire sì al marito che con pazienza aveva provato a parlare di adottare un bambino, di un legame diverso da quello di sangue, «non voglio un bambino qualunque», gli ripeteva la donna ostinata, «voglio il tuo bambino», eppure sentiva che non avrebbe retto a lungo, che gli effetti dei farmaci sul suo corpo, la sua mente e anche sul portafoglio stavano diventando insostenibili.

A quarant’anni decise di mettere piede per la prima volta in una agenzia per l’adozione.

Si guardò attorno, a molte donne presenti quel giorno era stata rifiutata la domanda di adozione per sopraggiunti limiti di età.

E pensò, guardando quelle donne, che era una cosa tristissima, «devono aver lottato con l’infertilità per molto tempo prima di arrivarci.

Come me, ho percorso quella strada anche io, quindi so cosa vuol dire, non posso condannare chi vive aggrappato alla speranza che il prossimo tentativo avrà successo».

Per questo Sena non parla per giudicarle, e nemmeno per incoraggiarle all’adozione, «cosa che non è da prendere alla leggera. Voglio solo che sappiano che adottare è un’opzione».

Ma anche che la grande mole di burocrazia da sfidare non è una obiezione a chi desideri diventare madre: lo sono invece le conseguenze devastanti causate dai trattamenti di fecondazione in vitro, ripetuti più e più volte.

45 MILA ORFANI. Oggi in Giappone vivono negli orfanotrofi circa 45 mila bambini. Con 80 mila adozioni l’anno il paese vanta uno di più alti tassi di adozione al mondo, ma solo il 2 per cento di queste riguarda bambini, il resto riguarda giovani tra i 20 e i 30 anni, adottati da famiglie che vogliono assicurarsi un erede o un aiuto a mandare avanti l’azienda.

Eppure le donne che desiderano una famiglia ci sono, e per loro Sena ha deciso di raccontare la sua storia.

La storia di come non riuscì a restare incinta ma diventò mamma, la storia di un’adozione che cambiò il destino di un bambino e di una donna «intrappolata nell’inferno della Fivet». Fonte Tempi

Pilecki, ecco chi è l’eroe di Auschwitz che vogliono cancellare dalla storia

Pilecki, l’eroe che entrò volontario ad Auschwitz e fuggì per raccontarlo al mondo – Marcin Zyteca

Le sofferenze del campo di concentramento furono per lui inferiori alle torture alle quali venne sottoposto nella Polonia staliniana

La figura di Witold Pilecki, 70 anni dopo la sua morte in un carcere di Varsavia (Polonia), affascina oggi gli storici, i criminologi e molti altri, che segnalano come la ricerca del cadavere di questo ufficiale polacco, iniziata solo pochi anni fa, mostra che i servizi di sicurezza della Repubblica Popolare Polacca cercarono con successo di eliminare il suo ricordo.

Le tracce di Pilecki si sono perse a Varsavia nel 1948. Dopo la sua esecuzione, il suo nome venne praticamente cancellato dai registri storici e dalla coscienza dell’opinione pubblica.

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Venne “dimenticato” a tal punto che trent’anni dopo gli stessi funzionari della censura del regime, che controllavano i mezzi di comunicazione durante il periodo comunista, non sapevano chi fosse.

Inconsciamente permisero la pubblicazione di un testo sull’ufficiale polacco, scritto in Gran Bretagna.

Chi era Witold Pilecki?  Nel 1979, più di trent’anni dopo la sua morte, sul quotidiano di Varsavia Kurier Polski apparve una recensione del libro Six Faces of Courage, dello storico Michael Foot, che descriveva sei persone che con il loro eroismo straordinario avevano lasciato una traccia nella storia della resistenza antihitleriana in Europa.

Pilecki era tra loro. Gli articoli successivi sul capitano apparvero sulla stampa polacca qualche mese dopo.

Lentamente si iniziava a ricordare l’ufficiale della cavalleria polacca, nato nel 1901, che difese il suo Paese lottando sia contro le truppe sovietiche, quando era appena un adolescente, che durante l’invasione della Polonia da parte della Germania di Hitler nel 1939.

Nel periodo tra le due guerre, Witold Pilecki non svolse attività militare, dedicandosi alla scienza – studiava presso la Facoltà di Agricoltura dell’Università di Poznań e la Facoltà di Belle Arti dell’Università di Vilna –, dipingendo quadri, dirigendo una fattoria e aiutando la moglie ad allevare i figli.

Tornò nell’esercito con la politica di espansione del Terzo Reich guidato da Adolf Hitler, che si intensificò alla frontiera occidentale della Polonia.

La guerra era imminente e il vicino di Pilecki, il maresciallo polacco Edward Rydz-Smigly, propose al capitano di tornare alle strutture difensive del Paese. Pilecki accettò.

Volontario ad Auschwitz.  Una volta sconfitta la Polonia, dopo aver subìto successivamente le invasioni della Germania nazista e dell’Unione Sovietica, Witold Pilecki guidò come comandante un plotone nella cavalleria della divisione ed entrò nel movimento della resistenza.

Dal sud del Paese riuscì ad arrivare a Varsavia, dove iniziò a creare le strutture dello Stato clandestino polacco in un’organizzazione chiamata Esercito Segreto della Polonia (TAP).

Quando, a metà del 1940, tre funzionari del TAP furono tra le prime persone ad essere portate ad Auschwitz, campo creato da poco dai tedeschi, Pilecki e i suoi compagni iniziarono l’osservazione del nuovo campo di concentramento dal quale nessuno tornava.

Durante uno degli incontri decisero di inviarvi qualcuno perché si unisse ai colleghi reclusi, raccogliesse informazioni di intelligence sul funzionamento del campo e organizzasse dall’interno un movimento di resistenza.

Progettavano di liberare i prigionieri, stabilendo un piano di fuga o realizzando un’azione armata.

Pilecki, quando accettò di fare il volontario, non sapeva molto delle condizioni di Auschwitz.

Si sapeva solo che la struttura era in funzione da appena tre mesi e serviva per rinchiudere soprattutto prigionieri politici e membri del movimento di resistenza polacco.

Nella Polonia occupata dalla Germania nazista non mancavano le opportunità per essere spediti nei campi di concentramento, e Pilecki doveva andare direttamente ad Auschwitz.

Con quel proposito si espose all’arresto durante una delle azioni che i nazisti mettevano in atto per le vie di Varsavia per fare prigionieri che servissero da manodopera schiava.

Dopo la cattura, Pilecki venne considerato politicamente pericoloso e inviato al campo.

Con il numero 4859 e un nome falso, Tomasz Serafinski, riuscì a entrare il 22 settembre 1940 nella lista di prigionieri di Auschwitz.

Poco dopo il suo arrivo iniziò a creare una rete di cospirazione chiamata Unione delle Organizzazioni Militari (ZOW), alla quale si unirono, tra gli altri, il famoso saltatore con gli sci Bronislaw Czech e lo scultore Xavery Dunikowski.

La struttura servì a mantenere il morale, scambiare informazioni esterne al campo, acquisire cibo e abiti per distribuirli segretamente e soprattutto preparare le proprie truppe nel caso di un possibile attacco dall’esterno da parte delle unità di guerriglia.

Nemico della Nazione. Pilecki trascorse 947 giorni ad Auschwitz, vivendo, osservando e analizzando il funzionamento del campo.

Dopo essere fuggito con due compagni, scrisse, insieme ai rapporti di Jan Karski, il primo resoconto sull’attività della “fabbrica della morte”.

Lì identificò i suoi punti deboli, visto che come affermò “potrei abbandonare il campo quando voglio”.

Anche se si ammalò varie volte e perse molti denti, credeva che i nazisti fossero stati relativamente “delicati” con lui.

Alla fine dell’aprile 1943, decise di avere una conoscenza adeguata del campo per annotarla e consegnarla agli Alleati.

Credeva che grazie alla sua fuga e ai rapporti avrebbe potuto convincerli ad attaccare Auschwitz, dove grazie a lui esisteva un movimento di resistenza composto da circa 800 persone.

Le speranze risultarono vane, e i leader del movimento di resistenza, senza sostegno esterno, considerarono l’attacco a un campo fortemente militarizzato un progetto poco realistico e pericoloso.

Quando si avvicinava al fronte orientale, Pilecki decise di tornare nella capitale, dove partecipò alla sollevazione di Varsavia. Durante la rivolta diresse uno dei comandi.

Alla fine della guerra venne arrestato e deportato nel campo di concentramento di Murnau, in Baviera.

Una volta tornato in libertà ebbe l’opportunità di rimanere nell’Europa Occidentale, come molti prigionieri nelle sue condizioni, per il rischio di essere perseguitato dai comunisti, le nuove autorità della Polonia.

Pilecki, però, tornò nel suo Paese e subì la persecuzione contro le persone associate all’esercito prima della guerra e alle strutture statali del passato.

Col rafforzamento dei comunisti al potere era in grave pericolo. Rimase a Varsavia insieme alla sua famiglia, visto che la moglie rifiutò categoricamente di fuggire in Italia con i due figli separandosi da lui.

Nel 1946 il capitano venne arrestato dai servizi segreti comunisti in casa di alcuni amici e venne sottoposto a un’indagine brutale.

Come confessò in una delle sue ultime conversazioni con la moglie, “Auschwitz era un gioco” rispetto alle torture a cui fu sottoposto nella prigione staliniana.

Durante il suo processo pubblico e fraudolento, Pilecki venne accusato di tradimento dello Stato e di tentativo di assassinio di rappresentanti delle autorità della Repubblica Popolare Polacca, accusa che respinse.

La condanna a morte stabilita dal tribunale venne eseguita nella prigione di Varsavia, a Mokotów, il 25 maggio 1948, quando venne giustiziato con un colpo di pistola alla testa.

Le tracce di Pilecki si sono perse per quasi trent’anni, ma con la democratizzazione del Paese si è potuta recuperare gradualmente la memoria del capitano polacco.

Sono stati anche portati davanti alla giustizia i procuratori e i giudici che lo hanno condannato, tra i quali il procuratore militare e tenente colonnello Czeslaw Lapinski, morto due anni dopo l’apertura del processo, iniziato nel 2002 nel tentativo di promuovere la giustizia storica.

Paradossalmente, il persecutore del capitano è morto di cancro al Centro Oncologico di Varsavia, situato in via… Witold Pilecki.

Anche se ci sono sempre più luoghi dedicati all’ufficiale polacco, l’équipe di storici, archeologi e ricercatori non è ancora riuscita a trovare i resti del “volontario di Auschwitz”. Fonte Aleteia

Farmaci sbagliati a 456 pazienti: è strage, tutti morti

Farmaci sbagliati: è stragedi Angela Rossi

Sono almeno 456 i pazienti deceduti in Gran Bretagna perché sono stati somministrati loro dei potenti antidolorifici, senza un’adeguata giustificazione medica.

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Altri 200 potrebbero aver perso la vista per un sovraddosaggio di oppiacei. E’ quanto emerge da un’indagine choc sulla sanità britannica. I decessi si sarebbero verificati al War Memorial Hospital di Gosport, nell’Hampshire, contea sulla costa meridionale dell’Inghilterra.

L’indagine indipendente del Servizio sanitario britannico nazionale denuncia che i casi di malasanità sospetti vanno dal 1989 al 2000.

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In particolare, nel report viene fatto il nome di un medico dell’ospedale responsabile della somministrazione dei farmaci nei vari reparti e già accusato di negligenza in 12 casi di morte di pazienti tra il 1996 e il 1999.

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Per il momento, il dottore non è accusato dalle autorità giudiziarie, né è stato radiato dall’albo dei medici, sebbene abbia abbandonato la professione dopo le accuse che gli sono state rivolte.

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La premier Theresa May ha definito quanto accaduto all’ospedale di Gosport “terribilmente preoccupante” e si è scusata con le famiglie delle vittime per il ritardo con il quale l’Nhs, il Servizio sanitario nazionale britannico, ha fatto chiarezza sulla vicenda.

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Il ministro della Salute Jeremy Hunt ha riferito in Parlamento che la polizia e la Procura esamineranno il materialecontenuto nel rapporto per stabilire se vi sono gli elementi per un’inchiesta penale. Fonte: interris – Titolo originale: Framaci sbagliati: è starge

Gli atei pregano Dio, il 20% di loro lo fa regolarmente

Il 20% degli atei prega Dio. E’ la realtà che vince sul pregiudizio. – La redazione di UCCR

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Sono due i motivi per cui non sono affatto sorprendenti i risultati di uno studio britannico secondo cui un adulto su cinque prega Dio nonostante abbia affermato di non essere credente/religioso. Per molti si tratta di un gesto dettato da un profondo momento di crisi: «Per favore, Dio».

Il primo motivo è che si tratta di un fenomeno già notonel 2004, infatti, è emerso dal Pew Research Center che tra coloro che si definiscono “atei” e “agnostici”, il 38% crede in Dio (o in uno spirito universale), di cui il 9% è assolutamente certo della Sua esistenza.

Tra i “non religiosi”, invece, l’81% crede in Dio, di cui il 39% è assolutamente certo. Il 6% degli “atei”, inoltre, afferma di pregare ogni giorno e l‘11% lo fa saltuariamente. Il recente studio, invece, è stato condotto da ComRes.

Dove sarebbe la sorpresa? Sbaglia profondamente chi volesse cogliere l’occasione per ironizzare sulla presunta incoerenza delle persone non credenti (anche se, a parti invertite, molte di loro non si sarebbero certamente risparmiate).

Piuttosto è interessante notare che in gran parte sono le circostanze negative della vita a scuotere l’animo anche di chi non crede. E nemmeno questo è sorprendente (ecco il secondo motivo).

Quando tutto nella vita gira alla grande è facile percepirsi autosufficienti, emancipati, indipendenti, dèi di noi stessi e della realtà.

Certo, dopo il primo picco di entusiasmo per le cose che finalmente scorrono bene, l’aridità, l’insoddisfazione e la noia sono sempre in agguato e, forse, sono la salvezza che ci riporta con i piedi per terra.

Ma per lo più sono la tragedia, la sofferenza, la crisi a far davvero conoscere all’uomo la propria impotenza, finitezza, la sua piccolezza e sproporzione.

Il suo bisogno di Qualcuno che intervenga nella vita per salvarla, quel misterioso Bene che chiunque- se è onesto con se stesso- percepisce. E l’uomo è sempre onesto di fronte al dolore.

L’ateismo è più sulle labbra che nel cuore, le circostanze sfavorevoli della vita sono per questo un dono, un’àncora di salvezza poiché altro non fanno che far emergere il bisogno di Infinito presente in ogni uomo.

Davanti alla sofferenza, finalmente crollano le incrostazioni ideologiche, i discorsi teologici e ateologici, i pregiudizi di sempre. «Inquietudine, insoddisfazione, desiderio, impossibilità di acquietarsi nelle mete raggiunte: queste sono le parole che definiscono l’uomo e la legge più vera della sua razionalità.

Egli avverte un’ansia di ricerca continua, che vada sempre più in là, sempre oltre ciò che è stato raggiunto.

Dio, l’infinito, si è calato nella nostra finitudine per poter essere percepito dai nostri sensi, e così l’infinito ha “raggiunto” la ricerca razionale dell’uomo finito» (Benedetto XVI, Messaggio al 27° Meeting per l’amicizia fra i popoli, 21/08/06). Fonte UCCR