Un monaco contro le jene – di Marcello Veneziani

422
monaco

Un monaco contro le jenedi Marcello Veneziani – La civiltà cristiana della cristianissima Spagna è oggi nelle mani solitarie di un monaco benedettino di 46 anni, Santiago Cantera, priore dell’abbazia Santa Cruz, dove è sepolto Francisco Franco. 

Il monaco difende in solitudine la cristiana sepoltura del Generalissimo dalla decisione lugubre del governo iberico di sinistra di esumare il cadavere di Franco a 44 anni dalla sua morte e cacciarlo dalla sua tomba.

Padre Cantera nega l’autorizzazione allo Stato spagnolo di entrare nella cappella, profanare la tomba e ricacciare altrove i resti di Franco.

La sinistra globale, e quella nostrana, tifa per la macabra svolta che il coraggioso priore definisce “satanica”.

I socialisti di Padro Sanchez e della ministra della Giustizia Dolores Delgado (firmataria del provvedimento), sono giunti al governo senza legittimazione popolare, in minoranza, dopo la crisi che travolse il governo moderato del popolare Mariano Raioj.

E in un paese pieno di problemi, con la ferita della Catalogna ancora aperta, coi migranti spesso ricacciati senza alcun rumore mediatico, il governo socialista compie questo atto politico e simbolico di cui è evidente l’attualità stringente e l’urgenza assoluta… E non solo.

Come bestie necrofobe, assatanate di odio e di morte, gli eurosinistri respingono con sdegno sciacallesco la scelta apprezzabile di Franco di seppellire nella stessa Valle dei caduti, le vittime della Guerra civile di ambo i versanti, franchisti e antifranchisti.

Magari l’avessimo fatto anche noi in Italia, dopo la guerra civile, quanti odii avremmo perlomeno stemperato.

Il monaco a difesa dei morti “cattivi”

Non pretendevamo dai socialisti spagnoli revisioni storiche, pentimenti o ripensamenti ma solo un minimo atto di umanità e di pietà cristiana per i morti di tutte le parti, per la legge elementare che vale in ogni civiltà e che si riassume in una frase: Parce sepulto, pace a chi è sepolto.

No, per lorsignori dobbiamo separare con macabro razzismo cadaverico i morti buoni dai morti cattivi, le vittime dagli assassini. Anche se di vittime e di assassini ce ne furono da ambo i versanti.

Sarebbe facile raccontare di quante stragi atroci di innocenti si macchiarono i comunisti antifranchisti: stupri ed eccidi di suore e religiosi, famigliari inermi di falangisti; i comunisti massacrarono persino molti anarchici combattenti dalla loro stessa parte.

Perfino alcuni partigiani antifascisti andati in Spagna a combattere contro Franco, se ne ritrassero disgustati. George Orwell, l’autore de la Fattoria degli animali e il nostro Randolfo Pacciardi, combattente repubblicano; andarono da antifascisti ma tornarono fieramente anticomunisti dalla Spagna.

E Simone Weil, filosofa operaista, raccontò con raccapriccio a George Bernanos, di un ragazzo falangista di 14 anni che per non aver voluto rinnegare la sua scelta fu ucciso senza pietà dagli antifascisti, dopo avergli lasciato una notte per rinnegare la sua fede. Ma il ragazzo intrepido e tremante preferì morire.

Intendiamoci, il regime di Franco fu un regime autoritario, catto-militare, nazional-paternalista, un po’ come Salazar in Portogallo. Contava molto la Chiesa e la sua longa manus, l’Opus dei, nella Spagna franchista.

Ma quel regime repressivo non eresse muri per impedire che la gente scappasse dalla Spagna, come accadde invece nei regimi comunisti; si poteva andar via dalla Spagna.

La via dell’esilio

Alcuni intellettuali antifranchisti scelsero infatti con dignità la via dell’esilio: una per tutti, la filosofa Maria Zambrano che venne a vivere in Italia.

Ma ci furono anche intellettuali fuggiti dal comunismo che andarono a vivere nella Spagna franchista: ne cito ancora uno tra tanti, lo scrittore romeno Vintila Horia, autore di Dio è nato in esilio.

Franco non fu fascista, ma autoritario e patriota; i fascisti, semmai, furono con Josè Antonio, con la Falange, che Franco emarginò dal potere per il loro programma nazional-rivoluzionario.

Ma non dimentichiamo soprattutto una cosa: piaccia o meno, ma la dittatura di Franco salvò la Spagna, l’Europa e l’Occidente da una dittatura comunista e staliniana che si stava profilando con la vittoria dei “rossi”.

E che avrebbe rianimato il comunismo in Europa e il desiderio di ricongiungersi dei partiti comunisti fratelli a quello che al tempo, anche i comunisti italiani, acclamavano come il Padre dei popoli: Stalin e la sua Unione Sovietica.

Franco salvò la Spagna anche da Hitler

E non solo: il vituperato Franco salvò la Spagna anche da Hitler perché rifiutò di entrare in guerra al suo fianco, come fece purtroppo l’Italia di Mussolini. E dunque concorse a salvare l’Europa da Hitler.

Tutto questo certo non lo scagiona dalla colpa di aver instaurato una dittatura, seppur temperata dal cattolicesimo. Ma alla sua morte, per sua espressa volontà, fu ripristinata in Spagna la Monarchia Costituzionale con Juan Carlos e fu riattivata la Democrazia parlamentare.

Ma ragionare, ricordare, storicizzare non conta per chi vuole dannare anche da morto i resti di Franco e cacciarlo dalla sua tomba, per separare i Morti Buoni dai Morti cattivi.

Ma la gente, el pueblo, la Spagna di oggi, potrà mai condividere questo atto così anacronistico e crudele, così feroce e demente, di accanirsi sopra un cadavere?

Uno stato democratico e socialista che compie vituperio di cadavere: ma la corte europea ha occhi per questa lugubre infamia o si occupa solo di quel che offende la dogmatica progressista? MV, La Verità 4 gennaio 2019 – Fonte: Marcello Veneziani