Sesso e ’68: Il Movimento Liberal rivoluzionò la ‘sessualità

Sesso e ’68: Il Movimento Liberal rivoluzionò la ‘sessualità’ … ma a che costo?

  • di Slavoj Zizek

E’ passato mezzo secolo dagli eventi del maggio 1968 a Parigi (e non solo a Parigi) che hanno lanciato un movimento liberal guidato da una gioventù che cambiò il mondo. Quindi, sarebbe il momento buono per riflettere su cosa accomuna e cosa divide la liberazione sessuale e il femminismo degli anni ’60 dalle campagne di protesta dei giorni nostri, dalla  LGBT  a #MeToo.

All’indomani del ’68, la stampa “progressista” francese pubblicò tutta una serie di petizioni che chiedevano la depenalizzazione della pedofilia, sostenendo che in questo modo si poteva abolire la frontiera artificiale, culturalmente ristretta  e opprimente, che teneva separati i bambini dagli adulti, estendendo il diritto di usare liberamente il proprio corpo anche ai bambini. Dicevano che solo forze oscure “reazionarie” e “oppressive” potevano opporsi a questa misura e tra i firmatari figuravano figure culturali iconiche come Sartre, de Beauvoir, Derrida, Barthes, Foucault, Aragon, Guattari, Deleuze e Lyotard.

Comunque oggi, la pedofilia è percepita come uno dei peggiori reati criminali immaginabili e, anziché difenderla in nome del progresso anti-cattolico, è per lo più associata al lato oscuro della stessa Chiesa cattolica. Il che significa che combattere contro la pedofilia è oggi un compito progressista diretto contro le forze reazionarie.

E la vittima più bizzarra di questo cambiamento è stato il politico Daniel Cohn-Bendit, che vive ancora nel vecchio spirito degli anni ’60, che ha recentemente raccontato, in un’intervista, che durante la sua gioventù, quando lavorava in un asilo, faceva regolarmente dei giochetti di masturbazione con le bambine.

Subito dopo, con sua somma sorpresa, si è trovato ad affrontare una reazione violenta e tanta gente che chiedeva di cacciarlo fuori dal parlamento europeo e di denunciarlo.

Cambiano i Costumi

Il gap che separa la liberazione sessuale del ’68 dalla lotta per l’emancipazione sessuale di oggi traspare chiaramente in un recente scambio polemico tra Germaine Greer e alcune femministe che hanno reagito criticamente alle sue critiche che riguardavano #MeToo. Il loro punto saliente era il fatto che, mentre la tesi principale della Greer – che le donne dovrebbero liberarsi sessualmente dal dominio maschile e condurre una vita sessuale attiva senza fare le vittime – era valida negli anni ’60, ai tempi del movimento della liberazione sessuale, oggi la situazione è diversa.

E quello che è successo, nel frattempo, è che l’emancipazione sessuale delle donne (cioè la loro capacità di condurre liberamente sia una vita sociale che una vita sessuale attiva)  è stata mercificata. Mentre è vero affermare che le donne non sono più percepite come oggetti passivi del desiderio maschile, bisogna anche dire che la loro stessa attività sessuale ora è vista (dagli occhi dei maschi) come una loro permanente  disponibilità ad una interazione sessuale.

In queste nuove circostanze, affermare con forza NO non è considerato un semplice atto di auto-vittimizzazione della donna, perché implica un rifiuto di questa nuova forma di soggettivazione sessuale delle donne, che richiede non solo di sottomettersi passivamente al dominio sessuale maschile, ma anche di agire come se, anche loro, lo  volessero attivamente .

Di chi è la Colpa?

Benché ci sia un forte elemento di verità in queste argomentazioni, si deve comunque ammettere quanto sia problematico voler ancorare delle rivendicazioni politiche ad uno status di vittimismo. Del resto non è caratteristica fondamentale della soggettività di oggi la strana combinazione di un soggetto libero che si ritiene, in ultima analisi, responsabile del proprio destino e di un soggetto che basa la propria tesi su uno status di vittima delle circostanze, che sono al di fuori del suo controllo? Ogni contatto con un altro essere umano è vissuto come una potenziale minaccia – se l’altro fuma, se mi lancia uno sguardo avido, basta questo per farmi male – questa logica della  vittimizzazione oggi è universalizzata, e va ben oltre i normali casi di molestie sessuali o razziste.

Ad esempio, pensiamo al fiorente settore finanziario che si occupa delle richieste di risarcimento. Questa tesi del soggetto, che si ritiene vittima irresponsabile,  arriva all’estrema prospettiva del Narcisismo: ogni incontro con l’Altro appare come una potenziale minaccia per l’equilibrio precario del soggetto stesso. Il paradosso è che, nell’attuale forma predominante della individualità, l’affermazione egocentrica del soggetto psicologico si sovrappone paradossalmente alla percezione di se stessi come vittime delle circostanze.

I Miliardari  ‘di Sinistra’

Non si può restare nel sospetto che la sinistra della cultura del Politically Correct  della sinistra stia diventando tanto fanatica da difendere “il progresso” e da sostenere  tutte le nuove battaglie contro  le “apartheid” sessiste e culturali, pur di nascondere  di essersi ormai pienamente immersa nel capitalismo globale. E’ questo è lo spazio in cui  si incontrano la  LGBT + e #MeToo da una parte e  Tim Cook e Bill Gates dall’altra.

Come siamo arrivati ​​a questo punto?  Come hanno notato molti conservatori (e questo è proprio il punto), i nostri tempi sono segnati dalla progressiva disintegrazione di una rete di frontiere condivise, sulle quali poggia quella che George Orwell definì deliberatamente la “decenza comune”.

Oggi questi standard vengono liquidati come un giogo che subordina la libertà individuale a forme sociali organiche proto-fasciste. In una situazione di questo tipo, la visione liberale delle leggi minimaliste (che non dovrebbero regolare troppo la vita sociale ma solo impedire che gli individui non travalichino i propri spazi – o che non  “aggrediscano”) si trasforma in una esplosione di norme legali e morali e in un processo senza fine di dispute legali e morali, che viene etichettato come “lotta contro tutte le forme di discriminazione”.

Se non esistono costumi condivisi che bastino ad influenzare-modificando la legge, basta solo il fatto che qualcuno “infastidisca” un altro soggetto, per far  sorge una nuova domanda:  Chi – in assenza di queste usanze-costumi-mores condivisi – deciderà cosa si deve considerare  “molestia”?

Dopotutto, in Francia abbiamo visto associazioni di persone obese che chiedono che vengano bloccate tutte le campagne pubbliche contro l’obesità e a favore di sane abitudini alimentari, perché queste campagne compromettono l’autostima delle persone obese. Nel frattempo, i militanti del “Veggie Pride” condannano lo “specismo” dei mangiatori di carne (che in questo modo discriminano gli animali, privilegiando gli umani – e questa per loro è una forma particolarmente schifosa di “fascismo”) e chiedono che la “vegetofobia” sia trattata come una sottospecie della xenofobia e sia dichiarata reato. E così via e così via, fino a che forse un giorno parleremo anche di cose come l’incesto-matrimonio, l’omicidio consensuale e il cannibalismo.

Tana Libera Tutti

Ora il vero problema è l’evidente discrezionalità delle regole che cambiano sempre. Prendiamo la sessualità infantile: da una parte qualcuno può sostenere che criminalizzarla sia una discriminazione ingiustificata, ma dall’altra si può anche sostenere che i minori devono essere protetti dalle molestie sessuali da parte degli adulti.

E potremmo anche andare avanti: le stesse persone che predicano la legalizzazione delle droghe leggere di solito sostengono il divieto di fumare nei luoghi pubblici; e le stesse persone che protestano contro l’abuso patriarcale dei bambini piccoli nelle nostre società, si preoccupano quando qualcuno condanna gente di culture straniere che vive tra di noi e che fa esattamente la stessa cosa ( come i Rom che non mandano i bambini a scuola), giustificando questo comportamento come un caso di interferenza in altri “modi di vivere”.

È dunque per ragioni strutturali necessarie che questa “lotta contro la discriminazione” è un processo infinito che posticipa all’infinito il suo punto di arrivo, una società liberata da tutti i pregiudizi morali che, come diceva Jean-Claude Michea, “sarebbe, proprio per essere arrivata a questo punto, una società condannata a vedere reati in tutto e ovunque.”

 

Slavoj Žižek  è un cultural philosopher e senior researcher all’  Institute for Sociology and Philosophy dell’Università di  Lubiana, Global Distinguished Professor di Tedesco  alla  New York University, e international director del Birkbeck Institute for the Humanities dell’ Università di Londra.

Tratto da: Come Don Chisciotte

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