Urla ai carabinieri: ‘Aiuto, ho un figlio!’. Riccardo muore in strada, a 39 anni

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riccardo magherini

“Aiuto, ho un figlio”: la storia di Riccardo Magherini, morto durante (e per) un fermo dei carabinieridi Angela Marino

La notte del 3 marzo 2014, Riccardo Magherini, ex promessa del calcio e padre di un bimbo di due anni, muore stroncato da un arresto cardiaco mentre i carabinieri lo tengono bloccato a terra. Un film già visto.

Come Federico Aldrovandi anche, ‘Richy’ è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto! Ho un figlio!”.

I segni sul suo corpo, però, raccontano di violente percosse ricevute proprio mentre era immobilizzato e inoffensivo.

“Aiuto! Aiuto! Sto morendo!”. Quella notte di marzo del 2014, Riccardo Magherini, ex promessa della Fiorentina e papà di un bimbo di due anni, correva per le strade di Firenze in preda alla paura di morire. E alla fine è morto. Tra le mani di tre carabinieri.

Riccardo, 39 anni, si era separato da poco dalla moglie Rosangela e aveva preso in affitto una stanza a borgo San Frediano.

La notte di domenica 3 marzo era uscito a cena con degli amici, era sereno. Esce a passeggiare per strada, ma dentro sta montando una paura irrazionale che qualcuno voglia fargli del male.

Un terrore incontrollabile che diventa paranoia quando, a bordo del taxi che lo sta portando a casa, perde la testa quando il tassista non svolta nella strada da lui indicata.

Si lancia fuori dall’auto gridando aiuto e piomba in una pizzeria del quartiere San Frediano, dove prende un cellulare a un cameriere e scappa.

Invoca disperatamente aiuto finché non si imbatte in due carabinieri che lo trattengono mentre lui continua ad agitarsi, allora chiamano rinforzi.

Nel quartiere le finestre si illuminano, chi è stato svegliato da quelle grida disperata si affaccia alle finestre, alcuni cominciano a riprendere la scena con il cellulare, perché qualcosa, è evidente, non va.

“Aiuto, ho un figliolo”

I militari lo hanno ammanettato prono e gli sferrano calci nell’addome, uno sta a cavalcioni su di lui, che continua a invocare aiuto: “vi prego, ho un figlio!”.

Dopo diversi minuti arriva un’ambulanza – senza medico – poi ne arriva una seconda, ma ormai è troppo tardi.

Qui comincia il dramma della famiglia Magherini. Prima lo choc di aver perso un figlio – che godeva ottima salute e non aveva mai dato segnali di malessere – poi la costernazione di apprendere che ciò sarebbe avvenuto per ‘intossicazione da cocaina e per asfissia’. Questa la spiegazione data loro sulle prime.

Le foto del corpo

E quei lividi sul corpo di Richy? Le ecchimosi sul volto e sul corpo come si spiegano? A turbare maggiormente la famiglia, spunta uno dei video che i residenti hanno girato con i telefonini.

Si sentono le grida disperate di Riccardo che continua a chiedere aiuto, pur ammanettato e immobilizzato. È un colpo al cuore.

Intanto la Procura di Firenze apre un’inchiesta, ma l’unico indagato è proprio Magherini, per il furto del cellulare che ha strappato al cameriere per chiedere aiuto.

Non è stata la cocaina – che pure aveva assunto in una quantità che non avrebbe potuto causare la morte – a uccidere Riccardo, ma, come l’autopsia appurerà l’asfissia posturale.

Richy come Aldro

In poche parole, il torace di Richy è stato schiacciato con veemenza sull’asfalto impedendogli di respirare, un film già visto.

A nove anni dalla morte di Federico Aldrovandi, la morte di un  uomo innocente e incensurato nelle mani dei carabinieri, diventa nuovamente un caso.

Fabio Anselmo, lo stesso avvocato di ‘Aldro’ e del caso Cucchi, assume l’incarico della parte civile. Le foto e i video del corpo martoriato finiscono in Senato, dove la vicenda viene denunciata dal presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e un anno dopo, nell’inchiesta per omicidio colposo, finalmente appaiono degli indagati.

Sono le tre volontarie della Croce Rossa intervenute quella notte e i carabinieri Stefano Castellano, Davide Ascenzi, Agostino Della Porta e Vincenzo Corni.

‘Cooperazione in omicidio’

Il processo si conclude con la condanna in primo grado, confermata in appello, a otto mesi per ‘cooperazione in omicidio colposo’ per i soli carabinieri.

Nessuna responsabilità viene riconosciuta invece alle volontarie della Croce rossa. In poche parole i giudici riconoscono che le manovre di contenimento di Riccardo hanno contribuito al decesso, ma non si dà peso ai calci sferrati mentre era ammanettato e inoffensivo.

Per questo, dopo il verdetto d’appello del 2017, l’avvocato Anselmo ha chiesto l’annullamento della sentenza e un nuovo processo a carico dei carabinieri, per omicidio preterintenzionale, “che contempli l’evento morte come conseguenza del reato di percosse” .

“La verità noi la sappiamo – ha detto fuori dall’aula Rosangela – il processo è per nostro figlio, ogni giorno chiede del suo babbo”.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: “Aiuto, ho un figlio”: la storia di Riccardo Magherini, morto durante (e per) un fermo dei carabinieri