La loro vittoria (momentanea)? Farci credere che la rivoluzione sia impossibile

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Perchè non parliamo più di rivoluzione?

  • di Piergiorgio Maurotti

Il crollo delle utopie è la più grande vittoria del capitalismo contemporaneo. Nessuno sente più la necessità di invocare una Rivoluzione.

Erano gli inizi del Novecento, e per la Sinistra la Politica aveva soltanto un nome: Rivoluzione. Ed era su questo nome che si divideva, frantumava, univa, federava. Era in quel nome che Benito Mussolini si dichiarò favorevole all’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale durante le infiammate riunioni del Partito Socialista. Sosteneva che si sarebbero date le armi ai contadini, agli operai, e che poi le avrebbero dirette contro il potere. Era anche l’idea di Bucharin, rivoluzionario russo, figlio dell’Ottobre rosso, anche lui, figlio della Rivoluzione. Andò diversamente, nonostante la possibilità rivoluzionaria di Caporetto. Finirono entrambi giustiziati, stesso epitaffio di storie diverse.

È in nome della Rivoluzione che scendono in piazza in Francia ed in Italia studenti ed operai, nel 1968. Sbagliano. Scambiano il passaggio dal capitalismo borghese a post-borghese per un momento rivoluzionario. Se ne accorge Pasolini, che sulla tomba di Gramsci gli confidò in versi che lui, Pierpaolo, lo aveva tradito, perché non credeva più nella Rivoluzione. È nel suo nome che si giocano le segreterie del Partito Comunista Italiano nel secondo dopoguerra. La linea cambia soltanto quando Longo prima, e Berlinguer poi, rompono definitivamente con l’Unione Sovietica. La Sinistra passa dalla Rivoluzione al riformismo, vagheggiando un minimalismo che andò sfumando decennio dopo decennio e che alla fine fu acquistato e adottato (come è oggi, con il Partito Democratico) dalla borghesia amante dei mercati e della retorica liberal dei diritti. Ma prima ci sono gli anni ’80. C’è la Thatcher, che dice che al capitalismo “non c’è alternativa”. E nel frattempo qualcosa cambia nel modo di pensare degli occidentali. Sì, cambia.

Nelle televisioni, nelle università, nei giornali, nelle radio, viene venduto un nuovo modello non solo di consumo, ma di esistenza. Nasce l’epoca del capitalismo finanziario, erede del consumismo americano degli anni ‘50 e ‘60 che partorirà la globalizzazione. Nasce anche qualcos’altro: il dominio dell’immagine sulle coscienze. Esiste solo quello che si vede, che si pubblicizza, che si raffigura. Ogni visione ideale del mondo diventa ridicola, improponibile, proprio perché non immaginabile. Quando crolla l’Unione Sovietica si assiste più al passaggio di un becchino che alla sconfitta di due titani ad uno stremante braccio di ferro. Il nome della Rivoluzione non viene più pronunciato. Di esso non vi è immagine. Mark Fisher fu uno dei primi a comprendere la più grande vittoria del capitalismo contemporaneo: averci convinto che “there is no alternative“. Morirà suicida nel 2017, perseguitato, a suo dire, dalla “depressione dell’epoca del consumo”.

Oggi non vi sono meno motivi di quaranta o cinquant’anni fa per parlare e credere nella possibilità di un cambiamento radicale e repentino dell’esistente, e abbiamo il dovere di convincerci a ragione che è stato il capitalismo ad indurci a pensarlo. D’altronde sappiamo, senza che ci venga in aiuto Lyotard, che il capitalismo contemporaneo vive di suggestioni. E mai suggestione fu più vincente per il potere e deleteria per i lavoratori che quella di averci convinto dell’impossibilità di un cambiamento radicale. E adesso che gli anticapitalisti devono pensare un’alternativa, bisogna che tornino a pronunciare il nome che politici, pseudo-intellettuali e cinici volevano farci smettere di pronunciare: Rivoluzione.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE