“Sono io don Peppe”, gli spara 4 colpi e se ne va tranquillo com’era entrato

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Peppe Diana, il sacerdote che si oppose ai Casalesidi Fabio Piemonte – Il 19 marzo di 25 anni fa veniva ucciso dalla camorra don Giuseppe Diana (1958-1994), che da parroco a Casal di Principe si era opposto a quella che chiamava «la dittatura» della malavita organizzata.

In una sua denuncia pubblica sottolineò che la preghiera «è la fonte della nostra Speranza» ed esortò i confratelli a offrire «una testimonianza coraggiosa».

«Occorre riscoprire quegli spazi per una ‘ministerialità’ di liberazione, di promozione umana e di servizio. Coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra Speranza. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa».

Passa anche attraverso queste parole, pronunciate nel corso della sua seconda denuncia pubblica della camorra, l’impegno profetico di don Giuseppe Diana (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), detto Peppe, disposto a essere segno di contraddizione in un territorio avvelenato dalla malavita organizzata.

Il coraggio di don Peppe Diana

«Basta con la dittatura armata della camorra», tuona ancora in un altro suo accorato appello, dopo l’ennesima uccisione di un innocente per errore da parte del clan dei Casalesi.

Il giovane sacerdote fa sentire la propria voce senza timore. «Non sapeva, forse, che questo era il suo destino. Si riconosceva solo un povero ma solerte lavoratore nella vigna del Signore. Metteva volentieri tutta la sua vita e tutta la sua cultura nella missione universale della sua Chiesa», scrive il vescovo Raffaele Nogaro: «E per la libertà del tuo popolo e per l’amore della tua terra ti hanno immolato».

Anche questa preziosa testimonianza confluisce in Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra del giornalista Luigi Ferraiuolo, recentemente pubblicato dalla San Paolo, che racconta la vicenda, il ministero e il martirio di don Giuseppe Diana, evidenziando le ferite del contesto sociale in cui maturò il suo omicidio: «Erano le 7.30 del mattino del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. La risposta arrivò subito, forte e chiara, come suo solito: “Sono io don Peppe”. Giuseppe Quadrano sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si stava vestendo per la Messa e andò via, tranquillamente come era entrato».

Eppure, «dal sangue di don Peppe e di altre 353 vittime sono nati centri sociali, case famiglia, ostelli, realtà per aiutare persone con autismo o disabili o sole, isole ecologiche, associazioni sportive, ristoranti, negozi, agriturismi. Una ribellione collettiva e sempre più forte alla camorra, sfidata nella sua stessa terra e inizialmente con scarso supporto delle istituzioni», come ha osservato Elisabetta Soglio nella prefazione.

Ha pagato in prima persona

Don Peppe ha pagato in prima persona anche la propria decisione «di negare un funerale pubblico a un camorrista, parente del killer che poi lo avrebbe ucciso per conto dei boss», come scrive Ferraiuolo.

«In poco più di tre anni, dal luglio del 1991 al marzo del 1994, egli ha saputo insegnare con coraggio e convinzione alla comunità casalese e al mondo che la camorra non aveva ragione e che i clan erano il male. Gli era chiaro che il contesto in cui si viveva nel Casalese era corrotto, amorale, violento e sanguinario».

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Per questo motivo «don Peppe Diana doveva morire, perché si era spinto troppo avanti. Perché aveva parlato troppo, aveva aperto troppe menti, troppi cuori, troppi occhi. Perché non si potevano impartire i sacramenti ai camorristi, agli assassini. Era diventato troppo esemplare, nel cuore della testa della camorra, perché potesse sopravvivere. Se non fosse stato ucciso quel 19 marzo, per i disegni di Nunzio De Falco e l’opposizione al funerale del parente di Quadrano, sarebbe stato ucciso poco dopo, perché la sua stessa presenza fisica avrebbe intralciato gli affari dei boss. Era una conseguenza diretta della sua predicazione pubblica cominciata anni prima, tra il 1988 e il 1989, e divenuta palese nel luglio del 1991», quando aveva tuonato contro la dittatura armata della camorra.

Sono trscorsi 25 anni

A 25 anni dalla sua morte, monsignor Lorenzo Chiarinelli ha voluto lanciare «un accorato appello alla popolazione, meglio ai camorristi: O terra amata che conosci il sudore, le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata di sangue di non pochi tuoi figli, e ora, da ultimo – che sia veramente l’ultimo – dal sangue di un tuo figlio, ministro di Cristo e della Chiesa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e fiducia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza. Il nostro martire don Peppino ha seminato per il futuro».

Nel visitare la sua tomba per omaggiarne la figura, monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, «ha riconosciuto in don Peppino l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e donano speranza».

Durante l’Angelus del 20 marzo 1994, il giorno seguente la sua uccisione, il Santo Padre Giovanni Paolo II pregava così: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace».

Le tante realtà associative e caritative fiorite a Casal di Principe e non solo, nel solco della sua testimonianza di vita spesa per il Vangelo, testimoniano senza dubbio una condivisione del suo anelito di fede, giustizia e carità. Fonte: La nuova bussola quotidiana