Studi dimostrano che c’è una cosa che stressa le donne più dei bambini. E non è il lavoro…

Studi dimostrano che i mariti stressano le donne il doppio dei bambini

Molte donne si sentono come fossero le madri dei loro partner e non hanno il loro supporto, questo drena la loro energia e causa stress ogni giorno.

Il matrimonio è impegnativo come la maternità per molte donne, i ricercatori hanno scoperto che una madre media valuta i suoi livelli di stress di 8,5 su 10, e addirittura il 46% delle donne coinvolte nello studio ha riferito che i loro mariti causano più stress dei loro figli!

Ecco un riassunto di quanto è stato scoperto dai ricercatori:

– 3 madri su 4 con partner dichiarano di svolgere la maggior parte delle mansioni parentali e familiari;

– 1 madre su 5 sostiene che la causa principale dello stress è la mancanza di aiuto da parte del marito;

– Le madri sostengono che la maggior parte dello stress è il risultato della mancanza di tempo per fare tutto ciò che deve essere fatto a casa;

Inoltre, i ricercatori dell’Università di Padova hanno scoperto che dopo la morte delle loro mogli, la salute dei mariti si deteriora, mentre nel caso opposto, quando le donne perdono il marito, diventano effettivamente più sane e affrontano la depressione e lo stress più facilmente.

Ciò significa che gli uomini facevano più affidamento sulle loro mogli.

Per risolvere questi problemi e ridurre lo stress, ci sono più cose che possono aiutare:

1. Prima di tutto, i partner dovrebbero dividere le loro responsabilità, come appuntamenti medici, organizzazione di eventi, compiti a casa. Se questo non è il tuo caso, inizia a spiegare a tuo marito lo stress a cui sei esposta quotidianamente. Puoi creare una lista di cose da fare o condividere con lui il tuo calendario.

2. A volte gli uomini vorrebbero essere padri e mariti migliori, ma le loro mogli non si fidano abbastanza per dare loro importanti responsabilità. Resisti alla tentazione di fare tutto da sola per avere tutto perfetto e chiedi al tuo partner di intervenire e darti il suo contributo.

3. Molte coppie lasciano la loro relazione alle spalle e si concentrano principalmente sulla genitorialità, che è un enorme errore.

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Dormire nel lettone? Una ricerca rivela gli effetti che causa nel cervello e nei rapporti coi genitori

Dormire nel letto con la mamma fino a tre anni fa bene al cuore del bambino – di Valeria Paglionico

Credevano che far dormire il piccolo nel lettone fosse una cattiva abitudine? In verità sarebbe bene averlo al proprio fianco durante la notte fino all’età di 3-4 anni.

In questo modo, non solo si rafforza il rapporto con la mamma ma si favorisce anche lo sviluppo del suo cervello.

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A quale genitore non è mai capitato di ritrovarsi il figlio piccolo nel letto durante la notte?

Anche se di solito viene considerata un’abitudine sbagliata che impedisce al piccolo di avere la propria indipendenza, in verità è qualcosa che fa incredibilmente bene al rapporto con la mamma.

Dormire da soli, infatti, rende più difficile la creazione del legame madre-figlio, favorendo la comparsa di comportamenti sbagliati da grandi.

Perché i bambini devono dormire con la mamma?

Secondo una ricerca condotta dal dottor Nils Bergman dell’Università di Città del Capo, in Sudafrica, e riportata sul DailyMail, è necessario che i bambini dormano nel letto della mamma fino a 3-4 anni.

In particolare, i neonati hanno bisogno di riposarsi sul petto del genitore nelle prime settimane di vita, dopodiché è consigliabile non fargli abbandonare il lettone, così da favorire il loro sviluppo e da ridurre lo stress che si accumula quando, al contrario, rimangono da soli nella stanza.

Il motivo è molto semplice: questa abitudine ha degli effetti positivi non solo sul rapporto che si viene a creare con la mamma ma anche sul cervello e sulla qualità del sonno.

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In molti, però, hanno spiegato che la cosa potrebbe aumentare il rischio di morti in culla. “Quando i bambini vengono soffocati in culla, non è perché sono accanto alla madre. Le cause sono altre, come il fumo tossico, le sigarette, l’alcool, i cuscini grandi o i giocattoli pericolosi”, ha spiegato l’autore dello studio.

Insomma, tutte quelle che vogliono far crescere i propri piccoli nel modo migliore farebbero bene a tenerli al proprio fianco nel lettone: così facendo si sentiranno molto più legati a lui. Fonte: Fanpage

Diarrea e vomito improvvisi, è tornato il norovirus. Ecco cosa fare per evitare il contagio

Il norovirus colpisce ancora: diarrea e vomito improvvisi, cosa fare in caso di contagio

  • di Zeina Ayache

Diarrea e vomito forti e improvvisi, questi i sintomi che ci fanno capire che siamo stati contagiati dal norovirus: ecco cosa fare e non fare.

Diarrea e vomito forti e improvvisi, questi i sintomi che ci fanno capire che siamo stati contagiati dal norovirus, un virus della famiglia Caliciviridae associato alle gastroenteriti. Vediamo insieme cosa fare in caso di contagio e come evitarlo e quali sono i sintomi e i rischi.

Norovirus, il contagio. Il Norovirus è un virus della famiglia Caliciviridae molto diffuso nel Regno Unito e in Irlanda e che, in questi mesi, sta raggiungendo anche altri Paesi europei. Il virus si trasmette per contatto tra persona e persona, ma anche da acqua e cibo contaminati e per via aerea ed è particolarmente contagioso durante l’inverno.

Sintomi. I sintomi compaiono 12 – 48 ore dopo l’esposizione con una persona contagiata o con prodotti infettati e durano da uno a tre giorni circa, spesso senza il bisogno di particolari trattamenti: anche se anziani e bambini devono prestare particolare attenzione. I principali sintomi sono:

  • nausea
  • vomito
  • dolori e crampi addominali
  • diarrea
  • malessere
  • febbre molto bassa
  • dolori muscolari

Cosa fare in caso di contagio. Basta davvero poco per contagiare le persone che ci stanno intorno, per questo quando si è colpiti da norovirus bisogna evitare di uscire e toccare cibo che altre persone potrebbero mangiare, ecco alcuni consigli utili per superare i giorni più difficili:

  • bere molti liquidi per reidratarsi, visto che con il vomito e la diarrea se ne persono moltissimi. Evitare però bevande gassate e succhi di frutta che peggiorano la situazione
  • prendere paracetamolo per ridurre il dolore
  • riposo assoluto
  • mangiare solo cibo scondito come riso, pasta e pane
  • assumere antidiarroici e antiemetici per ridurre i sintomi
  • Quando preoccuparsi. In caso di persistenza dei sintomi oltre i tre giorni, si consiglia di contattare il medico, lo stesso discorso vale in caso di sangue nella diarrea.

Restare a casa in caso di contagio. Il Norovirus è davvero molto contagioso, per evitarne la diffusione, tutte le persone che ne sono entrate in contatto devono:

  • non andare a lavoro per le 48 successive alla fine dei sintomi
  • lavarsi spesso le mani con acqua e sapone
  • disinfettare tutte le superfici e gli oggetti con cui si è entrati in contatto
  • lavare tutti i vestiti e la biancheria utilizzata durante i giorni del contagio
  • evitare di mangiare alimenti crudi e non lavati

Fonte: Fanpage

Juboraj, il leone scheletrico rinchiuso nello zoo da 18 anni adesso è libero VIDEO

Juboraj è morto: il leone scheletrico rinchiuso nello zoo da 18 anni adesso è libero

  • di Zeina Ayache

Il leone Juboraj, dopo 18 anni in gabbia, è finalmente morto: scheletrico e anziano, ha vissuto ‘in scena’ fino all’ultimo giorno.

l suo nome era Juboraj, aveva 18 anni e da qualche tempo era ridotto pelle e ossa, ma questo non impediva ai responsabili dello zoo di continuare a tenerlo tra le ‘attrazioni’ del parco. La sua storia aveva fatto il giro del mondo quando le sue immagini sono state pubblicate online e i dipendenti della struttura sono stati accusati di negligenza. Adesso, viene da dire ‘finalmente’, Juboraj è morto, è deceduto lo scorso giovedì 14 dicembre, di mattina.

Juboraj, un leone in gabbia. La storia di Juboraj in fondo non è molto diversa da quella di altri animali che vivono tutta la vita all’interno di uno zoo, rinchiusi in ambienti che poco hanno a che fare con quelli naturali in cui dovrebbero stare. Come spiega Sanjay Kumar Bhowmick, CEO del Comilla Zila Parishad, al Dhaka Tribune, i leoni hanno una vita media di 14 anni, mentre Juboraj ne ha 18 vissuti interamente al Comilla Zoo, che lo ha acquistato dal Chittagong Zoo.

Condizioni di salute pessime. Come mai è così magro? Il leone, ormai molto anziano, negli ultimi tempi aveva praticamente smesso di mangiare e questo aveva peggiorato le sue condizioni di salute già mal messe vista l’età. Il leone Juboraj è così morto ‘in scena’, giorno per giorno, davanti agli occhi dei visitatori che, sconvolti, hanno postato online le immagini dell’animale che hanno fatto poi il giro del mondo: attualmente però siamo in attesa dell’autopsia per avere conferme delle reali cause del decesso.

Eutanasia. Normalmente, quando gli animali raggiungono simili condizioni di salute, i responsabili degli zoo decidono di praticare l’eutanasia, per porre una fine anticipata alle loro sofferenze. In Bangladesh però l’eutanasia non è concessa e per questo si è dovuto attendere che la natura facesse il suo corso accompagnando lentamente Juboraj verso la morte.

Gli altri animali dello zoo. Gli altri animali che sono rinchiusi nel Comilla Zoo, tra cui otto scimmie e tre cervi, non godono certo di ottima salute e piacevoli condizioni di vita, la struttura infatti è in perdita economica perché il costo del mantenimento degli ultimi sopravvissuti è maggiore rispetto al guadagno.

Fonte: Fanpage

Ministra Fedeli: l’ultimo errore grammaticale è il «più migliore». Ed è già virale VIDEO

La ministra dell’istruzione stava parlando da un leggio. Il discorso era preparato, perché si vede che legge.

Eppure qualcuno non le avrà corretto la brutta copia. Infatti la Fedeli se ne esce con la frase: «…perché offrono percorsi e assistenza sempre più migliori a studenti e a studentesse…».

Percorsi più migliori, che bello. Ma però ha me mi sa che ce stato un’errore. La ministra è andata avanti col discorso e non si è accorta di nulla…

Ilary Blasi: “Gli uomini guardano Francesco, non me. Una tristezza…”

Ilary Blasi racconta il Totti dopo il calcio giocato e il loro menage. ‘Prima dell’ultima gara era nevrastenico, così siamo usciti in motorino’

Ilary Blasi e il dopo-calcio di suo marito Francesco Totti: ancora oggi l’ex capitano della Roma è un’icona e <quando usciamo insieme – dichiara la show girl al Fatto quotidiano – gli uomini guardano lui, non me. Una tristezza>. Ma <laa nostra vita è abbastanza normale, devo tenere qualche accorgimento, ma nulla di più.

Certo cambia se esco con Francesco o no: se c’ è lui si fermano le folle, è lui il catalizzatore, altrimenti il ristorante o il cinema non li vieta nessuno>, aggiunge la conduttrice de Le Iene, prima di rispondere alla domanda su come  ha passato la sera prima dell’ ultima partita di suo marito. <E chi se lo dimentica. Era impossibile restare in casa, lui nevrastenico, tra il cupo e il molto cupo, così siamo usciti in motorino, caschi ben allacciati, e abbiamo raggiunto gli amici per bere un caffé insieme>.

Totti ancora un idolo, si dicecva, ma adesso della coppia forse è lei quella più in primo piano. <Ma tra di noi – replica la bella Ilary –  alcuna gara, non c’ è mai stato l’atteggiamento del vediamo “chi supera chi”, altrimenti non saremmo ancora qui e insieme. Da sempre le nostre carriere viaggiano su binari differenti, che a volte noi siamo stati bravi a rendere paralleli>.

Un assaggio di calcio non solo giocato e quella famosa frase sull’ex tecnico della Roma e di suo marito: “La frase su Spalletti piccolo uomo? Non mi pen¬to. Per fortuna sono sempre lucida quando parlo, e con¬sapevole di quello che dico. Prima penso… Magari una gaffe, capita ai politici? Ecco, capita a loro, non a me”.

Per tornare alle vicende familiari, Ilary fa capire chiaramente che Christian, Chanel e Isabel non avranno un quarto fratellino, o sorellina: “Tre non sono mica pochi , poi vanno cresciuti e a noi non piace delegare; possiamo cedere quando siamo costretti dalla situazione, altrimenti non si discute, a ciascuno il suo del portare il giusto contributo alla famiglia. E questo discorso valeva anche prima del suo addio al calcio”.

Fonte: IL GIORNALE D’ITALIA

Lettera di uno psichiatra che ha somministrato l’eutanasia ai suoi pazienti. Quello che i politici non dicono

Eutanasia fuori controllo e con le DAT si uccidono i più fragili

Abbiamo tradotto la lettera di Boudewijn Chabot, psichiatra e gerontologo, da sempre favorevole all’eutanasia, tanto da averla lui stesso somministrata, che ora  si dichiara preoccupato per la deriva mortifera che ha preso il suo Paese, l’Olanda. 

Capiamo che il testo è lungo, ma vi assicuriamo che val la pena leggerlo con calma.

Chabot ha inviato questo messaggio al tavolo governativo che si è riunito per la discussione del rapporto annuale sulla legge in vigore.

Egli, in sintesi spiega che la legge sull’eutanasia non fornisce alcuna protezione alle persone con demenza e problemi psichiatrici.

Chabot è sempre stato, di principio, favorevole all’eutanasia, ma adesso…

«Circa venti anni fa, ero tra gli imputati davanti alla Alta Corte. Eravamo dieci anni prima dell’adozione della legge sull’eutanasia, ma avevo dato una bevanda avvelenata a un assistente sociale fisicamente sano di 50 anni che me l’aveva chiesta. Giudizio: “colpevole senza punizione”. Ho combattuto per l’autodeterminazione. Tuttavia, ora sono preoccupato per la velocità con cui viene eseguita l’eutanasia su pazienti psichiatrici e sui dementi.

Di recente è stata pubblicata la terza relazione sulla legge che ha permesso l’eutanasia, entrata in vigore nel 2002. E come le precedenti, il tono era positivo. “Gli obiettivi della legge sono stati realizzati. Tutti gli attori sono soddisfatti del contenuto e del funzionamento della legge”. Suona tutto molto bene, ma non è vero. Si nascondono problemi che i ricercatori non riescono neanche a menzionare.

I criteri della legge olandese per poter uccidere chi chiede l’eutanasia

Per capire cosa è andato storto, il lettore deve conoscere i tre più importanti “criteri di attenzione” della legge. Ci deve essere: 1) una richiesta volontaria e deliberata2) sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento; 3) Nessuna ragionevole alternativa all’eutanasia.

Il secondo e il terzo requisito sono strettamente collegati perché se viene indicata un’altra soluzione, come le cure palliative specialistiche, la sofferenza non è priva di prospettive di miglioramento. Se il paziente rifiuta questa opzione, il medico non convinto della natura “insopportabile” della sofferenza  non deve fornire l’eutanasia.

[Ma che bel modo di esprimersi: “fornire l’eutanasia”... ricordiamo che vuol dire “uccidere”?, NdR]

Almeno altrettanto importante, però, è ciò che non dice la legge: non è necessario che la malattia sia fisica e il medico non deve necessariamente essere il medico curante del paziente.

In dieci anni la morte ha dilagato

Negli ultimi dieci anni, il numero dei casi di eutanasia – riportati – è aumentato da duemila a seimila all’anno. Le persone la chiedono più spesso, i medici sono più disposti a fornirla e i consulenti che assistono i medici danno più spesso il via libera. Nel 2016 il comitato di revisione ha rilevato che solo 10 dei 6.091 (0,16%) casi sono stati eseguiti senza la dovuta “attenzione” ai suddetti criteri.

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Non solo per i malati di cancro e altre patologie fisiche… ma anche per i pazienti psichiatrici e i dementi

Tutto ciò indica uno spostamento culturale verso la morte con l’accompagnamento del medico.

I medici accettano la crescente domanda di eutanasia nel contesto di tutti i tipi di malattie sgradevoli, in particolare il cancro. Di per sé, questo aumento non mi disturba, anche se il loro numero supererà i  diecimila casi in pochi anni.

Quello che mi preoccupa è l’aumento del numero di volte in cui l’eutanasia è stata eseguita su pazienti affetti da demenza, da 12 nel 2009 a 141 nel 2016, e su pazienti psichiatrici cronici, da 0 a 60.

E i finanziamenti per la ricerca e per le cure sono stati tagliati

“E’ un numero piccolo”, si potrebbe obiettare. Ma va visto nel contesto del rapido aumento delle malattie cerebrali come la demenza e le malattie psichiatriche croniche. Più di centomila pazienti soffrono di queste malattie e la loro malattia non può quasi mai essere curata. In particolare per queste persone sono stati smantellati i finanziamenti alle cure ed è diminuita la qualità della vita dei pazienti. Si può facilmente prevedere che tutto ciò potrebbe causare un aumento vertiginoso del numero di casi di eutanasia [l’eutansia fa risparmiare, l’abbiamo sempre detto…NdR].

I medici della End of Life Clinic Foundation (Stichting Levenseindekliniek, la clinica che offre la morte a quelli cui altri medici l’anno negata) ormai non curano più i pazienti, ma li eutanasizzano.

Fino al 2015, un quarto dei casi di eutanasia su pazienti dementi è stato eseguito da questi medici; nel 2016 era salito a un terzo. Fino al 2015, i medici della End of Life Clinic hanno eseguito il 60% dei casi di eutanasia di pazienti psichiatrici cronici, che nel 2016 sono aumentati fino al 75% (46 persone su 60).

Il comitato di revisione non revisiona granché…

Sembra esserci la consapevolezza che qualcosa sta andando storto, perché il comitato di revisione è stato recentemente rafforzato con alcuni specialisti nel campo della medicina geriatrica e della psichiatria. Tuttavia, il loro peso sarà scarso nel coro dei quarantacinque commissari responsabili dell’attuale “giurisprudenza”.

Queste cifre inoltre non sono state riportate correttamente nella relazione annuale del comitato o nelle tabelle statistiche dei ricercatori. Il fatto che nel 2016 l’eutanasia sia stata concessa a un totale di sessanta pazienti psichiatrici c’è scritto nella relazione annuale del comitato di revisione. Ma da nessuna parte si dice che in 46 di questi casi è stato un medico presso la clinica suddetta a praticare l’eutanasia [quindi il medico curante gliel’aveva negata, ndR] . Per tirar fuori quel numero bisogna scavare dal rapporto annuale della Clinica End of Life. Questa “nebbia” è puramente casuale?

È ancora possibile interrompere questa deriva? Non lo farà certo il comitato di revisione, che non può tornare sulla sua “giurisprudenza”.

La “cura” è stata presto dimenticata dai medici e dai revisori: è più facile la morte

Già nel 2012, al momento della seconda revisione della legge, era emerso che il comitato non ha più discusso se i criteri di cura della “sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento” fossero soddisfatti. I membri del comitato hanno concluso: “Se il medico notificante e il consulente ritengono la sofferenza insopportabile, chi siamo noi per dirne qualcosa di più qui?

Nel 2016, il comitato ha riscontrato in uno solo dei 201 casi di eutanasia in demenza e malattia psichiatrica che la valutazione era stata “incurante” [non in linea con la dovuta cura] perché il requisito di “sofferenza insopportabile” non era stato raggiunto. Questo comitato di valutazione, che costa circa quattro milioni di euro all’anno, a che serve, allora? Nessuno risponde a questa domanda.

Una volta, trasferirsi in una casa di cura o ricevere un trattamento con farmaci era ancora considerato una“alternativa ragionevole” per l’eutanasia. Almeno ci si doveva provare. Ora molti medici accettano immediatamente che il paziente rifiuti l’alternativa ragionevole: il freno è ora scomparso.

Ci vorrebbe una particolare cura per i pazienti psichiatrici

Nella sentenza del mio processo, la Corte suprema aveva richiesto “eccezionale e grande cautela” nei confronti dei pazienti psichiatrici. Quelle parole sono state ignorate: una ragionevole alternativa alla morte può ora essere rifiutata e il comitato continuerà a fornire il suo timbro di approvazione che attesta che l’eutanasia è stata fatta con la dovuta attenzione. Ormai funziona così da anni.

All’interno della End of Life Clinic è emersa una cultura di gruppo in cui l’eutanasia è considerata un lavoro virtuoso.

Il bioeticista Den Hartogh, che è stato per molti anni membro del comitato di valutazione, ha spiegato questo sottile ma costante processo di erosione“Il paziente soffre insopportabilmente quando afferma di soffrire insopportabilmente e un’alternativa non è un’alternativa ragionevole se il paziente la rifiuta. Di fatto, i paletti sono saltati: basta una richiesta volontaria e ponderata. “

Come col divorzio e con l’aborto, i paletti saltano: conta solo “l’autodeterminazione”

Così è andata con la legge sull’aborto. Per abortire, una donna doveva trovarsi in una situazione di “emergenza”. Presto ogni donna capì di poter ottenere ciò che voleva se lo avesse richiesto e rifiutando qualsiasi altra soluzione. La legge olandese in ambito morale ha fatto spesso “parole grosse”, ma dopo un po’ si sono rivelate parole vuote. Anche ai tempi del divorzio: doveva essere concesso solo in caso di “perturbazione duratura” del rapporto tra i coniugi!

Quando i requisiti legali sbiadiscono capita anche che si emendi la legge in senso permissivo: e alla fine accettiamo anche questo spostamento a favore dell’autodeterminazione, come nel caso dell’aborto. Il comitato per l’eutanasia, però, non lo ammette e continua a parlare di “sofferenza insopportabile e senza speranza” nelle sue relazioni annuali, come se queste parole avessero senso.

Le cure palliative vengono trascurate

Silenziosamente, intanto, il fondamento della legge viene eroso.

I medici che lavorano all’interno della clinica “End of Life” si considerano “all’avanguardia” e definiscono la clinica un “centro di competenza”. Sfortunatamente, nelle cure palliative hanno pochissime competenze, per la semplice ragione che il paziente viene subito ucciso.

Cosa succede ai medici per i quali un’iniezione letale diventa una routine mensile?

Nel 2016, circa 40 medici che lavoravano part-time presso la clinica End of Life hanno eseguito l’eutanasia 498 volte. In media, ciò equivale a 12 eutanasie per medico, una al mese. All’interno della clinica, è emersa una cultura di gruppo in cui l’eutanasia è considerata un lavoro virtuoso, specialmente per i pazienti dementi e psichiatrici. Il fatto che la End of Life Clinic respinga anche molte richieste è quindi irrilevante, dal momento che la maggior parte delle persone che contattano la clinica non sono state accontentate dai loro medici curanti.

I medici della End of Life saranno sicuramente ben intenzionati, ma si rendono anche conto che stanno giocando col fuoco, perché alimentano il desiderio di morte delle persone vulnerabili che ancora potrebbero convivere con le loro disabilità?

La End of Life Clinic ora recluta attivamente psichiatri, perché hanno una lunga lista d’attesa. Il loro compito: alleviare l’insopportabile e incredibile sofferenza dei pazienti psichiatrici attraverso l’eutanasia.

Ogni volta che la Clinica è sui giornali, un’ondata di pazienti depressi, molti dei quali non sono mai stati trattati adeguatamente, si rivolgono ad essa. Da quando i tagli di budget hanno trasformato la psichiatria cronica in un business diagnosi – prescrizione di eutanasia, un buon trattamento di cura è diventato raro.

Il medico può uccidere un paziente che non conosce adeguatamente

Gli psichiatri appena reclutati non avranno bisogno di diventare medici curanti del paziente. Il comitato di valutazione lo ha accettato nel caso di gravi malattie fisiche. Ora ha anche applicato anche  a malattie psichiche – senza discuterne con membri della professione psichiatrica.

Senza una relazione terapeutica, gli psichiatri non possono determinare in modo affidabile se un desiderio di morte è un desiderio serio e duraturo. Anche all’interno di una relazione terapeutica rimane difficile.

Le DAT sono una trappola enorme per i malati di mente

Con la demenza c’è un’altra preoccupazione. La legge sull’eutanasia dice che una lettera di intenti scritta può sostituire una richiesta orale [vedi le nostre DAT, ndR]. Secondo l’esperto di etica Den Hartogh, questo implica che per un paziente demente il requisito di una richiesta ben ponderata e l’obbligo di provare alternative ragionevoli non possono essere applicabili, a causa della demenza e ci si basa sulla richiesta scritta chissà quando.

E inoltre, il requisito della “sofferenza insopportabile” è spesso molto difficile determinare nella demenza avanzata, come hanno dichiarato recentemente diversi  professori di medicina geriatrica.

Tutta questa incertezza non sembra essere un problema per il comitato di revisione. Quando un medico e uno specialista di geriatria annotano nel loro rapporto che una persona con demenza soffre insopportabilmente, la commissione può occasionalmente fare qualche  domanda al riguardo, ma non causa ulteriori problemi.

Con l’erosione del concetto di “sofferenza insopportabile” e la determinazione che le DAT sono  uguali a una richiesta orale, è stata spalancata la porta dell’eutanasia di pazienti con demenza.

In forza delle DAT il medico può uccidere il paziente in modo surrettizio, e se necessario, con la coercizione fisica. 

Tuttavia, c’è da affrontare ancora un problema: come uccidi qualcuno che non collabora perché non realizza ciò che accadrà? [o forse lo realizza fin troppo bene?, ndR]

Una soluzione è stata questa: il marito che mette sonniferi nel porridge della moglie prima dell’arrivo del medico con la sua micidiale siringa. E il comitato di valutazione non ebbe niente da ridire.

Nel 2016, ci sono state tre segnalazioni di eutanasia di persone dementi che non hanno potuto confermare il loro desiderio di morteUno dei tre casi è stato segnalato come uni di quelli fatti senza rispettare i criteri: le DAT della signora in questione potevano essere interpretate in modi diversi. Al momento dell’esecuzione il dottore aveva messo un sedativo nel suo caffè, ma quando la paziente giaceva assonnata sul suo letto e stava per ricevere la dose letale, si è alzata con la paura negli occhi e l’hanno dovuta tenere i membri della famiglia. Il medico ha dichiarato di aver continuato “la procedura” in modo molto consapevole.

Precedentemente, nella terza revisione della legge c’era scritto: “Questo [la coercizione] può essere necessario per la natura della situazione specifica e finora e non è stato considerato un problema.”

La magistratura dovrebbe e potrebbe  intervenire, ma non lo fa

La somministrazione surrettizia di farmaci si verifica da anni, ma non è mai stata menzionata in un rapporto annuale. Il comitato di revisione manca di trasparenza. E i ricercatori che riportano i dati si adeguano. La Procura della Repubblica può intervenire? Il pubblico ministero finora non è non è riuscito a perseguire gli abusi. Nel contesto della demenza, la Corte Suprema può rispondere alle seguenti questioni giuridiche con autorità?

  • Le persone possono essere uccise in modo surrettizio?
  • Non è una forma di coercizione, se ogni possibile forma di resistenza viene impedita?
  • Non è precisamente quando abbiamo a che fare con una persona indifesa che è necessario evitare qualsiasi forma di coercizione?

La storia si ripete quando si tratta di leggi che affrontano questioni etiche impegnative. L’autodeterminazione nel momento della fine della vita è importante quanto nel contesto dell’aborto. La richiesta volontaria e ben ponderata  ha prevalso sugli altri criteri (sofferenza e alternative). Eppure dalle relazioni sembra che le “sofferenze insopportabili senza prospettive di miglioramento” siano ancora tenute in considerazione. Perché mentire?

[E noi ci permettiamo di chiedere: e l’autodeterminazione di quelli che vengono uccisi contro la loro volontà attuale? NdR]

La legge con tutti i suoi paletti e garanzie ha completamente perso di effettività.

Dove è finita la legge sull’eutanasia? La pratica dell’eutanasia è fuori controllo. In psichiatria, un paletto essenziale è scomparso quando non è stata più richiesta l’esistenza di una relazione terapeutica tra medico e paziente. Nel caso della demenza, poi, la cosa è peggiorata quando le DAT sono state considerate equivalenti a una richiesta orale attuale. E infine, è stato toccato il fondo quando il comitato di revisione ha ignorato o nascosto che le persone incapaci venivano uccise in modo surrettizio.

Non vedo come si può far rientrare il genio malvagio nella lampada. Sarebbe già qualcosa se riconosciamo che è uscito fuori.»

Boudewijn Chabot

(Traduzione a cura della Redazione, non rivista dall’autore)

Fonte: Notizie Pro Vita

La beffa dell’olio extra vergine: la televisione svizzera smaschera marchi popolari in Italia VIDEO

La trasmissione per i consumatori della Radiotelevisione svizzera ‘Patti chiari’ ha sottoposto 12 etichette di olio extra vergine d’oliva, alcune di marchi popolari anche in Italia, all’unico gruppo elvetico di esperti certificato dal Comitato oleicolo internazionale. Sorpresa: la metà di esse, secondo il ‘panel’, non merita la definizione ‘extra vergine’.

Extra come straordinario, superiore. Vergine richiama la purezza. Due caratteristiche riferite a un prodotto che si trova spesso sulle tavole dei consumatori: l’olio extra vergine d’oliva. Un appellativo che deve rispettare condizioni precise: acidità, difetti, sentori fruttati, tutto è fissato da una regolamentazione internazionale.

‘Patti chiari’ ha deciso di testare 12 oli, da quelli più a buon mercato ai prodotti DOP o IGP, tra le più conosciute e apprezzate dai consumatori della Svizzera italiana. “Tutto ci saremmo aspettati”, scrivono gli autori della trasmissione, “salvo scoprire che molti degli oli acquistati presentavano un’etichetta ingannevole. In classifica non sono nemmeno entrati”, poiché “quando un consumatore acquista una di quelle bottiglie non si porta a casa un extra vergine, ma un olio di minore qualità”.

 

Oli difettati, rancidi, vecchi, con sentori di muffa, scoperti grazie all’analisi organolettica da un gruppo svizzero di esperti certificato dal Comitato oleicolo internazionale.

Com’è possibile?

‘Patti chiari’ cerca risposte attraverso un’analisi chimica dei prodotti, un’ulteriore degustazione da parte di un ‘panel’ italiano (quello ufficiale per la DOP del Chianti) e la visita a un produttore. Ospite in studio, Giancarlo De Felice, specialista di analisi organolettica del Consiglio oleicolo internazionale.

Nella pagina dedicata alla puntata di ‘Patti chiari’, le prese di posizione per iscritto di produttori e rivenditori.

tvsvizzera.it/ri con RSI (Patti Chiari del 09.12.2016) Fonte: TvSvizzera.it

Como: sequestrati i cartoni ai senzatetto e multe fino a 300 € a chi li aiuta

Natale senza cuore: vietato aiutare i senzatetto

  • di Giacomo De Sena

Ordinanza a Como: multa a chi offrirà cibo ai clochard

Como l’amministrazione locale rischia di strappare al Natale l’aspetto del dono. Un’ordinanza approvata in consiglio comunale, firmata dal sindaco Mario Landriscina, prevede multa e allontanamento per i senzatetto che cercano riparo sotto i portici dell’ex chiesa di San Francesco, in centro. Stessa sorte anche per chi li aiuta, portando loro latte caldo o qualcosa da mangiare.

Il motivo

La motivazione che sta dietro all’ordinanza che sta facendo discutere è il decoro urbano, in quanto i senzatetto infastidirebbero il viavai di cittadini e visitatori. L’ordinanza, valida fino al 10 gennaio, oltre le vacanze di Natale, prevede sanzioni da 50 a 300 euro per chiunque porti cibo ai clochard, i quali già sono stati multati e si sono visti sequestrare anche i cartoni dove erano soliti dormire.

Il sindaco Landriscina così ha difeso l’ordinanza: “È una questione di decoro, ci sono strutture notturne in cui possono alloggiare“. Anche la Caritas, tuttavia, ha chiesto al primo cittadino comasco di fare un passo indietro: “Cerchiamo di far vivere a questi bisognosi un Natale dignitoso”.

La reazione

C’è chi ha deciso di reagire alla decisione del Comune. Su Facebook è stato lanciato il ‘Bivacco solidale contro chi affama i poveri’, che si prefigge il seguente obiettivo: “Dobbiamo riscattare la rispettabilità e la reputazione della città ferita dall’ordinanza del sindaco Landriscina checolpisce i poveri impedendo loro non solo di essere nel centro ma addirittura di essere sfamati dai volontari e dalle volontarie che di loro si occupano viste le mancanze e l’incapacità delle istituzioni. Vogliamo che tutti i cittadini di Como si uniscano alla protesta“.

Il sindaco disponibile a modificare l’ordinanza

Il sindaco Landriscina, dopo il vespaio di polemiche, si è detto però pronto a rivedere l’ordinanza: “Stiamo già lavorando per studiare dei correttivi all’ordinanza in modo da trovare un equilibrio in situazioni così delicate”.

Fonte: interris

Il bimbo non mangia? 5 trucchi per fargli mangiare di tutto

Il bimbo è “schizzinoso” a tavola? 5 trucchi per fargli mangiare anche cibi salutari

  • di Valeria Paglionico

I vostri bambini sono schizzinosi a tavola e non mangiano quasi nulla? Niente paura, esistono dei piccoli trucchi da mettere in atto per cambiare le loro abitudini: ecco quali sono.

I vostri bambini sono schizzinosi a tavola e non mangiano quasi nulla? Non siete i soli. Secondo alcuni studi condotti da Kathryn Walton e Jess Haines, esperti di nutrizione dell’Università di Guelph in Ontario. quasi il 50% dei genitori si ritrova in una situazione simile, tanto che spesso durante i pasti si vengono a creare delle vere e proprie lotte. E’ possibile, però, metterei atto alcune abitudini che faranno cambiare idea ai vostri piccoli: ecco quali sono.

1. Non essere pressanti – Quando un bambino arriva all’età prescolare, comincia a cambiare le sue abitudini alimentari. Sviluppa infatti un senso di indipendenza e non di rado sviluppa un vero e proprio rifiuto nei confronti di alcuni cibi. La prima cosa da fare per evitare che la situazione peggiori è non essere pressanti. I piccoli “schizzinosi” cambieranno le loro abitudini alimentari con l’avanzare dell’età.

2. Essere accomodanti ma senza accontentarli sempre – I bambini “schizzinosi” mangiano solo alcuni alimenti, rifiutando tutto ciò che non rientra al 100% tra i loro gusti. Anche se bisogna fare attenzione alle loro preferenze, è fondamentale non accontentarli sempre. Una volta alla settimana gli si può preparare il loro piatto preferito, mentre nei restanti giorni gli si dovrà far provare qualche nuovo ortaggio o qualche ricetta salutare.

3. Chiedergli di assaggiare nuovi cibi – Fare pressione sul bambino nella speranza che cominci a mangiare i cibi che proprio non gli piacciono è assolutamente sbagliato poiché potrebbe avere l’effetto opposto. Sarebbe bene, piuttosto, a pensare a delle strategie, come dare una ricompensa quando si finisce un piatto che non si era mai mangiato oppure aggiungere qualche stuzzichino al quale non riesce a resistere.

4. Fargli compagnia durante il pranzo e la cena – Mangiare con il bambino quando gli si fanno provare dei cibi nuovi è fondamentale per convincerlo a non essere più “schizzinoso”. E’ un modo per dare il buon esempio e per dimostrare che anche un piatto all’apparenza non troppo buono può rivelarsi gustoso.

5. Coinvolgerlo nella preparazione delle ricette – Coinvolgere tutta la famiglia nella preparazione di un pasto è un trucco perfetto per non mettere pressione al piccolo quando si parla di cibo. In questo modo, infatti, si sentirà parte di un momento giocoso e vorrà assaggiare i manicaretti che sono nati proprio grazie al suo contributo.

Fonte: Fanpage