Noran, la bimba rovinata dalle bombe: “Aiutatemi, fermate la guerra per me e per tutti gli altri bambini”

Noran, una bambina yemenita di 13 anni, è condannata a vivere su una sedia a rotelle a causa dello scoppio di una bomba. “Chiedo a tutte le persone libere del mondo di fermare la guerra in Yemen per me e per tutti gli altri bambini”, il suo straziante appello. A 1000 giorni dall’inizio del conflitto, Save the Children ha definito la situazione nel Paese mediorientale “un incubo a occhi aperti”.

“Andavo a scuola a piedi, la mia vita era bella perché potevo camminare e scrivere. Ora non posso camminare per andare a scuola. Di solito mi sedevo alla mia scrivania e scrivevo, ma ora, quando provo a scrivere, la mano mi fa male a causa della lesione alla schiena. Amavo scrivere, ma ora non riesco neppure a tenere in mano una penna”. E’ la cruda testimonianza di Noran, una bambina yemenita di 13 anni, da due anni costretta a vivere su una sedia a rotelle. “Un giorno mio padre mi ha detto ʽc’è una fabbrica incredibile, enorme’. Gli ho detto ʽno, non ti credo fino a quando non la vedo’, così mi ha portato lì”. Era il cementificio di Amran, una città dello Yemen centro-occidentale. Mentre padre e figlia stavano tornando a casa quattro bombe colpirono la fabbrica e l’onda d’urto dell’esplosione colpì in pieno Noran. “Quando mi sono risvegliata sentivo di non essere più la stessa. Da quel giorno non sono più in grado di camminare – continua – e ogni volta che cerco di muovermi provo un gran dolore”.

La bambina adesso vive con le sette sorelle e il padre, un dipendente pubblico che da quasi un anno e mezzo non riceve alcun salario. E per Noran ogni giorno è una sfida per la sopravvivenza. “La mia famiglia non è in grado di permettersi le mie cure mediche. Tempo fa, quando le persone ricevevano gli stipendi, mio ​​padre mi portava con sé all’ufficio postale per ritirare la sua paga con cui potevamo comprare il farmaco, ma ora non più. Adesso abbiamo a malapena abbastanza cibo per un giorno”.

Lo Yemen è devastato da una guerra sanguinosa iniziata nel marzo 2015, quando il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, fu deposto dalla ribellione delle forze sciite Huthi. L’intervento militare della coalizione di Paesi arabi guidata dall’Arabia Saudita a sostegno di Hadi da un lato, e l’appoggio dell’Iran agli insorti dall’altro, ha già provocato migliaia di morti e la distruzione della già precaria economia yemenita. Secondo Yemen Data Project, un’organizzazione indipendente che registra gli attacchi della coalizione saudita, dal 25 marzo 2015 ci sono stati 15.000 raid aerei. Bombardamenti che non hanno risparmiato aree urbane colpendo mercati, scuole e ospedali. D’accordo ai dati diffusi dalle Nazioni Unite, in quasi tre anni di guerra sono stati uccisi quasi 5.300 civili, mentre 3 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle le loro case.

“Sono trascorsi 1000 giorni da quando la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti ha iniziato a compiere bombardamenti e a combattere in Yemen. La devastazione è stata assoluta. La condotta di tutte le parti in guerra, senza eccezioni, è stata deplorabile. Abbiamo visto civili uccisi, scuole e ospedali bombardati e l’accesso umanitario gravemente ristretto. Tutto ciò in apparenza ha creato intenzionalmente le condizioni in cui i bambini muoiono di fame e non possono ricevere un’adeguata attenzione medica”, ha dichiarato Tamer Kirolos, direttore di Save the Children in Yemen. Oltre alla distruzione provocata dal conflitto, il Paese è alle prese con una grave emergenza legata al colera. La Croce rossa internazionale ha portato i casi di malattia a quasi un milione; un’epidemia aggravata dal collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture idriche.

Il blocco imposto dall’Arabia Saudita alle importazioni di beni di prima necessità e agli aiuti umanitari ha causato un aumento vertiginoso dei prezzi delle risorse alimentari e dei combustibili, indispensabili per estrarre acqua potabile.

Ad aggravare ancora di più la situazione, gli stipendi di medici e personale sanitario, insegnanti e degli altri lavoratori del settore pubblico sono pagati in modo irregolare, lasciando spesso i dipendenti statali e le loro famiglie – quasi il 30 per cento della popolazione – senza nessun reddito. Secondo l’ultimo report diffuso dalle Nazioni Unite, sono oltre 22 milioni gli yemeniti che dipendono dagli aiuti internazionali per poter sopravvivere. Il 23 novembre scorso, l’Arabia Saudita ha concesso l’ingresso alle forniture di aiuti umanitari, ma non ai combustibili. Ad oggi nei porti del nord, solamente ad un terzo della quantità di cibo necessaria al Paese è stato permesso di entrare e l’ONU ammonisce che, se non si fa fronte tempestivamente alla crisi alimentare, lo Yemen subirà la peggiore carestia che il mondo abbia visto da decenni. “Di fronte a tutto questo dolore, l’inattività della comunità internazionale o l’incapacità di porre fine alla sofferenza dei bambini in Yemen è vergognosa. Ci aspettiamo che muoiano 50.000 bambini solo in questo anno – l’allarme lanciato da Save the children – e se la guerra continuerà saranno innumerevoli le ulteriori vite perse, senza ragione, in Yemen”.

“Chiedo a tutte le persone libere del mondo di fermare la guerra in Yemen – lo straziante appello lanciato da Noran – per me e per tutti gli altri bambini in Yemen. È nostro diritto imparare, è nostro diritto costruire un futuro luminoso. Non voglio che altri bambini siano feriti come lo sono stata io, non è giusto! Non voglio che siano come me”.

Fonte: Fanpage

Fenomeno Masha e Orso, 2° video più visto di Youtube (2miliardi di visite). Ed esce il nuovo episodio

Masha e Orso, arriva il nuovo episodio dedicato alla Pasqua

In pochissimi giorni ha collezionato oltre 12 milioni di visualizzazioni

La celebre serie tv russa “Masha e Orso” ha lanciato una nuova puntata dedicata alla Pasqua. Il nuovo episodio è stato presentato il 7 aprile e in pochissimi giorni ha collezionato oltre 12 milioni di visualizzazioni.

In precedenza la puntata “Masha e kasha” aveva ottenuto un record di visualizzazioni (due miliardi di visite) posizionandosi al secondo posto tra i video più visti nella storia di YouTube.

La serie “Masha e Orso”, lanciata nel 2009, in poco tempo è diventata famosa in tutto il mondo e oggi grandi brand come Netflix, Turner, KIKA, France TV, Sony Music, NBC Universal e Televisa ne posseggono i diritti per mandarla in onda.

Fonte: Russia Beyond

“Me lo impone Facebook”: ecco come i social spingono le persone a fare ciò che non vogliono

I social media spingono le famiglie a indebitarsi?

L’European Consumer Payment Report fotografa un trend che coinvolge anche l’Italia. Dove però l’e-commerce ha un problema di fiducia 

Me lo impone Facebook. Il 37% dei genitori italiani afferma di avvertire “pressione sociale” per l’acquisto di regali ai propri figli. E spesso pensa che arrivi dai social media: il 44% (contro il 39% della media europea) ritiene che “creino pressione per far consumare più del dovuto”. È uno dei risultati dell’European Consumer Payment Report. L’indagine è stata svolta a settembre 2017 da Lindorff/Intrum Justitia, intervistando in tutta Europa 24.401 persone fra i 18 e 64 anni.

Secondo la ricerca “c’è un nucleo di persone vulnerabili alla pressione sociale che, come conseguenza, può portare all’indebitamento di lungo termine”. Sì, perché alla pressione, spesso, si cede: un genitore su quattro ha preso soldi in prestito o sfiorato il plafond della carta di credito pur di accontentare i figli. Per comprare cosa? Lo smartphone, prima di tutto: lo ha indicato il 36% degli intervistati che hanno ammesso di essersi fatti condizionare dalla pressione sociale. Seguono scarpe (30%), videogiochi (26%) e vestiti di marca (25%).

Gli italiani, tutto sommato, si confermano però un popolo di risparmiatori. In media mettono da parte 133 euro al mese e il 53% potrebbe affrontare senza prendere in prestito denaro una spesa pari alla metà del salario netto mensile (1080 euro). Mutuo escluso, solo il 16% degli italiani si è indebitato per sostenere le proprie spese (per un importo di 2372 euro), principalmente attraverso la banca (42%), i familiari (29%), utilizzando lo scoperto su carta di credito (23%) o le soluzioni peer to peer (15%).

L’anima da risparmiatori emerge anche nel rapporto con l’e-commerce, che si dimostra ancora di diffidenza. Il 47% degli intervistati è convinto che, acquistando online, sia più facile accedere al credito e il 45% afferma di esserne preoccupato, perché pensa siano incoraggiate le spese oltre le proprie possibilità. Eppure, diffidenza o meno, alla fine anche gli italiani si stanno convincendo: nel 2017, tre su cinque hanno spostato una porzione maggiore del proprio budget sull’e-commerce.

Fonte: Agi economia
Tratto da: NOTIZIE CRISTIANE

Come rendere magico questo Natale? C’è un segreto, che vale per tutti. E funziona

  • di Calah Alexander

La chiave non è gestire il tempo, ma gestire se stessi

Amo il Natale. È il periodo più straordinario dell’anno, no? Perfino nella calda Florida c’è quell’atmosfera speciale nell’aria. Tutti sono felici. Nessuno è stressato.
Tranne me.

Mi sento sempre un po’ in colpa ad ammettere che i preparativi del Natale mi stressano, ma è così. Ogni anno finisco per essere brusca con la mia famiglia perché mi manca il tempo per cucinare un certo piatto o incartare i regali, o perfino per ordinarli, e anziché goderci le feste giriamo come pazzi per due settimane fino alla mattina di Natale, quando tutti collassiamo esausti dopo la corsa frenetica al regalo e rimaniamo tutto il giorno in pigiama.

Non è esattamente magico, ma è così, e non sono la sola che si sente stressata e schiacciata dal periodo natalizio. Secondo una ricerca di Accountemps, il 32% degli impiegati elenca il fatto di dover equilibrare il lavoro con gli impegni delle feste come massima fonte di stress in questo periodo dell’anno (purtroppo non è stato specificato quante di quel 32% siano mamme che lavorano, né sono state intervistate le mogli di quegli impiegati, ma penso che nessuno sia perfetto).

Ozy.com ha offerto degli ottimi suggerimenti in un post recente sulla scia dei risultati della ricerca. Nel corso degli anni ne ho usati alcuni, ma ce n’è uno che è il mio preferito in assoluto. Ho impiegato anni a impararlo e ancora più anni a prenderlo sul serio, ma è davvero l’unico modo per evitare di stressarsi.

L’esperta di gestione del tempo Mitzi Weinman ha un mantra particolare, considerando la sua professione: “Gestire il tempo è impossibile”. A suo avviso, bisogna piuttosto gestire se stessi. Ciò vuol dire essere consapevoli di quello che ci stressa, imparare a rispondere in modo più efficace ed essere più rigidi sulle priorità. “Uno dei modi per trovare tempo per il partner, per altri rapporti importanti e per se stessi è considerarlo una priorità”, spiega.

Sembra semplice ma non lo è. Gestire me stessa è molto più difficile di cercare di gestire il tempo. È più facile girare come una pazza e insistere perché tutto venga fatto in base ai miei standard impossibili, anche se richiede più lavoro.

Adattare i miei standard alla realtà è molto più complicato. È più difficile identificare quelli non negoziabili e mettere tutto il resto su una lista diversa che potrebbe non essere realizzata (e probabilmente non lo sarà) perché voglio che il Natale sia perfetto. Voglio che sia magico. Ma non è magico quando mi stresso e sono nervosa. Non si può godere – non me lo posso godere io e non se lo gode la mia famiglia.

Negli ultimi anni, ho cercato di capire cosa rende veramente magico il Natale per la nostra famiglia. Ho scoperto che se alcune cose possono essere fatte solo da me, e con i miei tempi, per il resto posso permettere ai miei familiari di aiutarmi a rendere magico il Natale a modo loro. Mia figlia, ad esempio, ama allineare i suoi schiaccianoci. Quest’anno ho finalmente smesso di cercare di convincerla a metterli uno qui e uno lì per equilibrare l’effetto. A lei piace vederli tutti insieme quando entra in casa. Per lei è magico.

Lo stesso vale per l’incartare i regali. I bambini amano incartare i doni gli uni degli altri, e questo rende il processo molto più rapido. Non importa se i pacchetti non sono perfetti. Vedere mio figlio di cinque anni pieno di orgoglio quando offre al fratello più grande il regalo che ha incartato lui è ben più magico di un dono perfettamente incartato.

Il modo migliore per rendere il Natale davvero magico per la mia famiglia è donarle il mio tempo. Potrei pensare che la cena di Natale non sia magica a meno che non faccia la torta di lamponi il giorno di Natale, ma i miei figli pensano che il Natale sia magico quando trascorro quella giornata facendo nuovi puzzle con loro e leggendo ad alta voce. E la verità è che hanno ragione.

Fonte: Aleteia

Bambini tossici: i videogiochi possono portare alla dipendenza e alla malattia mentale

La lista delle patologie mentali potrebbe essere aggiornata

Lo schermo può trasformarsi troppo spesso in un magnete capace di lasciare incollati gli sguardi. Può trasformarsi, insomma, in un motivo di malattia mentale. Il New Scientist, che cita un esperto dell’Oms, afferma che l’organizzazione sanitaria mondiale potrebbe inserire nella prossima edizione della International Classification of Diseases (la lista delle patologie mentali) la dipendenza dai videogiochi. La nuova edizione aggiornata della lista uscirà nel 2018.

“Gli operatori sanitari devono riconoscere che la dipendenza da giochi può avere conseguenze molto serie per la salute – afferma Vladimir Poznyak, del dipartimento per la salute mentale e l’abuso di sostanze dell’Oms -. La maggior parte delle persone che gioca i videogiochi non ha questo problema, come la maggior parte di chi consuma alcol non lo fa in modo patologico. Tuttavia in alcune circostanze l’abuso può portare a effetti avversi“.

Nella bozza in preparazione la dipendenza da gioco dovrebbe finire nella categoria “disordini dovuti ad un comportamento dipendente”, la stessa ad esempio di chi scommette in modo patologico. Sarebbe la prima volta che l’Oms include una dipendenza “tecnologica” nella lista delle malattie.

Ai medici sarà raccomandato di prestare attenzione a diversi sintomi, tra cui il fatto che il paziente dia priorità ai videogiochi “fino al punto in cui il gioco prevale sugli altri interessi della vita”, l’inabilità di controllare quanto spesso o quanto a lungo si gioca, l’ignorare le conseguenze negative del giocare troppo.

Fonte: In Terris

Il lato oscuro dei giocattoli: attenzione a cosa regaliamo

  • di Federico Cenci

Sotto l’albero di Natale, i nostri figli trovano prodotti costati miseria e sfruttamento

Dietro il finto sorriso di una bambola, si cela una crudele realtà di sfruttamento dei lavoratori. Le contraddizioni del mercato globale investono anche l’ambito dei giocattoli. Alcuni prodotti che fanno bella mostra nelle vetrine dei negozi occidentali, sarebbero fabbricati in Paesi del Sud-Est asiatico da operai ridotti in schiavitù. La denuncia a pochi giorni dal Natale giunge da Solidar Suisse, un Ong svizzera che mette in guardia i genitori dal regalare ai propri figli questi giocattoli.

“Miseria e sfruttamento”

“Quello che i nostri bambini trovano sotto l’albero, il giorno di Natale, ha troppo spesso, dietro di sé, miseria e sfruttamento”, afferma l’organizzazione. Le testimonianze raccolte in Cina, del resto, sembrano confermare la fondatezza di una simile denuncia. “Posso lasciare la catena di montaggio non più di 3 minuti, giusto per recarmi alla toilette”, avrebbe dichiarato uno degli operai intervistati.

Per fabbricare più giocattoli possibili – bambole, trenini, peluches, pupazzi di supereroi – le settimane lavorative arriverebbero a cento ore, retribuite con salari da fame. Per assicurarsi una presenza costante in catena di montaggio, le aziende produttrici di giocattoli – circa ottomila soltanto in Cina – avrebbero predisposto delle vere e proprie camerate di fortuna, in cui i lavoratori dormirebbero in spazi angusti e caratterizzati dalla scarsa igiene.

Inalazione di sostanze tossiche

Oltre allo stress disumano e alle paghe misere, c’è poi il danno alla salute. Le sostanze chimiche utilizzate per produrre questi giochi (ad esempio l’olio di banana, che serve a sciogliere la plastica) arrecano effetti tutt’altro che confortanti. “I nostri occhi sono spesso irritati”, afferma a Solidar Suisse un operaio, fornendo ai genitori più di qualche domanda sull’esposizione dei nostri figli a sostanze insalubri quando maneggiano questi giochi.

Come riconoscerli

Nella sola Svizzera, spiega l’Ong, due giocattoli su tre escono da simili fabbriche che somigliano a un girone dantesco. Ma la stima è estendibile anche ad altri Paesi occidentali, visto che le aziende coinvolte sono tra le più conosciute nel settore.

Ma come riconoscere i prodotti fabbricati in questi lager? Lionel Frei, portavoce di Solidar Suisse, afferma a Repubblica che “quei giocattoli non hanno un’etichetta in grado di garantire dei metodi di fabbricazione accettabili”. Le bussole per orientarsi nei lunghi corridoi dei supermercati dedicati ai giochi, restano dunque le etichette.

The Real Toy Story

Le polemiche sullo sfruttamento dei lavoratori in Cina per produrre giocattoli non sono nuove. Il velo su questa realtà fu tolto dagli scatti del celebre fotografo tedesco Michael Wolf nel 2014, quando si intrufolò in alcune fabbriche di giocattoli di Hong Kong per immortalare lavoratori intenti ad assemblare bambole e celebri pupazzi di plastica. Il fotografo ha intitolato la raccolta di foto “The Real Toy Story, con un riferimento chiaro ad esperienze lavorative ben diverse dalla gioia dei giocattoli animati del cartone della Pixar chiamato, appunto, Toy Story.

L’intervento, un anno fa: cos’è cambiato?

Li Qiang, direttore esecutivo dell’Ong che si batte per i diritti sul lavoro, affermava un anno fa: “Chi guadagna producendo giocattoli lo fa opprimendo gli interessi dei lavoratori, e questa loro colpa deve essere sottoposta a condanna pubblica e morale. Non possiamo tollerare che i sogni dei bambini si basino sugli incubi dei lavoratori”.

Come riportava Il Fatto Quotidiano, le continue denunce sono state raccolte dall’Icti (International Council of Toy Industries), incaricata di promuovere gli standard di sicurezza internazionale dei giocattoli. “La realtà è che, in generale, la stragrande maggioranza delle fabbriche opera oltre i confini della legge cinese, e i limiti legali sono quasi universalmente ignorati,” aveva dichiarato Mark Robertson, direttore della Icti Care Foundation.

Un anno è passato, ma stando alla denuncia di Solidar Suisse, la situazione non è mutata: sotto l’albero natalizio, molti bambini occidentali continueranno a trovare doni prodotti dai nuovi schiavi del libero mercato. Siamo agli antipodi dal significato spirituale dell’oro, l’incenso e la mirra che i magi portarono a Gesù Bambino.

Fonte: In Terris

Depressione postparto: forse trovata la causa. Ecco come affrontarla

  • di Jennifer Delgado Suárez

La gravidanza, il parto e l’arrivo di un nuovo membro della famiglia sono momenti bellissimi ma portano con se cambiamenti importanti nello stile di vita dei genitori ma anche nella fisiologia delle madri. È probabilmente per questo che si afferma che circa l’80% delle donne in gravidanza sperimenta un qualche tipo di depressione nelle prime settimane seguenti al parto. Questa depressione si manifesta attraverso sintomi come: irritazione, tristezza, inquietudine, stanchezza e pianto. In psicologia questo stato si conosce con il nome di: depressione portparto.

Durante questo periodo la donna sperimenta una serie di pensieri ed emozioni negativi ma normalmente lo stato scompare in pochi giorni o settimane. Secondo le statistiche, la depressione postparto, nel senso più stretto del problema, è vissuta da una percentuale di donne compresa tra l’8 ed il 20%.

Ora nuovi studi fanno luce su questo fenomeno e affermano che la depressione postparto sia dovuta ad una produzione in eccesso di un ormone che regola i livelli dello stress. Ovviamente, questa idea non scarta altri possibili fattori come: i cambiamenti ai quali è sottoposta la madre, la mancanza di sostegno, avere un parto difficile o precedenti di depressione.

Riconsiderando l’idea dello squilibrio ormonale come causa della depressione postparto, si deve specificare che durante il parto si richiedono livelli elevati di progesterone, un ormone vincolato alle emozioni. Come si può immaginare, dopo avere partorito i livelli dello stesso scendono considerevolmente. Si dice che queste fluttuazioni importanti sarebbero responsabili della depressione.

Secondo uno studio realizzato dall’Università della California, le donne i cui livelli dell’ormone corticoprina aumentano già nelle prime 25 settimane, hanno maggiori possibilità di sviluppare una depressione postparto. Questo ormone sarebbe responsabile di regolare la risposta del nostro organismo di fronte allo stress, ma la parte curiosa è che non viene solo prodotto nell’ipotalamo ma anche nella placenta, ed è responsabile di preparare il corpo per il momento del parto.

Va sottolineato che in alcune occasioni la depressione postparto può andare un passo oltre alla tristezza e al pianto, provocando veri e propri attacchi di panico, mal di testa, visione annebbiata, problemi allo stomaco e idee suicide. Infatti, in alcune occasioni questo problema deve venire trattato con farmaci. La buona notizia è che la depressione postparto si potrebbe evitare o almeno ridurne i sintomi, se viene diagnosticata molto presto attraverso lo stesso test prenatale che controlla i livelli di glucosio nel sangue.

Quando una donna sperimenta questi sintomi è essenziale che possa condividere ciò che sente con altre persone vicine a lei, senza il timore di sentirsi rifiutata. Allo stesso modo, chi gli sta intorno, deve esprimerle il suo affetto e offrirle aiuto, senza fare eccessive pressioni. Dobbiamo ricordare che non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte ai cambiamenti e che, molto spesso, la biologia svolge anch’essa il suo ruolo.

Fonte: Yim, I. S. et. Al. (2009) Risk of postpartum depressive symptoms with elevated corticotropin-releasing hormone in human pregnancy. Archives of General Psychiatry; 66(2):162-169.

Fonte: L’angolo della psicologia

Mancano ancora dei regali? 10 consigli per gli acquisti natalizi dell’ultima ora

10 dritte per non impazzire con gli acquisti natalizi dell’ultima ora

  • di Adriana Bello

Non vi stressate più del necessario

Ciò che è fatto è fatto. Per qualche ragione non siete riusciti ad approfittare delle offerte del Black Friday, e a pochi giorni dal Natale vi mancano ancora vari regali (o tutti). È però meglio occuparsi che preoccuparsi, e quindi ecco qualche suggerimento perché l’iter sia meno stressante possibile.

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1. Fate una lista

Sembra sciocco, ma nel trambusto qualcuno può rimanere fuori. Sedetevi e pensate con calma a tutti i regali che volete fare e più o meno a cosa vorreste regalare (qualcosa di generico, niente di troppo specifico). Quest’ultimo passo vi aiuterà a scegliere un luogo in cui potreste trovare magari tutti i regali, o almeno la maggior parte di loro. Il vostro tempo è limitato, e quindi non perdetelo saltando da una parte all’altra. Potete anche collegarvi alle pagine web dei negozi che intendete visitare e visualizzare già alcuni prodotti per andare subito al sodo.

2. Scegliete un buon orario

È vero il detto “Chi dorme non piglia pesci”. Siate tra le prime ad arrivare, soprattutto considerando che molta gente questa settimana ancora lavora, e quindi può andare a fare acquisti solo la sera, quando voi starete già uscendo dai negozi. Al mattino, poi troverete anche la merce ordinata, e questo faciliterà la vostra ricerca.

3. Cercate rinforzi

A volte noi donne possiamo essere molto egocentriche e credere che se non facciamo personalmente le cose non riusciranno bene. È il momento di lavorare in squadra, dando anche a mariti e fidanzati una lista perché cerchino alcuni dei regali da fare (magari quelli semplici). Se avete figli piccoli, cercate di trovare qualcuno che se ne occupi per un paio d’ore per poter andare a fare acquisti più calme e concentrate.

4. Shopping online

Forse è un po’ tardi per questo (e non vorrete stressarvi ogni giorno controllando dove si trova il vostro pacco), ma non è sbagliato dare un’occhiata. Visto che si avvicina il Natale, potreste anche avere la fortuna di approfittare della spedizione gratuita o pagare poco di più per assicurarvi che il vostro acquisto arrivi in uno o due giorni risparmiandovi però la folla e le lunghe file alla cassa.

5. Niente false aspettative

Essere positive è giusto, essere illuse no. È vero che potete avere la fortuna di trovare tutto rapidamente (e magari anche in offerta) e senza tanto stress, ma le probabilità indicano che in genere queste sono giornate complicate per l’ansia che suscita la festa imminente, il fatto che i bambini sono spesso già in vacanza e alcuni genitori (che hanno già fatto tutti i regali) li portano a divertirsi con le attività che propone il centro commerciale, molte cose sono già esaurite, ecc. È meglio tenere tutto questo a mente, e sorprendersi se avviene il contrario.

6. Usate scarpe comode

La cosa migliore è cercare di comprare tutti i regali nello stesso giorno, e per questo è fondamentale avere un paio di scarpe comode che vi permettano di camminare per varie ore. Basta già la lista, non c’è bisogno che vi dobbiate preoccupare anche delle vesciche.

7. Siate flessibili

Anche se la lista è un’ottima guida, dovete anche essere consapevoli della data e dell’offerta dei prodotti. È per questo che dicevo di non scegliere cose troppo specifiche, perché correte il rischio di impegnarvi in qualcosa di preciso e poi rimanere frustrate.

8. Regali “futuri”

Non scartate l’idea di una gift card, perché molte persone le usano moltissimo. Potete controllare quali concerti, spettacoli o mostre ci sono all’inizio dell’anno e comprarne i biglietti. È un regalo fantastico e si può acquistare comodamente da casa in qualsiasi orario.

9. Extra

Per quanto possiamo aver pianificato le cose, c’è sempre qualcuno che resta fuori, e in questo caso non ci sarà più tempo per uscire a comprare di corsa qualcosa. La mia raccomandazione è sempre quella di comprare due scatole di cioccolatini, un paio di bottiglie di vino o qualche prodotto gourmet unisex che vada sempre bene. Non vi è mancato nessuno? Non importa, potrete goderveli voi!

10. Rilassatevi

Portate il vostro mp3 con una playlist che vi piace, prendetevi una pausa di dieci minuti tra un acquisto e l’altro per prendere un tè o un caffè, respirate a fondo… Ricordate che se non trovate il regalo che cercate non è la fine del mondo, e forse potete trovare anche qualcosa di molto meglio se mantenete la mente aperta e la calma.

Fonte: Aleteia

Mom shaming: Il fenomeno che trasforma madri reali in cattive madri

  • di Jennifer Delgado Suárez

I genitori di oggi sono sottoposti a una pressione sociale brutale. Da un lato, ci sono leggi che quasi criminalizzano certi comportamenti e, dall’altro, la scienza mostra loro tutte le conseguenze dei loro errori nello sviluppo dei figli.

Sappiamo che gridare ai bambini danneggia il loro cervello, gli sbalzi di umore del padre lasciano delle sequele nello sviluppo emotivo dei figli e alcuni complimenti possono distruggere l’autostima infantile.

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A questo si aggiunge che molte persone ipocrite e moraliste non esitano ad attaccare i genitori, in particolare attraverso i social network, trasformandosi in insegnanti, psicologi e genitori modello. Così, alcuni diranno che hai abbandonato tuo figlio anche se gli stai accanto, o che lo stai maltrattando solo perché hai alzato la voce di un paio di decibel.

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Le madri sono spesso bersaglio di critiche distruttive

Negli ultimi tempi le madri di tutto il mondo hanno assistito al moltiplicarsi di commenti con i quali le persone giudicano il modo in cui allevano i loro figli. Normalmente si tratta di critiche mai richieste e raramente costruttive, che servono solo a metterle in imbarazzo e farle sentire insicure. Il problema è che in realtà non importa quello che fai, ci saranno sempre delle persone che ti criticheranno perché ognuno ha la propria opinione su come si dovrebbero educare i bambini.

Un sondaggio realizzato recentemente dall’Università del Michigan ha rivelato una realtà spaventosa: due terzi delle madri affermano di essersi sentite in imbarazzo a causa dei giudizi degli altri verso il modo in cui allevano i loro figli. E la cosa peggiore è che molte di queste critiche provengono dalla cerchia più ristretta: la famiglia.

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Il sondaggio coinvolse 475 madri i cui figli avevano meno di 5 anni. Il 61% dissero di essere state criticate per le decisioni che avevano preso rispetto ai figli, tanto dal partner come da genitori e suoceri.

Inoltre, il 62% ritiene che le madri di solito ricevano molti consigli inutili dagli altri, e il 56% ritiene di essere incolpata ingiustamente per il comportamento dei figli. La maggior parte delle madri dissero di essere state criticate per come disciplinavano i loro figli e la metà furono messe in imbarazzo a causa dell’alimentazione e le abitudini del sonno dei figli. Quasi il 40% ricevettero alcune critiche negative relativamente all’allattamento o l’uso del biberon.

Il 42% riconobbero che quando venivano messe in discussione le loro abilità come madri, si sentivano più insicure circa le opinioni e le decisioni da prendere.

Questo sondaggio dimostra che in molti casi la critica finisce per fare più male che bene, anche se fatta con le migliori intenzioni. Le critiche servono spesso solo ad aumentare i dubbi e le tensioni di cui già soffrono padri e madri. Un ruolo che, tra l’altro, non è facile.

Ci sono molte ragioni per cui gli altri sono disposti a giudicarti e persino classificarti come una “cattiva madre”, tra le quali che:

– Sei una cattiva madre per aver scelto il cesareo piuttosto che il parto naturale

– Sei una cattiva madre per non allattare tuo figlio e dargli biberon

– Sei una cattiva madre perché hai sofferto di depressione postparto e non sai gestire le tue emozioni

– Sei una cattiva madre perché lavori per far quadrare il bilancio famigliare e lasci il tuo bambino nelle mani di un altro adulto quando sei fuori casa

– Sei una cattiva madre perché di tanto in tanto lasci giocare tuo figlio con il tablet o il cellulare per prenderti alcuni minuti di riposo

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– Sei una cattiva madre perché lasci tuo figlio davanti alla televisione per preparare la cena e pulire la casa

– Sei una cattiva madre perché la stanchezza ti assale e non gli leggi una storia ogni notte

– Sei una cattiva madre perchè lasci che di tanto in tanto tuo figlio mangi dolci e non lo costringi a mangiare tutte le verdure e la frutta che dovrebbe

– Sei una cattiva madre perché a volte perdi la pazienza e alzi un poco la voce

– Sei una cattiva madre perché non sei una madre perfetta

– Sei una cattiva madre perché SEI UNA MADRE VERA

Se ti senti identificata con alcune di queste situazioni significa che sei una persona reale, ami tuo figlio ma hai anche dei dubbi e ci sono momenti in cui non sai cosa fare, ti piacerebbe passare più tempo con il tuo bambino ma gli obblighi di tutti i giorni e la stanchezza non te lo permettono sempre.

Non esiste un manuale per essere dei buoni genitori, ognuno dovrebbe trovare la propria strada, il che significa sbagliare, ritornare sui propri passi e cercare di correggere l’errore commesso. È importante che impari a godere della maternità o la paternità, evitando la voglia di fare tutto in modo perfetto e la pressione per soddisfare le aspettative sociali.

Se ami i tuoi figli e glielo dimostri ogni giorno, se fai tutto il possibile per renderli felici e, allo stesso tempo, cerchi di dare il meglio di te, è più che sufficiente.

Non ti sentire mai in colpa per essere una madre vera. Il lavoro di madre è difficile e non sempre si riesce a fare ciò che si vorrebbe, a volte si ha bisogno di riposo e di aiuto. Ma va bene così!

Fonte: L’angolo della psicologia

San Francisco: per allontanare i senzatetto hanno iniziato ad utilizzare i robot

  • di Federico Cenci

L’obiettivo è “ripulire” le strade intorno alla sede di un’organizzazione a San Francisco

Robot che cacciano via gli uomini. Non è un film di fantascienza, è la realtà di San Francisco. Nella celebre città statunitense, un’organizzazione che si occupa di difendere gli animali dagli abusi (la Spca) ha cominciato ad utilizzare robot per “ripulire” le strade intorno alla propria sede dalla presenza di senzatetto.

Lo ha riferito il San Francisco Business Times, sottolineando che la questione ha creato controversie. Le autorità locali, che già sono alle prese con il dilagare di androidi usati da aziende per consegnare cibo e merci laddove non esiste una regolamentazione chiara in merito, hanno comunicato alla Spca che deve tenere i robot lontano dai marciapiedi se non vuole pagare una sanzione che arriva fino a mille dollari al giorno. Per questo tipo di iniziative sarebbe infatti necessario un apposito permesso che l’organizzazione non avrebbe né richiesto né ottenuto.

L’organizzazione ha giustificato l’utilizzo di questi robot-gendarmi con il crescente numero di aghi disseminati sui marciapiedi e dei furti d’auto. In molti avrebbero individuato nei senzatetto gli autori dei crimini. Jennifer Scarlett, presidente della Spca, ha detto al San Francisco Business Times che è meglio che sui marciapiedi ci siano robot piuttosto che aghi, rifiuti, piccoli accampamenti con tende. L’utilizzo di androidi per “ripulire” le strade è iniziato a novembre, e nelle prime settimane sembra che i risultati siano stati ottenuti.

Ma a che prezzo? Tanti cittadini di San Francisco si stanno lamentando perché i robot sbattono sovente sui pedoni, nonostante siano dotati di sensori. Le critiche piovono anche per altri motivi. Ci si chiede, in particolare, se sia opportuno che la sicurezza delle città venga affidata a degli androidi, che non hanno cuore né ragione, vengono programmati per essere pedissequi sorveglianti privi di rispetto della dignità umana. E ancora: in un’ottica di ottimizzazione dei costi aziendali, un domani queste macchine sostituiranno il lavoro umano?

Qualcuno, poi, interpreta questa vicenda come spia di una società elitaria, solo per i ricchi, che usa ogni mezzo per sbarazzarsi degli ultimi, per tenere lontano dalla vista le contraddizioni del sistema finanziario su cui si regge. La sintesi di questi giudizi negativi è racchiusa nel tweet di Ben Norton, giovane volto del giornalismo statunitense. Egli ha sentenziato: “Capitalismo: invece di provvedere alle case per i senzatetto, spende somme di denaro esorbitanti per fabbricare robot che impediscono ai senzatetto di farsi abitazioni da sé”.

Fonte: In Terris