Io voto Gengis Khan

Io voto Gengis Khan

  • di Marcello Veneziani

Io so chi vincerà le elezioni. Ha già la vittoria in tasca, a tavolino. Vorrei quasi dire imposto per legge elettorale. Vincerà più di quanto abbia vinto negli anni precedenti, facendo registrare numeri sempre più crescenti.

È una vittoria post-elettorale, una vittoria fondata sulla libera traduzione del voto ricevuto. Sto parlando dell’antico e rinomato PT, che è un fluttuante serpentone subparlamentare. Il Partito Trasformista.

Ho perso il conto di quanti hanno fatto il salto della quaglia e poi l’hanno pure replicato in direzioni inverse. Ne vedo tanti di precursori, troppi e fin troppo noti.

Il loro pittoresco testimonial è il mitico Razzi, che però è il meno trasformista di tutti e il più simpatico devoto di Kazzimiei.

Il più autorevole mutante è Grasso, che era un magistrato in odore di Forza Italia e ora guida i residui bellici del comunismo.

Il più spettacolare è Casini, che si candida a Bologna coi suoi nemici storici. Il più curioso è capitan De Falco, che non annoveriamo fra i traditori per ragioni coniugali ma perché sparlava dei grillini e ora si candida con loro; lui, l’eroe telefonico diventato Intrepido solo per aver pronunciato un’ingiunzione fallica al mitico Schettino.

L’avvocata dei saltafossi è la Buongiorno, passata da Andreotti a Fini e poi a Salvini, via Hunziker. Altre storie di mutanti, soprattutto nei centrini, potete trovarli in State sereni di Carlo Solimene, viaggio nella repubblica fondata sul tradimento.

Ma io non vorrei parlarvi dei casi personali e dei “traditori” in lista. No, io mi riferisco a un dato oggettivo, post-voto.

Il sistema elettorale è stato studiato apposta per non eleggere nessun governo e nessuna maggioranza. Allora l’unica variabile su cui contano le istituzioni, il sistema, è proprio quella risorsa infame che dai tempi del Connubio di Cavour, al Trasformismo di Depretis, ai Voltagabbana dal fascismo all’antifascismo, fino ai più recenti trans della politica, è sempre stata copiosa nella politica italiana. Non solo della repubblica, anche del regno, e forse dell’impero.

Non so cosa farà Mattarella all’indomani del voto, quando nessuno avrà i numeri per governare. Dicono che darà l’incarico a partire dalla maggioranza che avrà eletto i presidenti delle camere; ma si tratterà in ogni caso di alleanze postelettorali, sotto l’alibi del supremo interesse della nazione, e via sparando patriottiche cazzate.

Il trasformismo potrà riguardare interi partiti coi loro leader-fregoli, ma più probabilmente riguarderà mandrie di peones in transumanza. Saranno loro a vincere, a infiltrarsi nel governo e nel sottogoverno, a decidere e a costituire l’asse della nostra democrazia.

Capito la trasformazione in atto? Non più voltabandiera per interessi personali ma trasformisti per interesse nazionale. Immolarsi a tradire per la patria e per lo Stato. Non più fenomeni subparlamentari ma processi politici auspicati, a garanzia della governabilità.

Perché l’alternativa al trasformismo riesce persino più ridicola. Quando ci dicono tutti che se non vinceranno loro, giammai inciuceranno, e si ritornerà alle urne, ci stanno in realtà dicendo: state votando per finta, sono prove tecniche di trasmissione, simulazioni di voto, peggio che i sondaggi.

Poi si rivota a breve. E anche l’eroismo anti-inciucio della Meloni non si sottrae al grottesco; è come dire, noi puri vi garantiamo l’ingovernabilità, siamo persone d’onore…

L’impossibilità di un governo dà ai leader un’altra malefica risorsa: possono sparare le promesse più esagerate, tanto sanno che non avranno la maggioranza e allora diranno agli elettori: noi avremmo voluto realizzare il nostro fantastico programma ma non ci avete dato i voti, così dobbiamo scendere a compromessi e rinunciarvi, che peccato…

Allora vedi la campagna elettorale come un incubo grottesco, una via di mezzo tra il terribile film Melancholia con la sua tragedia annunciata e inevitabile e le comiche finali; un horror tra Dario Argento e Crozza.

Vedi poi che nessuno vuole confrontarsi con nessuno, facendo venir meno il fondamento di una competizione democratica. Poi per incoraggiarti a votare vedi le schede elettorali che necessitano di una laurea specialistica in Ermeneutica del Voto o di uno staff di consulenti per essere comprese e compilate correttamente.

Ma sai che tutto questo non servirà a niente.

E alla fine, vinca il peggiore. Ossia il trasformista che passando da una parte all’altra garantirà una maggioranza e scongiurerà di andare a votare a breve. Questa sarebbe democrazia? Per carità, aridatece non il dittatore ma il Faraone, lo Zar e il Gran Mogol, insieme. Io voto Gengis Khan.

MV, Il Tempo 21 febbraio 2018

Fonte: Marcello Veneziani

Brasile: esulta per il gol, giocatore picchia raccattapalle (VIDEO)

Brasile: esulta per il gol, giocatore picchia raccattapalle

Rissa in campo nel finale di partita tra Operaio e Comercial

n Brasile, nel finale della partita tra Operario e Comercial, due squadre dello stato del Mato Grosso, scoppia una rissa a bordo campo. Jefferson Reis, giocatore dell’Operaio, picchia un ragazzo addetto al recupero palloni.

Il motivo? Una semplice e banale esultanza al gol della squadra avversaria. Il Comercial, infatti, segna in pieno recupero. La tensione è palpabile e tutti hanno i nervi tesi. Uno dei giovani raccattapalle esulta, la sua squadra è in vantaggio.

Ma Jefferson Reis si lascia sopraffare dalla rabbia e si dirige, con fare arrabbiato. verso il giovane e, una volta arrivato, lo picchia a sangue. Per riportare la situazione alla normalità serve l’intervento dell’esercito. Il Sud America non è nuovo a queste scene. Che si viva il calcio con troppo entusiasmo?

Fonte: interris

Ghouta, 400 civili morti sotto i bombardamenti

Ghouta, 400 civili morti sotto i bombardamenti

Saltato l’accordo per il ‘cessate il fuoco’, la situazione a Duma e dintorni resta drammatica

Non ci sarà, almeno per ora, l’auspicato “cessate il fuoco” per fermare il massacro della Ghouta, in Siria: la bozza di risoluzione, proposta in Consiglio di sicurezza da Svezia e Kuwait con l’appoggio degli Stati Uniti, ha incontrato la bocciatura da parte della Russia, la quale ha così vanificato i tentativi di un accordo che avrebbe potuto far momentaneamente tacere le armi. Va da sé che la situazione nella Ghouta orientale, dove sono in corso continui e pesanti bombardamenti governativi che hanno messo in ginocchio la popolazione civile anche a causa delle pesantissime perdite subite in termini di vite umane.

Numeri tragici

E’ da quasi una settimana che lo sganciamento di ordigni sull’intera area (occupata da numerosi gruppi ribelli facenti capo a diversi Paesi, come l’Arabia Saudita e la Turchia stessa) prosegue in modo tassativo: al momento, secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), sarebbero almeno 400 il numero delle persone civili (21 solo nella giornata del 22 febbraio) che sono rimaste uccise sotto le bombe. Tra queste, è stato spiegato, vi sarebbero almeno 94 minori, fra bambini e adolescenti. Particolarmente intensi i bombardamenti nella Ghouta orientale, non lontano dalla capitale Damasco: nella cittadina di Duma, l’ultimo raid ha provocato la morte di 13 persone.

Inferno a Duma

L’ultima offensiva, messa in atto con dei razzi, si è concentrata proprio su Duma, il centro più importante della regione e distante non più di 15 chilometri da Damasco. A ogni modo, negli ultimi 5 giorni, l’intenso fuoco governativo aveva colpito anche altri centri, andando a toccare con violenza gli obiettivi più disparati: nella giornata di ieri, un sanitario di Medici senza frontiere ha spiegato che la struttura presso la quale stava lavorando è stata più volte colpita, così come altri 12 ospedali nell’arco di una mattinata: “Le strutture supportate dall’organizzazione – ha sottolineato Msf in un comunicato – hanno terminato completamente le scorte di sacche di sangue, anestetici e antibiotici endovenosi, fondamentali per i principali interventi chirurgici”. L’ennesima riprova di come la situazione umanitaria nella Ghouta sia ormai giunta ben al di fuori dei limiti del concepibile, fra massacri di civili e conseguente difficoltà (enorme) per i corridoi umanitari.

Fonte: interris

Arriva il robot pompiere

Arriva il robot pompiere

  • di Carolina Garcia

Il prototipo ha mani capaci di aprire agevolmente le maniglie antipatico ed è in grado di muoversi velocemente

L’istituto italiano di Tecnologia di Genova, in collaborazione con il Centro ricerche E. Piaggio dell’Università di Pisa, il Politecnico di Losanna, l’Istituto tedesco Karlsruhe e l’Università cattolica di Lovanio, in Belgio, ha realizzato il primo prototipo di robot in grado di gestire le situazioni di emergenza.

WalkMan

Attraversare le fiamme, attivare un estintore e spegnere un incendio, sono alcuni dei compiti che è in grado di svolgere WalkMan. Si chiama così, infatti, il robot dall’aspetto umanoide che presenta mani capaci aprire agevolmente maniglie antipanico e, inoltre, può reagire rapidamente a pinte esterne e può modificare il passo per evitare di cadere su terreni accidentati.

Come funziona

WlakMan, alto 1.85 per 102 chilogrammi di peso, è controllato a distanza da un operatore. Nella versione base, la testa è equipaggiata con telecamere, scanner laser 3D e microfoni. Le sue capacità, in realtà, sono state già testate: WalkMan, infatti, è stato utilizzato nel 2016 dopo il terremoto di Amatrice per testare la stabilità degli edifici.

I test sul robot

Nella sua ultima prova, eseguita recentemente in laboratorio è stato sperimentato in uno scenario definito dai ricercatori insieme alla Protezione civile di Firenze e nel quale il robot  doveva muoversi all’interno di un ipotetico impianto industriale danneggiato da un terremoto. WalKMan è stato in grado di aprire la porta, localizzare una valvola industriale e chiuderla, rimuovere gli ostacoli sul suo percorso e identificare la posizione delle fiamme e attivare l’estintore.

Fonte: interris

Libia, tra attentati e instabilità

Libia, tra attentati e instabilità

  • di CdG

Cinque vittime provocate da un’autobomba esplosa ieri a Waddan. E l’Italia lancia l’allarme: ‘Daesh ha ancora spazi di manovra nel Paese’

E’ di almeno cinque morti e due feriti il bilancio dell’attentato che ieri ha visto un’autobomba imbottita di esplosivo detonare nei pressi di un check point situato presso Waddan, città della regione libica di Jufra. Le vittime dell’azione secondo la tv locale Alnabaa – che cita fonti ospedaliere – sono membri della Brigata 128 impegnata nella cosiddetta “Operazione Dignità” del generale Khalifa Haftar, le cui forze controllano l’area in cui l’attacco è stato effettuato. Un’area, ricordano i media, strategicamente molto importante, perché collega l’ovest, l’est e il sud del Paese.

E se è vero che al momento non risulta pervenuta alcuna rivendicazione, non è escluso che i responsabili di quanto accaduto siano miliziani di gruppi legati all’Isis.

Proprio a proposito delle possibilità di radicamento in Libia dei gruppi terroristici tra l’altro, proprio nelle scorse ore il Sistema di informazione per la sicurezza italiano (Dis) ha presentato a Roma una relazione in cui si afferma che l’instabilità persistente nell’ex Quarta sponda ha offerto alle organizzazioni suddette “rifugi sicuri e spazi di manovra”. Nel documento si sottolinea che “le contraddizioni emerse dopo la caduta di Gheddafi hanno rappresentato la trama di fondo di un contesto politico segnato da rotture e particolarismi, che rendono la situazione tuttora fragile, precaria e suscettibile di involuzioni repentine”. Ed ancora: “nonostante la caduta, nel 2016, di Sirte, Daesh non è stato espiantato dal Paese, confermando anche in questo contesto le proprie capacità di adattamento tattico. Esso si è infatti dapprima ridislocato in altre aree della Libia, dove ha riorganizzato i propri ranghi” e poi è tornato “ad esprimere, dopo una fase di apparente remissività, un rinnovato attivismo”.

In tutto questo va anche sottolineato che, come riferito da sputniknews, il generale Haftar e le autorità della parte orientale della Libia (che operano indipendentemente dal governo di Tripoli internazionalmente riconosciuto) “si sono rivolti alla Russia per chiedere assistenza militare”, con particolare riferimento “alle questioni degli armamenti e dell’addestramento”. Lo ha dichiarato il responsabile del gruppo di contatto russo sulla soluzione del conflitto interlibico in un recente convegno sulla politica di Mosca in Medio Oriente. “La cosa più interessante – ha poi aggiunto Lev Dengov – è che anche il governo di Unità nazionale di Tripoli si è rivolto a noi per questioni tecnico-militari. Tutti vogliono assistenza da noi” ma la posizione della Russia – ha concluso Dengov – è equidistante: “Siamo vicini a tutti”.

Fonte: IL GIORNALE D’ITALIA

Dna: ecco da dove partiranno gli identikit del futuro

Dal Dna gli identikit del futuro

  • di Laura Boazzelli

Scoperti altri geni-scultori che danno forma al volto umano

In futuro gli identikit potranno essere realizzati a partire dal Dna. E questo grazie alla scoperta, effettuata da un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, guidato da Peter Claes, di altri 15 geni-scultore che modellano il viso.

Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, questa scoperta potrebbe aiutare non solo a tracciare gli identikit del futuro, basati sull’analisi del Dna, ma anche a ricostruire i volti dei personaggi del passato, o potrà aiutare a ricostruire un volto sfigurato.

Lo studio

Come riporta l’Ansa, nella ricerca ogni volto è stato suddiviso in piccole sezioni. Gli studiosi sono andati in cerca dei geni corrispondenti e, alla fine, sono riusciti ad individuare 15 geni, 7 dei quali collegati al naso. Questa, secondo i ricercatori, è una buona notizia perché, commenta Claes “il cranio non contiene alcuna traccia del naso, che consiste solo di tessuto molle e cartilagine”. Quindi in futuro “potrebbe diventare più facile determinare la forma del naso” a partire da un teschio, avendo il Dna come “guida”.

A caccia di geni

Da tempo gli studiosi sono a caccia dei geni associati al viso e alcuni erano già stati individuati, ma è una ricerca complessa. “In passato – afferma Seth Weinberg, uno dei ricercatori – gli scienziati hanno selezionato caratteristiche specifiche, come la distanza tra gli occhi, e cercato i geni associati”. Ma in questo modo, ha osservato, “i risultati sono limitati, perché viene selezionata solo una serie di caratteristiche“. Adesso è stato adottato un approccio diverso, basato su una banca dati con immagini 3D di alcuni volti e il corrispondente Dna degli individui. 

La ricerca continua

Cosa faranno adesso i ricercatori? Lo studio continuerà. L’obiettivo è identificare altri geni scultori del volto, utilizzando banche dati ancora più grandi. Secondo Claes, questa tecnica potrebbe avere anche altre applicazioni in ambito medico: “Con lo stesso metodo potremmo anche cercare geni associati a malattie come l’Alzheimer, analizzando le scansioni del cervello e il Dna del paziente”, conclude.

Fonte: In Terris

Pamela Mastropietro: scuoiata per far sparire le prove

Scuoiata per far sparire le prove

La seconda autopsia accerta che parti di pelle di Pamela Mastropietro sono state asportate. L’ipotesi? Per nascondere una violenza sessuale

Scuoiata, forse per far sparire le tracce di una o più violenze carnali. E all’orrore dell’omicidio, ormai qualcosa in più che una semplice ipotesi, si aggiunge quello di una ragazza torturata, senza un motivo apparente, prima di essere uccisa e poi smembrata. Il delitto di Pamela Mastropietro, che da Macerata ha sconvolto tutta l’Italia, si arricchisce di elementi davvero agghiaccianti dopo che il secondo esame autoptico, effettuato da dottor Cingolani su nomina della procura,è giunto alle sue conclusioni.

Innanzitutto, asserire che la causa del decesso sia stata l’overdose, e non l’opera della mano di altre persone, non è praticamente più possibile, al di là del protrarsi dell’attesa per gli esami tossicologici. Come spiega il gip, i risultati dell’autopsia “inducono a ritenere superate le iniziali incertezze sulle cause della morte (omicidio o overdose), facendo propendere recisamente per l’ ipotesi omicidiaria”. Si spiega anche il perché: la lingua della ragazza era “pinzata tra i denti”, elemento che sosterrebbe “una sofferta asfissia per soffocamento”. Non marginale a questo punto il bfatto che siano sparite parti del collo: potrebbero essere ipoteticamente state rimosse per nascondere i segni di strangolamento. Ancora, la conferma che nel decesso avrebbero avuto un ruolo determinate le coltellate inferte “quando la giovane era ancora a cuore battente”.

Nell’ordinanza, di cui stralci sono emersi al pubblico, si legge: “È emersa la presenza su un’ ampia parte di cute di superficiali ferite da taglio parallele, ferite – si legge nell’ ordinanza – che il dottor Tombolini (primo medico legale, ndr) ha ritenuto inferte in vita, quasi a voler infliggere sofferenze alla vittima, mentre il dottor Cingolani (il secondo nominata dalla Procura, ndr) ha ritenuto effettuate post mortem verosimilmente in relazione alle pratiche si sezionamento del cadavere”. E ancora c’è un altro particolare ributtante, cioè che “siano stati asportati ‘ampi tratti di cute in zona vaginale e anali’ che rafforzerebbe l’ ipotesi suggestiva circa la volontà di celare un pregresso atto sessuale, cui si riconduce anche il rinvenimento di tracce di saliva su un capezzolo”.

Verità che però non sono state confermate dagli uomini, tutti nigeriani, individuati e fermati: anche se gli inquirenti danno ormai per assodato che Awelima, catturato e detenuto con Desmond Lucky, aveva organizzato la sua fuga dall’ Hotel Recina di Montecassiano, struttura che ospita migranti per la onlus Acsim, “così manifestando la propria volontà di abbandonare definitivamente il luogo dove viveva da oltre un anno”. Una fuga verso Milano, insieme alla moglie, in treno, con l’obiettivo di prolungarla con meta la Svizzera. Fuga che è stata interrotta quando le forze dell’ordine, che stavano tenendo monitorato l’uomo, hanno visto la sua cella telefonica spostarsi verso nord dalle Marche.

Fonte: IL GIORNALE D’ITALIA

Ecco perché non devi anticipare il naturale sviluppo motorio di un bambino

Riflettiamo su: Non anticipare il naturale sviluppo motorio del bambino piccolo!

Nella nostra società il porre in posizione seduta prematuramente i bambini piccoli è una pratica abbastanza comune. 

Negli anni ’50, la pediatra Emmi Pikler descrive come fosse normale che questi bambini, posizionati prematuramente dall’adulto in posizione seduta, mostrassero poi una tensione ed una rigidità muscolare notevole: così, quando ad un bambino viene anticipata una posizione innaturale per quella fascia d’età, gli si impone anche un’azione corporea ed un ritmo corporeo innaturale. 

Ma la posizione seduta, come d’altra parte anche la posizione eretta del bambino, è una posizione che il bambino ottiene, scopre, comprende e sviluppa solo se da sé costruisce e sperimenta tutte le posizioni  e i movimenti transitori che la precedono, non tralasciando il fatto che è l’adulto che deve offrire tale possibilità di scoperta posizionando il bambino, già dai primi mesi di vita, in posizione supina su di un tappeto semi rigido a terra (ad esempio i tappeti termoisolanti a puzzle in gomma Eva), evitando così di tenerlo la maggior parte del tempo in sdraiette, ovetti, box, girelli , passeggini.

Ad esempio, secondo gli studi di Emmi Pikler per quanto riguarda lo sviluppo motorio naturale del bambino, egli riesce a sedersi da solo quando comincia a gattonare e da sé poi riesce a posizionarsi in seduta (circa verso i 9 mesi).

Da questo si evince che se un bambino non riesce a stare seduto da sè ai 5-6 mesi non significa assolutamente che è un bambino che ha ritardi o anomalie nello sviluppo motorio e psicologico. 

E sì, anche psicologico, in quanto nel bambino piccolo 0-36 mesi lo sviluppo motorio-fisico va ” a braccetto” e in stretta sintonia con lo sviluppo psicologico-emotivo-sensoriale e cognitivo. 

Quindi perché anticipare il naturale percorso del bambino?! Perché stimolarlo?

Un bambino che viene messo in una posizione seduta precoce e “ha iniziato a giocare” in questa posizione, probabilmente ha un bisogno costante di essere rassicurato e supportato dall’adulto, in quanto il piccolo non conosce e non sa gestire le azioni e le reazioni del suo corpo nello spazio circostante, esercitate dalla forza di gravità (disequilibrio, caduta all’indietro, caduta in avanti, caduta a lato) .

Un bambino piccolo che, al contrario, è posizionato sempre in posizione supina a terra ed esplora l’ambiente attraverso le posizioni che domina da sé ed ha conquistato da solo, è un bambino che non ha bisogno di questo costante supporto e rassicurazione dell’adulto, in quanto è lui stesso sicuro e in grado di gestire le azioni e reazioni del suo corpo con sicurezza e fiducia in sé.  

Inoltre, un bambino piccolo messo in posizione seduta anticipata, ha una tonicità passiva e “molle” delle articolazioni inferiori: articolazioni che vengono percepite dal bambino non come supporto e sicurezza. 

Ecco perché si consiglia di evitare la pratica sociale dell’anticipazione dello sviluppo naturale del bambino, iniziando proprio dalla posizione seduta. 

Riflettiamo quindi sull’anticipare anche le posizioni e il tempo del bambino per quanto riguarda i percorsi di autonomia dal pannolino alle mutandine.

Riflettiamo e prendiamoci un tempo per farci domande … domande che ci permetteranno di  crescere i nostri bambini e renderli attivi nel loro naturale percorso di crescita e non passivi alla volontà e al bisogno dell’adulto!

Le articolazioni inferiori di un bambino piccolo che ha avuto la possibilità di muoversi in libertà, sperimentando tutte le posizioni e i movimenti transitori, avranno invece più tonicità, saranno più attive e forniranno un supporto sicuro per il movimento e l’equilibrio del bambino.

Di conseguenza, questa attività delle articolazioni inferiori invierà al cervello del bambino anche stimoli di carattere sensoriali, e questo avrà l’opportunità di sviluppare una mappa sempre più completa e complessa di attivazione del corpo, della sensorialità emotiva, della percezione corporea e della sicurezza posturale.

Fonte: Prima Infanzia e Pedagogia Attiva

Sciogliere Casa Pound: ma siamo ancora nel 1972?

Sciogliere Casa Pound: ma siamo ancora nel 1972?

  • di Paolo Delgado

L’idea lanciata dalla presidente della Camera Laura Boldrini, poi rilanciata da Grasso e Sala, ha un effetto contrario: dare visibilità a realtà marginali

C’è inoltre un immediato riflesso nella propaganda con autorevoli richieste di mettere fuori legge gli eredi del ventennio, trasgressori della legge Scelba, immediate reazioni di segno opposto, con nel mirino i “violenti” antifascisti, e sullo sfondo persino qualche eco dei mai dimenticati “opposti estremismi”.

La presidente della Camera, terza cittadina dello Stato, ha chiesto lo scioglimento delle organizzazioni nere, mentre i siti schiaffavano in bella vista titoli come ‘ Guerriglia urbana a Napoli’, alludendo a scaramucce tra antifascisti sul piede di guerra e polizia. Pochi giorni prima era successo a Livorno. Il presidente del Senato Piero Grasso, leader di LeU, e il sindaco di Milano Sala, Pd, più ministri vari concordano con la presidente Boldrini: ‘ Fuorilegge’. Anche l’ex premier e probabile futuro governante Berlusconi chiede la mano pesante: però contro i contestatori che negano con le cattive il diritto di parola ai fa- scistoni.

Nel 1972 la faccenda era seria, la polemica non priva di fondamento. L’anno prima i neofascisti, che allora militavano nel Msi, avevano sfondato nelle elezioni amministrative parziali, raggiungendo in alcune sedi, come Roma, percentuali per l’epoca stratosferiche, vicine al 15% partendo dal precedente 4%. Il richiamo ai valori dell’antifascismo non era fuor di luogo. I contestatori erano migliaia di giovani, agguerriti e ormai abituati agli scontri di piazza. Capitò più d’una volta, in quella campagna elettorale, che ci scappasse il morto, per un candelotto sparato dritto contro un passante o per il pestaggio fatale a cui fu sottoposto dalla polizia l’anarchico Franco Serantini, che cercava appunto di impedire un comizio del Msi a Pisa. Si parlava molto di fascismo, antifascismo e violenza politica perché era palese che quei temi erano davvero in testa alla lista delle preoccupazioni di parecchi elettori e avrebbero finito per condizionare più di ogni altro tema il voto.

Quarantasei anni dopo la situazione si ripropone come pura pantomima: una recita. Alle manifestazioni di Forza Nuova e CasaPound accorrono appena poche decine di militanti. Se non ci fosse chi le contesta non se ne accorgerebbe nessuno. Le contestazioni partono da un’area che nel corso dei decenni è stata progressivamente ghettizzata e ha fatto quanto in proprio potere per facilitare ai ghettizzatori il compito. Senza le contestazioni antifasciste pochi saprebbero che esiste. ‘ La guerriglia urbana’ esiste solo nei titoli a effetto e la violenza politica, giustamente, nella lista degli elementi che condizioneranno il voto non figura neppure in coda alla classifica: inesistente.

Una minacciosa ventata xenofoba e a tratti razzisti percorre davvero la penisola, ma se i gruppi neofascisti che provano a cavalcarla fossero messi fuori legge non perderebbe neppure un nodo di potenza. I partiti che su quelle paure irrazionali si ingrassano non possono essere messi fuori legge: sono troppi e troppo numerosi. Il parlamento resterebbe deserto.

Il richiamo all’antifascismo e quello, speculare, contro i violenti rossi rispondono entrambi a una valenza ormai puramente identitaria. Sono una chiamata alle armi in nome del sangue e delle tradizioni di famiglia, non in nome della politica. Quell’evocazione di fantasmi lontani, almeno nelle forme che assunsero un tempo, serve anche a tutti per giocare nella campagna elettorale l’arma della ‘ somiglianza’. Chi chiede di mettere fuori legge Casa-Pound invita tra le righe a sconfiggere chi con Cp o Fn ha almeno qualche elemento in comune: la Lega, FdI, secondo alcuni lo stesso M5S.

E’ una strategia propagandistica come tante altre, ma più pericolosa. Nell’Italia del 2018, a differenza di quella del 1972, di violenza politica non c’è traccia. Ma evocare per gioco gli spettri di solito è il modo migliore per trovarseli poi in salotto per davvero.

Fonte: IL DUBBIO

Mamma e zio violentavano bimbe di 4 e 7 anni: sparavano loro pallini di plastica

Lucca, mamma e zio violentavano bimbe di 4 e 7 anni: sparavano loro pallini di plastica

  • di D.F.

Le violenze si sono protratte tra il 2011 e il 2013: a praticarle lo zio delle bambine, 25 anni all’epoca, con la complicità della sorella e madre delle piccole.

I familiari di due bambine della provincia di Lucca sono stati condannati ieri: lo zio pedofilo dovrà scontare dieci anni e mezzo di reclusione mentre la madre, che lo supportava, dovrà scontarne 8. I fatti risalgono al periodo tra il 2011 e il 2013, quando le giovanissime vittime avevano solo 4 e 7 anni.

I giudici del tribunale della città toscana Marino, Dal Torrione e Scarabotti hanno inoltre tolto la patria potestà alla donna e condannato entrambi a risarcire 50mila euro a testa alle bambine, altri 20mila al padre, 8mila alla nonna paterna e 15mila a un’ispettrice di polizia. Intanto davanti al gup Pezzuti è stata condannata (con una semplice multa di 100 euro) un’assistente sociale che aveva ritardato di segnalare gli abusi alle autorità competenti.

La vicenda risale al periodo 2011 e 2013: le indagini hanno dimostrato che le violenze sessuali sulle bambine da parte dello zio – spalleggiato dalla sorella (madre delle piccole) – erano sistematiche. L’uomo, che all’epoca aveva solo 25 anni, era solito utilizzare persino una pistola ad aria compressa per sparare pallini di plastica addosso alle bambine, forse per intimidirle e costringerle al silenzio. Nell’agosto 2013, la polizia – su disposizione del giudice per le indagini preliminari e su richiesta del pubblico ministero Sara Polino – eseguì due misure cautelari di divieto di avvicinamento alle persone offese e le bimbe vennero affidate al padre. Le violenze erano incredibilmente emerse con quasi due anni di ritardo. Una delle due vittime si era confidata con la maestra, che aveva a sua volta avvisato un’assistente sociale, ma la cosa non aveva avuto seguito.

L’inchiesta, condotta dalla Squadra Mobile, erano scattata solo dopo la denuncia presentata dal padre separato, avvisato dalla nonna paterna delle bimbe, che aveva notato alcune lesioni. Dopo approfondimenti investigativi serrati, supportati da accertamenti sanitari, era emerso che lo zio abusava delle nipotine con la colpevole complicità della madre, che fingeva di non sapere nulla. I due, una volta scoperti, si scagliarono contro  l’ispettrice di polizia che indagava.

Fonte: fanpage.it