Ribes nigrum, utile contro allergie, stanchezza, congiuntivite ma con qualche controindicazione

Ribes nigrum: proprietà, utilizzi e controindicazioni

Il ribes nigrum, o ribes nero, è una pianta molto utilizzata in fitoterapia in quanto svolge un’azione antistaminica e antinfiammatoria, utile in caso di rinite, allergia, stanchezza, congiuntivite e non solo. Ecco tutte le proprietà del ribes nigrum, come utilizzarlo e le possibili controindicazioni.

Il ribes nigrum, nome botanico del ribes nero, è una pianta della famiglia delle Grossulariacee, conosciuto anche come cassis. Per anni è stato utilizzato solo a scopo alimentare, ma questa pianta viene utilizzata oggi anche in fitoterapia a scopo terapeutico. Il ribes nigrum ha infatti proprietà  antinfiammatorie, inoltre è un potete antistaminico naturale, utile in caso di allergia da polline, congiuntivite, stanchezza, asma, dermatiti, ma anche mal di gola, bronchite, dolori muscolari e sceletrici e in tutte quelle situazioni dove sono presenti stati infiammatori, inoltre depura il sangue ed è un’efficace diuretico. In fitoterapia ne vengono utilizzate le foglie, i frutti e le gemme, che è possibile trovare in erboristeria sotto forma di macerato glicerico o tintura madre e foglie essiccate. Ma scopriamo tutte le proprietà benefiche del ribes nigrum, come utilizzarlo e se ci sono controindicazioni.

Proprietà benefiche del ribes nigrum

Il ribes nigrum è una pianta molto completa: per gli usi curativi, infatti, vengono utilizzate varie parti: le gemme sono ricche di flavonoidi ed oli essenziali, che donano alla pianta proprietà antinfiammatorie: stimolano la produzione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali, inoltre funzionano come antistaminico: il gemmoderivato agisce anche a livello cutaneo, oltre che respiratorio, svolgendo un’attività simile a quella del cortisone, senza averne gli effetti collaterali: è indicato quindi in caso di dermatiti, eczema, psoriasi, riniti allergiche, asma, bronchite, faringite, laringite e congiuntivite. Svolge inoltre un’azione immunostimolante: aiuta a prevenire l’influenza e combatte la stanchezza.

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Nelle foglie sono contenuti polifenoli e triterpeni che hanno proprietà diuretiche e depurative: vengono utilizzate sotto forma di infusi o tintura madre e aiutano a ridurre il colesterolo cattivo (LDL) nel sangue, ad eliminare l’acido urico e svolgono un’azione drenante. I frutti sono ricchi di vitamina C, dall’azione antiossidante, vitamina A, acido malico, acido citrico, flavonoidi e antociani: svolgono quindi un’azione astringente, utile per i capillari, rinfrescante e proteggono la retina. Vengono utilizzati soprattutto in caso di fragilità capillare, couperose e vene varicose.

Come utilizzare il ribes nero: dal macerato glicerico all’infuso

Il ribes nigrum viene quindi utilizzato a scopo terapeutico principalmente sotto forma di foglie e sui derivati, ed è possibile reperirlo in erboristeria, in farmacia e nei negozi di prodotti naturali. Prima di utilizzare rimedi fitoterapici a base di ribes nigrum è consigliabile consultare il medico o l’erborista che ne approverà o meno l’utilizzo in base alle vostre problematiche di salute. Come antistaminico, contro allergie, rinite, asma e congiuntivite si consigliano generalmente 30-50 gocce di macerato glicerico o tintura madre di ribes nigrum per 2 volte al giorno per almeno 2 settimane consecutive. Per prevenire le allergie stagionali primaverili il consiglio è quello di assumere, a partire da dicembre, 40-50 gocce di macerato glicerico a metà mattino e 40-50 gocce a metà pomeriggio. Per alleviare mal di testa o dolori articolari, si consiglia di assumere 40 gocce di macerato glicerico in poca acqua per 2 volte al giorno.

Come diuretico si consiglia l’utilizzo di infusi realizzati con le foglie di ribes nigrum: riempite una tazza con acqua bollente e lasciate riposare per 10 minuti 2 cucchiaini di foglie, filtrate e bevete: potete assumerne dalle 2 alle 3 tazze al giorno. Per uso esterno è possibile invece utilizzare l’olio di semi di ribes nero direttamente sulla pelle, in caso di orticaria o eruzioni cutanee: utilizzatelo sempre dopo aver consultato il medico di base o il dermatologo.

Controindicazioni

Il ribes nigrum può avere diversi effetti collaterali: può aumentare la pressione sanguigna, in quanto stimola la produzione di cortisolo, è quindi controindicato a chi soffre di ipertensione arteriosa. Inoltre potrebbe interagire con alcuni farmaci, come anticoagulanti e psicofarmaci, e potrebbe causare reazioni allergiche in soggetti predisposti. Il ribes nigrum è poi sconsigliato in gravidanza e allattamento e nei bambini di età inferiore ai 3 anni, inoltre è controindicato in caso di patologie renali, epilessia e patologie nervose. Si consiglia quindi sempre di consultare il medico prima di assumerlo, soprattutto in caso di assunzione di farmaci o se si soffre di qualche patologia.

Fonte: fanpage.it

La risposta di Papa Francesco al padre di Alfie non lascia dubbi

Il Papa riceve il padre di Alfie: solo Dio è padrone della vita

  • di Sergio Centofanti

Incontro a Santa Marta tra Francesco e il papà di Alfie. Al termine dell’udienza generale il Papa ha voluto di nuovo attirare l’attenzione sul bimbo inglese e su Vincent Lambert, ricordando con forza che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio

Papa Francesco stamattina ha ricevuto a Casa Santa Marta Thomas Evans, il padre del piccolo Alfie, il bimbo inglese di quasi 2 anni affetto da una malattia neurodegenerativa non conosciuta e ricoverato presso l’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, i cui medici vorrebbero “staccagli la spina” perché – dicono – è nel suo “miglior interesse”. I suoi genitori invece vogliono trasferirlo all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, che si è detto disposto ad accoglierlo per assisterlo fino alla fine. Il trasferimento è stato negato sia dai medici che dai giudici. Si è in attesa dell’ultima parola della Corte suprema.

Al termine dell’udienza generale, il Papa ha pronunciato queste parole:

Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e il piccolo Alfie Evans, e vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio! E il nostro dovere, il nostro dovere è fare di tutto per custodire la vita. Pensiamo in silenzio e preghiamo”.

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Ogni malato sia curato in modo adatto alla sua condizione

Al termine del Regina Coeli di domenica, il Papa era tornato sul caso di Alfie, citando anche quello del francese Vincent Lambert, al quale l’ospedale di Reims dov’è ricoverato ha annunciato di voler staccare nutrizione e idratazione assistite. Francesco aveva affidato entrambi alla preghiera di tutti, così come altre persone in diversi Paesi che “vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari”. “Sono situazioni delicate – aveva detto il Pontefice – molto dolorose e complesse. Preghiamo perché ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita”. Il 4 aprile scorso il Papa in un tweet aveva chiesto di fare “tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans” e di ascoltare “la profonda sofferenza dei suoi genitori”.

Il miglior interesse di Alfie: essere curato

Per il giurista Filippo Vari, docente di diritto costituzionale all’Università europea di Roma e vicepresidente del Centro studi “Rosario Livatino”, la decisione di non trasferire Alfie è molto grave “perché abbiamo un bambino gravemente malato e ci sono ospedali seri, come il Bambino Gesù, che nel loro codice etico hanno anche il rifiuto dell’accanimento terapeutico, che sono disposti a farsi carico della sua assistenza. Però ai genitori viene impedito di portare Alfie in questi ospedali sulla base di un presunto miglior interesse del bambino”. La cosa veramente preoccupante – sottolinea – “è che questo presunto miglior interesse del bambino viene valutato in contrasto con quello che dicono i genitori, che hanno ancora la loro responsabilità verso il bambino e che hanno dimostrato di essere persone degne di fede, e poi si pone un alternativa non tra diverse cure da somministrare al bambino, ma si dice invece che, siccome il bambino potrebbe soffrire nel trasferimento in un altro ospedale, allora la soluzione migliore è quella di cessare le cure, con la conseguenza che poi il bambino morirà”.

Fonte: Aleteia

Cosenza, «Così la mia casa pignorata è finita in mano a un pm»

«Così la mia casa pignorata è finita in mano a un pm»

  • di Giulia Merlo

Le strane aste giudiziarie di Cosenza

La sua casa finisce all’asta e ad acquistarla è un magistrato onorario che opera nello stesso circondario, quello di Cosenza.

Tutto comincia nel 2012, quando D. B. ha subito il pignoramento della casa in cui viveva con la moglie da parte del Banco di Napoli per il mancato pagamento di un mutuo e il tribunale di Cosenza ha disposto la procedura di vendita senza incanto dell’immobile, un appartamento nel centro della città del valore di circa 600 mila euro. L’asta è andata deserta per tre volte e, infine, l’immobile è stato aggiudicato all’unica offerta presentata, col ribasso del 30%, per un valore di 178 mila euro.

Al momento del rilascio dell’immobile, però, la scoperta di chi fosse l’aggiudicataria: giudice onorario non togato che svolge funzioni di pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Cosenza. «Ho scoperto chi fosse grazie al mio legale, che l’ha riconosciuta quando si è presentata insieme ai carabinieri a casa mia per espletare la procedura veloce per l’immissione nel possesso del bene, senza attendere la notifica del decreto di ingiunzione. Lui credeva fosse presente in funzione di pm e non di aggiudicataria dell’immobile, poi abbiamo scoperto che invece era stata lei a partecipare all’asta», ha raccontato D. B., il quale ha presentato un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro la magistrata onoraria e anche una denuncia-querela al Procuratore della Repubblica.

Sul piano disciplinare, infatti, il Decreto Legislativo 109/ 2006 sulla ‘ Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati”, dispone che togati e onorari non possono svolgere «attività incompatibili con la funzione giudiziaria» «o di attività tali da recare pregiudizio all’assolvimento dei doveri di cui all’articolo 1 (imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni). Inoltre, secondo giurisprudenza delle Sezioni Unite di Cassazione, i magistrati sono soggetti alla regola di correttezza per la quale devono astenersi dal «prendere interesse personale in procedimenti pendenti davanti ad organi giudiziari, anche diversi, se compresi nella giurisdizione davanti alla quale il processo è pendente» . Nella stessa direzione va anche l’indirizzo del Csm, che in due delibere del 2017 ha ritenuto che «l’acquisto di un immobile all’asta è un’attività non preclusa in termini assoluti al magistrato onorario, tuttavia egli se ne deve astenere ogni qual volta vi sua una possibile interferenza diretta o indiretta con le funzioni svolte, ciò in particolare quando le procedure di aggiudicazione si svolgano presso gli uffici giudiziari siti nello stesso circondario dove il medesimo, suoi congiunti o persone a lui strettamente legate svolgono le loro funzioni giudiziarie». Secondo quanto scritto nell’esposto di D. B. al Csm, infatti, ad avvalorare il conflitto della magistrata ci sarebbe il suo rapporto di coniugio con un «iscritto negli elenchi dei delegati alle vendite».

Attualmente l’esposto è al vaglio del Consiglio Superiore della Magistratura e, in seguito alla denuncia, la pm onoraria è stata iscritta al registro delle notizie di reato della Procura di Salerno (competente in caso di procedimenti contro i magistrati cosentini). Le ipotesi di reato a suo carico potrebbero essere quelle di turbativa d’asta e abuso di potere.

«Possibile che il magistrato dell’esecuzione non abbia riconosciuto la collega al momento dell’asta? In gennaio, inoltre, ho fatto un’istanza al Procuratore della Repubblica di Cosenza per conoscere se si fossero presi provvedimenti nei confronti della magistrata onoraria, ma non ho ricevuto risposte», ha raccontato D. B.

Ora non resta che attendere l’esito del procedimento disciplinare al Csm ed eventuali procedimenti penali a suo carico.

Fonte: IL DUBBIO

Diventa famoso a sua insaputa, lo vedono in 14 milioni: “Quale video?!?”

Il video dello stagista di un ristorante che aiuta un disabile a mangiare diventa virale

  • di Rozões para acreditar

Il ragazzo non sapeva di essere ripreso e si è sorpreso per le ripercussioni del suo gesto

Un piccolo gesto, un “gesto semplice”, come lo hanno definito molti, ha acquisito proporzioni gigantesche. Finora sono oltre 14 milioni le visualizzazioni di un video che mostra un ragazzo che lavora in un ristorante della catena Giraffas mentre aiuta un estraneo a mangiare in un centro commerciale di Salvador, in Brasile.

Il ragazzo in questione si chiama Wellington Bruno de Oliveira Sacramento, ha 17 anni e abita nel quartiere di Sussuarana, a Salvador, insieme alla madre e ai fratelli.

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Bruno è stagista nella catena di ristoranti da quasi un anno, e senza saperlo è stato il protagonista di una bellissima scena aiutando un disabile a mangiare. Tutto è stato registrato da Laura Victória e da allora ha commosso tutto il Brasile, perché si è trattato di un gesto di gentilezza nei confronti di una persona che Bruno neanche conosceva.

Ecco il video:

“È stata una cosa normale. A volte la gente pensa che non sia nulla, e a volte è tutto”, ha detto Bruno parlando con noi al telefono e riferendosi alle ripercussioni del video.

Bruno ha portato il vassoio con il cibo ordinato da un uomo di nome Pablo Washington, che ha problemi di articolazione delle mani. Consegnando il pasto si è reso conto che il cliente non sarebbe riuscito a mangiare da solo, e allora si è seduto accanto a lui e lo ha imboccato.

“Quando ho saputo delle ripercussioni sono rimasto senza parole, perché ho fatto una cosa normale”.

Il ragazzo, che sogna di diventare calciatore, ha detto che non aveva parlato a nessuno, neanche alla madre o agli amici, di ciò che aveva fatto proprio perché la riteneva una cosa normale. Per questo si è spaventato quando ha saputo di essere stato registrato. “Quale video?!?”, ha detto quando gli hanno raccontato che era diventato famoso.

Bruno ha detto di aver imparato a rispettare le persone grazie all’educazione che ha ricevuto in famiglia, in particolare dalla madre, ma che ha imparato molto anche da Giraffas, perché il rispetto è un valore molto forte nell’azienda.

Il ragazzo ha iniziato a lavorare nella catena di fast food perché aveva bisogno di aiutare la famiglia, visto che quando è entrato nell’azienda la madre e il padre erano disoccupati (non abitano insieme ma si aiutano con i figli). Attualmente la madre lavora come venditrice di materassi, e anche il padre ha trovato un impiego.

Bruno ha offerto a tutti una grande lezione sul fatto che un piccolo gesto non ha niente di semplice, e che sono proprio atteggiamenti come questo che ricordano quanto possa essere grande l’essere umano.

Complimenti, Bruno, ti auguriamo di riuscire a realizzare tutti i tuoi sogni!

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: Aleteia

Caro Crozza, ecco una lezione da un ragazzo di 13 anni VIDEO

Caro Crozza (e cari genitori!), il bravo calciatore lo sa sbagliare un rigore (VIDEO)

  • di Annalisa Teggi

Sotto i riflettori va in scena un siparietto volgare, in un piccolo campo di provincia Nicolò (13 anni) dà una lezione di fair play a tutti

Il gioco è un’esperienza educativa importante per i nostri figli; il calcio è lo sport nazionale e diventa ricettacolo di fanatismo, isteria, brutalità.

Come far sì che il primo dato influenzi virtuosamente il secondo?

Tre giorni alla settimana frequento le palestre dove i miei figli fanno attività sportiva, nei week-end mi siedo a bordo campo per seguirli nei tornei. Conosco maestri veri che con una palla (ovale, nel nostro caso) in mano sanno trasmettere ideali di vita; sono diventata amica di molti genitori e adoro gli sfoghi reciproci che facciamo fuori dagli spogliatoi (in attesa di docce lunghissime…), basta una battuta per condividere il peso che senti sulla testa e sulle spalle più o meno alle venti di ogni giornata.

Ho imparato che talvolta si palesa una forma deviata di essere umano – nella maggior parte della sua vita è un papà o una mamma normale, bravo, lavoratore – che diventa una bestia non appena suo figlio è in campo: aggredisce, insulta, urla. Forse sfoga così tanti grovigli accumulati, fatti di stress – stanchezza – insoddisfazione; forse sfoga così – cioè male – il desiderio di vedere subito, di botto quel che batte nel suo cuore: ogni figlio è bravissimo e perfetto agli occhi di chi lo cresce. Ed è vero.

Segnare un gol, fare meta, fare un tiro da tre punti, dribblare bene un avversario, correre via con la palla in mano; sono gesti in cui trapela tutta la nostra attesa di compimento: farcela, raggiungere un traguardo, portare a termine bene un progetto. Ma sono solo segni; sono piccoli barlumi da guardare con ammirazione e senza venerazione.

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La spinta di un avversario, un fallo pesante, una calcio dato senza che l’arbitro veda, sono tutti gesti rappresentativi delle obiezioni che ci ostacolano il cammino. Fanno parte del viaggio in un mondo che non è il paradiso. Anche questi sono segni, occasioni per mettere a fuoco i limiti della cattiveria reciproca; sono da giudicare, non sono pretesti di una guerra mondiale.

Quando mio figlio maggiore esce di casa con una palla sottobraccio e va al parco, è sicuro che là troverà un qualche sconosciuto ragazzo che si metterà a giocare con lui: da qualche passaggio nasce il pretesto per scambiare due parole e conoscersi. Un’intesa breve, mezz’oretta di gioco libero ed esaltante e qualche urlo di entusiasmo copiando i grandi campioni … ci sta.

Ma copiano solo questo i nostri ragazzi? No. Spesso e volentieri diventano la riproduzione in miniatura della nostra aggressività esalata, mentre li guardiamo dagli spalti in un microscopico torneo comunale e crediamo di stare all’Olimpico. Sulle loro bocche gli insulti volgari e certi triti commenti pesanti sull’arbitro stanno storti, sono vestiti inadatti al loro entusiasmo fresco. Eppure anche a 10 anni, li vedi in un campetto di quartiere con la loro bella divisa a cadere con le esatte pantomime finte che fanno le star della serie A. E gli avversari giù a reagire nello stesso modo con cui vedi i grandi campioni bestemmiare all’arbitro con i denti digrignati e gli occhi sbarrati. Uno spreco di energie, nient’altro.

Si sta consumando un confronto mediatico di gran classe tra il comico Maurizio Crozza e il difensore della Juve Benatia: tutto è partito da un’affermazione fuori luogo dello juventino, che ha paragonato l’assegnazione di un certo famigerato rigore a uno stupro. È evidente che il paragone è inappropriato. Che messaggio arriva ai nostri ragazzi? Che il gioco è una faccenda così pesante?

Ebbene, per un comico ascoltato da milioni di persone poteva essere un’ottima occasione di prendere letteralmente la palla al balzo e dare una lezioni a noi adulti, tutti CT della nazionale, tutti creativi creatori di insulti, patetici aggressivi da novantesimo minuto. Maurizio Crozza ha peggiorato nel modo più brutto possibile la situazione, rivolgendosi a Benatia con una battuta sul doppio senso della parola «fallo», augurandogli di avere esperienze sessuali dolorose. Ha tirato fuori una volgarità inutile, a cui il calciatore ha reagito con varianti ancora più schifose sul tema.

Grazie. Ce lo saremmo risparmiato.

La legge del taglione con scenografia sessuale appartiene alla più triste istintività bestiale. Però, facendo lievitare tutta la rabbia repressa che abbiamo, si espande facilmente e qualunque ragazzo con un cellulare in mano può godersi lo spettacolino tristemente violento di questi due personaggi famosi. Non basta dire: speriamo che non prenda esempio da loro. Personalmente, ne parlerò coi miei figli proponendo un esempio positivo che mi azzardo a portare all’attenzione del comico nazional-popolare.

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L’ironia è una cosa fantastica, signor Crozza. È capace di generare lo stupore che allarga il cuore; «ridi e fatti forte» disse Sant’Ignazio. L’ironia è divina perché è in grado di rovesciare un punto di vista in modo che la verità diventi stupenda come un fuoco d’artificio. E qual è la verità dietro la faccenducola insignificante del rigore che ha tanto indignato gli juventini? Che un’ingiustizia brucia, perché siamo fatti – non tanto per vincere – ma per la chiarezza di vederci veri fino in fondo. Fuori dal campo, nella vita intendo.

Senz’altro anche un campo di calcio può dare l’esempio, ma nella direzione giusta. Quindi, caro signor Crozza lei ha sprecato una grande occasione di fare un gol pazzesco in rovesciata. La battuta infelice di Benatia poteva rovesciarla nell’esempio che viene da un piccolo campo di provincia, senza canali televisivi collegati: Nicolò ha 13 anni e ha sbagliato di proposito un rigore. Non se la sentiva di segnare punti per un fallo inesistente, quindi ha tirato fuori il colpo dagli 11 metri. Dimostra che dietro di lui c’è un lavoro educativo fatto nel modo più entusiasmante possibile, quello che indica come traguardo la felicità dell’atleta: dare tutto di sé, con la forza del corpo, l’intelligenza della testa e l’assist della coscienza.

Credo che Nicolò abbia provato una gioia vera, più autentica di quella che lo sbruffone sente usando delle scorciatoie. È la gioia allegra e festosa del fare la cosa giusta, dello stare dalla parte del bene. È quello che ci aspettiamo dal gioco.

Fonte: Aleteia

Roger Waters smaschera gli Elmetti bianchi: “Sono solo propaganda”

  • di Davide Pellegrino

In “In The Flesh?” – The Wall, 1979 – Roger Waters parla della finzione. “Luci!” “Attivate gli effetti sonori!” trasmettono perfettamente all’ascoltatore quel senso di smarrimento che prova quando ciò che ha visto non era quello che si aspettava. Alla fine, però, la saggezza. Con il “f you want to find out what’s behind these cold eyes lo invita ad andare sempre a fondo, ad indagare. La sublimazione della delusione. Cosa fossero davvero i White Helmets lo aveva capito con 40 anni in anticipo. Non sabato sera, durante una tappa del suo tour in Spagna.

Con savoir faire, li ha etichettati come “organo di propaganda jihadista” in relazione alla pièce teatrale dell’attacco chimico a Douma. Alla città di Barcellona questa cosa, però, non è andata giù e fischi su fischi sono piovuti. Non c’è da stupirsi. Poco dopo l’attentato del 17 agosto 2017, Ada Colau, il sindaco, in collaborazione con il think tank CIDOB al soldo di George Soros, fece una conferenza nella quale illustrò le “gravi violazioni dei diritti umani” da parte del governo di Damasco.

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Prove? Le foto di “Caesar”, esposte anche a Roma presso la Sala Spazio D del Maxxi dal 5 al 9 ottobre del 2016. Peccato che siano tutte una messinscena. Sponsorizzate e finanziate dal Qatar, i visi lì fotografati sono, in alcuni casi, identificabili con quelli dei patrioti siriani uccisi da Jaysh al-Islam, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra.

La documentazione completa qui: https://drive.google.com/file/d/0B_WENlEYeAwqMWo2RTFVUW9HX2M/view. Oltretutto, la città catalana, oltre ad aver avuto legami con la cellula qaedista che uccise, nel 2002, il giornalista del Wall Street Journal, Daniel Pearl, conta una rete di 200/300 intermediari, di nazionalità pakistana, aventi lo scopo di riciclare il denaro destinato ad al-Qaeda e allo Stato Islamico in Siria ed in Iraq. Quanta ipocrisia ed ignoranza bisogna avere per scagliarsi contro Bashar al-Assad? Tanta, diremmo. In ogni caso, da ieri circola un video di questi “eroi” per i quali si sono fatte levate di scudi.

Non sono intenti a “salvare civili”, come vorrebbe la propaganda hollywoodiana che ha consegnato loro un Oscar, bensì ad esultare dell’uccisione, con un colpo alla testa, di una persona innocente. Gli indignati di Roger Waters si nascondessero dalla vergogna.

Fonte: Oltre la linea

Stato-Mafia, sentenza bomba in arrivo, tra il 19 e il 20 aprile

Stato-Mafia, sentenza bomba in arrivo

  • di Errico Novi

Niente repliche dei pm, Corte d’Assise di Palermo da ieri in camera di consiglio

La battuta c’è tutta: «Iniziano le mie prigioni», si lascia scappare uno dei 7 giudici popolari un attimo prima di chiudersi in camera di consiglio. Ecco: ma quanto durerà? «Quattro giorni è la prognosi più attendibile», sussurra uno dei difensori. Quindi il giorno della verità potrebbe essere il 19 aprile, al massimo il 20 aprile 2018. Quel giorno dovrebbe essere pronunciata la sentenza del processo “trattativa”. Sarà una camera di consiglio faticosa e suggestiva: finirà entro la settimana o il viaggio a ritroso nel tempo potrebbe avvitarsi su stesso, come in un film di Robert Zemeckis? C’è un’aria strana, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. Non solo perché l’ultima delle 210 udienze celebrate in 4 anni – 4 di dibattimento (tutto ebbe inizio il 27 maggio 2013) ha il tono esasperato delle scene madri. Nicola Mancino, tra gli imputati, accusato di falsa testimonianza, spiega che sul suo incontro con Borsellino «sono state avanzate illazioni per distruggere la mia immagine».

I pubblici ministeri, anzi uno, Vittorio Teresi, dei due presenti ieri in aula ( l’altro è Roberto Tartaglia) sui quattro rimasti in servizio ( Nino Di Matteo e Francesco Del Bene non hanno ottenuto l’“applicazione” dalla Dna dove intanto sono andati a lavorare) si lamenta per le espressioni «estreme e inopportunamente polemiche da parte delle difese che hanno travalicato la dialettica processuale» e fa capire che anche per questo, «abbiamo deciso di rinunciare alle repliche». Uno dei legali, il difensore di Mario Mori, Basilio Milo, che si scusa con lo stesso magistrato della Procura di Palermo. Il presidente della Corte d’assise Alfredo Montalto che chiama infine la camera di consiglio e vi si rinchiude con i 7 componenti laici del collegio e la giudice a latere Stefania Brambille.

Ma il tratto drammatico, da sospensione della storia, è nell’ombra che non compare tra i 9 imputati sopravvissuti ( due, Totò Riina e Bernardo Provenzano, nel frattempo sono morti, uno in realtà ha visto stralciata da tempo la propria posizione ed è Calogero Mannino). Quell’ombra, nella visione dei pm, deve fattezze simili a Silvio Berlusconi. È a lui o non è a lui, che la Procura pensa quando, nel corso della requisitoria ( una lunga staffetta in 8 udienze tra i 4 del pool) cala sulla scena il fantasma di «un comprimario occulto, una intelligenza esterna che premeva per la linea della distensione» ? Così pare. Se no non si spiegherebbe per quale ragione, fra i quattro ex rapavere presentanti delle istituzioni alla sbarra, compaia, con gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, anche Marcello Dell’Utri. Cosa c’entra Dell’Utri, che sarebbe arrivato in Parlamento solo nel 1994, quando ormai Totò Riina era da tempo in carcere e le stragi cessate? Quale sarebbe la sua funzione, nello scenario immaginato dalla Procura, se non quella di fare da tramite con un futuro premier già sicuro di vincere le elezioni prima ancora di scendere in campo, ovvero il Cavaliere? E perché mai, se Berlusconi non fosse l’imputato virtuale di questo processo “Stato– mafia”, in limine mortis la Procura stessa ha preteso e ottenuto di includere tra gli atti anche le trascrizioni dei celebri dialoghi tra il boss Giuseppe Graviano e il suo compagno d’ora d’aria Umberto Adinolfi? In quelle conversazioni peripatetiche, il nome di Berlusconi ricorre eccome, anche se il difensore di Dell’Utri, Giuseppe Di Peri, ha contestato con più di una ragione, non accolta da Montalto, che in alcune frasi chiave il mafioso dicesse davvero “Berlusca”.

Sullo sfondo del decreto di Conso, della revoca e degli annullamenti del 41 bis dell’allora capo del Dap Capriotti, degli esponenti delle istituzioni che, secondo la requisitoria, «hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che una attenuazione del 41 bis potesse far cessare le bombe», sullo sfondo di tutti i segni del presunto cedimento da parte dello Stato, ci sarebbe evidentemente quel «comprimario occulto», che aveva capito tutto: e cioè che avrebbe vinto le elezioni e che nel frattempo serviva la pacificazione tra lo Stato e Cosa nostra.

È il presunto male assoluto fondativo della Seconda Repubblica, la leggenda nera del Cavaliere avanzato tra le ceneri dell’Italia devastata per indirizzarla verso il più scellerato dei patti. Una teoria senza ragione, senza logica, che però richiede un viaggio nel tempo. E infatti quel giudice popolare che si paragona a Silvio Pellico pare si sia portato il trolley, in conclave. Qualcun altra ha pensato al beauty case. E magari davvero si deve decidere non tanto sulla “minaccia a corpo politico dello Stato”, il reato contestato a i tre ufficiali del Ros e a Dell’Utri: ma sulla leggenda nera di cui sopra. E poniamo che da questo conclave, a più di 6 anni dall’inizio delle indagini, Dell’Utri ottenga l’assoluzione, poniamo che la Corte d’assise fra due o tre giorni, smentisca la leggenda nera: siano proprio sicuri che il frantumarsi dell’orribile retropensiero sarebbe irrilevante, rispetto al quadro politico attuale? Se ci si accorgesse che i quattro anni dello “Stato mafia” sono serviti a cancellare la leggenda nera, forse i pm del pool, compreso quell’Antonio Ingroia che se n’è andò in Guatemala un mese dopo l’inizio del processo, avranno reso un incalcolabile servizio alla Nazione. Avranno fatto pulizia della spazzatura tenuta bene o male in circolo da tanti, in questi anni. Dal loro punto di vista avranno fallito. Ma senza accorgersene avranno finalmente fatto giustizia.

Fonte: IL DUBBIO

Papa Francesco: “Chiedo perdono a tutti coloro che ho offeso”

Papa Francesco: mi sono sbagliato sul Vescovo accusato di aver coperto abusi

Invia una lettera ai vescovi cileni sulle violenze sessuali nel caso Barros/Karadima e chiede perdono

Il Papa ha inviato questo mercoledì una lettera ai vescovi cileni dopo aver ascoltato il rapporto dell’inviato speciale Charles Scicluna. “Chiedo perdono a tutti coloro che ho offeso”, ha scritto il Pontefice, che ha fatto riferimento al dolore che gli ha provocato il rapporto ricevuto.

Si tratta di uno dei casi più polemici che interessano in questo momento la Chiesa cilena, perché nel suo recente viaggio apostolico nel Paese lo stesso Papa Francesco aveva difeso pubblicamente monsignor Barros, accusato di aver coperto abusi sessuali commessi dal sacerdote Fernando Karadima, con un gesto che suscitò grandi controversie.

Credo di poter affermare che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo crudo, senza aggiunte né edulcoranti, di molte vite crocifisse, e vi confesso che questo mi provoca dolore e vergogna”, riconosce il Papa.

“Sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, soprattutto per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, indica il Papa nella lettera diffusa questo mercoledì in simultanea sia in Cile che in Vaticano.

Il Papa incontrerà nelle prossime settimane alcune delle vittime a Roma, e il 3 maggio si riunirà in Vaticano con tutti i vescovi del Cile.

“Scrivo a voi, riuniti nella 115ª assemblea plenaria, per chiedere umilmente la vostra collaborazione e assistenza nelle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine per ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, con l’obiettivo di riparare per quanto possibile allo scandalo e ristabilire la giustizia”.

A questo scopo, il Papa ha convocato i vescovi cileni a Roma per “dialogare sulle conclusioni della menzionata visita e sulle mie proprie conclusioni”, ha spiegato.

Nella sua lettera, il Pontefice ha anche ringraziato media e organizzazioni per la loro professionalità nell’affrontare il caso: “Voglio ringraziare le varie organizzazioni e i mezzi di comunicazione per la professionalità nel trattare questo caso così delicato, rispettando il diritto dei cittadini all’informazione e il buon nome dei dichiaranti”.

Per leggere il testo integrale della lettera cliccare qui.

Una forte risposta su Barros

Il giorno in cui mi verrà portata una prova sul vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova contro di lui, è tutta una calunnia”, aveva affermato Francesco sul presule arrivando al Campus Lobito, Iquique, per officiare la sua ultima Messa moltitudinaria in Cile a gennaio. Questo ha provocato forti critiche da parte dell’opinione pubblica e delle persone legate al caso Karadima e agli abusi sessuali in Cile.

Nella sua abituale conferenza stampa sull’aereo durante il viaggio di ritorno in Vaticano, Francesco si era scusato per ciò che aveva detto sul caso Barros: “Su questo devo chiedere scusa perché la parola ‘prova’ ha ferito tanti abusati. Chiedo scusa se ho fatto loro del male senza rendermene conto, senza volerlo. In Cile ho ricevuto due abusati (tre sono i casi pubblicati). Mi rendo conto che la mia espressione non è stata felice”.

Alcuni giorni dopo è stata diffusa la notizia della presenza di in Cile di monsignor Scicluna, inviato da Papa Francesco per chiarire il caso con nuove prove e che ha elaborato un rapporto che è stato presentato a Francesco e che questo mercoledì ha ottenuto una risposta pubblica.

La lettera del Papa ai vescovi cileni è stata resa nota questo mercoledì alle 15.00 ora cilena a Punta del Talcra dal presidente della Conferenza Episcopale del Cile, Santiago Silva Retramales, e dal segretario generale, monsignor Fernando Ramos Pérez, vescovo ausiliare di Santiago.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: Aleteia

Il papà di Alfie incontra Papa Francesco: «dateci la grazia dell’asilo»

Il papà di Alfie Evans incontra il Papa.

Grazie all’impegno di Benedetta Frigerio, inviata de La Nuova Bussola Quotidiana, Thomas Evans papà di Alfie incontra Papa Francesco.

Incontro durato circa 20 minuti grazie all’intercessione del Vescovo di Carpi (MO) monsignor Francesco Cavina che è stato incaricato di mantenere i rapporti tra segreteria di Stato ed i genitori del piccolo. Per il piccolo Alfie si apre un percorso diplomatico che potrebbe salvargli la vita.

Nel gruppo Facebook Alfies Army Official è stato riportato un post di Thomas da una delle amministratrici che vi riportiamo tradotto:

Non posso ringraziarvi abbastanza per avermi concesso l’opportunità di essere ricevuta da Sua Santità oggi.

Il nostro bambino è malato, ma non sta morendo e non merita di morire.

Non è malato terminale, e non ha una diagnosi.

Abbiamo fatto del nostro meglio per capire quali fosseti le sue condizioni e per curarlo al meglio.

Sono qui adesso al cospetto di Sua Santità per chiedere asilo, I nostri ospedali nel Regno Unito non vogliono dare ai bambini disabili la possibilità di vivere; al contrario, gli ospedali nel Regno Unito stanno dando la morte assistita ai bambini.

Abbiamo combattuto per Alfie per un anno e mezzo e abbiamo realizzato adesso che la sua vita non vale molto per il sistema sanitario nazionale.

Vi supplichiamo di aiutare nostro figlio!

L’Ospedale Alder Hey non vuole che Alfie esca, a meno che sia morto!!!!

Alfie non sta morendo, perciò non vogliamo portarlo fuori nel modo auspicato dall’ospedale.

Vediamo la vita e il potenziale nel nostro bimbo e vogliamo portarlo qui in Italia al Bambin Gesù, dove sappiamo che sarà al sicuro e che non gli verrà praticata l’eutanasia.

Quando Alfie farà capire a me e a sua mamma che sta soffrendo o morendo, ci godremo ogni ultimo istante con lui; ma Alfie non ci ha mostrato ancora segni che dimostrano che è pronto ad andarsene, così continueremo a combattere, proprio come lui ci ha insegnato.

Se Sua Santità aiuterà il nostro bambino, Sua Santità potrà salvare potenzialmente il futuro dei nostri bambini, specialmente quelli malati. Preghiamo affinché il problema che stiamo affrontando si risolva pacificamente e rispettosamente, perché nessun bambino merita tutto ciò.

Specialmente non un figlio di Dio.

I giudici nel regno unito non hanno detto la verità sul nostro figlio e sulle sue condizioni. Hanno ascoltato tutto quello che hanno detto i sanitari dell’ospedale e sono d’accordo con loro.

NON ESISTE UNA PROVA EFFETTIVA CHE CONSENTA DI DIRE CHE ALFIE MORIRÀ E CHE HA QUESTA FORMA DI MALATTIA

Siamo all’Alder Hey dal 14 dicembre e ci hanno chiesto più di 100 volte di rimuovere la ventilazione ad Alfie.
Anche quando gli hanno staccato il respiratore tre volte, sebbene i dottori nel Regno Unito dicessero che non sarebbe potuto sopravvivere, Alfie ha dimostrato loro che si sbagliavano, ma loro continuavano a spingere me e la sua mamma diciannovenne a lasciarlo morire, nonostante fosse sopravvissuto al distacco del ventilatore. Alfie ha avuto il tubo del ventilatore nel naso e nella gola per 15 mesi. Questo è sbagliato!

Lui ha bisogno di una tracheotomia. Questo è clinicamente e professionalmente sbagliato!

Non capiamo perché il nostro bambino e tanti altri bambini vengano trattati in questo modo. Noi crediamo che è perché è disabile, e il Regno Unito vuole legalizzare l’eutanasia.

Per favore aiutateci a salvare il nostro bambino innocente e dateci la grazia dell’asilo, per tenere la nostra famiglia al sicuro e per fermare tutto questo.

L’Ospedale ci sta privando del sonno e non ci consente di dormire con nostro figlio.
Dobbiamo rimanere seduti su una sedia per tutta la notte con lui, per confortarlo e per proteggerlo.”

Per vedere le foto dell’incontro vi invitiamo a leggere l’esclusiva de La Nuova Bussola Quotidiana cliccando QUI

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