Nomofobia: l’epidemia che sta colpendo i giovani tra i 18 e i 25 anni

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Drogati di smartphone di Marco Managò – Nomofobia: quando la tecnologia si trasforma in dipendenza

La nomofobia (in cui “nomo” è l’abbreviazione di “no mobile”) è la paura diffusa nei giovani tra i 18 e i 25 anni, di trovarsi con uno smartphone privo di connessione e, di fatto, isolati dal mondo e dai social.

Il fenomeno non riguarda solo i ragazzi italiani ma anche quelli di altri Paesi, come l’Inghilterra, in cima alla classifica mondiale di questa patologia.

Malattia. In un’accezione più ampia, la sindrome interessa qualsiasi impedimento all’uso del cellulare, quindi, oltre alla mancanza di rete si può manifestare nel caso di zone prive di copertura, con il credito azzerato, con la batteria scarica o a seguito di smarrimento o furto.

Da risorsa a problema. Rimane il rammarico poiché lo smartphone, internet e i social, usati in modo equilibrato possono contribuire allo sviluppo delle relazioni, a diminuire l’isolamento e la solitudine nonché svolgere importanti funzioni sociali, di aiuto, di solidarietà e di informazione.

Si criminalizza, spesso, il mezzo ma è opportuno ricordare come il problema sia nell’uso smodato e incontrollato.

Alcuni individui, infatti, arrivano persino a portarsi il telefonino a letto, sempre vicino a sé e al proprio cuscino, convincendosi di dormire, probabilmente, sonni più tranquilli.

Dipendenza. Cadere nel vortice di questa nuova dipendenza è facile ed è poi arduo risalire la china.

Il rischio è anche quello di scivolare in un disturbo collegato, conosciuto con il nome di “sindrome di Hikikomori”, molto diffuso in Giappone, in cui, complice la depressione, l’esclusione sociale, la paura di non realizzarsi, molti ragazzi si rifugiano in un isolamento estremo, rifiutandosi di uscire e di avere una normale vita sociale, relegando i contatti esclusivamente al mezzo informatico e al web.

Sintomi. I disturbi della nomofobia agiscono in maniera decisa, con caratteristiche simili agli attacchi di panico, con ansia diffusa, malessere, tachicardia, irritabilità e alterazione del quadro psicologico.

L’ansia deriva sia dall’esigenza di poter e dover comunicare sia dall’attesa spasmodica della risposta ai propri messaggi.

Abitudini. La presenza di giochi, la possibilità di scattare fotografie in pochi secondi e, soprattutto, di poter immortalare ogni istante della propria vita in un selfie, hanno radicalmente cambiato le abitudini di vita.

Per questo motivo, la nomofobia ha delle caratteristiche particolari e incisive, diverse da quelle del passato.

E’ da considerarsi importante la funzione attiva del soggetto che agisce su internet e sui social, a cui si accompagna la parte passiva: la risposta del web.

In questo è diversa dalle patologie di dipendenza del passato in cui il ruolo dell’individuo era ed è puramente passivo.

Drogati di tecnologia. La dipendenza dai ritrovati tecnologici non è una novità, basti pensare all’uso incontrollato del televisore, un disturbo presente da decenni.

Negli ultimi anni è subentrato il telefono cellulare, in termini di conversazioni senza fine o di utilizzo sfrenato degli sms.

Di recente, con lo smartphone e i social, il questo apparecchio ha cambiato pelle, divenendo quasi un nuovo mezzo, con delle caratteristiche ben precise che inducono a essere sempre rintracciabili o alla ricerca di contatti.

Basti pensare alla disponibilità continua dei servizi offerti da Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp e delle chat per incontri.

Consigli sbagliati. Alcune fonti forniscono consigli per evitare o ridurre i rischi di rimanere con lo smartphone inutilizzabile; tra questi il dosare la batteria, informarsi sempre sul credito a disposizione o trovare offerte più convenienti e con più disponibilità di connessione.

Tali consigli, tuttavia, non risolvono la patologia, semmai la certificano e la addolciscono, lasciando in piedi la dipendenza e il complesso e fobico legame con l’esigenza di essere “in linea”.

Contrasto. Le associazioni del settore, operanti per contrastare le altre forme di dipendenza dalle tecnologie (come gioco d’azzardo e cyberbullismo), organizzano corsi, eventi, formazione e attività di disintossicazione (la detossificazione digitale, per indurre il soggetto a rimanere privo di quel mezzo che lo rende schiavo) o terapie di gruppo come avviene per altri disturbi, per pazienti giovanissimi e adulti.

L’auspicio è che l’opera di tali associazioni, accompagnata a un passo indietro e responsabile di ogni singolo fruitore dello smartphone, induca a una severa e profonda riflessione, altrimenti il quadro rimarrebbe desolante e l’episodio di questi giorni, di una tac effettuata da una paziente con il cellulare all’orecchio per conversare, è solo il primo irreversibile campanello d’allarme. Fonte: interris