La musica ha smesso di essere rivoluzionaria, ecco il livello dei cantanti di oggi

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Di Antonello Cresti. Bennato e Venditti sotto accusa. Qualche settimana fa le bacheche dei social si sono improvvisamente riempite di accuse ed epiteti ingiuriosi ai danni dei due cantautori italiani Edoardo Bennato e Antonello Venditti, “rei” il primo di aver pubblicato un suo selfie in compagnia di Matteo Salvini, il secondo di aver rilasciato una intervista nella quale dispensava commenti non negativi nei confronti del Ministro degli Interni e della compagine gialloverde.

Ovvie e pleonastiche un paio di considerazioni preliminari: gli artisti hanno tutto il diritto di esprimersi su ciò che desiderano, gli altri hanno il diritto di commentare…

Personalmente tenderei in ogni caso a non dare eccessivo peso a esternazioni che, in un caso o nell’altro, rappresentano invariabilmente, tranne rare eccezioni, una immersione nella genericità e nella banalità più assolute, ma, poiché la levata di scudi è avvenuta nei confronti di due personaggi, che, caso finora piuttosto raro, hanno incrinato una cortina di dissenso piuttosto monolitica nei confronti dell’attuale governo, forse occorrerebbe porre un interrogativo (per il sottoscritto fin troppo retorico…) ossia se i “venduti” (come si è sbraitato ovunque…) siano davvero Bennato o Venditti o piuttosto coloro, che, ben più agevolmente (e magari dopo qualche piccola indagine di mercato…), hanno preferito indirizzare i loro strali ancora meno argomentati contro Salvini.

La musica ha smesso di essere rivoluzionaria. A prescindere da quelle che possono essere le nostre opinioni o simpatie, davvero si crede che in un ambiente come quello della discografia sia conveniente esporsi in questa maniera e non piuttosto lanciarsi in qualche “fanculo” dai palchi di Italia come hanno fatto Nina Zilli e altri?

Davvero si crede che questi cantanti incarnino una qualche forma di opposizione o resistenza culturale e sociale?

Visto lo spessore davvero esiguo delle figure in campo il problema non necessiterebbe neanche un approfondimento, se non fosse che certi atteggiamenti di comodo rimandano ad altre avventure del carrozzone pop-rock, quelle sì, davvero deleterie e capaci di creare subdole forme di inganno.

La musica rock, difatti, ha smesso di essere rivoluzionaria nel momento stesso in cui ha indossato i panni ufficiali dell’impegno sociale, panni che sino a quel momento aveva rivestito non affidandosi a slogan o alle argomentazioni derivanti dalla hegeliana “pappa del cuore”, ma semplicemente facendosi forza della sua intrinseca valenza che la rende più di ogni altro medium artistico capace di costruire o decostruire immaginari nello spazio dell’attimo.

Rendere la musica al servizio di altre forme di comunicazione è semplicemente relegarla a una zona meno elevata e non sua.

 Artisti al servizio del mondialismo e della globalizzazione. Come abbiamo abbondantemente spiegato in La Scomparsa della Musica (NovaEuropa Edizioni, 2019) se si vuole fare “politica” con la musica non si ha che l’imbarazzo della scelta e se si riesce in questo cimento a suonare autentici e ispirati allora l’operazione non potrà che avere successo. Una dimostrazione empirica?

Con eventi come Live Aid e l’avvento di “divi di stato” a la Bono Vox abbiamo forse assistito a un rafforzamento del pensiero critico o della cultura del conflitto o piuttosto ci siamo incamminati verso la progressiva scomparsa di questi due essenziali momenti dialettici?

Retorica e banalizzazione dei problemi. Il modo becero di banalizzare in maniera manichea problemi reali come la povertà, le guerre, l’inquinamento (esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni col fenomeno mediatico eterodiretto Greta Thunberg, o qualche anno fa con la massa di contraddizioni del movimento No Global, scomparso nel nulla pur disponendo di un consenso enorme…) non produce niente altro che una serie di cortocircuiti di senso.

Le “battaglie” degli Sting, dei Geldof, via via scendendo di categoria, non sono neanche ascrivibili come forme di “anticapitalismo gestuale”, come le avrebbe definite il filosofo inglese Mark Fisher, ossia quei comportamenti formalmente antisistemici, ma funzionali alla Megamacchina, ma sono piuttosto da annoverare con brillanti forme di brainwashing collettivo, poi mutuate progressivamente nell’armamentario dialettico radical chic, secondo cui si sceglie un principio pressoché universalmente condiviso da tutti (l’uguaglianza dei sessi, la pace, il rifiuto delle discrimazioni, ecc.) e per fingere di far parte di una élite rivoluzionaria lo si abbraccia accusando tutti gli altri di non rispettarlo.

Un esempio su tutti: Bono Vox. Si tratta, inutile dirlo, di un coraggio sociale esibito, ma inesistente e reso ancora più peloso dal rifiuto categorico di provare a soffermarsi semmai su quei fenomeni economici che possono provocare tali storture nella società.

Una macchinazione dialettica insomma, fomentata proprio da quegli “oppositori del bene”, che si vorrebbe sconfiggere con qualche slogan e qualche concertone, come dimostrano le stesse biografie degli artisti engagè del nostro tempo (ottima la biografia The Frontman, dedicata al cantante degli U2), e che dietro di sé porta il disastro di una desertificazione dell’immaginario del pubblico sempre più evidente.

Con un calembour, non esiste peggior danno a una causa giusta, di quello arrecato da una causa giusta sostenuta in maniera sbagliata!

La prossima volta che il Venditti di turno dirà qualcosa che non vi torna o che vi delude nelle vostre convinzioni, pensate che avrebbe potuto fare pure peggio, ossia rassicurarvi in quelle stesse certezze!

Titolo originale: La truffa della musica “umanitaria”. Fonte Revoluzione