Marisa Garofalo: «Devo farmi uccidere così almeno lo Stato mi crederà»

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«Devo farmi uccidere così almeno lo Stato mi crederà» – di Simona Musco – L’urlo di Marisa Garofalo, sorella di Lea, vittima di mafia

«Sono risultati elementi pregiudizievoli ostativi nei confronti della signora Garofalo Marisa per la stretta contiguità della famiglia originaria alla criminalità organizzata…».

Sono queste righe scritte dai carabinieri del comando provinciale di Crotone la sentenza più amara per Marisa Garofalo, sorella di Lea, morta ammazzata e sciolta nell’acido dall’ex marito perché aveva deciso di ribellarsi alla ‘ ndrangheta. Quattro righe sulla cui base l’ufficio Vittime del terrorismo e della criminalità organizzata ha deciso di negare proprio a chi ha subito la ferocia delle cosche il risarcimento stabilito dai giudici che hanno condannato all’ergastolo gli assassini di sua sorella: 75mila euro, di cui 50mila a lei e 25mila alla madre ormai morta. «Che prezzo devo pagare ancora: farmi uccidere come Lea? Lo Stato mi ha tradito, proprio come ha fatto con mia sorella», è la dura reazione di Marisa Garofalo, intervistata da Il Dubbio. «Non ho nulla da cui dissociarmi, che colpa ne ho io se la mia famiglia era mafiosa?». PARLA MARISA GAROFALO A CUI È STATO NEGATO IL RISARCIMENTO PERCHÉ ACCUSATA DI AVERE RAPPORTI CON LA ‘ NDRANGHETA

«Che prezzo devo pagare ancora, farmi uccidere come Lea? Lo Stato mi ha tradito, proprio come ha fatto con mia sorella». Non è bastato testimoniare contro le cosche, contro chi le ha ucciso la sorella che aveva deciso di smascherare i clan davanti ai magistrati. Per lo Stato Marisa Garofalo, sorella di Lea, la testimone di giustizia uccisa dall’ex marito, non è del tutto estranea alla ‘ ndrangheta. Così la Prefettura le ha negato quel risarcimento stabilito dai giudici che hanno condannato gli assassini della sorella. Ma lei, figlia e sorella di uomini delle cosche, morti ammazzati durante le faide che hanno insanguinato la provincia di Crotone, in Calabria, non è mai stata mafiosa. «Non ho nulla da cui dissociarmi, che colpa ne ho io se la mia famiglia era mafiosa?», racconta al Dubbio.

I giudici hanno stabilito che lei ha diritto ad un risarcimento. Perché la Prefettura dice il contrario? Perché secondo loro appartengo a una famiglia mafiosa. Mio padre e mio fratello sono stati uccisi, il mio legame con la ‘ ndrangheta sarebbe costituito da persone che ormai non ci sono più, morte da parecchi anni. Un ragionamento fatto senza tener conto che sono stata testimone attendibile, assieme a mia nipote Denise, al processo per la morte di Lea. Cosa dobbiamo fare per essere credibili, farci ammazzare? Di più non posso fare. Non me ne frega niente dei soldi, la nostra vita non ha più senso grazie anche ad accuse del genere che mi vengono rivolte ingiustamente. È vergognoso che dopo aver fatto condannare dei vigliacchi, rischiando la vita per testimoniare contro di loro in un tribunale mentre gli stessi mi guardavano, mi facciano questo. Non ho colpa per essere nata in una famiglia di ‘ ndrangheta. Abbiamo fatto le nostre scelte, dimostrando di essere diverse. Che prezzo devo pagare, farmi uccidere come Lea?

Nella decisione della Prefettura le contestano di non essersi completamente dissociata. Io non devo dissociarmi da nulla, non ho mai fatto parte della ‘ ndrangheta. Non posso farci nulla per quello che ha fatto la mia famiglia. Mio padre è morto nel ‘ 75, mio fratello nel 2005. Non ho altri contatti. Se ci sono perché non me li dicono? Perché non possono, tutto qua. Sono rimasta sola: quando stai dalla parte delle istituzioni e denunci il mafioso di turno, per poco non ti sputano in faccia, non ti guardano più. C’è gente che con me non è più quella di prima. Molti hanno preso le distanze, ma non me ne frega niente, strada facendo ne ho conosciuta tanta di gente per bene. Il problema più grave è che a lasciarmi sola sono state le istituzioni che avrebbero dovuto proteggermi.

Da quanto tempo attendeva questa risposta? Quando i giudici stabilirono il risarcimento ( a dicembre 2014, ndr), la Prefettura avrebbe dovuto rispondere entro 60 giorni. Invece si sono presi due anni e mezzo, mandandoci le motivazioni del diniego a Natale dello scorso anno. Noi avevamo 10 giorni a disposizione per le controdeduzioni, ma la Prefettura era chiusa per le feste e il nostro avvocato ha dovuto mandare una pec per evitare che passasse il tempo a disposizione. Sembra un comportamento quasi studiato, come se avessero deciso che non devo essere liquidata e basta. Le hanno provate tutte. Eppure io quei soldi li ho già spesi, affrontando anni di processi, unica testimone attendibile assieme a mia nipote in mezzo a tutte quelle false testimonianze.

Qual è secondo lei il motivo di questa decisione? Ci sono state grosse responsabilità istituzionali nei confronti di Lea, responsabilità che nessuno ha mai pagato. Mi sento tradita dallo Stato e forse questo dà loro fastidio: magari non sono contenti che io lo dica in giro. Ma non posso dire il contrario.

Di quale responsabilità parla? Del fatto ad esempio che l’ex marito di Lea sia venuto a sapere della località protetta in cui viveva, ma anche al fatto che non le hanno creduto fino a quando non è morta. Lea è stata tolta dal programma di protezione più volte e poi riammessa. Correva un grosso rischio e nessuno mai l’ha risarcita in quel lasso di tempo. Le sue dichiarazioni sono state ritenute attendibili solo dopo la sua morte. L’hanno ringraziata solo quando ormai non c’era più.

Quindi lei è arrabbiata con lo Stato? Ha abbandonato prima mia sorella e ora me. Quando denunciava le chiudevano il telefono in faccia, era considerata una rompiscatole, così come tutti i testimoni di giustizia. I pentiti fanno comodo alle istituzioni, di testimoni invece ne conosco tanti, ma nessuno sta bene. E poi i magistrati si lamentano che non ci sono denunce. Io vado in giro prendendomi grosse responsabilità, dicendo che bisogna denunciare. Ma cosa raccontiamo poi se lo Stato abbandona chi fa il proprio dovere? Non è giusto che le persone non vivano più una vita normale perché stanno dalla parte giusta. All’interno della mafia ci sono regole che ven- gono rispettate e se per loro sbagli muori. Avevano deciso che mia sorella doveva morire e non hanno dimenticato quel progetto, portandolo a termine anni dopo. Lo Stato, invece, dimentica le sue stesse regole e viene meno a quelle leggi che giura di portare avanti. Nei miei confronti e nei confronti della mia famiglia è assente. Io continuo a vivere a Petilia e mi capita di vedere in giro, di tanto in tanto, quel militare che ha aiutato l’uomo che ha ucciso mia sorella a rintracciarla quando si trovava in località protetta. Com’è possibile che nei suoi confronti nessuno abbia preso provvedimenti?

Ha ricevuto minacce dopo aver contribuito a far condannare gli assassini di sua sorella? Sì: una volta ho trovato un proiettile dietro il cancello di casa, un’altra volta hanno provato a incendiare casa mentre io e la mia famiglia eravamo fuori, mi hanno rubato l’auto e infine c’è stato un biglietto intimidatorio lasciato vicino ad un monumento dedicato a Lea. Tutte denunce verbalizzate davanti ai carabinieri. Se fossi legata alla ‘ ndrangheta, come dicono, perché non rivolgermi direttamente ai mafiosi quando ne ho avuto bisogno? Volevano mettermi la scorta, ma solo a me, non alla mia famiglia. E a che mi serve se la mia famiglia non è al sicuro?

Però secondo la Prefettura questi legami ci sarebbero. Ma su quale base? Nessuna. Non si possono fare delle accuse infondate, non c’è nulla che mi si possa contestare. Pur di non essere risarcita vengo screditata e ne va della mia dignità di mamma, di persona e di sorella di Lea. La mia famiglia non è tranquilla e nessuno può dirmi che con questa faccenda mi sono arricchita: ogni volta che porto in giro la storia di Lea sono soldi che io metto di tasca mia.

Rifarebbe tutto quello che ha fatto? È tutto strano. Non so dire, alla fine, se è servito che Lea abbia denunciato perdendo la vita in modo così tragico. Non so se ho fatto bene anche io a denunciare, a questo punto. Le persone oneste non vengono credute. Uno che appartiene ad una famiglia di ‘ ndrangheta quanto deve pagare se non ha fatto nulla? Allora le storie di Peppino Impastato o Rita Atria non hanno insegnato niente. Ti devono ammazzare per essere creduto: gli eroi da vivi non esistono, ci piacciono i monumenti, le parate, le passerelle, queste cose qua.

Continuerà la sua battaglia? Io andrò avanti comunque e qualcuno dovrà spiegarmi questa storia con precisione e chiarezza. La nostra vita non è più la stessa, non servono di certo le istituzioni per rovinare la nostra serenità. E chi ha ucciso mia sorella è stato punito, anche se nessuna condanna o risarcimento potrà riparare quello che ci è stato fatto. Fonte: IL DUBBIO

Pietro Di Martino

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