Mafia: non dobbiamo dimenticare ciò che accadde 26 anni fa

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Capaci, la memoria come antidoto alle mafie di Damiano Mattana

Ventisei anni fa il massacro dell’A9 in cui morì il giudice Falcone: ricordare per gridare “no” alla criminalità

Molte volte ci si ferma a riflettere sull’importanza di quel processo sociale noto sotto l’espressione “fare memoria”. Imprescindibile, per una comunuità formata da individui, trovarsi faccia a faccia col proprio passato, conservarne il ricordo, analizzarne le conseguenze storiche per cercare di individuare in esso eventuali errori. Un processo semplice, comune, al quale siamo spesso richiamati, specie in prossimità di eventi drammatici che hanno in modo indelebile macchiato l’immagine del nostro Paese, creato ferite profonde, sconvolto ideali e sentimenti di giustizia.

Quello che accadde 26 anni fa, sull’autostrada che collega Palermo a Mazara del Vallo, ne è forse l’emblema più vivo, un confronto duro con una delle pagine più tragiche della storia recente dello Stato italiano, costretto a fare i conti con la violenza, unico incentivo a quella paura che gli esponenti di Cosa nostra non erano riusciti a instillare nel cuore del giudice Giovanni Falcone, né in quello di sua moglie, Francesca, e nemmeno in quello degli uomini che lo scortavano.

Tutti, sull’asfalto rovente di Capaci, incontrarono la morte arrivata sotto le sembianze di 500 chilogrammi di tritolo. Da allora, quello Stato ferito aveva iniziato la sua nuova battaglia contro il crimine organizzato che mai così palesemente lo aveva sfidato. A tutto il resto delle persone non restava che questo: il “fare memoria”.

Le mafie cambiate. Don Luigi Ciotti, sacerdote e fondatore dell’associazione ‘Libera’, non più tardi di una settimana fa lo aveva ricordato con forza sul territorio di Ostia, l’ultimo a salire alla ribalta delle cronache per episodi di crimine organizzato: “Abbiamo bisogno e il dovere di una memoria viva”, di quel ricordo lucido e concreto che possa consentire alla nostra comunità di non dimenticare l’orrore del passato, quella violenza fredda e gratuita che, nel giorno della strage di Capaci, aveva sfregiato il volto di una Nazione.

Ma don Ciotti, in quell’occasione, era stato chiaro anche su un altro punto: “E’ necessario rendersi conto che le mafie sono cambiate”. Un cambiamento intrinseco alla società odierna, alla quale i clan criminali hanno saputo adeguarsi plasmandovisi all’interno, agendo in quella che il sacerdote ha chiamato “la zona grigia” della nostra società. Un limbo fra la sfera legale e quella dell’illegalità, un terreno neutro pericolosamente vicino al contesto quotidiano, nel quale intessere relazioni di complicità e allestire convincenti parvenze di ordine e correttezza.

Memoria collettiva. Per questo, nel ventiseiesimo anniversario del massacro dell’A9 Palermo-Mazara, è più che mai necessario sottolineare l’importanza della memoria, l’imprescindibilità del ricordo e, soprattutto, la sua condivisione. In fondo, Capaci ha segnato un punto di non ritorno per il nostro Paese, costretto sì a fare i conti con la paura dei risvolti sanguinari delle mafie ma, forse, ritrovatosi per la prima volta con un popolo unito nella condanna, nel disprezzo e nel dissenso contro il crimine organizzato, capace finalmente di gridare ad alta voce, di infrangere, per usare un’espressione ben nota, “il muro del silenzio”.

D’altronde, la memoria e la condivisione non possono essere veicolate che dalla parola, dal racconto, dalla spiegazione, specie ai più giovani, chiamati a essere consapevoli che la forza della mafia, in ogni sua denominazione, poggia i suoi pilastri negli sguardi bassi, trae nutrimento dal silenzio dell’omertà. Ogni anno (ma anche ogni giorno), coloro che a Capaci furono assassinati ci richiamano a questo: all’essere in grado di parlare di loro, nella piena coscienza del nostro “essere comunità” e, in quanto tale, dotati di una memoria collettiva.

Educare alla responsabilità. Ma don Ciotti, nel corso del suo intervento alla parrocchia Regina Pacis di Ostia, aveva posto l’accento anche su un’altra questione: “Le mafie hanno modificato i loro profili organizzativi,rendendoli più flessibili”. Un’espressione calzante, che ben sintetizza quello che può essere considerato il nuovo assetto della criminalità organizzata, “che ha scelto meno sangue” in virtù della promozione di una rete di relazioni, complicità e corruzione, sviluppando una sorta di “vocazione imprenditoriale” che la rende più prossima, vicina e, per certi versi, pericolosa per via di “un progressivo allargamento del suo raggio d’azione”.

Un invito piuttosto chiaro a mantenere un atteggiamento di vigilanza e di prudenza, a esercitare una costante “rieducazione alla responsabilità”, civile e morale, di esprimere il proprio dissenso contro le mafie, nelle loro accezioni più disparate. Il tutto, nella consapevolezza che le organizzazioni mafiose, plasmandosi all’epoca corrente, hanno saputo rendersi agenti e circolanti nella nostra quotidianità.

Idee di giustizia. Sensibilizzare e istruire le nuove generazioni al rischio e al pericolo del crimine organizzato, raccontare loro la verità sulla sua violenza efferata, parlare del sacrificio di chi l’ha combattuto. Anche questo è fare memoria. L’anniversario di Capaci è un momento nel quale il ricordo emerge con la stessa cruda verità che le immagini del massacro ci costringono ad affrontare ma, in fondo, quel 23 maggio 1992 resta un esempio perpetuo anche di un altro aspetto: quell’impellente necessità di un contrasto costante, concreto e collettivo, veicolato attraverso l’educazione a una cultura della legalità.

Un compito forse difficile ma comunque di vitale importanza perché, se è vero che la mafia si è resa prossima al nostro contesto sociale, è anche vero che lì vi si trova anche la forza necessaria per rendere vano il ricatto della criminalità e far sì che la memoria non sia solo un confronto con la dolorosa durezza dei fatti ma un invito a rendersi parte attiva di un’idea di società che della giustizia faccia il suo fine.

Fonte: interris