Lula asserragliato, Brasile nel caos: ecco cosa sta succedendo

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Lula asserragliato nella sede del sindacato dei metallurgici

  • di Angela Nocioni

L’ex presidente brasiliano si consegnerà alla polizia dopo la messa in memoria della moglie

L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva è asserragliato nella sede del sindacato dei metallurgici a Sao Bernardo de Campo, alla periferia di San Paolo, dove ha iniziato la sua carriera politica come giovane leader sindacale negli anni Settanta. L’ex presidente si era rifugiato nella sede sindacale nella notte di giovedì dopo che si era diffusa la notizia dell’ordine di arresto voluto dal giudice Sergio Moro. Secondo l’agencia Brasil Lula potrebbe consegnarsi oggi, stando al contenuto dei lunghi negoziati tra i suoi legali e la polizia, al termine delle commemorazioni a San Paolo in memoria della moglie Marisa Leticia, scomparsa lo scorso anno, e che oggi avrebbe compiuto 68 anni.

Moro, il principale magistrato della megacausa “Lava Jato” per corruzione politica, aveva dato tempo a Lula fino alle 17 di ieri per consegnarsi nella città di Curitiba. Il caso ha scosso il paese, dove si sono svolte manifestazioni di protesta in oltre 50 città: una folla di decine di migliaia sostenitori dell’ex presidente, dato per favorito alle presidenziali di ottobre, si è riunita sotto la sede del sindacato.

L’orientamento di Lula, già fino alla serata di ieri, era di non consegnarsi, di aspettare la polizia circondato da militanti. Uscito in mattinata tra i primi attivisti arrivati a fargli da cordone, ha lanciato quello che diventerà lo slogan del suo partito per le presidenziali: «Noi, i giusti, vinceremo». Raccomandava «niente disperazione», ancora una volta avvolto nell’aura di una storia personale da romanzo: lui, il presidente – tornitore meccanico, uno dei sette figli di una famiglia in miseria del Pernambuco, emigrato a sette anni nella periferia di San Paolo, venditore ambulante, lavapiatti, a 14 anni operaio in fabbrica, il dito di una mano lasciato dentro un tornio, a 19 l’iscrizione al sindacato, gli scioperi, l’arresto durante la dittatura, la nascita del pt.

Sopravvissuto alla decapitazione per via giudiziaria del partido dos trabalhadores da lui fondato nel 1980 e portato nel 2003 al governo – la prima volta della sinistra al potere nella storia del Brasile – Lula è stato condannato in appello il 24 gennaio a dodici anni e un mese per aver ricevuto come tangente un appartamento in una località balneare a 60 chilometri da San Paolo dalla società di costruzioni Oas, in cambio di favori. Lui nega di aver mai comprato quell’appartamento, dice che sua moglie, morta nel frattempo, era interessata a farlo, ma che l’affare non si è mai concluso. La sua difesa si lamenta dell’inconsistenza del processo, totalmente indiziario e delle accuse con cui varie procure lo inseguono dal 2005, da due anni dopo l’inizio del suo primo governo, «senza che una sola prova concreta sia mai apparsa in tribunale».

In Brasile a ottobre si vota per le presidenziali. Tutte le inchieste sulle intenzioni di voto concordano: Lula da Silva, 72 anni, sarebbe il favorito al primo turno. Ma non potrà candidarsi perché la condanna in appello, se non sospesa, toglie i diritti all’elettorato attivo e passivo.

Dopo che i tre giudici della corte d’appello di Porto Alegre lo hanno condannato a 12 anni e un mese di carcere – confermando la sentenza in prima istanza firmata da Sergio Moro e aumentandogli la pena di altri tre anni di reclusione – Lula s’è trovato la strada verso la rielezione ostruita da una legge varata dal suo stesso governo nel 2010, la Lei ficha limpa, (legge fedina pulita) che impedisce per otto anni a politici condannati da un organo collegiale – e la Corte d’appello di Porto allegre lo è – di candidarsi a incarichi pubblici anche in assenza di una sentenza definitiva.

Ora Lula è appeso alla revisione di costituzionalità di una controversa sentenza del Tribunale Supremo federale, emessa nell’ottobre di due anni fa, che consente la detenzione preventiva nel caso di condanna unanime in appello. Poiché però questa sentenza è stata molto criticata dai giuristi ed alcuni giudici del Tribunale supremo hanno già detto più volte che sarebbe incivile permettere l’arresto prima che siano terminati i ricorsi a tutte le istanze, incluso il Supremo, la lunga partita non è ancora una volta conclusa.

Ci sono due analisi di costituzionalità pendenti all’Alta Corte sulla prigione preventiva dopo l’appello. La prima potrebbe essere esaminata dal Tribunale Supremo già l’11 aprile. E siccome la giudice Rosa Weber, il cui voto è stato decisivo per il respingimento dell’habeas corpus di Lula mercoledì scorso, ha detto chiaramente di essere contraria alla detenzione prima del terzo grado, il suo voto stavolta dovrebbe sommarsi a quelli dei giudici Gilmar Mendes, Celso de Mello, Marco Aurélio de Mello, Ricardo Lewandowski e Antonio Dias Toffoli e cassare la sentenza a maggioranza.

Fonte: IL DUBBIO

Pietro Di Martino

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