Morire per diventare bianchi: ecco cosa succede se usi queste creme

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La tendenza ben rappresentata dal ricorso alle creme sbiancanti dimostra l’esistenza di un filo che lega il colonialismo culturale odierno al colonialismo amministrativo di ieri

Morire per diventare bianchidi Nico Spuntoni

L’Africa e la piaga delle creme sbiancanti: quel colonialismo che non cessa di esistere.

Una vecchia pubblicità di un sapone vedeva come protagonista un ragazzino nero che entra in una vasca, usa il prodotto reclamizzato ed esce dall’acqua con la pelle bianca.

Nell’Occidente odierno, fortunatamente, questo tipo di pubblicità andrebbe facilmente incontro alle ire dell’opinione pubblica e costringerebbe l’azienda a fare marcia indietro dopo poco.

In tempi recenti, ad esempio, è successo alla Dove: l’azienda è stata costretta a ritirare uno spot dal contenuto simile perché travolta dalle polemiche e dalle accuse di razzismo.

Paradossalmente, le pubblicità che veicolano un simile messaggio, mentre sono sempre più rare in Occidente, tendono ad aumentare in maniera esponenziale in Africa.

Il commercio delle creme per lo sbiancamento della pelle, infatti, è sempre più prolifico nei paesi africani: un’indagine dell’Organizzazione mondiale della sanità ha evidenziato come addirittura il 77% delle donne nigeriane facciano ricorso a questi prodotti, seguite dalle togolesi (59%), le sudafricane (35%) e le malesi (25%).

Una percentuale resa allarmante dai grossi rischi che questa pratica comporta sulla salute di chi se ne serve dal momento che la maggior parte delle creme in circolazione sono a base di mercurio o cortisone e rischiano, come avverte la nostra Agenzia del Farmaco, di

causare danni rilevanti non solo a livello cutaneo (quali iperpigmentazione, ipertricosi o comparsa di strie cutanee simili a smagliature) ma anche a carico dell’intero organismo (quali diabete, ipertensione arteriosa o malfunzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) per gli effetti sistemici derivanti dall’assorbimento cronico del principio attivo.

La diffusione del fenomeno e la sua pericolosità hanno spinto paesi africani come la Costa d’Avorio ed il Gambia a vietare la commercializzazione di questi prodotti, spesso senza grandi risultati.

Un fenomeno che, con il boom dell’immigrazione, ha finito per riguardare da vicino anche l’Italia. Negli ultimi anni sono sempre più frequenti i sequestri nei porti e negli aeroporti nostrani di creme fuorilegge provenienti dal Continente Nero e destinate, secondo il parere di Domenico Di Giorgio, dirigente Unità prevenzione della contraffazione dell’Agenzia italiana del farmaco, ad essere vendute nei negozi etnici e in quelli frequentati dalle comunità del Senegal, della Costa d’Avorio, della Nigeria.

Di Giorgio rivela anche che il 40% delle immigrate in Italia dice di usare questo tipo di prodotti. Un dato che non sorprende dal momento che la necessità di integrarsi in un paese europeo rende questa fascia di persone particolarmente esposta alla tentazione di usufruire di prodotti che promettono una pelle più chiara nonostante i gravi rischi per la salute.

Nell’Africa che sogna il benessere opulento dell’Occidente, invece, il richiamo patinato delle pubblicità è più forte delle proibizioni governative. Se, da una parte, gli Stati d’appartenenza dicono a queste donne che comprando ed utilizzando le creme sbiancanti si commette un reato, dall’altra non riescono ad arginare la capacità attrattiva del messaggio subliminale su cui si fonda la loro persistente fortuna: il bianco è bello, il nero no.

Così la carnagione bianca è finita per diventare l’ideale di bellezza unico per la maggior parte della popolazione femminile di interi paesi africani, come testimoniano i dati sopraccitati.

Appare evidente come un fenomeno di questo genere sia la naturale conseguenza dell’affermazione di un colonialismo culturale chiamato a sostituire quello amministrativo smantellato nella seconda metà del Novecento.

La globalizzazione, col suo carico di uniformante conformismo, ha accentuato il grado di questo colonialismo culturale ed il suo impatto si è rivelato devastante per la sopravvivenza dell’identità comunitaria ed individuale autoctona di questi popoli.

Una piaga culturale che si è aggiunta ed ha dato man forte a quella di tipo socio-economica generata dalla penetrazione del modello di produzione capitalista in sistemi economici ancora troppo deboli.

Non a caso, per il filosofo camerunense Fabien Eboussi-Boulaga l’Africa rischia di sprofondare in una nuova notte con l’avvento del mondo globalizzato. L’abuso di schiarenti è una delle testimonianze più sottovalutate ma esemplificative della nuova notte che pende sul futuro del continente.

Difatti, la standardizzazione del marketing internazionale imprime la cultura di massa di questi paesi imponendo come unico modello di bellezza valido quello occidentale e instillando in milioni di donne africane il desiderio di imitare quel mito a tutti i costi.

E i costi non sono bassi: le creme possono far perdere la vista, generare allergie ed aumentare le probabilità di ammalarsi di tumore. Nel successo commerciale delle creme sbiancanti si può anche ravvedere l’esportazione riuscita della dottrina neoliberista che tende a non tenere conto delle implicazioni sociali in nome della logica del profitto.

Si tratta, infatti, di un business in ascesa che può permettersi spazi sempre maggiori sui media locali e conta sui limiti posti agli interventi regolatori dello Stato dalle politiche del FMI.

La percentuale in aumento di tumori e le altre malattie legate al loro uso, tuttavia, hanno spinto responsabilmente alcuni Stati a provare a mettere un freno alla proliferazione di un commercio così nocivo per la salute di una porzione significativa di abitanti.

Ma prima ancora di incidere sulla salute, lo sbiancamento nuoce all’anima di intere popolazioni indotte a farsi protagoniste di un processo di de-indigenizzazione capace di spazzare via il collante più importante di tutti: l’identità.

In questo fenomeno c’è, dunque, una tendenza alla negazione di sé di fronte ad un modello forzatamente imposto come quello vincente e che ricorda in tutto e per tutto quella delegittimazione storica e culturale vissuta dagli africani durante l’era coloniale.

La tendenza ben rappresentata dal ricorso alle creme sbiancanti dimostra l’esistenza di un filo che lega il colonialismo culturale odierno al colonialismo amministrativo di ieri.

Un’esistenza confermata anche dalla sopravvivenza di un paternalismo che si è rifatto il look ma ha conservato gli stessi tratti basilari del passato, condendoli con un pizzico di ipocrisia in più.

In conclusione, il boom di questo fenomeno esorta a riflettere su una domanda di una missionaria italiana, Chiara Castellani, che trovandosi a Kinshasa di fronte ai poster pubblicitari della crema schiarente Angel, si chiede significativamente: ma perché, per essere angelo devi avere la pelle bianca? Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE

Pietro Di Martino

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