Isole Marshall, patrimonio dell’umanità, distrutte da esperimenti nucleari

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Isole Marshall contro tutti – di CdG – L’azione legale degli abitanti che a causa della radioattività non possono più tornare negli atolli nativi

Le Isole Marshall sono una Repubblica presidenziale dell’Oceania, composta dagli arcipelaghi Ratak e Ralik (che comprendono una costellazione di 31 atolli).

Lo Stato, con capitale Majuro, ottenne la propria indipendenza dagli Stati Uniti (era infatti un protettorato) nel 1986: negli anni precedenti, a causa della sua posizione al di fuori di ogni rotta marittima e distante migliaia di chilometri da altri territori, ne venne utilizzata una parte come base per esperimenti nucleari, effettuati in particolare negli atolli vicini di Enewetak e Bikini.

L’amministrazione americana, in quegli anni di corsa agli armamenti, fece “appello allo spirito nazionalistico degli isolani – ricorda businessinsider.com – e li convinse a lasciare” le aree scelte per i test. Che vennero dunque evacuate, con la promessa di un possibile ritorno al termine delle operazioni.

Cosa che però non avvenne mai: tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo alcuni abitanti tentarono di rientrare, ma fu loro impedito a causa dell’ancora altissima radioattività. La zona – che nel 1968 l’allora presidente Usa Lyndon B.Johnson disse sarebbe stata bonificata – venne dichiarata nuovamente abitabile solo nel 1997. Ma è rimasta deserta.

Tra l’altro settant’anni dopo gli esperimenti atomici un gruppo di ricercatori della Columbia University di New York ha effettuato uno studio su alcune isole dell’arcipelago (Enewetak, Medren e Runit, dell’atollo Enewetak, Bikini e Nam, dell’atollo Bikini, e Rongelap, dell’atollo omonimo), pubblicato nel 2016 su Proceedings of the National Academy of Sciences: il risultato dello stesso, che ha avuto come argomento la misurazione delle radiazioni nell’area, è stato molto chiaro.

La radioattività rilevata, dovuta al cesio, è superiore a quanto previsto negli accordi tra Stati Uniti e Isole Marshall: l’area in questione – che tra l’altro, con riferimento all’atollo di Bikini, nel 2010 è stata riconosciuta dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità – non potrà dunque più essere ripopolata.

I 67 mila nativi, guidati dal loro governo, hanno in seguito deciso di portare avanti una causa legale denunciando problemi ambientali e di salute. Alla sbarra, in due diversi contenziosi, ci sono gli Stati Uniti (ai quali è stato chiesto un risarcimento per l’enorme danno da loro subito) e altri otto Paesi – Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord – dotati, con capacità e mezzi diversi, di un arsenale nucleare.

Nelle carte, presentate alla Corte di Giustizia dell’Aja e al tribunale di San Francisco – ricorda Guido Olimpio sul Corsera in un articolo dell’aprile 2014 – i dirigenti delle Marshall affermano che i governi citati si sono tutti impegnati a ridurre il numero delle loro armi atomiche, ma in realtà non lo hanno fatto: “questo ritardo nel portare a termine quanto stabilito dal Trattato di non proliferazione nucleare – si legge nei documenti presentati a L’Aja – rappresenta una flagrante negazione della giustizia”.

In proposito la responsabile della Campagna sul disarmo nucleare Kate Hudson ha commentato duramente, accusando “gli Stati dotati di armamenti nucleari” di continuare “ipocritamente a dirsi impegnati in iniziative multilaterali per il disarmo, mentre in realtà stanno sperperando miliardi per modernizzare i propri arsenali”.

I marshallesi dunque, pur essendo consapevoli delle difficoltà (giuridicamente parlando ci sono infatti non pochi problemi, tra i quali quello della giurisdizione del tribunale dell’Aja, che alcuni Paesi non ritengono vincolante; senza contare il fatto che non tutti hanno firmato l’accordo di non proliferazione), sono decisi ad andare avanti, anche per attirare l’attenzione su una questione che riguarda non solo loro, ma tutto il mondo. Fonte: IL GIORNALE D’ITALIA