Crocifisso nelle scuole: ecco perché, da cattolici, non è giusto imporlo

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crocifisso nelle scuole

E’ giusto imporre il crocifisso nelle scuole? – di Alessio Mannino

Secondo Reinhard Marx, presidente della conferenza Episcopale tedesca, chi vuole imporre il crocifisso in un contesto pubblico ha decisamente frainteso il fulcro del messaggio cristiano.

Quante volte abbiamo dovuto subire la polemica sul crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici in Italia? Un’infinità. E’ una diatriba tutta simbolica e tutta italiana che gli opposti estremismi, cattolico e laico, ci infliggono da quando è nata la Repubblica. Nella cui Costituzione, va ricordato, sono stati recepiti quei Patti Lateranensi di mussoliniana memoria che poi, nel 1984, Craxi, aggiornò ai tempi.

Ma in altre nazioni europee, i pastori del gregge di Santa Romana Chiesa non ne hanno mai fatto un motivo dirimente di scontro politico-religioso. Prendiamo la Germania, in cui i cattolici convivono coi protestanti. Là il presidente della Conferenza Episcopale tedesca, Reinhard Marx, in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung ha attaccato il presidente del Land della Baviera, il cristiano-sociale Markus Söder, che la settimana scorsa ha varato una direttiva che impone di appendere il crocifisso in ogni locale pubblico: «chi lo vede solo come un simbolo culturale – ha dichiarato il prelato – non ne ha compreso il significato. La croce viene espropriata in nome dello Stato».

Parole chiarissime. Ma se non fossero abbastanza chiare, proviamo a tradurle: la Croce, immagine iconica del Cristianesimo, non è solo e non è tanto l’emblema di una civiltà storicamente sviluppatasi sotto la sua ombra, perché ciò sarebbe riduttivo e svilente rispetto al suo significato più autentico e profondo, che è di più e al tempo stesso di meno.

Di più, poiché a chi lo guarda con gli occhi della fede parla della fede in un Dio che si sarebbe fatto uomo prendendo su di sé la sofferenza di tutti gli altri uomini. Non certo, quindi, una generica trasfigurazione del sentimento sacro così come si è sedimentato nei secoli in Europa, ma l’adesione a un mistero e a una buona novella che è, o meglio dovrebbe essere, interiore, personale, spirituale, e non semplicemente esteriore, sociale, civile.

Ma, messo a confronto con la concezione che ne fa una bandiera, il crocifisso significa anche di meno, nel senso che si rivolge a chi, la suddetta fede, la possiede e la coltiva davvero, e non indiscriminatamente a chiunque abiti in un certo punto cristianizzato della Terra.

Non può essere, in ogni caso, il marchio, l’allegoria, la metafora visiva di uno Stato. Perché altrimenti, sembra dire Marx, si finirebbe col confondere paganamente Cesare e Dio, tornando al cesaropapismo che ha caratterizzato nel male i rapporti fra potere temporale e potere ecclesiale per tanto, troppo tempo.

Il cardinale Marx ha ragione. Da entrambi i punti di vista, laico e cattolico. Un laico può applaudire perché così si salvaguarda il regime secolarizzato della Germania, dove fra l’altro secondo un sondaggio commissionato dal quotidiano Bild, il 64% della popolazione è contrario all’affissione della croce nei pubblici locali. Laicità dello Stato è per l’appunto l’indifferenza nei confronti del fattore religioso e dei suoi segni riconoscibili. E in una democrazia, il legislatore si limita a fare il notaio delle opinioni prevalenti.

Ma anche per un cattolico la posizione marxiana sarebbe da sottoscrivere in toto. Solo riscoprendo il valore d’appartenenza esclusiva e totalizzante del suo credo, potrà sperare di risalire la china della scristianizzazione. Non è imponendo, ma è capendo l’altro per convertirlo, dunque rispettandone la diversità e lasciando neutro e libero il campo di tutti, è in questo modo che la Chiesa Cattolica, che si chiama Apostolica, può esercitare la sua missione. La scorciatoia falsificatrice, furbastra e un po’ truffaldina di rifilare sotto il naso di ogni cittadino una Grazia di pochi, spacciandola per una secolare e impoverente “identità” dei più, non rende merito al sacrificio di martiri, santi e di quei semplici che ogni giorno cercano di imitare almeno un po’ il loro Cristo.

Come per un cattolico non esiste l’umanità ma l’uomo concreto, il proprio prossimo, così la sua fede non può essere umiliata a vessillo di parte. Anche perché considerarla uno strumento politico (instrumentum regni) è propria del terzo punto di vista possibile, quello pagano – «Cesare Borgia papa!», scriveva Friedrich Nietzsche ne “L’Anticristo”. Non arriviamo a sognare perversamente tanto, perché ci acconteremmo di cattolici veri, e non machiavellici, che seguendo la teoria di sua eminenza Marx avessero l’onestà di intavolare una discussione su una normalissima legge-quadro che equipari le confessioni religiose. In Italia non abbiamo mai avuto niente del genere perché a Roma teniamo il Vaticano, che preferisce il privilegio di un assetto concordatario che non ha più alcuna ormai ragion d’essere. Marx papa! (Reinhard) Marx papa!

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE