Criminalità nelle ‘no go zone’ e i mass media che evitano di parlare chiaro

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Immigrazione e criminalità: l’indecente paura dei media di parlare chiaro – di Lorenzo Zuppini

Il racconto falso e mistificatorio, all’indomani della barbara uccisione della sedicenne Desirée, sulle violenze contro il genere femminile che ammorbano il nostro paese è pretestuoso.

Inoltre, l’accostamento a questo specifico evento di cronaca nera della generica questione delle violenze contro le donne serve ad insabbiare il tema vero e la vicenda vera.

Sarebbe come se, a fronte del figlio somaro a scuola, il genitore denunciasse la somaraggine degli altri studenti e il mal funzionamento dell’istituzione scolastica. Non sarebbe neanche benaltrismo, si tratterebbe piuttosto di cialtronismo.

Uccisa nel covo della criminalità

Desirée è stata uccisa e stuprata all’interno di un quartiere in cui la cronaca giornaliera sembra un bollettino di guerra: arresti per spaccio, per detenzione di stupefacenti, risse e altri reati legati all’utilizzo di immobili affittati, il covo della criminalità.

Desirée è stata uccisa e stuprata all’interno di quella che potremmo definire una “no go zone”, o che si appresta a divenirlo.

Trattasi di zone di una città in cui la legge dello Stato fatica ad arrivare, ovvero dove ognuno impone la propria.

A Stoccolma, per fare un esempio, le no go zone riguardano quei quartieri a maggioranza musulmana in cui vige di fatto la sharia, e dove, dunque, la società si sta organizzando in maniera diametralmente opposta rispetto al resto del paese.

Ma le no go zone si formano anche a causa della recrudescenza della criminalità. Sono state create delle serie tv di indubbio successo sui quartieri di Napoli in cui migliaia di persone vivono secondo regole del tutto differenti rispetto a quelle che regolamentano la vita del resto della città.

Lì, sono le bande criminali a creare una sorta di codice comportamentale non scritto che si diffonde mediante il suo prolungato utilizzo.

Il quartiere San Lorenzo di Roma somiglia drammaticamente a queste realtà. Soprattutto, vi si avvicina pian piano con il fiorire della criminalità.

Accettare, difatti, che in un immobile abbandonato vi si insedino branchi di immigrati spalleggiati dai soliti gruppettari da centro sociale conduce all’inevitabile trasformazione di quell’area in una no go zone: la cittadinanza sa, e saprà, che lo Stato, in quel particolare frangente, non esiste, non si interessa, non mostra i muscoli, abdicando così al suo ruolo di tutore dell’ordine pubblico.

Ognuno fa come vuole

Si insinua nelle menti degli spettatori del tetro spettacolino il dubbio che lì ognuno possa fare un po’ come vuole, che viga una sorta di anarchia per cui chi ha più forza può imporre il proprio codice comportamentale. Ecco, adesso tutti sapranno che è di fatto vietato girare di notte.

E, sebbene i buon senso indurrebbe comunque ad evitare certe passeggiate a tarda ora, non è ammissibile che per tale leggerezza si paghi con la vita. Oltretutto dopo aver subito uno stupro di gruppo.

Dicevo all’inizio del falso racconto dell’Italia come di un paese in cui gli uomini stuprano e uccidono donne a man bassa.

In Europa siamo tra i più rispettosi del gentil sesso, se non addirittura i migliori in assoluto. Le statistiche però raccontano che gli immigrati stuprano molto di più degli italiani.

Ciò è dovuto alle barbare abitudini che si portano dietro assieme allo smartphone (vedi la concezione della donna nell’islam; vedi i riti tribali cui sono avvezzi i mafiosi nigeriani) e al messaggio che noi diamo ai forestieri clandestini: diritti a man bassa senza pretendere in cambio l’ottemperanza di alcun dovere.

Inutile insabbiare la questione straparlando, con fare indignato, di generiche violenze: un’immigrazione di massa che ha come protagonisti giovani clandestini afro-islamici ha come certezza eventi di questo genere, in cui, oltretutto, non si sa dove colpire data la vastità delle metastasi.

Seicentomila immigrati a zonzo per il paese sono una bomba ad orologeria che va ben oltre il singolo caso di cronaca nera, e l’aspetto secondo me più drammatico riguarda la faccia tosta con cui la sinistra rinfaccia a Salvini di non averli ancora espulsi tutti: ma come, li hanno fatti entrare loro, li hanno coccolati, li hanno chiamati nuove risorse e adesso bacchettano chi non li ha buttati fuori in quattro mesi?

Dove è finita l’onestà intellettuale?

Non vi è onestà intellettuale, né tantomeno cooperazione, sebbene il governato De Luca abbia detto a denti stretti che la sinistra si è dimenticata di occuparsi della sicurezza in Italia.

Troppo occupati a stendere le bandiere della pace, troppo occupati a creare il nuovo proletariato da difendere, troppo occupati ad anteporre i loro buoni sentimenti alla ragione.

Troppo occupati, insomma, a non occuparsi di chi stava occupando interi territori di questo paese.

Le manifestazioni contro chi vorrebbe limitare l’immigrazione clandestina avvengono sempre nelle zone centrali delle grandi città.

Lì, al massimo, il dramma è il filippino che non lucida l’argenteria a dovere. Fuori da quel recinto di buonismo, intanto, progredisce l’affermazione delle sopra citate no go zone createsi anche grazie alla concentrazione di stranieri in aree ristrette.

E non mi riferisco a clandestini che potranno essere espulsi: mi riferisco ad “altri”, ad “altro”, a linguaggi, costumi, tradizioni e passati per noi incomprensibili e che possono mischiarsi coi nostri come fa l’olio con l’acqua.

E manca orgoglio, manca determinazione, manca la logica per cui questa è prima di tutto casa nostra, la nostra Patria, la terra dei nostri padri che solo eventualmente potrà ospitare degli stranieri.

Manca lo slancio per cui, a Macerata dopo l’assassinio di Pamela, non si marcia contro il razzismo durante il Giorno del ricordo, ma si marcia per i fratelli italiani caduti in passato e che continuano a cadere ancor oggi per mano straniera.

Marciare, quindi, per dei sentimenti veri e puri e non per l’odio che proviamo verso noi stessi. Fonte Il primato nazionale