Il trono di spade è finito: nasce il supporto psicologico per i fan

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Nasce il supporto psicologico per i fan del Trono di Spade. Quando l’intrattenimento diventa ossessione – di Enrica Perucchietti

Due tecniche auree della manipolazione sociale appartenenti al cosiddetto pseudo-decalogo Chomsky sono “La strategia della distrazione” e “Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità”.

Su quest’ultimo punto ne abbiamo parlato nel precedente articolo dedicato ai reality show e alla TV spazzatura (leggi qua l’articolo). Oggi mi soffermo sul primo punto. E per farlo partiamo dalla seguente notizia…

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Un servizio di supporto psicologico per guarire dal “trauma” della fine de Il Trono di Spade …

L’ultima stagione de Il Trono di Spade, con cui si chiude la celebre e seguitissima saga, ha gettato nello sconforto milioni di fan in tutto il mondo: è stata persino lanciata una petizione on line per far riscrivere agli sceneggiatori il finale che a molti ha fatto storcere il naso (il papà della saga, George R.R. Martin ha rassicurato che il suo finale sarà diverso).

Se alcuni fan sono delusi dalla linea narrativa presa dalla serie cult, altri sembrano essere rimasti letteralmente traumatizzati dal fatto stesso che la saga sia finita: per costoro si sarebbe trattato di un vero e proprio shock con tanto di difficoltà a gestire la separazione da Jon Snow, Daenerys Targaryen, Arya Stark e compagni.

Sì, avete capito bene: alcune persone si sarebbe immedesimate talmente nella saga, da avere problemi nel gestire la “separazione” dagli eroi dei Sette Regni.

Così il sito inglese Bark.com ha pensato di mettere a disposizione un servizio di consulenza psicologica via Skype.

Si potrà parlare con un esperto che, conoscendo tutto de Il Trono di Spade, potrà aiutare i suoi pazienti a elaborare la tragedia della sua fine. Tutto questo alla modica cifra di 25 dollari per una sessione di 30 minuti e di 50 per una di un’ora.

Sembrerebbe una presa in giro, una delle tante “notizie” battute da Lercio, eppure a volte la realtà supera l’immaginazione.

Miracoli e circensi per distrarre le masse

In Ritorno al mondo nuovo Aldous Huxley notava come i potenti avessero capito che per controllare le masse fosse necessario agire sull’«appetito pressoché insaziabile di distrazioni» che prova l’uomo.

Insomma, basta offrire sufficiente pane e circensi, miracoli e misteri per tenere soggiogati i cittadini.

Gli attuali governi continuano ad affamare le masse, ma sicuramente sono bravi a distrarle con notizie artefatte, emergenze create a tavolino e soprattutto con lo spettacolo.

Torniamo così alla strategia della distrazione. Si tratta dell’elemento principale del controllo sociale e consiste nel deviare l’attenzione del pubblico da problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche attraverso la tecnica del diluvio o inondazione di continue “distrazioni” e informazioni insignificanti.

Si intende cioè tenere il pubblico occupato senza dargli il tempo di pensare, rendendolo pertanto “passivo”. Ci pensa poi il potere a “riempirlo” con la propria “narrativa”.

L’industria dei media si delinea come uno dei bracci armati dei governanti, tesa com’è non a comunicare il vero o il falso, quanto semmai a offrire l’irreale, ossia una fuga dalla realtà che obblighi l’uomo a distrarsi dalla contingenza sociale, economica e politica.

A questa regola possono essere ricondotti anche quegli scandali, fatti di cronaca o gossip che servono a distrarre l’opinione pubblica da problemi ben più urgenti.

Vi rientrano anche tutti gli eventi sportivi o di spettacolo che riescano a ritagliarsi un’attenzione considerevole da parte dei media e pertanto del pubblico.

Il problema in questo caso diventa quando il pubblico si immedesima a tal punto nelle vicende di un film, telefilm o altro da non distinguere più tra realtà e finzione, privilegiando la cosiddetta fuga in “paradisi artificiali”.

Quando la fuga dalla realtà diventa ossessione

La fuga dalla realtà può diventare, come in questo caso, un problema di dipendenza e sfociare nella patologia e nella compulsione, portando all’ossessione e all’isolamento.

L’abuso e più in generale un uso improprio della tecnologia può rivelarsi un’insidia per l’uomo che delega sempre più spazio “reale” alla tecnica e all’autoisolamento virtuale, come fenomeni quali i ragazzi Hikikomori dimostrano.

Moltissime persone, e sempre più adolescenti, hanno infatti scelto di vivere principalmente online rendendo l’interazione umana sempre più virtuale.

Stiamo correndo verso una deriva post-umana in cui i rapporti sociali tendono a corrompersi, in cui le persone rischiano di trovarsi “drogate” dall’abuso di tutto ciò che è virtuale, social, web op serie TV che siano.

Il problema non è però nel web, social network o nella TV in sé, ma in noi: essi sono un mezzo, siamo noi che abbiamo disatteso la capacità di saperli usare al meglio, dimostrandoci eticamente immaturi per gestire la rivoluzione digitale.

La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia, allo spettacolo e all’intrattenimento, ma dovremmo divenire più consapevoli e responsabili dei mezzi che abbiamo e riappropriarci non solo del senso critico ma anche del giusto equilibrio, per tornare a distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Fonte: Revoluzione