Chiamano la figlia Blu. Genitori chiamati in tribunale

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Il mio nome è blu, la legge invece è chiara – di Rino Cammilleri. Il caso dei genitori che hanno dato il nome alla figlia Blu.

In tempi in cui si dibatte l’ideologia gender e quella lgbt, in cui il sesso è, deve essere, incerto e oggetto di dibattito, tempi in cui il sesso si può, si deve, scegliere e cambiare anche con frequenza ma sempre ad libitum, questa cosa del nome anagrafico che «deve corrispondere» al sesso dell’appena nato suona singolare.

A Milano, un anno e mezzo fa, due giovani coniugi hanno deciso di chiamare la neonata «Blu». Il funzionario dell’anagrafe li ha informati che, con quel nome stravagante, correvano il rischio di essere convocati in tribunale.

Infatti. La procura li ha chiamati perché deve applicare l’articolo 35 del Dpr 396/2000, il quale dice che «il nome imposto al bambino deve corrispondere al suo sesso».

Certo, in tempi in cui si dibatte l’ideologia gender e quella lgbt (aggiungete voi le altre sigle, ché non ne ho voglia), tempi in cui il sesso è, deve essere, incerto e oggetto di dibattito, tempi in cui il sesso si può, si deve, scegliere e cambiare anche con frequenza ma sempre ad libitum, ‘sta cosa del nome anagrafico che «deve corrispondere» al sesso dell’appena nato suona singolare.

Come si permette la legge di pretendere che se uno che si chiama Mario debba essere per forza maschio? Non è, con ciò, sottinteso che Mario debba essere per forza eterosessuale? E ciò non è in contrasto stridente con l’evoluzione (artificiale) dei costumi e della mentalità?

Il fatto è che si tratta di una questione di ordine pubblico, che fa aggio sulle preferenze dei genitori: lo Stato vuole che ogni cittadino sia perfettamente identificabile, e dunque inquadrabile, almeno sui documenti.

Che non a caso si chiamano «di identità» perché, appunto, identificano. La procura milanese non è ignara dell’andazzo corrente e sa che «si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore blu»;

purtroppo, tale nome «non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile», perciò «l’atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio».

Così è scritto nell’atto di convocazione. Dunque, Maria Blu, Caterina Blu o Geltrude Blu vanno benissimo; essendo Blu un colore, è neutro.

Ora, a parte il fatto che Blue in americano vuol dire anche «triste» (da cui le musiche blues dei neri americani), i genitori farebbero bene a correggere la loro spensieratezza anagrafica e aggiungere quanto richiesto dalla legge.

La quale, si badi, non è un Regio Decreto d’epoca fascista, ma è del 2000, recente dunque: in quell’anno c’era già il Gay Pride. L’atto di convocazione dice anche che, se i genitori non si presenteranno, provvederà il giudice d’ufficio alla rettificazione anagrafica.

I due sono costernati perché è già un anno e mezzo che usano il nome della figlia. Ma i tempi della giustizia sono quelli che sono, ed erano stati avvertiti.

Ora, delle due l’una: o si adegueranno, anche obtorto collo, o daranno il via alla consueta battaglia giudiziaria che arrivi grado dopo grado, alla Corte Costituzionale per ottenere che la fantasia trionfi e ogni italiano possa dare ai figli i nomi che vuole, così come si fa col cagnolino e il gatto di casa.

A fare scuola, si sa, sono il cinema e la televisione (americani). Samantha, Gessica, Melania e Pamela sono entrate nelle nostre culle da un pezzo. Anche Suellen e Geiar. Ma Jonathan e Kevin sono almeno identificabili come maschili.

È vero, ai tempi di Bonanza (telefilm western dei primi anni Sessanta) uno dei protagonisti si chiamava Blue, ma era un diminutivo.

Oggi, negli Usa, specialmente nel mondo dell’arte c’è libertà di imposizione (di nome): l’ultimo grido è dare ai figli nomi di States, si pensi ad esempio all’attrice Dakota Fanning.

Nella fase precedente, quella ecologico-hippie, un attore poteva chiamarsi River (fiume) Phoenix, fratello di Rain (pioggia). C’è stato un tempo, qui da noi, in cui era in uso chiamare il figlio maschio col nome del padre: Giovanni di (o fu) Giovanni.

E il padre si chiamava come il nonno, Giovanni. Il fascismo, sempre per motivi di ordine pubblico, vietò la pratica. Così, si passò a dare al primogenito il nome del nonno paterno, alla primogenita il nome della nonna paterna; gli altri figli coi nomi dei nonni materni.

Il che rinsaldava i legami familiari e dava ai nonni un motivo in più di affezione nei confronti dei nipoti. Oggi la famiglia è in forse e un romanticismo da telenovela riporta ai tempi in cui, in provincia di Lucca, la gente si chiamava come le opere di Puccini (Turandot) o i libri di Dumas (Aramis).

O, in provincia di Carrara, Comunardo. Chi si ricorda del maestro (di musica) Angelini? Si chiamava Cinico. – Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana