Halabja 30 anni dopo il massacro. Una ferita che resta aperta

Halabja

La chimica mortale su Halabja

  • di Damiano Mattana

Marzo 1988: un attacco con sostanze tossiche provoca il massacro di 5mila civili. Una ferita che, 30 anni dopo, resta aperta

Ufficialmente, fu un’azione militare: quel 16 marzo del 1988 stava trascorrendo come tante altre giornate ad Halabja, centro di poco meno di 70 mila abitanti adagiato sulle colline del Kurdisatn iracheno. L’aria primaverile che accompagnava lo scorrere delle ore pomeridiane si arrestò d’improvviso, quando la morte iniziò letteralmente a piovere dal cielo sui suoi abitanti, 5 mila dei quali moriranno all’istante, ignari di trovarsi al centro di una delle offensive più cruente e inumane dal dopoguerra in poi, vittime innocenti di una rappresaglia che verrà interrata in fretta assieme ai loro resti. Dietro il massacro c’era un’occupazione, quella dei nemici giurati dell’Iran: fu quindi una risposta, sì ma non nei confronti del nemico invasore. L’obiettivo era colpire coloro che, a quell’invasione, non avevano opposto la giusta resistenza. E quello che la storia ci ha consegnato, non appena le nubi delle armi chimiche si diradarono, è stato un cumulo di cadaveri, trucidati da una micidiale condensazione di sostanze tossiche che pervasero le strade formando nubi di colore giallo e dall’odore acre. “Di mele marce e di aglio”, dirà in seguito qualche superstite. Bombe chimiche, le peggiori mai impiegate, allora come oggi. Per sganciarle furono impegati cinque Sukhoi sovietici, che volarono a bassa quota sulle case di Halabja per 6 interminabili ore, dalle 14 del pomeriggio alle 20 della sera. La firma era quella del regime iracheno, quello di Saddam Hussein.

Terminato il bombardamento, gli aerei se ne andarono oltre le colline, così come erano arrivati, lasciando alla pioggia il compito di sommergere con il fango quello che avevano appena fatto le squadre coordinate da Alì Hassan Abd al-Majid al-Tikritieh, detto ‘il Chimico’: trasformata in una melma infernale dalle acque del cielo, la terra restituì i corpi solo la mattina successiva, quando il sole fece capolino dalle montagne illuminando un intero territorio bagnato dal sangue del suo stesso popolo. Un fratricidio annebbiato dal tempo contro quella che, di fatto, era parte di una minoranza che, nella Giornata contro la discriminazione razziale, ha il diritto di essere ricordata.

L’attacco

Oggi, sulle colline di Halabja è stata allestita una “boot-hill” disseminata da lapidi commemorative, disposte in ordine geometrico sui declivi alle spalle della città e riportanti i nomi dei 5 mila che quel giorno persero la vita. Solo i nomi, perché sotto quella terra non c’è più nessuno: i cadaveri recuperati per le strade furono frettolosamente gettati in fosse comuni, donne, anziani e bambini insieme, nascosti nella roccia scavata dai  bulldozer per scongiurare il pericolo del contagio. Precauzione purtoroppo non sufficiente: i morti di Halabja continuarono a crescere, giorno dopo giorno, anno dopo anno, arrivando a un totale di quasi 7 mila assassinati, chi prima chi dopo, dai venti mefitici che il 16 marzo di trent’anni fa appestarono i cieli della città curda. Gli abitanti non si accorsero immediatamente di quanto stava accadendo: l’attacco fu rapido, concentrato, ben organizzato al punto da non consentire a buona parte della popolazione di mettersi in salvo. Molti vennero ritrovati privi di vita mentre si apprestavano a compiere gesti quotidiani: neonati durante l’allattamento, bambini a passeggio coi genitori, venditori e semplici passanti, trasformati in fantasmi dai veleni del loro stesso Paese.

Stampa e conseguenze

Furono i mezzi di informazione del vicino Iran a dare inzialmente risalto mediatico alla vicenda, attirando l’attenzione delle maggiori testate internazionali, presto accorse fra le rovine di Halabja per fotografare i volti pallidi dei cadaveri, ancora disseminati per le strade. Uno di questi, probabilmente un padre, reggeva in braccio una bambina, tenuta stretta mentre i gas cianidrici penetravano sottopelle uccidendo entrambi: quel tragico abbraccio diverrà una scultura, posta sul memoriale eretto in ricordo delle vittime. Non che questo servì a conferire al massacro quell’unanime condanna che avrebbe meritato: il mondo occidentale si limitò a commenti negativi, Saddam addirittura affermò che di quel massacro venne a conoscenza attraverso i giornali. Per il processo ai criminali di guerra che misero in atto la carneficina occorrerà attendere un ventennio e Alì il Chimico sarà condannato all’impiccagione nel 2010, per questo come per altri crimini e, assieme a lui, sulla forca saliranno altri gerarchi del regime del Rais. Lui, giustiziato per altri crimini nel 2006, non affronterà mai un’aula di tribunale per i fatti di Halabja, nonostante l’impiego (riconosciuto) di bombe al nervino fosse esplicitamente vietato dalla Convenzione di Ginevra del 1925.

La memoria di Halabja

Sulle conseguenze che l’attacco chimico ebbe sulla popolazione, il discorso esula dal solo conteggio dei morti: trent’anni dopo, i bambini di Halabja nascono ancora deformi, aride rocce hanno divorato erba e alberi e sono serviti ben tre decenni per riportare in città quanti decisero di abbandonarla dopo il massacro, varcando i confini del Kurdistan iracheno per rifugiarsi in Iran. Quella dell’attacco chimico sulla città resta tutt’oggi una ferita aperta sul volto dell’Iraq ma anche su quello dell’Occidente, che troppo poco fece per proteggere la popolazione civile e che troppo in fretta ne dimenticò il sangue versato, sepolto sotto la roccia che coprì i cadaveri nelle fosse comuni. Quella di Halabja sarebbe stata una memoria da preservare non solo per le sue funeste conseguenze ma anche per il suo perenne ruolo di monito per l’umanità: quel pomeriggio di trent’anni fa, assieme ai 5 mila cittadini avvelenati dai Sukhoi omicidi, morì quella civiltà che troppo pochi si presero l’impegno di provare a salvare, in quel giorno come in quelli che seguirono.

Idlib, 29 anni dopo

Il filo rosso che collega l’eccidio in Kurdistan da quello nel villaggio di Khan Shaykhun, in Siria, è fin troppo evidente. Una miscela di reagenti chimici capaci di seminare morte in modo atroce sganciati su una popolazione inerme, colpevole solo di ritrovarsi suo malgrado in un controverso crocevia della storia umana: a Idlib, nell’ottobre scorso, i morti sono stati 70, uccisi dai veleni che, secondo le Nazioni Unite, sono stati sparsi nell’aria dalle Forze armate del regime governativo di Basha Al-Assad: un’accusa che non aveva portato a sanzioni specifiche ma alla reazione degli Stati Uniti con il presidente Trump ad approvare, per la prima volta, un attacco diretto verso la Siria. Panorami geopolitici diversi ma con effetti tragicamente simili: segno che qualcosa, come spesso accaduto nella storia dell’umanità, ha inceppato il meccanismo della memoria collettiva, impedendo al monito di Halabja di essere rispettato.

Fonte: In Terris

Denise Baldi

Chimica appassionata di rimedi naturali e tutto quello che riguarda la salute in generale. Interessata ai metodi educativi dolci che lasciano libertà al bambino. Amante della cucina.
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