Il gusto degli italiani di sentirsi umiliati

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Il gusto degli italiani di sentirsi umiliati

Nel corso del suo programma, il comico John Oliver ha dedicato un intero monologo, ricco di luoghi comuni e concetti superficiali, alla politica italiana. Per tutta risposta noi italiani ridiamo, contenti di aver subito l’ennesima umiliazione gratuita.

  • di Barisone Malovento

La situazione è grave ma non seria. Da quando la campagna elettorale è entrata nel vivo, ne accadono di ogni colore: nelle redazioni c’è aria di preoccupazione per la comparsa di una bandiera neonazista durante il comizio della Lega a Milano; le dichiarazioni di Luigi Di Maio vengono prese sul serio; le indiscrezioni indicano Emma Bonino come possibile premier del centrodestra. Il surreale intrattiene, dà una certa immagine del paese, ma stacca i piedi dalla terra. La bandiera è un prodotto di 4chan, il forum del politicamente scorretto per eccellenza; Luigi Di Maio guida un movimento che cambia idea su tutto ogni volta che sorge il sole; l’abortista, immigrazionista, cannaiola e senza firme Bonino smentisce i retroscena.

E i russi? Ci sono anche loro. Russi sempre, russi ovunque. Dopotutto, come ha scritto qualcuno, sono riusciti a fare ciò che nemmeno Dio potrebbe, ossia cambiare il passato. Due tratti di matita rosso-sovietico e pure la storia è alla nostra mercé. Se così è, credete che non possano forse mutare il presente? Con la neve, in Italia arrivano dall’est pure hacker e fake news. Gli Stati Uniti, invece, sono dei docili osservatori. Non sguinzagliano mai i loro diplomatici, non fanno sistematico uso di giornalisti, non si intromettono nelle cose altrui. Niente affatto. Ciò che su questo pianeta, dopotutto, non è affare altrui. È roba degli statunitensi. Ecco perché devono “garantire il processo democratico in Italia contro l’interferenza straniera”, secondo un rapporto dello staff del senatore democratico Ben Cardin. Garantire – rileggiamo – dall’interferenza straniera. Paesi stranieri ci garantiscono dall’interferenza straniera. Nel frattempo noi che facciamo, a parte sventolare bandiere “neonazi”?

Ridiamo. Ce l’abbiamo nella parte più intima del nostro essere, la risata. La satira italiana nei confronti degli altri paesi rispecchia lo stato di un paese dominato per secoli da potenze straniere. Ridiamo degli altri come può ridere uno schiavo del proprio padrone, e la nostra ironia assomiglia tanto alla toccatina bassa di cui parla Malaparte, quel tastar le terga che i fiorentini chiamavano “omaggio alla Regina”. Per secoli è stato il nostro modo per presentarci al volto dei signorotti tedeschi, francesi o spagnoli che venivano a dettar legge in Italia; un saluto immorale per gli altri, moralissimo per noi, se è vero che “a un popolo oppresso, quando combatte per la sua libertà, ogni arma è buona, ogni arma è morale”. Finanche le toccatine, che nei tempi più bui sostituivano le coltellate. Ecco la nostra ironia, tanto lusinghiera quanto melliflua, subdola, rancorosa, dunque attualissima.

Accade che il dominatore, invece, non sappia che ridere di ciò che è. Mala sorte, quella del comico, quando la realtà è di per sé grottesca. Così il britannico John Oliver, che negli Stati Uniti si sta ritagliando un abito da principe degli scemi, ha dedicato venti minuti del suo programma satirico a una supposta stroncatura della politica e della società italiane. E noi tutti giù a ridere del suo coacervo di luoghi comuni e battute da scuola dell’infanzia. Insomma, parliamo di un popolo che per divertire qualcuno di fronte alle sitcom ha inventato le risate registrate. Dobbiamo già sopportare le vessazioni della nostra classe dirigente, subalterna a ogni decisione che venga dal prepotente di turno, sia esso tedesco, francese o statunitense, quindi domandiamo, di grazia, dovremmo ridere di fronte a uno show che ci riassume in spaghetti, Mussolini e un profilattico pieno di salsa di pomodoro? Ogni scemo fa il proprio mestiere, si sa. Ciò che è sbagliato è che i nostri connazionali gonfi di esterofilia e di odio per il proprio paese prendano sul serio una satira del genere, per il puro gusto di sentirsi umiliati. Non possiamo che riconoscere come veritiera una narrazione stereotipata della nostra vita politica. Per una buona volta, invece di ridere sul racconto favolistico che gli altri danno di noi, dovremmo ribattere: “fatevi i cazzi vostri, ché i nostri son troppo grossi per voi”.

Fonte: L’Intellettuale dissidente