Geopolitica dell’acqua: ecco come si combatte per i grandi fiumi

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Geopolitica dell’acqua

Geopolitica dell’acqua

  • di Daniele Perra

La progressiva scarsità delle risorse idriche, associata all’incremento della popolazione e dei suoi bisogni, inciderà in modo determinante sugli sviluppi geopolitici in alcune aree del pianeta già pesantemente condizionate da latenti conflitti. Un’analisi sui casi del Nilo e dei bacini idrici nella Palestina storica.

Al centro del paradiso terrestre si trova l’Albero della Vita. Dalle sue radici nascono quattro fiumi le cui diramazioni, secondo san Giovanni Damasceno, sono da identificare rispettivamente con i fiumi Nilo (Gihon), Tigri (Hiddekel), Eufrate (Prath) e Gange(Pison). Non a caso le quattro direttrici lungo le quali si evolsero alcune delle più importanti civiltà dell’antichità. L’acqua di questi fiumi ha un valore sacro che supera la funzione di fonte e sostentamento di vita di cui sono portatori. Dalle piene del Nilo, al quale veniva attribuito un carattere divino, dipendeva la prosperità o meno delle antiche dinastie egiziane. E su un’isola del Lago Tana, alla sorgente del Nilo Azzurro, si narra che fosse stata custodita, prima del suo trasferimento ad Axum (centro spirituale antichissimo a lungo conteso tra l’Italia fascista e la Gran Bretagna nel secolo precedente), l’Arca dell’Alleanza, donata, secondo il poema nazionale etiope La Gloria dei Re, da Re Salomone a Menelik I, il figlio avuto con la Regina di Saba. E ancora nel 2009, l’allora patriarca della Chiesa ortodossa etiope di rito copto Abuna Paulos affermava: l’Etiopia è il trono dell’Arca dell’Alleanza.

Per chi ha familiarità con la geografia sacra non sarà sorprendente constatare la presenza di profonde reminiscenze archetipiche della suddetta materia nell’odierna disputa geopolitica intorno alle acque del Nilo. Questo fiume, che ha un corso di oltre 6000 km, con i suoi tributari, è una risorse vitale e culturale per almeno 160 milioni di persone divise su dieci diverse nazioni. La giurisprudenza internazionale riguardo all’usufrutto di questa risorsa è sorprendentemente limitata. Nel 1929 venne stipulato un Trattato sulle acque del Nilo tra il Regno d’Egitto (formalmente indipendente) e la Gran Bretagna che riconosceva al paese dei Faraoni il diritto esclusivo sullo sfruttamento della risorsa con un piccola quota da destinare al Sudan. Il Trattato del 1959 tra Egitto e Sudan ritoccava a favore di Khartoum tale quota (75% dell’acqua all’Egitto e 25% al Sudan) ma continuava ad escludere gli otto paesi a monte da cui l’acqua proviene. E dall’Etiopia proviene quasi l’85% delle acque del Nilo.

Proprio l’Etiopia è stata la principale artefice del Cooperation Framework Agreement del 2010: un accordo prodotto della Nile Basin Initiative che, senza il consenso di Egitto e Sudan, ha messo in discussione il Trattato del 1959 e la cubatura d’acqua destinata all’Egitto. Le rinnovate ambizioni regionali dell’Etiopia non derivano esclusivamente dal suo orgoglioso nazionalismo o dal suo retaggio imperiale. Queste nascono anche dalla constatazione che i tassi di crescita economica e demografica sempre più elevati (il paese, con un tasso dell’8,7%, si è piazzato al secondo posto al mondo come crescita economica nel 2015) richiederanno una sempre maggiore necessità di acqua ed energia a basso costo per sostenere lo sviluppo industriale e agricolo.

Il Grand Ethiopian Renaissance Dam

Già nel XIII e nel XIV secolo gli imperatori etiopi minacciarono di intervenire per bloccare il corso del Nilo. Oggi, questa prospettiva da tempo temuta da un Egitto che per secoli ha considerato il fiume come una proprietà esclusiva ed intrattabile (basti pensare che Mubarak durante tutto il corso della sua lunga presidenza non si è mai recato in visita in un paese dell’Africa subsahariana), sta diventando realtà con il progetto della Grand Ethiopian Renaissance Dam: un progetto capace di annichilire per importanza e portata la celeberrima diga di Assuan di nasseriana memoria, e che sta portando la regione sull’orlo dell’ennesimo conflitto armato inerente i diritti di sfruttamento delle risorse naturali. La diga, il cui cantiere è stato inaugurato nel 2013 (durante la presidenza Morsi in Egitto) e la cui costruzione è protetta da una no fly zone su tutto il territorio circostante, nasce sulla base di un cospicuo finanziamento cinese associato al progetto italiano della Salini-Impregilo. Lunga 1.8 km e alta 155 m, la diga sarà la più grande struttura di questo tipo in Africa e sosterrà quella che sarà la più grande centrale elettrica del continente con una portata di 6000 megawatt.

Il progetto, nonostante le rassicurazioni etiopi, ha naturalmente sconvolto i piani egiziani che continuano, minacciando anche l’intervento militare, a ritenere inalienabile il loro diritto a 55.5 miliardi di metri cubi d’acqua sugli 88.8 che il fiume produce ogni anno. Per al-Sisi l’acqua è una questione di sicurezza nazionale. E l’Egitto, come ha affermato, è in grado di proteggere la propria sicurezza nazionale. Un’affermazione che suona quantomeno paradossale se si considera che lo Stato arabo, nonostante i proclami e i grandiosi progetti di sviluppo economico (raddoppio del Canale di Sueze sfruttamento del giacimento di gas Zohr), continua a rimanere una sorta di protettorato economico saudita: basti pensare alla cessione di sovranità ai sauditi, ovviamente approvata da Israele, delle isole di Tiran e Sanafir situate all’imbocco del golfo di Aqaba.

L’arroganza con la quale l’Egitto cerca di impedire una reale emancipazione o lo sviluppo dei paesi confinanti ricorda proprio la geostrategia sionista tutta rivolta al possesso esclusivo delle risorse naturali ed al mantenimento dei vicini in un eterno stato di necessità e sotto la costante minaccia di ritorsione. Si consideri il fatto che recentemente, in sfregio di qualsiasi norma di diritto internazionale ed in totale antitesi con quella che è la deterrenza classica (minaccia ad un potenziale nemico a non farti del male sul “tuo” territorio), Israele è riuscita a minacciare il Libano di attacco nel caso costruisca delle infrastrutture militari sul suo territorio o qualora sfrutti le risorse delle proprie acque territoriali. Di fatto, prima ancora che nascesse, la strategia geopolitica sionista si fondava sul possesso e controllo delle risorse idriche della regione. Non è semplicemente per sentimento religioso che lo spazio vitale per lo Stato ebraico disegnato da Theodor Herzl richiamava il versetto biblico

Il possesso esclusivo dell’acqua è il fondamento dell’esistenza stessa di Israele. Su di esso l’entità sionista ha potuto fondare il mito, comunque del tutto opinabile, del deserto trasformato in giardino.

Così, nell’istante successivo alla creazione dello Stato, il primo obiettivo fu la deviazione del fiume Giordano. Ad oggi, la Giordania può usufruire solo del 30% delle acque di questo fiume. E, successivamente, con le guerre di aggressione del 1967 e del 1982 (Operazione Pace in Galilea nel sud del Libano), Israele è riuscito ad impossessarsi di tutte le principali risorse idriche della Palestina storica, compresa una buona parte del fiume Yarmouk sulle alture siriane del Golan e parte del fiume Litani nel sud del Libano. Allo stesso tempo, i coloni sionisti della Cisgiordania, nonostante le ripetute condanne dell’ONU e non rispettando quelle stesse convenzioni di cui Israele è firmatario (su tutte la IV Convenzione di Ginevra del 1949 che fa proibizione della distruzione di proprietà nei territori occupati o il trasferimento di queste alle autorità occupanti), sfruttano le risorse idriche e ne impedisco l’accesso ai palestinesi. Senza considerare che le compagnie nazionali israeliane dell’acqua, Mekorot e Tahal, continuano ad estrarre l’acqua dai pozzi palestinesi per poi rivenderla a prezzi maggiorati ai palestinesi stessi, mentre le bollette dei coloni sionisti rimangono a carico della World Zionist Organization.

Ora, tornando alla partita del Nilo, è importante sottolineare che il Sudan, tanto inviso all’Occidente, vi sta giocando un ruolo determinante. Dopo la sua uscita dalla coalizione che dal 2015 aggredisce lo Yemen, e dopo aver rinnovato i legami diplomatici e commerciali con la Turchia (nemica giurata dell’Egitto), attraverso la cessione dell’ex porto ottomano di Suakim (isola vicina a Port Sudan e porto dall’antica fama di crocevia tra Asia e Africa), il Sudan ha iniziato ad essere rappresentato nei mezzi di informazione egiziani come una nazione che sta cospirando contro l’Egitto sotto l’ombra proprio della Turchia e, neanche a dirlo, dell’Iran. Di fatto, il Sudan di Omar al-Bashir, grazie alla secessione del sud imposta dall’invasiva mano della Comunità Internazionale, nonostante le parti in conflitto fossero giunte ad uno storico accordo a Nairobi poco prima, ha perso il 50% delle sue risorse petrolifere ed è stato costretto a realizzare programmi di profonda diversificazione economica che, ancora una volta, hanno interessato il problema dello sfruttamento delle acque del Nilo. E questa volta non ha potuto far altro che allinearsi alle rivendicazioni etiopi ed opporsi con fermezza contro quel progetto di divisione in cinque parti del paese desiderato dagli Stati Uniti la cui realizzazione sarebbe stata affidata, proprio secondo al-Bashir, all’Eritrea: nazione che ha supportato non pochi gruppi terroristici nella regione e nella quale Egitto ed Emirati Arabi Uniti hanno schierato le proprie truppe.

La situazione è profondamente instabile ed il recente incontro tra al-Bashir ed al-Sisi non sembra aver mitigato il clima di tensione nonostante la promessa di nuovi incontri futuri. Indubbiamente gli Stati Uniti non possono permettersi che nazioni come Etiopia e Sudan divengano nuovi cardini dell’ordine multipolare. La richiesta alla Russia di protezione contro l’aggressione nordamericana, corredata dall’offerta di una base militare sul Mar Rosso e da un canale preferenziale per ciò che concerne i rapporti commerciali, suona come una ulteriore minaccia al controllo talassocratico sul rimland eurasiatico dopo il logorante e impopolare ruolo che gli USA stanno svolgendo nella fallimentare aggressione dei loro alleati wahhabiti allo Yemen.

Paese ricco di risorse naturali, il Sudan è uno snodo cruciale tra Africa del Nord e Africa subsahariana. Sulla testa del suo presidente, inviso all’Occidente per il suo inedito connubio tra nazionalismo ed Islam, pendono già due mandati di cattura delle Corte Penale Internazionale. Un’istituzione a cui aderiscono 120 paesi nel mondo ma dalla quale, non casualmente, si guardano bene dall’aderire proprio USA e Israele: due nazioni, criminali di guerra a tutti gli effetti, che sono in prima fila nel pretendere la cattura di al-Bashir. La Cina, a dispetto delle sanzioni occidentali, ha intuito le enormi potenzialità del paese ed ha avviato il progetto per la costruzione di una ferrovia che collega Port Sudan alla capitale del Ciad N’Dajamena: una sorta di via della seta africana che in futuro potrebbe collegare la costa occidentale del continente con quella orientale.

Il riposizionamento dell’Etiopia in una prospettiva di opposizione al disegno egemonico nordamericano (già durante la precedente amministrazione statunitense esponenti di rilievo della Chiesa avevano indicato in Barack Obama l’incarnazione dell’Anticristo nero, segno dei tempi nella tradizione copta etiope) e l’avvicinamento del Sudan a Russia e Cina costituiscono una novità nelle dinamiche geopolitiche interne a quella macro-regione che comprende la sponda occidentale della penisola arabica, il Mar Rosso con i passaggi fondamentali di Suez e Bab el-Mandeb, e la fascia nordorientale dell’Africa. In questo contesto la partita del Nilo può segnare un’ulteriore svolta verso la costituzione di un reale ordine multipolare.

Fonte: L’INTELLETTUALE DISSIDENTE