Fumare uccide ma Multinazionali e Monopolio di Stato sono innocenti

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Fumare è una scelta, se ti viene un tumore non hai diritto al risarcimento – di Biagio Chiariello

Il fumatore incallito che si ammala e muore di tumore non ha diritto ad alcun risarcimento, né da parte delle multinazionali del tabacco, né da parte del Monopolio di Stato: la sentenza della Cassazione stabilisce infatti che fumare è “un atto di volizione libero, consapevole ed autonomo di un soggetto dotato di capacità di agire”.

Che fumare faccia male ce l’hanno detto in tutti i modi.

Specialmente negli ultimi anni. Basta semplicemente guardare le immagini su un pacchetto di sigarette per capirlo. Quindi chi lo fa è a conoscenza delle conseguenze nefaste che il fumo potrebbe avere sulla sua salute.

Proprio per questo le multinazionali del tabacco e i Monopoli di Stato non sono tenuti a pagare alcun risarcimento ad un fumatore che si ammala e muore per un cancro ai polmoni provocato dalle sigarette.

La Cassazione (sentenza 11272) ha infatti respinto il ricorso dei familiari di un tabagista, confermando la decisione della Corte d’Appello, che aveva considerato il vizio di fumare una scelta fatta in libertà, pur nella consapevolezza dei danni che il tabacco può provocare alla salute. In prima battuta era stato l’uomo a citare in giudizio la Philip Morris Italia, il ministero delle Finanze e il ministero della salute.

La storia giudiziaria. L’incallito fumatore arrivava a consumare due pacchetti di Marlboro al giorno già da giovanissimo. Un vizio interrotto soltanto nel 2000 dopo aver ricevuto la diagnosi della famigerata malattia, contratta proprio a causa delle ‘bionde’.

Solo a seguito dei ripetuti consigli del medico in merito alle terribili conseguenze a cui sarebbe andato incontro continuando a fumare, si era convinto a smettere. Ma a quel punto aveva ritenuto giusto puntare il dito contro i produttori e i distributori di sigarette (Philip Morris Italia e l’Eti): a suo dire, erano loro i responsabili del suo male.

L’uomo sosteneva che la multinazionale del tabacco aveva inserito nel prodotto delle sostanze che creano dipendenza fisica e mentale che lo aveva trasformato in un fumatore incallito. E così, aveva in prima battuta citato in giudizio la Philip Morris Italia, insieme ai ministeri delle Finanze e della Salute. Una battaglia legale proseguita dalla famiglia dopo il decesso del diretto interessato.

La sentenza della Cassazione. Ma, come già avvenuto in secondo grado, anche i Supremi giudici non hanno avvalorato le accuse contro il ministero della Salute, colpevole secondo i familiari dell’uomo di non aver salvaguardato la salute pubblica, e contro lo Stato che non ha offerto un prodotto più naturale.

Il protagonista della vicenda giudiziaria aveva anche chiesto che venisse accertata la presenza di sostanze che creano assuefazione nelle sigarette e il collegamento tra il fumo e la malattia contratta. Ma le richieste rinnovate in tribunale dalla famiglia non hanno sortito l’effetto sperato; anzi, i familiari sono stati condannati al pagamento di 20mila euro di spese legali.

Come si può leggere nella sentenza, i giudici hanno motivato così la loro decisione: “La dannosità del fumo costituisce da lunghissimo tempo dato di comune esperienza perché anche in Italia era conosciuta dagli anni 70, la circostanza che l’inalazione da fumo fosse dannosa alla salute e provocasse il cancro”.

La Corte d’Appello di Roma, in particolare, aveva evidenziato che la dannosità del fumo costituisce da tempo “dato di comune esperienza”: fin dagli anni ’70 è nota la circostanza che il fumo provoca il cancro.

Fumare, secondo il giudice d’appello, costituisce “un atto di volizione libero, consapevole ed autonomo di un soggetto dotato di capacità di agire”, il quale sceglie di fumare nonostante la notoria nocività del fumo. Fonte: fanpage.it

Denise Baldi

Chimica appassionata di rimedi naturali e tutto quello che riguarda la salute in generale. Interessata ai metodi educativi dolci che lasciano libertà al bambino. Amante della cucina.
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