Lele Joker, lo Youtuber di 9 anni che lotta contro il tumore VIDEO

Lele Joker è felice di vivere e sa affrontare la malattia: diventiamo suoi veri followers? (VIDEO)

  • di Paola Belletti

Non sottraiamoci al grande compito che come cristiani abbiamo: mendicare e portare Cristo in ogni circostanza, in ogni vita. Anche quella del piccolo Gabriele che lotta con coraggio ferino contro un neuroblastoma armato dell’amore dei suoi meravigliosi genitori

Lele Joker è Gabriele ed è un bambino milanese di nove anni. Ha un fratello più grande e una sorellina più piccola. Soffre di un neuroblastoma matestatico, tumoraccio tipico dell’infanzia. Ho letto le sue caratteristiche, ma in fretta e tremando.

“Il termine Neuroblastoma si riferisce ad un gruppo di tumori maligni dei primi anni di vita originati dai residui del sistema nervoso autonomo che si sviluppa durante la vita embrionale. L’incidenza complessiva nei bambini fino ai 15 anni è di 8-10 casi per milione all’anno (circa 130 casi nuovi ogni anno in Italia, 15.000 nel mondo – dati che escludono l’Africa e l’Asia ma non il Giappone).

Il Neuroblastoma rappresenta il 10% di tutti i tumori maligni dei bambini che è di gran lunga il tumore più frequente nei primi 5 anni di vita con un età media alla diagnosi di circa 2 anni; inoltre più della metà dei tumori diagnosticati nel periodo neonatale (cioè nel primo mese di vita) sono Neuroblastoma. Dal punto di vista clinico il Neuroblastoma presenta alcune peculiarità:

La prognosi è molto buona nei bambini piccoli, sotto l’anno di vita, rispetto ai più grandi, e questo indipendentemente dall’estensione della malattia; Più della metà dei bambini presentano una malattia metastatica e hanno una prognosi sfavorevole nei ¾ dei casi; La malattia può regredire da sola (anche se disseminata metastatica) nei bambini piccolissimi con età inferiore ad un anno” (Neuroblasoma.org)

Se anche voi siete già tra i suoi follower sul canale YouTube avrete già familiarizzato col suo faccino tondo, gli occhi grandi, belli, espressivi. E anche con i segni della malattia e delle cure alle quali si lascia sottoporre con coraggio e tenacia. E’ un guerriero, dice di lui il papà che lo accompagna sempre e in tutti i sensi.

Avrete percorso con lui i corridoi dell’ospedale americano del quale si improvvisa entusiasta guida turistica (Grand Rapids, Michigan). Avrete forse apprezzato la sua tenera audacia – esercitata a distanza di sicurezza, e guai se il papà accenna ad avvicinarsi troppo! –  nel proporsi come fidanzato di una bimba sconosciuta che sta saltellando in una zona gioco della grande clinica. Ci saremo commossi in tanti, contemporaneamente, guardando il servizio su di lui e la sua famiglia andato in onda su Rai1 a La Vita in diretta il 19 marzo; oppure in differita, andando a rivedere i primi video da baby YouTuber.

In uno di questi si dice felice e per contro stupito di chi invece è così spesso tanto triste. E ancora invita ad inseguire i propri sogni, come fa lui, che di sogni ne ha due e tra quelli, nel racconto e nello slancio, forse oscilla a seconda della speranza che vive: vuole diventare un dottore e aiutare gli altri a stare bene, a guarire, come ora lui vuole guarire. L’altro sogno, che in tantissimi ci siamo affrettati a favorire e a rendere possibile, è “solo” quello di diventare un vero YouTuber, con almeno diecimila followers. Attualmente il suo canale ne conta 114.931. La soglia dei diecimila l’ha oltrepassata durante la trasmissione di Rai1.

Durante una delle puntate più commoventi del rotocalco pomeridiano della rete ammiraglia Lele si mostra come è e si sforza di essere: sereno, combattivo, ingenuo e furbetto. Ma soprattutto tanto grato ai suoi genitori. Il papà in studio si commuove e si dice fortunato. Sì, lo dice! Ed è vero: in questa prova terribile, perché è terribile vedere una malattia così severa incrudelirsi sul proprio bellissimo bambino, dentro questa lotta nella quale lui da uomo mantiene salda la mano al suo piccolo, lo rassicura, lo asseconda, gioca con lui, lo aiuta, è costretto a guardare alla bellezza selvaggia della vita: questo figlio che noi amiamo c’è e ci ama. Ci ringrazia del bene che gli vogliamo, pensa. Lo si capisce da come cerca di non piangere.

Intorno ad ogni esca gettata alla speranza di farcela si raccolgono insulsi piccoli pesci e insetti pronti a mordicchiarla, assottigliarla e renderla vana. Invece questi genitori restano, in bilico sulla rupe del presente, non sappiamo con quali e quanti avvocati a perorare la loro causa per una vita piccina e forte che vogliono duri e duri ancora, e si costringono alla gioia. A fare festa a questo figlio perché c’è. Il loro è un vero tifo. Coraggioso, onesto, virile. Anche quello della mamma Marianna.

“ma chi è quella la mia mamma o la mia fidanzata?” chiede Lele in una clip. E lei dice che è la sua mamma, felice di esserlo, felice che ci sia. Intanto la sorellina parlotta e sgambetta lì attorno e gli salta in braccio. Racconta di quando si è dimenticato come si camminava. E a seguire ci spiega cos’è l’amore per i piccoli. Aggiunge e conclude che lui ama tanto i suoi genitori.

Uno squarcio di quotidiano nel quale Gabriele vuole proprio farci entrare forse per mendicare affetto, per appendersi agli occhi di tutti, che lo teniamo nell’esistenza. Uno spettacolo involontario di acrobati e funamboli che si mostrano al mondo: senza rete sotto, camminano sul filo stretto e teso del vivere mortale, con la paura vera del pericolo vero che minaccia loro, noi, ma ora più di tutti uno dei più piccoli, dei “nati-da-poco”(come dice la scrittrice Silvana De Mari ne L’ultimo elfo).

E’ forte il piccolo Lele, è forte il suo papà, forte la sua mamma; adorabile il fratello, gli amici, la graziosa sorellina. Ma non gli serve il nostro tifo; certo ci ha messi lui dalla parte degli spettatori ma siamo suoi commilitoni e come lui abbiamo la stessa battaglia da affrontare e vincere. Non gli servono (solo) followers rumorosi ed entusiasti ma intercessori. A Lele e alla sua famiglia servono ottimi medici, resistenza fisica e psicologica; sostegno e amore. Vicinanza pratica e fattiva.

E serve Cristo. Anche i bambini sanno che si muore. Anche i fanciulli sanno che siamo fragili, che il male incombe, che la vita, di suo, pare proseguire nel suo incedere spesso ingiusto. Anche i figli sanno che si può arrivare al traguardo finale prima dei genitori. Penso che in questo bimbo così intelligente e sensibile, così buono e docile, sebbene combattivo, si annidi anche uno specifico struggimento tipico dei figli: fare soffrire la mamma e il papà. Ha bisogno, Lele, di sapere che Cristo, proprio Gesù di Nazaret è con lui e con i suoi ora. Questo sazierebbe la sua fame più di milioni di iscritti al canale. Dovrebbe venire a sapere che lo ama adesso, che lo aiuta adesso; che il bene che passa dalle cure mediche viene da Lui. Che la forza di sopportare iniezioni, radiazioni o altro la prende da Lui. Che la sua piccola vita è preziosissima per Lui, fosse anche il solo che lo guarda e lo segue. E che non vuole che soffra e muoia. Non invano, non per sempre.

E che, se Lele guarirà e tornerà ad una vita più normale, per la via ordinaria della medicina o quella straordinaria di un miracolo per intervento soprannaturale, lo avrà fatto grazie al Signore. Che prima di guarirlo si sarà fermato a perdere tempo in lacrime di commozione, umane e divine. Siamo nella Settimana Santa. A Lele, noi cristiani, non abbiamo da offrire solo il tifo per i suoi teneri sogni e pollici in su per tutti i suoi video, ma preghiere e digiuni per la sua guarigione e la sua salvezza e la conversione di tutti i cuori che toccherà.

Fonte: Aleteia