David Tuck, sopravvissuto dell’Olocausto si scaglia contro la follia liberal

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David Tuck è stato intervistato dal giornale on-line americano The Daily Caller. Nella sua intervista video, gli è stato chiesto di dire cosa pensasse di chi ha affermato che “Trump è come Hitler” e che vi siano “campi di concentramento” per “migranti”.

Le parole di un sopravvissuto dell’Olocausto contro la follia liberaldi Pietro Vinci

In questi giorni, negli Stati Uniti, continuano le proteste che vedono gli “Antifa”, i liberal e i difensori dei “confini aperti” infiammare con parole gravi e aggressive la politica americana.

Purtroppo è divenuto quasi quotidiano da parte di costoro l’asserire che Trump sia “nazista” e che si stia comportando come un mostro “hitleriano”, costruendo “campi di concentramento” nei quali imprigionare i “migranti”.

Tutto ciò è da biasimare per due differenti aspetti: il primo è di carattere politico, giacché etichettare qualsiasi cosa come “nazista”, “neonazista” o “hitleriana” è nei fatti un puerile metodo col quale cercare di porre un marchio di infamia su qualsiasi posizione o decisione politica che si avversa, persino al netto dei contenuti.

Il secondo aspetto riguarda l’accuratezza storica: travisare il presente adoperando le sciagure del passato è un atto di ignoranza, supponenza e di sovversione dei fatti.

In questo modo non solo il presente viene deformato, con una chiara finalità politica, ma soprattutto il passato viene infangato e smerciato ad ogni occasione quasi fosse una carta “magica”, utile per dare credito a tutto ciò che nei fatti è esasperato o persino falso. É la celebre e idiotica “reductio ad Hitlerum”.

David Tuck.

David Tuck è stato intervistato dal giornale on-line americano The Daily Caller. Nella sua intervista video, gli è stato chiesto di dire cosa pensasse di chi ha affermato che “Trump è come Hitler” e che vi siano “campi di concentramento” per “migranti”.

Innanzitutto, però, è necessario avere un boccone di storia amara: David Tuck, come afferma la Pennsylvania State University presso la quale nella cittadina americana di Altoona tenne una conferenza ad aprile, è nato in Polonia ed è stato cresciuto dai nonni ebrei ortodossi che fecero in modo che avesse un’istruzione sia pubblica che secondo i dettami ebraici.

Nel 1939 la Germania nazista invase la Polonia e David aveva 10 anni; tutto ebbe inizio quando assieme alla sua famiglia fu “ricollocato” nel ghetto della città polacca di Lodz.

Conoscendo un po’ di tedesco, riuscì a provvedere alla sua famiglia consegnando loro delle tessere alimentari quando lavorava per l’ufficio per il razionamento. Nel 1941 fu deportato nel suo primo campo di lavoro; passerà attraverso diversi lager nazisti, persino per quello tristemente celebre di Auschwitz nell’agosto del 1943, dove fu assegnato alla produzione di armi antiaeree.

Passò anche per Mathausen in Austria, nel gennaio del ’45, arrivandoci dopo una marcia forzata di quasi 600 km in 4 giorni. L’ultima sua “destinazione” fu Güsen II, una fabbrica sotterranea per la produzione di aerei tedeschi; il 5 maggio 1945 le truppe americane liberarono il campo.

David Tuck pesava 35 chili e fu quindi inviato in un campo per rifugiati affinchè fosse curato e si potesse riprendere. Dopo 5 anni immigrò negli Stati Uniti.

Ecco la traduzione della sua intervista.

D.Tuck: “Sono nato in Polonia. Nella nostra cittadina vi erano solo 18 famiglie ebree. All’inizio i nazisti ci fecero indossare delle fasce gialle al braccio sinistro; poi ci diedero due stelle di David, una da mettere davanti e una dietro.

Se tu avessi camminato per strada sullo stesso marciapiedi dove stesse camminando un membro delle SS, se non fossi sceso, ti avrebbero ucciso. Se avessi avuto, di notte, anche soltanto un piccolo pezzo di pane e qualcuno l’avesse saputo me l’avrebbero rubato.

Tutti pensavano solo a sé stessi, per sopravvivere. É capitato la notte, quando andavo a dormire, che pregassi Dio affinché mi permettesse di vivere un altro giorno.

Mi tatuarono un numero, che ho ancora sul mio braccio. Se volete posso mostrarvelo… (David Tuck mostra il suo avambraccio sinistro col numero tatuato). Ero pelle e ossa: gli americani stavano bombardando tutte le strade e i binari ferroviari, perciò non arrivava cibo al campo.

Non dimenticherò mai il 5 maggio: c’erano più morti che vivi nelle baracche del campo. Quando vidi i fucili pensai ‘Mio dio, ci uccideranno!’ e ci dissero: ‘Fra poco gli americani scenderanno dalle montagne e voi sarete liberi’. Non ci credevo che avessi potuto farcela. Feci un giuramento: non dimenticherò mai né lì perdonerò mai per ciò che mi hanno fatto. Ma non vivo con odio[/i]”.

Intervistatore: “[A chi pensa che l’America gestisca campi di concentramento al confine, può lasciare un messaggio da parte di chi ha vissuto un campo di concentramento?”.

D. Tuck: “Crescete. Sapete come si pronunciano le parole, sapete leggere, sapete come si ascolta, fatelo. Non potete fare dei paragoni; ogni volta che sento questo paragone è nauseabondo… Ascoltatemi, io ci sono passato. Per favore.

Questi non sono campi di concentramento; loro sono liberi. Ho fatto una ricerca su questi posti e mi sono detto… Tutti i materassi, il cibo, qualsiasi cosa… A qul tempo (quando è stato imprigionato dai nazisti) avrei potuto pensare che questi fossero dei country club. Quindi, vivete al meglio che potete; è ancora l’America, è ancora il miglior Paese. Se non lo pensate, allora abbandonate la nazione[/i]”.

Intervistatore: “Cosa ne pensi del termine… Di chi definisce il Presidente Trump o altri avversari politici ‘nazisti’?”.

D. Tuck: “Nauseante! É semplicemente nauseante. Io pensavo che fossimo molto più intelligenti… Ricordo quando ero piccolo, la prima cosa che dissi agli americani fu ‘Io voglio andare in America! Voglio uscire…’.

Certo, niente è perfetto nella vita; sono arrivato qui (in America), ho dovuto lavorare, ho messo su famiglia, non mi lamento di nulla o chissà che ma sono libero.

Se non prendete beneficio della nostra libertà, non dovreste pensare che qualcos’altro possa essere meglio. Se si vuole venire in America, io l’ho fatto, ho aspettato, sono arrivato qui. Questa è la vita.

Questa politica è da non credere. Se non vi piace il Presidente, fra quattro anni, non votatelo più… A volte ascolto questi politici e immagino che loro pensino che noi siamo ingenui e stupidi”. Fonte: OLTRE LA LINEA