Da De Gasperi a Di Maio, dallo statista trentino al grillino campano

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Da De Gasperi a Di Maio

Da De Gasperi a Di Maio

  • di Marcello Veneziani

Da Alcide a Giggino. Ma che è successo alla Repubblica italiana per trascorrere da un 18 aprile all’altro, passando dallo statista trentino al grillino campano? Che parabola ha percorso l’Italia in settant’anni per andare dal polo nord al polo sud nel senso degli antipodi? Qualcuno dirà che Di Maio crescerà e diventerà un democristiano digitale, uno zelante filoeuropeista e filoatlantico, come già si vede sul caso Siria; farà un testacoda sorprendente e l’abitino col cravattino lo preannuncia. Qualcuno magari aggiungerà che sul piano umano fa più simpatia Di Maio, lo senti più italiano e più nostrano dell’austero e austriaco Alcide; più sorridente, meno tormentato. Ma almeno oggi, alla vigilia di quel decisivo anniversario che fu il 18 aprile del ’48, non vorrei parlarvi di Giggino, dei 5 Stelle e del nostro spaesato presente. Ma di quel tempo, quella data e quel protagonista.

Quando si dice che è successo un Quarantotto, di solito, si allude al caos, alla rivolta, all’insurrezione. Ma nel ’48 di cui parliamo avvenne il contrario, vinsero i conservatori, l’Italia cattolica e moderata, oltre che occidentale. E ad aggiungere “per fortuna” sono ormai in tanti, anche quelli che votarono o poi tifarono per la sinistra. Non a caso qualche anno fa il festival dell’Unità a Bologna fu dedicato a De Gasperi, il nemico storico di Togliatti. Perché il Fronte Popolare, dietro il faccione patriota di Garibaldi, era davvero un ponte verso l’Unione Sovietica e ci avrebbe portato alla rovina del socialismo di Stato. Perfino i socialisti simpatizzavano per Stalin, figurarsi il Pci. Non escludo che però, sotto sotto, pure Togliatti e Stalin non fossero poi scontenti della vittoria dc. C’era stata Jalta, la spartizione del mondo in due blocchi, e un paese di confine non poteva impunemente passare da un blocco all’altro, non aveva sovranità e indipendenza per farlo. Gli stati erano minori sotto tutela: ma l’America era un ingombrante Zio, l’Urss era un padre padrone.

Non ho particolare simpatia per De Gasperi; gli preferivo in ambito popolare don Luigi Sturzo e trovavo più intrigante perfino la Dc dei professorini La Pira, Fanfani e Dossetti; non amavo alcune sue ambiguità storiche e non gli perdonai la sua ingratitudine verso Guareschi che era stato col suo Candido un supporter decisivo per la vittoria contro i comunisti il 18 aprile. Ma nel ’54 Giovannino pubblicò due lettere autografe di De Gasperi che caldeggiavano bombardamenti angloamericani in Italia nel’44, per spingere il popolo a insorgere contro il fascismo. Le missive furono considerate false dal tribunale. Guareschi finì in carcere e vi restò più di un anno (dopo esser stato deportato nei lager tedeschi) per aver diffamato De Gasperi; ma non fu mai fatta la perizia calligrafica alle sue lettere autografe. Guareschi era in buona fede. E da galantuomo che amava la verità più di se stesso, alla morte di De Gasperi, scrisse il suo elogio e disse che era un gigante rispetto agli altri.

Guareschi coniò gli slogan più efficaci per battere i comunisti. Alle motivazioni positive per votare Dc, ci pensarono i comitati civici di Gedda, le parrocchie, le vecchie zie interne e internazionali, il Piano Marshall d’aiuti all’Italia. Era un’Italia all’ombra dell’America, che barattava sovranità e dignità in cambio di comodità e benessere. Ma era da capire, era un paese martoriato che voleva ricominciare a vivere.

Vorrei che di quel voto si ricordassero tre cose sconvenienti, che si tendono a dimenticare.

La prima. Alle femministe d’oggi che esaltano il voto alle donne di allora, vorrei ricordare che al primo voto alle politiche, le donne si separarono dai loro mariti, nel nome della Madonna e del parroco e votarono per lo scudo crociato. Disobbedirono ai mariti per ubbidire al parroco e a Gesùcristo. E furono decisive. Se avessero votato solo i maschi, ci saremmo trovati i comunisti al potere.

La seconda. Ricordatevi che se perse il fronte popolare lo dobbiamo al voto decisivo dei monarchici, che avevano votato per il Re al Referendum e si riversarono in gran maggioranza sulla Dc. Fu quello il momento preciso in cui la destra, il mondo conservatore, si rifugiò al centro nel ventre della balena democristiana. Restò fuori qualche frammento liberale, i monarchici cocciuti e i missini nostalgici.

Infine, vorrei ricordare agli smemorati che De Gasperi liquidò il Cln, l’antifascismo eterno e politico, chiuse la stagione della guerra civile e dell’odio e proiettò l’Italia in una dolce amnesia della storia e del suo passato, cercando di riconciliare gli animi e proiettare l’Italia nel futuro.

Fece un po’ senso vedere una sua citazione aprire la mostra istituzionale dedicata alla prima guerra mondiale al Vittoriano a Roma. Sbagliarono trentino: in tema d’irredentismo avrebbero dovuto esordire con una citazione di Cesare Battisti, eroe della prima guerra mondiale. Degasperi – tutto attaccato, come allora scrivevano- era allora deputato nella Dieta austriaca, schierato con l’impero asburgico, leale alla Corona; solo nel ’18, quando fu chiaro l’esito, arrivò a sostenere l’autodeterminazione dei popoli. Fu avversario di Cesare Battisti e di Guglielmo Oberdan (o Oberdank, com’era per l’anagrafe austriaca). De Gasperi poi sostenne col suo partito popolare il primo fascismo, nel ’27 maturò la sua opposizione e dopo il carcere fu salvato da un incarico in Vaticano. Da cattolico fu per Franco in Spagna e per Dolfuss in Austria, protetto da Mussolini contro Hitler e il suo progetto di annessione al Terzo Reich.

De Gasperi fu statista mitteleuropeo più che patriota, prima dell’Italia ebbe nel cuore il Trentino, l’Europa e l’Occidente sotto l’egida americana. Rappresentò in Italia, come scriveva allora l’Unità filosovietica, il Partito Americano. Fu garante della libertà, degli aiuti americani e dell’adesione atlantica (Mi ha sempre impressionato il suo volo di 56 ore per arrivare in America e chiedere aiuti all’Italia tra le macerie). Sulla cosiddetta legge truffa che garantiva la governabilità con un premio di maggioranza, aveva ragione lui, come mostrarono i fragili governi della prima repubblica, uno ogni nove mesi in media, meno di una gravidanza. Ma Alcide fu impallinato anche dai suoi.

Concluse la sua vita in amarezza. E tra polemiche, anche se ai suoi funerali ci andarono tutti (meno i missini, perché lui s’era opposto alla linea strurziana e vaticana di un’alleanza Dc-destre). Ci volle il paragone col successivo settantennio di mezze calzette per decretare la sua grandezza e tentare in tanti l’appropriazione indebita, Di Maio incluso. Però De Gasperi, quell’antipatico, fu uno statista vero; guidò l’Italia nella rinascita, lo fece con una dedizione alta e nobile. Con quella faccia altera e lievemente sofferente, quello sguardo miope ma lungimirante, quell’aplomb austrungarico. Invece Di Maio è più alla mano, più digitale, più sorridente, più guaglionciello. Eppure, che vi devo dire, mi sentirei più garantito, e meglio rappresentato da uno come il vecchio Alcide…

MV, Il Tempo 17 aprile 2018

Fonte: Marcello Veneziani