Quando Craxi sfidò Pinochet nel cortile di casa

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Quando Craxi sfidò Pinochet nel cortile di casa

  • di Paola Sacchi

Settembre 1973, il giovane dirigente socialista vola a Santiago e rende omaggio alla tomba di Salvador Allende ucciso pochi giorni prima dai militari golpisti

A Milano e a Roma ancora non ci sono, ma nel resto del Paese e del mondo si continuano inaugurare vie e piazze a Bettino Craxi. Il Cile oggi renderà omaggio allo statista socialista, per l’impegno a favore delle cause di libertà e di democrazia, intitolandogli una “plazoleta” nello stesso cimitero dove è sepolto Salvador Allende. Era il settembre 1973, pochi giorni dopo il golpe del generale Augusto Pinochet, quando Craxi rischiò letteralmente la vita per deporre fiori sulla tomba del presidente trucidato dalla “Junta”. « Un paso mas y tiro » intimarono i carabineros al giovane e coraggioso vicesegretario e responsabile esteri del Psi, che sfidò la “Junta” alla guida di una delegazione socialista e dovette lasciare sulla ghiaia, sotto i mitra puntati, i garofani rossi. Provando, però, «più che paura rabbia».

Il tributo di oggi non nasce solo da quel temerario gesto ma, come ricorda Stefania Craxi, figlia dello statista socialista, dall’impegno a sostegno del popolo cileno.

La Plazoleta Bettino Craxi, che sorgerà nel Cementerio general de Recoleta di Santiago, sarà inaugurata nel corso di una cerimonia ufficiale, alla presenza della stessa Stefania, neo- senatrice di Forza Italia, dell’ex presidente Ricardo Lagos, dell’ambasciatore italiano Marco Ricci e del sindaco di Recoleta, Daniel Jadue. La Fondazione intitolata al leader socialista celebra celebra l’evento con la pubblicazione di uno speciale del suo trimestrale Le-Sfide- Non c’è futuro senza memoria dove Stefania nella prefazione ricorda i suggerimenti di Craxi a Reagan per una transizione democratica in Cile e, senza ipocrisie, anche l’aiuto finanziario che il leader socialista dette alle cause di liberazione nel mondo. Un aiuto che Craxi tenne sempre separato e distinto dalla “miseria delle vicende giudiziarie che lo colpivano” negli anni di Tangentopoli.

Ma, nell’opuscolo, è il “ricordo” che Craxi fa di quei giorni a Santiago a far venire un brivido.

È un racconto lucido, asciutto, realistico, quasi da grande reporter più che da politico. Descrive la Moneda, cannoneggiata chirurgicamente, come «un grande monumento alla morte della democrazia». Osserva che «neppure nei quartieri bene del barrio alto la borghesia festeggiava, anzi lo champagne le si seccò in gola». Denuncia, come farà pubblicamente al suo rientro in Italia – le centinaia di cadaveri finiti alla morgue ( da qui la cruda definizione “mattatoio Cile”) e le responsabilità del Nord America nel “soffocamento” dell’economia cilena, con un’analisi da provetto economista, che pur non dimentica di raccontare i disperati tentativi di nazionalizzazione di Allende.

Ridicolizza l’ossessione anti- marxista dei militari che, ormai, attribuivano a Marx anche il libello più innocente, fino a liquidare il generale Leight, considerato il cervello della “Junta” e secondo il quale andava «estirpato in cancro marxista dal Paese», come «niente più che un gorilla gallonato». Denuncia poi l’arbitrio con il quale si spedi- va in galera un ladro di bicicletta, analizza le cause della fine del governo di Unidad popular, ma soprattutto, racconta la visita sulla tomba di Allende pochi giorni dopo il golpe militare.

«Di buon mattino eravamo partiti da Santiago e avevamo raggiunto Vina del Mar. Quando arrivammo al cimitero di Santa Ines, dove Allende è sepolto nella tomba della famiglia Grove ( i Grove, sono parenti della moglie), il clima sembrava tranquillo…». Non fu così. Craxi capì subito che qualcosa non andasse affatto per il verso giusto quando, racconta, «all’ingresso del cimitero mi rivolsi all’impiegato dicendogli in spagnolo: siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende. E l’uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso. Poi, abbassò gli occhi senza rispondere» . Quindi, «ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. In quel momento arrivò un ragazzino, uno di quei bambini tragici e meravigliosi che si incontrano in tutti i Paesi sottosviluppati e che si guadagnano la vita facendo da guida agli stranieri. Il bambino ci dice: vi mostro io dove è la tomba del presidente». La giornata viene descritta come «splendida», ma «l’atmosfera idilliaca dura poco», infranta dall’arrivo di un manipolo di carabineros, con «facce truci ed i mitra puntati» che si pararono davanti.

Il più giovane dei soldati si piantò gambe tese e puntò il mitra carico, con un Craxi che potè sinistramente udire il clic della pallottola in canna. È a quel punto dovette lasciar cadere sulla ghiaia i garofani. «Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia la mia». Il tutto, fu filmato da un operatore della Rai a seguito della delegazione che, senza dare nell’occhio, chiede a Craxi una sigaretta e, come racconta il leader socialista, «mi buttò il rullino nel giubbotto». Craxi, costretto sotto tiro ad ordinare alla delegazione un dietro- front, si imbatte sulla via del ritorno in una donna: «Onorevole, chiedete per favore clemenza nei vostri paesi per i cileni». E così fu. L’impegno di Craxi per il popolo cileno, si manifestò in ogni sede, anche nel suo intervento davanti al Congresso degli Stati Uniti.

Lagos, ricorda il sostegno del socialismo mediterraneo, ma in special modo, l’aiuto di Craxi, che non li abbandonò mai: «In lui avemmo sempre un orecchio disposto ad ascoltarci, un leader a sostegno di tutte le cause della libertà». Oggi con la “Plazoleta” intitolata al compañero Craxi e non lontana dalla tomba del presidente Allende, fa capolinea, in un gioco del destino, una pagina di storia. Una tappa importante per quella che Stefania definisce «l’operazione verità sulla figura di mio padre».

Fonte: IL DUBBIO