Vaccini: quando non vince la scienza ma chi sa comunicare meglio

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Vaccinazioni: Burioni e l’effetto mercante di Venezia – di Enzo Pennetta

L’On. Claudio Borghi in un tweet ha scritto: “consiglio i contrari ai vaccini di migliorare la comunicazione sulle motivazioni perché il messaggio in audizione non passa”. Ha ragione.

La questione riguardante l’obbligatorietà delle vaccinazioni è un caso che non riguarda solamente la sanità ma si tratta pienamente anche di una questione di grande rilevanza sociale e di marketing nel senso pieno del termine.

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La conferma, se ce ne fosse stato mi è arrivata da un tweet di Claudio Borghi che rispondendo a chi rimproverava il Governo per le giravolte sull’obbligo vaccinale ha così risposto:

La prima regola nel contrasto alle narrazioni del politicamente corretto è che s si accettano i termini proposti dall’avversario si perde.

Nel caso delle vaccinazioni se si accetta le terminologia “no-vax” contro “pro-vax” l’esito a favore dei “pro-vax” è già scontato in partenza.

Poiché le vaccinazioni prevengono le malattie, chi può essere contrario se non un ignorante o, peggio ancora, una persona cattiva?

Ma quello che è stato fatto per lungo tempo è proprio questo, far passare il messaggio che quelli fossero i termini della discussione.

La questione invece andava divisa in due parti, il confronto scientifico sugli effetti collaterali con un confronto tra vantaggi e svantaggi, e quello giuridico sull’obbligatorietà.

Personalmente non sono mai entrato nell’aspetto scientifico perché la questione più importante non è quella ma le implicazioni di una legge che imponga un obbligo mai visto in precedenza, sto parlando dell’obbligo di cedere i diritti sul proprio corpo.

Questo è il punto più importante e si tratta di un argomento sul quale il parere della scienza non può essere dato semplicemente perché riguarda il diritto e non la biologia.

Lo Stato può vietare dei comportamenti nocivi o limitarli, come ad esempio avviene per le droghe, può obbligare a compiere delle azioni come ad esempio pagare le tasse o allacciare le cinture di sicurezza, ma quello che non può fare è disporre del corpo del cittadino, dal livello della pelle in giù quello deve essere uno spazio inviolabile perché una volta passato quel limite la persona diventa tecnicamente un oggetto di cui si può disporre.

La cosa sfugge a molti, eppure era ben chiara e lo sarebbe tutt’ora se venisse posta nella giusta luce, la questione era molto evidente a Shakespeare che ne “Il mercante di Venezia” giocava la trama su uno strano prestito in cambio del quale l’usuraio, Shylock, chiedeva come garanzia il pagamento di una libbra di carne di Antonio.

Il contratto è legalmente valido ma a tutti appare l’inammissibilità etica di un simile prezzo da pagare.

Il folle gesto viene scongiurato facendo notare che nel contratto non è previsto il versamento di sangue e che la vita di Antonio può essere messa a rischio dall’operazione.

Il corpo poteva essere rivendicato dallo Stato solo nel caso di un condannato, come ricorda Michel Foucault le azioni sul corpo, come i supplizi e la stessa morte, erano cose che non potevano essere inflitte ad un innocente, l’appropriazione del corpo riduce quindi la persona al livello che in passato era quello riservato ai condannati.

Questo principio di non disponibilità è ben più importante di ogni altro perché è fondante del patto sociale tra Stato e cittadini.

La differenza sta in chi conosce Il mercante di Venezia e chi no. Che si tratti di  Shylock, Burioni o di chiunque altro, la libbra di carne non può essere espropriati. Fonte Critica Scientifica