“Viene dato troppo spazio a croci e chiese”: città ungherese non può essere capitale europea della cultura

ungheria

Cultura a senso unico…e politicamente corretto

Quando il ‘pensiero unico’ la fa da censore, anche in Europa

  • di Cristina Di Giorgi

In un mondo come quello di oggi, dove senza timore di smentita si può affermare che vige la dittatura del “politicamente corretto”, anche la cultura in quanto tale diventa qualcosa di asservito ai dettami del pensiero unico omologato e omologante. Capita allora, sempre più spesso, che il pensiero non conforme venga censurato in quanto scomodo: rientra in questo triste contesto, solo per fare un esempio, la recente cancellazione, da parte della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, dell’invito all’ideologo della Nuova Destra francese Alain De Benoist.

E si potrebbe andare purtroppo avanti all’infinito, perché di casi analoghi (quelli cioè nei quali si rifiuta il confronto con chi la pensa diversamente e/o addirittura si cerca di impedirgli di parlare) ce e sono sempre di più. Casi che dimostrano quanto una certa impostazione di pensiero abbia davvero poco a che fare con la cultura, essendo essa stessa per natura strumento di apertura e di crescita. Che si ottiene – è sempre utile ricordarlo – anche e forse soprattutto scambiandosi idee ed opinioni. Certo, per usufruire di tale crescita nel migliore dei modi bisogna essere consapevoli e, come si diceva, disponibili al dialogo. Bisogna, in altre parole, abbattere le barriere mentali poste dalla mentalità (ristretta e dunque poco colta) dei “sacerdoti” del già citato pensiero unico.

Che tentano (e spesse volte ci riescono) di farla da padrone anche e soprattutto nel mondo della cultura. Accade allora che – è notizia di questi giorni – in occasione della scelta della Capitale europea della cultura 2023, uno dei componenti della giuria europea incaricata della scelta abbia espresso, dopo aver visionato il filmato promozionale proposto dalla cittadina ungherese di Székesfehérvár, abbia dichiarato che lo spot presentato sembra “una pellicola di propaganda dell’Europa bianca e cristiana”. E non è tutto, perché secondo i suddetti “esperti” nella pellicola “mancano i poveri e i migranti” e “viene dato troppo spazio a croci e chiese e a valori fuori luogo”. Con buona pace di elementi di valutazione come la sostenibilità, finanziamenti per i progetti culturali e gli investimenti sul territorio. Altro che cultura dunque!

A denunciare il fatto è stato il sindaco di Székesfehérvár, che in conferenza stampa ha parlato di esclusione della sua città per ragioni “fondate esclusivamente su ragioni di carattere ideologico e politico” e ha denunciato il carattere discriminatorio delle decisioni prese dalla giuria scelta da Bruxelles. Nonostante lo stop ricevuto comunque, il battagliero primo cittadino magiaro ha promesso battaglia. Anche perché “in ballo – ha concluso – non c’è solo una competizione culturale fra città, ma la negazione di un’intera cultura nella quale tutto il popolo ungherese si rispecchia, nel comune riconoscimento dei suoi valori fondanti”.

Se è vero che lo scopo delle Capitali europee della cultura, come sottolinea il Primato Nazionale, è quello di “focalizzare l’attenzione sulla diversità culturale dell’Europa e sulle sue caratteristiche comuni, in modo che la cultura stessa potesse contribuire allo sviluppo sul lungo termine delle città”, viene da chiedersi quale si vuole sia, oggi come oggi, l’identità del Vecchio Continente. La risposta è sotto gli occhi di tutti. E non è per niente un bel vedere.

Fonte: IL GIORNALE D’ITALIA

Pietro Di Martino

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