Il capitale monopolista dirige e censura la ricerca scientifica

  • di Juan Manuel Olarieta

Quattro anni dopo della polemica scoppiata circa i prodotti transgenici, ovvero i prodotti alimentari ottenuti da organismi geneticamente modificati (OGM), polemica che fu provocata in buona parte dallo scienziato francese Gilles Eric Séralini e dai risultati dei suoi studi sulla dannosità degli OGM sugli organismi umani, il giornale Le Monde (*) assicura che – come non poteva essere altrimenti – la campagna contro di lui fu orchestrata dalla Monsanto,  la potente multinazionale interessata ed eventualmente danneggiata dai risultati delle sperimentazioni.

Come altre volte abbiamo sostenuto, il grande capitale monopolista esercita il suo controllo sulle pubblicazioni scientifiche e, di conseguenza, sulla stessa scienza perchè oggi numerosi scienziati confondono abitualmente entrambe le cose – ed altre in più – nelle loro teste.

Nel 2012 dopo una paziente e coscienziosa ricerca scientifica, Séralini aveva dimostrato che il nutrimento di topi con mais transgenico e trattato con l’erbicida (glisolfato) Roundup prodotto dalla Monsanto, favorisce la crescita di grandi tumori nei roditori sottoposti al trattamento.

Al buon Séralini , arrivarono “mazzate” da parte dei suoi colleghi scienziati, seguaci e gregari del criterio che impone su tutto, anche sulla scienza,  i forti  interessi del grande capitale. In un mondo scientifico caratterizzato da una corruzione imperante, l’articolo di Séralini  fu fatto ritirare dalle riviste scientifiche, in un caso evidente di censura ed intolleranza. Lo stesso Serafini perse il suo incarico e fu emarginato dalla comunità scientifica. Vedi: OGM tossici e cancerogeni

Attualmente risulta evidente che la scienza e la ricerca scientifica non sono autonome  ma vengono dirette e pilotate dagli interessi delle grandi “corporations” come la Monsanto e similari. Perfino il commissario europeo per la Salute (e poteva mancare) attaccò Séralini ma la Storia conosce molti altri casi di personaggi politici senza scrupoli che si nutrono di indagini scientifiche che sono conformi ai desideri delle grandi società ma non hanno valenza scientifica.

Risulta notevole che la rivista “Food and Chemical Toxicology” che aveva in un primo tempo pubblicato l’articolo delle scienziato francese abbia poi voluto cancellarlo dalla memoria. Se fosse questo avvenuto nella età media, lo avrebbero inviato al rogo assieme allo scienziato.  Non sarebbe mai avvenuta una cosa simile in passato, motivo per cui bisogna iniziare a suonare tutti i campanelli d’allarme per capire cosa stia avvenendo nella scienza, nella ricerca e negli scienziati che lavorano alle sperimentazioni.

Gilles Seralini, scienziato anti OGM

Nello stesso modo in cui tra la realtà e noi cittadini si trovano i media, che si chiamano in questo modo perchè sono intermediari, ci trasmettono le notizie (o le manipolano in certi casi), così nella scienza ci sono gli articoli delle riviste scientifiche. Se è vero che una buona parte degli scienziati sono mossi più che dalla scienza da meschini interessi individuali (per la carriera ed le remunerazioni delle ricerche) , come avviene in molte Università, si sappia che con le riviste scientifiche avviene la stessa cosa.

Come qualsiasi altra pubblicazione, le riviste scientifiche muovono interessi economici. Si vendono e sono finanziate dai migliori sponsor che sono quasi sempre imprese private che trattano con altre società per pubblicizzare le ricerche ed i prodotti. La merce che si compra e si vende sono gli articoli che, in alcune occasioni, possono avere lo stesso contenuto scientifico che hanno certi film di Hollywood che si pretendono “basati su fatti reali”.

Tanto gli scienziati che la scienza (che sono due cose diverse) ed i docenti accademici che la diffondono (per non parlare dei divulgatori scientifici) sono tornati ai peggiori tempi dell’oscurantismo medioevale. Si è imposto un nuovo “malleus maleficarum” (manuale dell’inquisitore), la censura, la corruzione istituzionalizzata ma, soprattutto, la direzione ideologica, politica ed economica di tutte e di ciascuna delle indagini scintifiche.  Tutto deve corrispondere agli interessi delle grandi società e del grande capitale dominante.

“Colui che paga comanda” e gli scienziati eseguono quello che gli viene ordinato, quello per cui li pagano e non smette di incuriosire il fatto che gli scienziati a volte critichino le ingerenze estranee alla loro disciplina quando la maggior parte di loro (salvo eccezioni)  sono inquadrati in grandi burocrazie politiche ed ideologiche che, oltre tutto, vanno al di là di un determinato Stato. Sempre di più la scienza è una “politica scientifica” e in certe occasioni, una politica per conto di grandi interessi.

Proteste contro la Monsanto in America Latina

La docilità degli scienziati non era mai stata tanto evidente, come neppure la loro capacità critica era scesa tanto in basso. Non vi è necessità di riassumere i cliché di determinate pubblicazioni, come quelle della rivista  “Scientific American”, per comprovare la regola che in poche occasioni viene smentita: la maggior parte delle tematiche che attirano l’attenzione dei ricercatori, nelle Univeristà e nelle pubblicazioni, non sono questioni verosimili o false, si tratta spesso di tematiche assurde ed irrilevanti.

La scienza si muove in mezzo al cinismo ed alla ipocrisia con un pesce si muove nell’acqua.  I divulgatori si entusiasmano  per le biografie personali di coloro che vengono considerati grandi scienziati ma che nella loro epoca furono perseguitati ed emarginati per l’oscurantismo dominante. Vorrebbero far credere che queste situazioni siano esistite soltanto nel passato. Oggi non sarebbe più così (secondo loro). Per quello si assumono il ruolo di inquisitori e di censori che altri hanno esercitato in altri tempi; si giustifica la persecuzione in nome della scienza e della “comunità scientifica”, non si ammette alcun tipo di discussione e si disprezzano coloro che sostengono teorie divergenti.

“Tertium non datur”, diceva Leibniz.

(*) http://abonnes.lemonde.fr/planete/article/2017/10/05/l-affaire-seralini-ou-l-histoire-secrete-d-un-torpillage_5196526_3244.html

Traduzione: L.Lago

Fonte: Controinformazione.info

Sabrina costruisce un aereo per papà a 14 anni VIDEO

Si chiama Sabrina Gonzales Pasterski ed è divenuta famosa per il regalo che ha fatto al papà.

Nel 2008, ad appena 14 anni, sale agli onori della cronaca per aver costruito da sola un aeroplano pezzo su pezzo da regalare a suo papà. Come potrete vedere nel video non si tratta di un modellino ma di un vero e proprio aereo funzionante.

Oggi Sabrina ha 24 anni ed il suo curriculum è incredibile tanto che viene definita l’erede di Einstein, ha una pagina su Wikipedia dalla quale elenchiamo solo premi ed onori:

  • 2010, Illinois Aviation Trades Association Industry Achievement Award
  • 2012, Scientific American 30 sotto i 30 anni
  • 2012, Lindau Nobel Laureate Meetings Giovani ricercatori
  • 2013, Premio per la borsa di studio di Orloff del Dipartimento di Fisica del MIT
  • 2015, Forbes 30 sotto i 30
  • 2015, Fellowship della Fondazione Hertz
  • 2017, Forbes 30 sotto 30 All Star
  • 2017, premio Marie Claire Genius
  • 2017, Silicon Valley Comic Con Headliner

Sostiene di non aver mai fumato, né bevuto, nè avuto un fidanzato (per quanto sia piuttosto carina). Nel tempo libero, dice, studia la fisica quantistica, i buchi neri e i viaggi spazio temporali. Ha rifiutato offerte di lavoro da Jezz Bezos e dalla Nasa per continuare gli studi. Ai suoi coetanei una volta ha detto: “Siate ottimisti, quando si è piccoli si fanno un sacco di sogni su cosa si farà da grandi. Ecco non dobbiamo perdere questa capacità”.

Ecco il video che ha avuto un enorme successo su Youtube:

 

La musica più antica del mondo? Hanno suonato un flauto Neanderthal di 60mila anni fa. Ecco il risultato

L’idea, inizialmente dominante, che i Neandertahl fossero una specie di uomini-scimmia, rozzi e animaleschi, ormai dev’essere rigettata.

Nel 1995 nel sito di Divje Babe I, nell’indubbio contesto di un focolare musteriano, l’archeologo Ivan Turk rinvenne un pezzo di diafisi del femore sinistro di un orso delle caverne piuttosto giovane (2 anni d’età al massimo). L’osso, spezzato a entrambe le estremità, presenta sul lato posteriore due fori completi e quelli che potrebbero essere altri due fori incompleti, uno per ogni estremità spezzata; stando così le cose, l’osso dovrebbe aver avuto almeno 4 fori, se non di più, prima della sua rottura. Il reperto è lungo 11,36 cm (in origine, l’intera diafisi doveva misurare sui 21 cm) e i diametri dei due fori completi variano da 9 a 9,7 mm. La distanza fra i centri dei due fori è di 3,5 cm. […] viste le caratteristiche del reperto e il suo contesto, Turk lo chiamò “flauto neandertaliano”. Tuttavia, non appena la scoperta venne resa pubblica, la sua classificazione come strumento musicale fu subito criticata. (Wikipedia)

Il dilemma se i fori nell’osso fossero accidentali o finalizzati, è stato risolto solo nel 2009. Ljuben Dimkaroski, membro della Ljubljana Opera Orchestra per 35 anni (tromba), ha ricevuto una replica di argilla del flauto dal curatore del Museo Nazionale Sloveno in occasione della mostra Image in Stone di Ljuben. Nei suoi sogni, circa un anno dopo, ha avuto un indizio su come suonare questo strumento preistorico. Chi volesse approfondire le notizie sulla scoperta, può cliccare qui.

Nel video che segue è possibile ascoltare il suono dello strumento. Attenzione: state per ascoltare il più antico strumento musicale dell’umanità. E la melodia potrebbe far vibrare quel 2,5% di DNA Neanderthal che è dentro ogni uomo euroasiatico. Infatti non solo i Neanderthal non erano uomini-scimmia rozzi e animaleschi ma non sono neppure i nostri antenati. Sapiens e Neanderthal hanno convissuto per decine di migliaia di anni e si sono accoppiati. Il risultato di quell’incrocio siamo noi. Per saperne di più, è disponibile su Amazon L’origine dell’uomo ibrido. Anche su Ebay.

WhatsApp, in arrivo la funzione Recall per cancellare i messaggi e le chiamate di gruppo

di Matteo Acitelli

La popolare app di messaggistica istantanea è pronta a rilasciare la tanto attesa funzionalità Recall, la novità che consentirà a tutti gli utenti iscritti al popolare servizio di cancellare i messaggi inviati per errore.

La popolare app di messaggistica istantanea è pronta a rilasciare la tanto attesa funzionalità Recall, la novità che consentirà a tutti gli utenti iscritti al popolare servizio di cancellare i messaggi inviati per errore. A differenza di quanto disponibile fino ad oggi, con il prossimo aggiornamento di WhatsApp per smartphone Android e iOS gli utenti avranno la possibilità di eliminare i messaggi inviati per errore sia sul telefono del mittente che su quello del destinatario.

Già da diversi mesi si vocifera del rilascio di questo aggiornamento ed ora sembra che il team di ingegneri dell’azienda sia pronto a distribuire a livello globale l’atteso update. Una volta scaricato l’aggiornamento tramite il Google Play Store e l’App Store, infatti, gli utenti troveranno tra le impostazioni dell’applicazione la possibilità di selezionare i messaggi inviati e cancellarli prima che il destinatario li legga. Come anticipato qualche tempo fa, la funzione Recall, nota anche come Unsend e Revoke, permetterà di eliminare solo i messaggi non ancora letti ed inviati entro cinque minuti. Questa nuova funzione consentirà di eliminare ogni tipologia di contenuto: oltre ai messaggi testuali si potranno infatti cancellare foto, video, GIF animate e file condivisi.

Oltre a questa novità che sarà resa disponibile entro qualche settimana su WhatsApp per Android e iPhone, il noto leaker WABetaInfo ha da poche ore scoperto che il team di sviluppatori di WhatsApp è al lavoro per implementare le chiamate di gruppo. Tramite un aggiornamento lato server, infatti, l’azienda ha intenzione di consentire a tutti gli utenti che utilizzano l’applicazione di effettuare chiamate all’interno dei gruppi WhatsApp.

Fonte: Fanpage

In arrivo dalla Russia materiale radioattivo dal potenziale catastrofico. Ecco dove sarà collocato

GRAN SASSO: IN ARRIVO UNA SORGENTE RADIOATTIVA DALLA RUSSIA

  • di Gianni Lannes

Radiazioni in arrivo sotto una montagna sacra italiana. Rischi inaccettabili in territorio sismico con il maggiore acquifero del centro Italia, in un laboratorio già classificato a rischio di incidente rilevante dalle normative europee. Nel belpaese la materia nucleare è oscura, sempre coperta da segreti indicibili ai comuni mortali. Prendete ad esempio il caso del trasferimento dalla Russia in Italia fra sei mesi (arrivo previsto ad aprile dell’anno 2018) di una potente sorgente radioattiva a base del micidiale cerio 144, dal potenziale catastrofico.

Nei programmi ignoti all’opinione pubblica e alla popolazione locale, la sorgente radioattiva da 100/150 mila curie sarà incapsulata nel più grande contenitore di tungsteno mai prodotto, in Cina, da 19 centimetri di spessore, per schermare le radiazioni gamma. L’attività radioattiva della sorgente è pari a circa un quarto del cesio 137 radioattivo emesso nell’oceano da Fukushima, come riporta il rapporto tecnico della Iaea sull’incidente. Il trasporto della sorgente prodotta a partire dal combustibile, avverrà dal sito nucleare di Mayak, tristemente nota per essere la città dove nel 1957 avvenne un grave incidente, attraverso la Francia in un contenitore fornito dalla Areva, colosso transalpino del nucleare.


Dove andranno a collocarla? In un luogo sicuro? Macché nelle viscere di una montagna abruzzese ricca di acqua da bere, addirittura sotto un mastodontico serbatoio di idrocarburi, in un laboratorio valutato a rischio di incidente rilevante secondo le direttive Seveso. Per giunta, grazie ad un finanziamento dell’Unione europea di 3,5 milioni di euro e la benedizione del governo illegittimo del passacarte eterodiretto di turno a nome di Paolo Gentiloni (assurto alle cronache per aver regalato in gran segreto nel 2015 addirittura 339,9 chilometri quadrati di mare italiano alla Francia). Lo stesso Gentiloni che ha presentato un disegno di legge in fase di approvazione al fine di ridurre al silenzio l’informazione indipendente sul web in Italia.

Il vice presidente della regione Abruzzo tale Lolli dichiara: “giochi di parole e nessun documento”. Ma i fatti documentati lo smentiscono clamorosamente. Ecco il decreto del ministero dello Sviluppo Economico che autorizza la potente sorgente radioattiva; e Regione coinvolta per legge in più fasi. Altro che decisioni francesi: l’INFN paga per 2/3 la sua produzione. Carta canta: l’uso della potente sorgente radioattiva al Gran Sasso è stata autorizzata da un decreto del ministero dello Sviluppo Economico su richiesta avanzata il 27 novembre 2014 dai Laboratori; la regione è coinvolta nell’iter.

Il movimento “Mobilitazione per l’Acqua del Gran Sasso” è in grado di presentare una slide del ricercatore Gioacchino Ranucci dell’INFN che in una presentazione allo Scientific Committee dell’INFN dell’11 aprile 2016 mostra l’incipit del decreto del ministero dello Sviluppo che, in accordo con il ministero dell’Ambiente, ha rilasciato l’autorizzazione all’uso della sorgente radioattiva.

Non a caso l’affare ha preso le mosse nel 2014, sotto il governo Renzi, con tanto di autorizzazione ministeriale rigorosamente riservata, tant’è che il relativo decreto non è mai stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale o comunque reso di dominio pubblico. Se qualcuno si azzarda a cercare gli atti sul portale del Mise non trova niente, se non un francobollo commemorativo e qualche altra banalità, in palese violazione della Convenzione europea di Aarhus, ratificata dalla legge statale italiana numero 108 del 2001.

Insomma, si saranno detti, come sempre a Roma, meglio non far sapere alla gente comune dei gravi rischi e pericoli. Attenzione, però, c’è un appello alla mobilitazione generale e alla trasparenza in merito all’esperimento Sox, in fase di allestimento nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Infn. Lo lancia il Movimento ‘Mobilitazione acqua Gran Sasso’ che, dopo avere scoperto che l’esperimento comporterebbe l’ installazione, in galleria, di materiale radioattivo in ambiente già a rischio di incidente rilevante, vuole sapere dalle istituzioni chi abbia rilasciato le autorizzazioni necessarie. «Siamo pronti ad andare in Procura, lo abbiamo già fatto in altre situazioni in cui ambiente e popolazione sono minacciati – ha detto, in conferenza stampa, Augusto De Sanctis del Movimento – e ora vogliamo conoscere le carte». Mercoledì 18 ottobre, quindi, assemblea del Movimento a Teramo per decidere le prossime azioni. «Facciamo appello al buon senso e a un’opposizione dura e compatta di cittadini e istituzioni. C’è il rischio – dice De Sanctis – di effetto domino in caso di incidente. La sorgente radioattiva – aggiunge – sarà collocata entro aprile 2018. Gli effetti di un eventuale incidente nucleare nei Laboratori del Gran Sasso rischiano di avere conseguenze catastrofiche su quasi tutto l’Abruzzo, parte delle Marche e sull’Adriatico», ha spiegato De Sanctis.

La quantità di emissioni della sorgente di Cerio 144 in arrivo entro aprile 2018 dalla Russia, da Mayak dove si sta manipolando il combustibile nucleare proveniente dal reattore della Centrale nucleare di Kola, è dell’ordine di grandezza del rilascio in mare a Fukushima di Cesio137 (che è stato responsabile di una parte considerevole delle emissioni).

La sorgente radioattiva in questione, secondo i documenti redatti dagli stessi scienziati («ma non abbiamo per ora accesso a documenti di enti pubblici», ha sottolineato De Sanctis) è tra 100.000 e 150.000 curie, cioè tra 3,7 e 5,55 Petabecquerel (PBq). A Fukushima secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica per il Cesio137 finito in mare vi sono diverse stime che oscillano tra 2,7 e 5,7 Petabecquerel. Il valore di 1/4 uscito in questi giorni era riferito alla stima peggiore contenuta in una delle numerose ricerche che si sono occupate dell’incidente giapponese citate dall’IAEA, giusto per usare il valore più conservativo.

«Lì parliamo di emissioni in un oceano», ha spiegato De Sanctis, «qui di un rilascio che potrebbe avvenire dentro una montagna piena d’acqua e da qui interessare diversi corsi d’acqua dal Pescara al Tronto fino ad arrivare all’Adriatico che in confronto al Pacifico è una vaschetta. Un rilascio massivo di quella sostanza dal contenitore renderebbe immediatamente radioattiva l’acqua usata negli acquedotti di L’Aquila e Teramo. Idem quella dei fiumi sui due lati della montagna, dal Pescara al Vomano fino al Tronto (per le varie captazioni Enel che rimandano alla fine parte dell’acqua anche in quel fiume). Si perderebbe l’acqua per l’irrigazione. Difficilmente un territorio simile avrebbe un futuro, tenendo anche conto della necessità di evitare la contaminazione per esposizione diretta della popolazione. Per non parlare dell’Adriatico, che sarebbe raggiunto e contaminato in poco tempo».

Già ora i Laboratori sono classificati come Impianto a Rischio di Incidente Rilevante sulla base della Direttiva Seveso Ter a causa dello stoccaggio in due esperimenti di 2.300 tonnellate di sostanze pericolose e infiammabili, 1.000 tonnellate di acqua ragia in LVD e 1.292 tonnellate di trimetilbenzene in Borexino. «Già questo dovrebbe far tremare le vene ai polsi», ha concluso De Sanctis, «visto che, tra l’altro, i laboratori non possono neanche vantare un passato cristallino in considerazione dei diversi incidenti che si sono verificati, con risvolti tragicomici se non stessimo parlando della contaminazione dell’acqua potabile e di quella di un parco nazionale».

Da un comunicato stampa ufficiale ai apprende che lo stesso ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti si è recato il 27 marzo n2017, in visita ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell’INFN.

«I LNGS rappresentano un’infrastruttura di ricerca unica: sono i più grandi laboratori sotterranei al mondo dedicati alla ricerca in fisica astroparticellare, e qui si svolgono esperimenti di frontiera, per la cui realizzazione sono impiegate tecnologie innovative, sviluppate grazie alla collaborazione tra mondo scientifico e industriale. I LNGS sono quindi un’eccellenza, in grado di attrarre scienziati di livello internazionale, provenienti non solo dall’Europa ma anche dal resto del mondo. Per queste ragioni i Laboratori del Gran Sasso rappresentano un’importante risorsa per il territorio abruzzese, per il suo sviluppo e rilancio sociale ed economico. In particolare, la visita del Ministro De Vincenti è stata l’occasione per descrivere alcuni dei progetti di scientifici condotti nei Laboratori, esperimenti che rappresentano l’avanguardia mondiale in settori quali la fisica del neutrino e la ricerca di materia oscura, come il progetto DarkSide-20K. “Un’equipe formidabile per una struttura formidabile, orgoglio del Paese, prima che dell’Abruzzo, che il Governo sostiene – anche economicamente – con convinzione, a partire dal Patto per la Regione”, commenta il Ministro Claudio De Vincenti. “Qui c’è la dimostrazione dell’eccellenza italiana nel campo della ricerca che ci rende protagonisti a pieno titolo nell’ambito di una rete scientifica internazionale. E non solo: i laboratori uniscono, infatti, come dimostra da ultimo il progetto DarkSide, le più alte espressioni della ricerca pura con lo studio delle sue applicazioni a fini sociali”, conclude il Ministro. DarkSide-20k prevede la realizzazione presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso di uno degli esperimenti più avanzati al mondo per la ricerca di materia oscura».

riferimenti:

Gianni Lannes, ITALIA USA E GETTA, Arianna editrice, Bologna, 2014.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=gran+sasso

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=nucleare

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/10/gentiloni-censura-il-web-in-italia.html

https://www.youtube.com/watch?v=ywfN8Bb-yWI

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/Istituto_Nazionale_Fisica_Nucleare.pdf

https://www.lngs.infn.it/it/news/il-ministro-claudio-de-vincenti-visita-i-laboratori-nazionali-del-gran-sasso

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/06/22/16A04676/sg

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/ricerca?searchword=infn%20gran%20sasso&searchphrase=all

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/ricerca?searchword=gran+sasso&op=Cerca&searchphrase=all&dataInizio=2017-10-13+00%3A00%3A00&dataFine=2017-10-13+23%3A59%3A59&ordering=newest

Fonte: Su la testa

Trapianto di testa, e il cuore?

Ti spiego io come calciare: devi imprimere al pallone un’energia pari al prodotto della sua massa per la velocità della luce nel vuoto. Ovviamente al quadrato.

Probabilmente parlerei così ai giocatori, se avessi il cervello di Albert Einstein. Surreale? A quanto pare no. Entro la fine del 2017, un neurochirurgo italiano vuole trapiantare la testa di un paziente su quella di un altro uomo deceduto.

Quindi ci riportate in vita? In via sperimentale, il trapianto è già stato eseguito con successo sui topi e, pare, anche sui cani. Cavoli, mi spiace non avere la coda, altrimenti penso che potrebbe funzionare anche su di me, sugli uomini. 

Io, però, ho anche un cuore, non inteso come muscolo centrale dell’apparato circolatorio, ma come contenitore e generatore di emozioni, di sentimenti, di amore. Quello è trapiantabile? No perché, se anche avessi il cervello di un genio, ma non avessi l’amore, che me ne farei della vita? L’uomo, poi, ha lo spirito. Quello non si vede con radiografie, tac o risonanze; come fai a trapiantarlo? Perché la vita, quella vera, è tutta lì dentro.
Peccato, dunque, che non sia così. Mi sarebbe piaciuto avere la testa di Einstein. Solo per formulare questo suo pensiero: “Non riesco né voglio concepire un individuo che sopravviva alla propria morte fisica; lasciamo ai deboli di spirito il conforto di simili pensieri. Io sono appagato dal mistero dell’eternità della vita”

Nicola Legrottaglie

Il virus del morbillo batte il cancro

Premessa: l’articolo risale al 2014, lo riproponiamo invitandovi ad una riflessione: come mai non abbiamo più sentito parlare di questi studi? Il ministro Lorenzin lo saprà?

Ricercatori americani sono riusciti a fermare il mieloma in una paziente usando una dose massiccia di virus del morbillo, che riesce a distruggere le cellule tumorali

Dstruggere il tumore utilizzando una dose massiccia di virus del morbillo, che riesce a infettare e uccidere le cellule cancerose, risparmiando i tessuti sani. Sono riusciti a farlo i ricercatori statunitensi della Mayo Clinic di Rochester, in Minnesota, in una prima prova effettuata su due pazienti malate di mieloma multiplo che non rispondevano alle altre terapie disponibili e avevano già avuto diverse ricadute.

In particolare, una delle due donne, una 49enne che lottava con la malattia da nove anni, pare essere in remissione completa da sei mesi, per cui gli studiosi sperano possa essere sulla via della guarigione. Anche l’altra partecipante alla sperimentazione, una 65enne malata da sette anni già sottoposta a vari trattamenti senza successo, ha beneficiato della cura, con una riduzione sia del tumore a livello del midollo osseo che delle proteine di mieloma.

L’articolo che annuncia il successo è per ora comparso soltanto sulla rivista edita dallo stesso ospedale in cui lavorano i ricercatori, Mayo Clinic Procedeenigs , e non su una delle più importanti pubblicazioni scientifiche di rilievo internazionale, come solitamente avviene con le principali scoperte in campo medico.

Gli esperti italiani: «Buona notizia, ma non creiamo illusioni»

«La Mayo Clinic è un’istituzione seria e competente sulla patologia, gli autore dello studio sono buon livello e i risultati dello studio clinico incoraggianti, seppure solo di fase uno – commenta Fabio Ciceri, direttore di Ematoncologia e trapianto di midollo al San Raffaele di Milano -. Certo bisogna attendere le necessarie conferme, perché due soli casi sono pochi e pubblicare sul giornale della propria istituzione è un po’ troppo autoreferenziale». Dello stesso parere è Fabrizio Pane, presidente della Società Italiana di Ematologia e Direttore dell’ Ematologia e Trapianti di Midollo all’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli: «Onde evitare di creare false speranze e creare troppe aspettative è bene essere chiari: presso la Mayo Clinic è in corso una sperimentazione di fase uno che utilizza dosi elevate di un virus del morbillo attenuato come cura contro il mieloma. Si è osservato che questo virus riconosce un recettore espresso sulle cellule del mieloma, il CD46, e entrando nelle cellule ne determina la lisi (demolizione, ndr). Utilizzando dosi elevate del virus, si può determinare una lisi selettiva della massa neoplastica. Ci sono ovviamente ancora aperti molti problemi – continua Pane -: bisogna valutare la sicurezza della procedura, capire fino a che punto la terapia sia efficiente (l’espressione del CD46 può essere un punto critico, visto che in un numero significativo di casi è bassa) e poi restano da valutare le eventuali possibili “interferenze” delle vaccinazioni effettuate dal paziente in età pediatrica». Nella loro pubblicazione, del resto, sono gli autori stessi dello studio che dichiarano di avere selezionato queste due pazienti perché non avevano avuto il morbillo in precedenza e dunque avevano minori anticorpi verso il virus.

Dagli anni Cinquanta si studiano i virus in chiave anticancro

La viroterapia, ovvero la tecnica che utilizza l’abilità o la proprietà dei virus di trovare e distruggere le cellule tumorali maligne senza danneggiare quelle sane, ha una storia che nasce intorno agli anni Cinquanta. Nella speranza di trovare una strategia anticancro efficace e di «sollecitare» o rafforzare i meccanismi di difesa del sistema immunitario, migliaia di pazienti sono stati trattati con virus oncolitici (elaborati in laboratorio) derivanti da molte famiglie differenti, da quella degli Herpes, alla varicella, ai più comuni virus influenzali.

Tratto da: Radical Bio

Articolo originale

Tre fatti scientificamente inspiegabili sull’immagine di Guadalupe

Uno dei più impressionanti: il mantello ha le caratteristiche di un corpo umano vivo!

Il 12 dicembre 1531 la Madonna apparve in Messico a un indigeno di 57 anni di nome Juan Diego, a cui chiese di raccogliere con la suatilma, un mantello tipico fatto di un tessuto molto povero, delle rose che erano fiorite nonostante fosse inverno e di presentarle all’arcivescovo monsignor Juan de Zumárraga come prova delle apparizioni. Quando Juan Diego dispiegò il mantello con le rose davanti all’arcivescovo, i presenti si resero conto che sulla tilma dell’indigeno era impressa l’immagine che oggi tutti conoscono come Nostra Signora di Guadalupe.

L’immagine impressa sul mantello di San Juan Diego ha delle caratteristiche straordinarie che sfidano la scienza ormai da cinque secoli:

1 – L’immagine sul mantello non è dipinta ed è impossibile replicarla

Il manto, tessuto principalmente con fibre di cacto, è di qualità molto bassa. La sua superficie ruvida, già difficile da indossare, rende quasi impossibile la conservazione di qualsiasi immagine che vi sia dipinta sopra. L’immagine di Guadalupe, tuttavia, è intatta da 500 anni.

Gli scienziati e gli esperti di fotografia che l’hanno studiata garantiscono che non è stata usata alcuna tecnica di pittura adeguata a quel tessuto, e che non esistono tracce di pennello. Quello che si è invece scoperto è che l’immagine è stata letteralmente impressa, tutta allo stesso tempo, sul mantello, e che la sua colorazione non presenta elementi animali né minerali, oltre a cambiare leggermente di tonalità in base all’angolazione dalla quale si guarda. Come se non bastasse, anche se il mantello è ruvido, la parte di esso sulla quale è rimasta impressa l’immagine è diventata liscia come seta.

Non si è mai riusciti a replicare alcuna immagine con le stesse proprietà di quella impressa sul mantello di Juan Diego, a cominciare dal fatto che dura da 500 anni senza scolorirsi su un tessuto di pessima qualità. Le migliori approssimazioni sono state ottenute dall’artista Miguel Cabrera nel XVIII secolo, che ha descritto l’immensa difficoltà di ricreare quell’immagine anche sulle superfici migliori.

L’immagine contiene un’infinità di dettagli che colpiscono:

  • I capelli sciolti della Madonna di Guadalupe sono un simbolo azteco di verginità.
  • Una delle mani è più scura e l’altra più bianca, a indicare l’unione tra i popoli.
  • Le 46 stelle impresse sul mantello rappresentano esattamente le costellazioni viste nel cielo la notte del 12 dicembre 1531.
  • I raggi del sole, la principale divinità venerata dalla cultura azteca, si intensificano sul ventre di Maria, che è incinta.
  • La luna sotto i piedi, oltre a evocare la “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi” descritta nell’Apocalisse, richiama anche il nome del Messico in lingua azteca: “centro della luna”.
  • L’angelo, rappresentato con ali di uccelli tipici della regione di Città del Messico, simboleggia l’unione tra la terra e il cielo.

2 – Il mantello ha le caratteristiche di un corpo umano vivo!

Nel 1979, il biofisico dottor Phillip Callahan, dell’Università della Florida, ha analizzato il mantello con una tecnologia a raggi infrarossi e ha scoperto che ha una temperatura costante tra i 36.6 e i 37 gradi Celsius, che è la temperatura normale di una persona viva.

Il medico messicano dottor Carlos Fernández de Castillo, che ha esaminato il tessuto, ha trovato sul ventre di Maria un fiore a quattro petali che gli aztechi chiamavano “Nahui Ollin”, simbolo del sole e della pienezza.

Proseguendo i suoi esami, il dottor Fernández de Castillo ha concluso che le dimensioni del corpo della Madonna nell’immagine erano le stesse di una gestante che deve partorire entro pochi giorni. Il 12 dicembre, giorno dell’apparizione, è decisamente vicino al 25 dicembre, Natale.

L’oculista peruviano dottor José Alte Tonsmann si è invece concentrato sullo studio degli occhi dell’immagine della Madonna di Guadalupe. Ingrandendoli 2.500 volte, ha identificato il riflesso di fino a 13 individui in entrambi gli occhi, con proporzioni diverse, esattamente come avviene quando l’occhio umano riflette un’immagine. Sembra che sia stato catturato il momento esatto in cui San Juan Diego ha dispiegato il mantello davanti all’arcivescovo Zumárraga e alle altre persone presenti in quell’occasione.

3 – Il mantello, nonostante la pessima qualità, sembra essere indistruttibile!

Nel 1785, in occasione della pulizia del vetro che protegge il mantello, del solvente con acido nitrico si è riversato su gran parte dell’immagine, che avrebbe dovuto corrodersi all’istante. L’immagine, tuttavia, si è restaurata da sola in 30 giorni e ancora oggi è intatta, con piccole macchie in alcune parti del mantello che non contengono l’immagine.

Nel 1921 un militante anticlericale ha posto davanti all’immagine, nella basilica di Nostra Signora di Guadalupe, un vaso di rose che in realtà conteneva 29 cariche di dinamite. L’esplosione ha fatto volare in aria dal pavimento all’inginocchiatoio di marmo, raggiungendo perfino finestre situate a 150 metri di distanza. Un pesante crocifisso di bronzo e i candelabri di metallo che erano ai lati dell’immagine si sono accartocciati per la forza dell’esplosione, ma l’immagine e il vetro che la proteggeva, che non era neanche a prova di pallottole, sono rimasti perfettamente intatti.

Fonte: Aleteia

Gli hacker possono spiarci e prendere il controllo dei nostri dispositivi intelligenti

  • di Ella Willis

Possono controllare Siri, Alexa, Google now tramite comandi ad ultrasuoni inudibili.

Secondo alcuni ricercatori dell’Università Zhejiang in Cina , gli assistenti vocali, tra cui il SIRI della Apple e l’ Alexa di Amazon, possono essere controllati dagli hacker tramite comandi vocali impercettibili.

Questo è possibile utilizzando una tecnica che traduce i comandi vocali in frequenze ad ultrasuoni troppo elevate per poter essere percepite da orecchi umani.

La tecnica, denominata ‘DolphinAttack’, potrebbe essere utilizzata per scaricare un virus, inviare falsi messaggi e aggiungere falsi eventi a un calendario.

Potrebbe anche consentire agli hacker l’accesso a video o telefonate in uscita, permettendogli di spiare le loro vittime.

Lo studio ha rilevato che le applicazioni di assistenti vocali di quasi tutte le attuali piattaforme, rischiano di essere controllate.

Mentre questi comandi non possono essere uditi dagli essere umani, i comandi audio a bassa frequenza possono essere intercettati, recuperati e poi interpretati dai sistemi di riconoscimento vocale.

Gli assistenti vocali sempre attivi, come Alexa, sono estremamente vulnerabili agli attacchi informatici.

In totale, il nuovo studio identifica sedici dispositivi e sette sistemi sensibili al ‘DolphinAttack’.

I ricercatori hanno testato i modelli Apple dall’ iPhone 4 al 7 Plus, l’ Apple Watch, l’iPad Mini 4, l’ Apple MacBook, l’LG Nexus 5X, l’Asus Nexus 7, il Samsung Galaxy S6, il Huawei Honor 7, il Lenovo ThinkPad T440p, l’ Amazon Echo e l’ Audi Q3 .

Fonte: Come Don Chisciotte

Queste impronte potrebbero falsificare la teoria (neo)darwiniana: siamo vicini a una nuova visione dell’uomo?

La notizia è passata senza fare troppo rumore, come se si trattasse di una tra le tante scoperte scientifiche. Tra i vari siti che si occupano di questi argomenti, solo Focus ha provato a darle il giusto risalto, titolando: «Le impronte fossili che potrebbero cambiare la storia dell’evoluzione umana» (clicca qui per leggere il pezzo).

Di cosa si tratta? Alcuni scienziati hanno pubblicato uno studio su questa rivista in cui spiegano che a Creta hanno trovato una serie di 29 impronte fossili simili a quelle di un uomo. Perché tanto clamore? Per la datazione: quelle impronte, infatti, sono state lasciate da un essere simile a un uomo ben 5,7 milioni di anni fa. E quale sarebbe il problema? Semplice: secondo l’attuale teoria neodarwiniana, nessuna creatura simile a un uomo poteva esistere 5,7 milioni di anni fa.

Questa nuova scoperta ben si accorda con quanto ipotizzato in un libro appena pubblicato, «L’origine dell’uomo ibrido» (clicca qui per andare al libro). Citiamo dal capitolo 8, Animali umani:

«[…] una cosa sono i dati scientifici, un’altra è l’interpretazione di quei dati che gli scienziati possono fornire, creando una teoria. Gould ha scritto che i dati non «parlano» da soli ma vengono letti alla luce della teoria. Mentre i dati scientifici, in quanto tali, non possono che essere sempre veri, le teorie possono anche essere sbagliate. Per entrare nel merito: noi abbiamo diversi dati scientifici che ci dicono che in passato sono vissute forme umane differenti dalla nostra. Questo è assodato. Ma perché sono vissute queste forme umane differenti? La teoria che oggi domina incontrastata è quella dell’evoluzione: da un tipo umano più bestiale, vissuto nel passato remoto, si sarebbe giunti a forme più moderne vissute in tempi più recenti. Questa teoria, che non fa una piega, implica che i dati scientifici, in questo caso i fossili di ominidi e i manufatti da loro prodotti, seguano una certa progressione temporale: se l’Homo sapiens si è evoluto dall’Homo habilis, che è vissuto 2milioni di anni fa, non possiamo trovare il fossile di un sapiens in uno strato geologico vecchio di milioni di anni altrimenti la teoria dell’evoluzione crollerebbe».

Il discorso è semplice: se l’uomo si è evoluto da specie pre-umane, dobbiamo trovare nel passato remoto i fossili di queste specie e in tempi più recenti i fossili di uomini. Se si scopre che nel passato remoto hanno convissuto forme pre-umane e umane, diventa chiaro che queste ultime non si possano essere evolute dalle prime.

A questo punto sorge spontanea una domanda: siamo sicuri che le impronte di Creta siano vecchie di 5,7 milioni di anni? Non potrebbe esserci stato un errore nella datazione?

Citiamo ancora L’origine dell’uomo ibrido che nel paragrafo Quant’è antico l’uomo? parla di altre impronte umane che provengono da un’epoca sbagliata

«Anche un paleontologo del calibro di Louis Leakey credeva che nel passato avessero convissuto diverse forme umane. Non solo, lo scienziato britannico ebbe un’importante intuizione: «Non è possibile che [queste diverse forme umane] siano tutte varianti risultate da accoppiamenti incrociati tra Homo erectus e Homo sapiens?». L’intuizione trova una mezza conferma in un recente studio, coordinato da David Reich e pubblicato su Nature, in cui s’ipotizza un processo d’ibridazione tra proto uomini e proto scimpanzé durato milioni di anni. Se i tipi umani vissuti nel passato fossero stati generati da incroci, si spiegherebbero anche i buchi, altrimenti paradossali, del registro fossile:

sulla base delle nostre conoscenze dei fossili africani, il genere Homo può essere vecchio quanto le australopitecine. D’altra parte continuano a mancare prove certe di un qualunque cambiamento progressivo all’interno di una qualsiasi specie di ominide. [S. J. Gould]

Un modello simile implicherebbe che l’uomo moderno sia molto più antico di quanto la scienza ufficiale sia disposta a credere. Già nel 1984, l’antropologo Frank Spencer dichiarò:

Dall’accumularsi delle testimonianze fornite dagli scheletri, sembrerebbe che i resti ossei degli uomini odierni risalgano a tempi estremamente remoti, un fatto che a quanto pare, avrebbe dovuto indurre molti studiosi ad abbandonare o a modificare i propri punti di vista sull’evoluzione umana.

La teoria dell’evoluzione implica che l’origine dell’uomo moderno sia relativamente recente. Questa convinzione viene portata avanti con i metodi che abbiamo illustrato sopra [nei capitoli precedenti], metodi che venivano già denunciati dal grande paleontologo Sir Arthur Keith nel 1931:

In passato, è successo con grandissima frequenza che la scoperta di resti umani in un sito influenzasse l’opinione di un esperto circa l’età del deposito; la tendenza è stata quella d’interpretare la testimonianza geologica in modo che non andasse a scontrarsi in maniera clamorosa con la teoria delle origini recenti dell’uomo.

Che l’uomo moderno sia più antico di quanto risulti dal tradizionale modello evolutivo, ne è convinto anche il professor Charles Oxnard, che è perentorio: «La nozione convenzionale dell’evoluzione umana deve ormai essere seriamente modificata o anche respinta … è necessario indagare su concezioni nuove». Ma allora l’uomo moderno di quanto sarebbe più antico? A questo proposito ci limitiamo a citare un’interessante e bizzarra scoperta avvenuta a Laetoli, nel 1979, da parte della paleoantropologa Mary Leakey, moglie di Louis, che trovò delle impronte fossili su uno strato di ceneri vulcaniche solidificate. L’autrice della scoperta scrisse sul National Geographic che le orme «sembrano così umane, così attuali, per essere state trovate in un tufo tanto antico». L’antropologo Russell Howard Tuttle dichiarò:

La forma delle impronte non si potrebbe distinguere da quella lasciata da un uomo che proceda sicuro e abitualmente a piedi scalzi […] Sulla base strettamente morfologica, si potrebbero classificare le impronte definendole quelle di un Homo … dato che sono tanto simili alle orme di un Homo sapiens, ma l’età che è stata loro attribuita riuscirebbe forse a dissuadere molti paleoantropologi dall’accettare questa definizione. Ho il sospetto che se queste impronte non avessero una data, o se avessero una data più recente, la maggior parte degli esperti probabilmente ne accetterebbero l’attribuzione all’Homo.

Aggiungiamo anche la dichiarazione di un altro famoso paleoantropologo, Timothy Douglas White:

Cercate di non sbagliarvi a questo proposito. Sono come le impronte attuali dell’uomo. Se una di esse venisse lasciata oggi sulla sabbia di una spiaggia della California e a un bambino di quattro anni venisse domandato di cosa si tratta, risponderebbe subito che qualcuno ha camminato proprio lì. Non riuscirebbe a distinguerle dalle altre centinaia su quella stessa spiaggia, né le distinguereste voi. La morfologia esterna è identica. C’è un calcagno opportunamente conformato e attuale con un marcato arco e una pianta del piede ben delimitata davanti ad essa. L’alluce si trova su una linea diritta, e non si protende all’infuori come quello di una scimmia.

Insomma, sembrerebbe proprio che le impronte di Laetoli siano quelle di un uomo moderno. Ma c’è un problema, o meglio: c’è un problema per gli scienziati darwinisti. Nessun uomo avrebbe mai potuto lasciare quelle orme perché quel tufo è vecchio di quasi quattro milioni di anni! In quel periodo nessun Homo passeggiava per il pianeta, secondo la teoria dell’evoluzione; all’epoca, al massimo, si potevano trovare degli australopitechi, ma questi sono considerati simili alle scimmie e le scimmie, è risaputo, non camminano come le persone».

Quindi la recentissima scoperta di uomini che passeggiavano sul pianeta quasi 6 milioni di anni fa, ben si accorda con quanto già pubblicato nel libro che abbiamo citato. Che sia arrivato il momento di cambiare paradigma? Forse Louis Leakey aveva intuito qualcosa d’importante quando, osservando le diverse forme umane del passato, si è chiesto: Non è possibile che siano tutte varianti risultate da accoppiamenti incrociati tra Homo erectus e Homo sapiens? Forse ci stiamo avviciando a scoprire l’origine dell’uomo ibrido?

[Foto impronta di Andrzej Boczarowski]