Attraverso gli scarichi, cocaina e ketamina stanno drogando i pesci dei mari

Cocaina, ketamina e pesticidi tra le sostanze rilevate nei Gammarus Pulex, gamberi di acqua dolce nella contea di Suffolk, in Gran Bretagna.

I ricercatori britannici della King’s College di Londra insieme ai colleghi dell’Università del Suffolk hanno raccolto questi dati tra quindici diverse acque della zona.

Lo studio è stato pubblicato il primo maggio su Environment International.
Le sostanze nocive finisco nelle acque attraverso lo scarico del water, causando seri danni ambientali.

“Sebbene le concentrazioni fossero basse, siamo stati in grado di identificare composti potenzialmente pericolosi per l’ambiente e che potrebbero rappresentare un rischio per la fauna selvatica”. Queste le dichiarazioni del dott. Thomas Miller, uno dei ricercatori.

Gran Bretagna, cocaina anche nelle anguille

Sempre in Gran Bretagna in passato furono fatte ricerche di questo tipo, e anche allora trovarono tracce di cocaina nelle anguille del Tamigi.

Riscontrare sostanze nocive nelle anguille era abbastanza scontato in quanto la ricerca si svolse in acque di zone metropolitane.

La contea di Suffolk è invece una zona rurale e si pensava fosse ancora “pulita” e quindi, non contaminata.

E in italia? Secondo uno studio del Centro europeo per il monitoraggio delle droghe, Bolzano è la città italiana dove si consuma più cocaina: 392 milligrammi per 1000 persone.

Bolzano, insieme a Milano, risulta essere anche tra le prime città d’Europa. In questa indecorosa classifica la Gran Bretagna con Bristol si conferma al primo posto, seguita da Zurigo e Barcellona.

Tornando alla ricerca nelle acque della contea di Suffolk e alla luce dei dati inerenti alle grandi città europee, diventa più comprensibile la meraviglia dei ricercatori.

La ricerca mette in evidenza due aspetti molto inquietanti: da un lato il problema ambientale e dall’altro quello sociale.

Le zone rurali infatti, sono sempre state considerate come luoghi tranquilli dove la frenesia delle grandi città e tutto ciò che ne consegue non intacca il quieto vivere. Evidentemente le cose stanno cambiando… e non è un buon segno.

Luna Rosa: ecco quando ammirarla nei prossimi giorni e il suo significato

La Luna Rosa splende nel cielo di aprile: quando vederla e perché si chiama così –  di Andrea Centini

Poco dopo le 13:00 del 19 aprile la Luna raggiungerà la fase di Luna Piena, che in questo mese prende il caratteristico nome di Luna Rosa.

L’appellativo deriva dalla tradizione dei nativi americani algonchini e non ha nulla a che vedere col colore del satellite.

Si riferisce infatti alla fioritura della pianta Phlox subulata, che tinge di rosa interi prati degli Stati Uniti centrali e orientali.

Alle 13:12 di venerdì 19 aprile la Luna raggiungerà la fase di plenilunio, completando il ciclo iniziato con la Luna Nuova di venerdì 5.

In questo mese la Luna Piena prende l’affascinante nome di “Luna Rosa”, come sempre legato alle antiche tradizioni dei nativi americani algonchini, la tribù più numerosa (anche al giorno d’oggi) e dunque quella con un potere decisionale maggiore.

I cosiddetti “indiani d’America” non scandivano i propri anni con il calendario gregoriano, ma con quello lunare, e ad ogni plenilunio attribuivano un nome legato a un peculiare evento naturalistico (o comunque significativo per la tribù) che lo caratterizzava. Ecco tutto quello che c’è da sapere sulla Luna Rosa del 2019.

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Luna Rosa, perché si chiama così

Pur facendo riferimento a un colore, il nome Luna Rosa non è legato alla “tinta” del brillante disco del satellite che attraverserà il cielo; lo vedremo infatti sempre dello stesso colore bianco-giallognolo, leggermente più spento rispetto ai primi tre mesi dell’anno, poiché il plenilunio di aprile non sarà una cosiddetta “superluna” (la Luna si troverà infatti a circa 373mila chilometri di distanza dalla Terra, mentre tutte le superlune si verificano al di sotto dei 362mila chilometri).

Ma allora perché si chiama “Luna Rosa”? La ragione risiede nella fioritura della pianta da fiore Phlox subulata, una specie appartenente alla famiglia delle Polemoniaceae conosciuta anche con i nomi di flox, muschio rosa, muschio phlox, phlox strisciante o phlox di montagna.

Si tratta di una pianta sempreverde i cui delicati fiori (a cinque petali) prendono un caratteristico colore rosa-magenta, che in alcune aree degli Stati Uniti orientali e centrali creano immense distese tinte di questo colore.

Per i nativi americani la vista suggestiva dei prati in fiore rappresentava la piena entrata nella bella stagione, dopo i rigori dell’inverno conclusosi da qualche settimana.

Esistono diverse varianti (e anche cultivar) della bella Phlox subulata, con fiori colorati di bianco, blu, malva e altre sfumature, ma quella più cara ai nativi americani era indubbiamente quella rosa.

Quando e come vedere la Luna Rosa

Come indicato, il disco della Luna Rosa raggiungerà la pienezza alle 13:12 di venerdì 19 aprile, tuttavia per ammirarlo nel cielo dovremo aspettare la sera, dato che sorgerà a Est attorno alle 20:00 (ora di Roma) e tramonterà alle 6:43 del giorno successivo.

Poiché la Luna appare piena diverse ore prima e dopo l’effettivo plenilunio, anche la sera e la notte di giovedì 18 aprile ci sarà un bellissimo spettacolo da osservare nel cielo.

La sera del 19 il satellite inizierà la sua cavalcata nel cuore della costellazione della Vergine e al di sopra della costellazione della Bilancia, a pochi gradi di distanza dalla brillante stella Spica.

Raggiungerà la massima elevazione nel cielo meridionale, prima di rituffarsi dietro l’orizzonte.

Lo spettacolo sarà garantito ammirandola ad occhio nudo, con un binocolo o magari col telescopio, tenendo sempre presente che l’eccessiva luminosità del plenilunio “cancella” alcuni dettagli di mari e crateri, che regalano il massimo spettacolo durante le fasi intermedie. Fonte: scienze.fanpage.it

La foto storica: ecco com’era questo buco nero 50 milioni di anni fa

Ecco com’è fatto un buco nero: pubblicata la prima, storica foto – di Andrea Centini

Gli scienziati del progetto internazionale Event Horizon Telescope (Eht) hanno pubblicato la prima, storica immagine di un buco nero.

Si tratta del buco nero supermassiccio sito nel cuore della galassia M87, a 50 milioni di anni luce dalla Terra. L’immagine del secolo è stata ottenuta puntando la galassia con otto potentissimi radiotelescopi.

La prima, storica immagine di un buco nero è stata appena presentata al mondo intero. Si tratta di un risultato scientifico straordinario, giunto dopo decenni di complicatissimi calcoli e teorie che si sono susseguiti fino ad oggi, mercoledì 10 aprile 2019, un giorno che rimarrà impresso nella storia della ricerca scientifica.

Buco nero supermassiccio

Ad essere immortalato è stato il buco nero supermassiccio nel cuore della galassia M87, sita a 50 milioni di anni luce da noi, nel cuore dell’Ammasso della Vergine.

Si tratta quasi di una “sorpresa”, dato che l’immagine attesa era quella di Sagittarius A*, il buco nero supermassiccio nel cuore della nostra galassia, la Via Lattea.

L’immagine è stata ottenuta dagli scienziati del progetto internazionale Event Horizon Telescope (EHT), che hanno puntato il cuore della galassia M87 con otto potentissimi radiotelescopi disclocati in tutto il mondo.

Gli strumenti che hanno partecipato sono l’ALMA, l’APEX, l’IRAM, il James Clerk Maxwell Telescope, il Large Millimeter Telescope Alfonso Serrano, il Submillimeter Array, il Submillimeter Telescope e il South Pole Telescope: tutti assieme hanno creato una sorta di super telescopio con una parabola immaginaria grande come il nostro Pianeta.

Com’è fatto un buco nero. Il risultato visibile nell’immagine è molto simile a ciò che si aspettavano di vedere gli scienziati e a ciò che è emerso dalle simulazioni, ovvero un anello di luce attorno a un’area nera.

Si tratta dell’orizzonte degli eventi, superato il quale nemmeno la luce può sfuggire. I buchi neri sono infatti tecnicamente invisibili; la loro immensa attrazione gravitazionale non lascia passare qualunque tipo di radiazione elettromagnetica, come raggi X, luce visibile e infrarossi.

Il buco nero supermassiccio immortalato al centro della galassia M87 ha una massa di 6,5 miliardi di soli.

L’emozione degli scienziati

Per ottenere questo scatto gli scienziati hanno raccolto 4mila Terabytes di dati stipati in migliaia di hard disk, che sono stati inviati con aerei in due centri di calcolo (con super computer) per l’elaborazione: l’Haystack Observatory del Massachusetts Institute of Technology  (MIT) e il Max Planck Institut fur Radioastronomie.

Tra i duecento scienziati che hanno collaborato al progetto c’è anche il professor Ciriaco Goddi, docente all’Universita’ di Nijmegen e Leiden.

Lo studioso ha spiegato all’AGI le caratteristiche dello “scatto”: “L’immagine che abbiamo sviluppato a seguito dell’elaborazione dell’immensa quantità di dati raccolta ci mostra un anello con un disco oscuro al centro e una emissione asimmetrica intorno. Le dimensioni angolari implicano una massa di circa 7 miliardi la massa del Sole: ci sono pochi dubbi che non si tratti di un buco nero. L’asimmetria nell’anello si puo spiegare con un effetto relativistico, chiamato anche Doppler beaming o Doppler boosting: un plasma che si muove a velocità prossime alla velocita’ della luce in rotazione intorno a un buco nero, amplifica l’emissione del plasma che si muove nella nostra direzione. Il disco scuro al centro individua l’orizzonte degli eventi. Il suo aspetto dovuto al plasma che viene inghiottito e scompare”.

Un contributo fondamentale al raggiungimento di questo storico risultato è stato dato dal Regional Center dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), che è gestito da scienziati italiani dell’Istituto Nazionale di Fisica e Astronomia (INAF) di Bologna.

Il presidente dell’istituto italiano Nichi D’Amico ha sottolineato che il risultato appena raggiunto rappresenta “Una pietra miliare della astrofisica moderna, e un formidabile esempio di cooperazione globale”.

Sei studi scientifici

L’annuncio della prima immagine del buco nero, fatto in seno a sei conferenze stampa tenute in tutto il mondo, è stato accompagnato dal lancio di sei articoli scientifici che spiegano nel dettaglio la scoperta.

Saranno presto disponibili ai seguenti link: Articolo I: The Shadow of the Supermassive Black Hole

Articolo II: Array and Instrumentation; Articolo III: Data processing and Calibration; Articolo IV: Imaging the Central Supermassive Black Hole

Articolo V: Physical Origin of the Asymmetric Ring; Articolo VI: The Shadow and Mass of the Central Black Hole

Fonte: scienze.fanpage.it – Ti potrebbe interessare anche Aria sulla luna? I filmati delle missioni lunari mostrano particolari inquietanti

Ecco le scarpe che salveranno gli oceani: 100% organiche e durano 2 anni

Scarpe fatte di alghe e plastica raccolta in mare, così in Messico cercano di salvare l’oceano – di Valeria Paglionico

L’azienda Renovare del messicano Jorge Castro Ramos ha lanciato un’idea fashion innovativa che piacerà moltissimo agli amanti della moda green.

Si tratta di una collezione di scarpe sportive realizzata con plastica riciclata e alghe: ecco quando arriverà sul mercato.

Sono sempre di più le iniziative green che vengono proposte in ogni parte del mondo per ridurre al minimo inquinamento e sprechi, così da prendersi cura dell’ambiente, ma l’ultima trovata nata in Messico ha dell’incredibile.

Scarpe che puliscono gli oceani

L’azienda Renovare ha infatti pulito le acque degli oceani da plastica e alghe tossiche e le ha trasformate in scarpe sportive.

Le calzature sono 100% organiche e di sicuro saranno amatissime da tutti gli amanti della moda eco.

Le scarpe sportive nate da materiale riciclato. Il fondatore dell’azienda Renovare, il messicano Jorge Castro Ramos, ha lanciato un’idea fashion davvero innovativa che piacerà moltissimo agli amanti della moda green.

Ha infatti realizzato una collezione di scarpe sportive partendo da vecchie bottiglie di plastica e alghe di sargassum, quelle che ogni anno invadono le spiagge caraibiche, minacciando le fragili barriere coralline.

“Erano 9 anni che sognavamo di dare vita a calzature ecologiche. Dopo svariati errori abbiamo puntato sulle alghe, usate per creare le suole, visto che contengono metalli che altrimenti potrebbero essere dannosi”, ha spiegato Ramos, che ha ricevuto il brevetto dal centro ufficiale Ciatec per l’innovazione applicata nelle tecnologie competitive.

Un paio di scarpe eco riesce a durare fino a 2 anni, la tomaia è infatti estremamente resistente all’acqua, visto che viene creata con 5-8 bottiglie di plastica, mentre le suole sono comodissime e contengono almeno 100 gr di alghe.

La speranza è che questa collezione possa rafforzare l’economia locale e migliorare l’ambiente.

Per il momento non è ancora arrivata sul mercato, Renovare sta ancora lavorando per aumentare la domanda del prodotto, anche se prossimamente ha intenzione di assumere almeno 150 persone per produrre 20.000 scarpe al mese. Fonte: fanpage.it

Tori spiaggiati sulle isole Canarie: il mistero che sconvolge residenti e turisti

Il terzo nel giro di pochi giorni: ecco il macabro ritrovamento sulle spiagge delle Canarie. E non si tratta di un pesce

Ormai ci siamo abituati, tristemente, alla notizia di capodogli spiaggiati, tartarughe impigliate in pezzi di plastica, ma questo è uno scenario davvero apocalittico, accaduto a largo delle isole Canarie, un mistero che da settimane inquieta gli abitanti delle isole al largo della Spagna.

Ecco cosa è stato rinvenuto al largo di Gibilterra. E la spiegazione potrebbe essere davvero triste.

Ecco il macabro ritrovamento. I cadaveri di tre tori sono stati trovati nelle acque e nelle spiagge al largo di Gibilterra.

Anche se l’origine di questi animali è ancora un mistero, è questa la spiegazione fornita dal Ministero dell’Agricoltura del governo delle Canarie, secondo cui quando gli animali muoiono a bordo vengono buttati in mare per evitare problemi sanitari e agli altri simili presenti a bordo.

Eppure si tratta di una pratica vietata dalle leggi marittime internazionali. Gli animali morti a bordo devono essere inceneriti o comunque tenuti, in attesa di arrivare al porto più vicino.

Una pratica vietata. Non è la prima volta che succede. L’anno scorso una mucca morta è comparsa a Pozo Izquierdo, a sud-est di Gran Canaria.

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Sospetti sui tori spiaggiati nelle Canarie

Il sospetto principale oggi ricade sulla Polaris 2, una nave battente bandiera panamense costruita negli anni ’80 per il trasporto di veicoli, ma che è stata rimessa a nuovo per trasportare bestiame dall’America del Sud in Europa e in Africa.

La nave è partita dall’Argentina il 22 marzo a Ceuta e ha attraversato proprio in questi giorni le acque delle Canarie.

Fonte: SoluzioniBio – Titolo originale: Il terzo nel giro di pochi giorni: ecco il macabro ritrovamento sulle spiagge delle Canarie. E non si tratta di un pesce

Scoperta shock nel sangue degli squali bianchi: ecco cosa hanno trovato

Nelle vene degli squali bianchi scorrono metalli pesanti – articolo dal sito Greenreport

Negli squali bianchi trovati alti livelli di mercurio, arsenico e piombo che assorbono dalla catena alimentare, ma sembrano in salute.

I ricercatori sudafricani e statunitensi che hanno pubblicato sul Marine Pollution Bulletin lo studio “Blood plasma levels of heavy metals and trace elements in white sharks (Carcharodon carcharias) and potential health consequences” hanno scoperto alte concentrazioni di mercurio, arsenico e piombo, in campioni di sangue prelevati da 43 grandi squali bianchi (Carcharodon carcharias) che sono stati catturati e campionati in Sudafrica durante la spedizione Ocearch del 2012.

I campioni di sangue degli squali bianchi avevano livelli che sarebbero tossici per molti animali, ma lo studio «non ha rilevato apparenti conseguenze negative di questi metalli pesanti su diversi parametri di salute misurati negli squali, tra cui le condizioni fisiche, i globuli bianchi e i granulociti rispetto ai rapporti linfocitari, suggerendo che non c’è alcun effetto negativo sul loro sistema immunitario».

Le dichiarazioni dei ricercatori

La principale autrice dello studio, Liza Merly della Rosenstiel School of Marine and Atmospheric Science dell’università di Miami, conferma:

«I risultati suggeriscono che gli squali possono avere un meccanismo di protezione fisiologica intrinseca che attenua gli effetti nocivi dell’esposizione ai metalli pesanti».

Un altro autore dello studio, Neil Hammerschlag della Rosenstiel school e dell’Abess center for ecosystem science and policy dell’università di Miami, spiega:

«Come predatori, gli squali accumulano nei loro tessuti, attraverso la rete alimentare, bio-tossine dalla preda che mangiano. Quindi, misurando le concentrazioni di tossine, come il mercurio e l’arsenico, nel sangue degli squali bianchi, queste possono agire come “indicatori ecosistemici” per la salute dell’ecosistema, con implicazioni per gli esseri umani. Fondamentalmente, se gli squali hanno alti livelli di tossine nei loro tessuti, è probabile che anche le specie che mangiano che stanno sotto di loro avranno tossine, compresi i pesci che mangiano gli esseri umani».

Chris Fischer, capo spedizione e fondatore di Ocearch, sottolinea che «Per raccogliere i campioni, gli squali bianchi sono stati attentamente catturati su una piattaforma specializzata, mentre i campioni di sangue e le misurazioni corporee sono state prese dai biologi prima che gli squali venissero taggati e rilasciati».

Le analisi sul sangue degli squali bianchi

Il sangue degli squali bianchi è stato sottoposto a screening per determinare le concentrazioni di 12 oligoelementi e 14 metalli pesanti e i ricercatori dicono che

«Questo studio fornisce il primo resoconto pubblicato delle concentrazioni ematiche di metalli pesanti negli squali selvatici. I dati servono a creare una baseline e un riferimento per i livelli di metalli pesanti presenti nel sangue degli squali bianchi in Sudafrica. 

Tenuto conto che molte popolazioni di grandi squali stanno sperimentando declini in tutto il mondo, è importante capire l’impatto dei metalli tossici, se ce ne sono, in questa popolazione.

La possibilità che gli squali bianchi possano avere un meccanismo fisiologico che li protegga dagli effetti nocivi dell’esposizione dei metalli offre nuove opportunità per la futura ricerca sugli squali».

Ed Cara ricorda su Gizmodo che «I grandi bianchi sono noti per essere particolarmente abili nell’auto-guarigione e ad evitare i disturbi legati all’età, anche se restano sensibili a malattie come il cancro».

Ma questi antichissimi animali che sembrerebbero indistruttibili sono in realtà a forte rischio a causa della pesca eccessiva – commerciale e sportiva – e il 21 marzo l’International Union for the Conservation of Nature (Iucn) ha pubblicato un aggiornamento della sua Lista Rossa per 58 specie di squali e razze e ben 17 sono state classificate come minacciate di estinzione. Fonte Greenreport

India, fotografato uno scoiattolo gigante color arcobaleno: ecco le immagini

Splendido scoiattolo gigante color arcobaleno fotografato in India: le immagini spettacolaridi Andrea Centini

In una foresta dell’India meridionale è stato fotografato uno splendido esemplare di scoiattolo gigante indiano o scoiattolo gigante di Malabar, una specie conosciuta per il suo manto variopinto.

Il roditore è stato immortalato dal fotografo amatoriale Kaushik Vijayan, i cui scatti hanno fatto rapidamente il giro del mondo.

Un fotografo amatoriale ha catturato in India le immagini di uno splendido scoiattolo gigante indiano (Ratufa indica), conosciuto anche col nome di scoiattolo gigante di Malabar, una specie caratterizzata da un manto variopinto che in questo esemplare si è trasformato in un vero e proprio tripudio di forme e colori.

Lo scoiattolo fotografato da Kaushik Vijayan

Le fotografie sono state scattate nell’India meridionale nel distretto di Pathanamthitta, uno dei più ricchi del popoloso Paese asiatico; a farle è stato il trentanovenne Kaushik Vijayan, che si trovava in una foresta della zona durante una vacanza.

Pur essendo indiano, infatti, l’uomo vive in Arabia Saudita, ma quando torna nel paese d’origine non perde l’occasione per immortalarne la magnifica biodiversità.

Scoiattoli super. Gli scoiattoli giganti indiani, suddivisi in quattro sottospecie, sono grandi scoiattoli arboricoli che possono superare il metro di lunghezza da adulti (circa 40 centimetri il corpo e 60 centimetri la coda).

In base alla sottospecie presa in esame si possono avere due o anche tre colori, che comprendono il crema, il viola, il beige, il fulvo e il marrone scuro con varie sfumature.

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Normalmente, per quanto belli, i colori non risultano molto vividi, ma l’esemplare incontrato da Kaushik Vijayan era una vera meraviglia.

Benché grandi e diffusi, questi scoiattoli sono piuttosto difficili da osservare in natura poiché schivi e timidi; passano la stragrande maggioranza della loro vita sugli alberi.

Scatti virali

Vijayan ha pubblicato le immagini dello scoiattolo sui propri profili social e in pochissimo tempo sono diventate virali, facendo il giro del mondo.

Del resto in gran parte del pianeta siamo abituati a osservare – e nemmeno troppo spesso – scoiattoli piccoli e dalle tonalità grigie e rossastre, come quelle del famigerato scoiattolo nordamericano (Sciurus carolinensis) che sta mettendo in crisi il nostrano scoiattolo europeo (Sciurus vulgaris).

A descrivere quanto fosse unico e spettacolare l’esemplare indiano è stato lo stesso Vijayan: “Ero così sbalordito per quanto fosse stupendo da morire. Era davvero uno spettacolo sorprendente da guardare”, ha dichiarato Vijayan alla CBS News, sottolineando anche di essere rimasto molto colpito e gratificato per i contatti e i complimenti ricevuti da tutto il mondo.

Naturalmente la specie è nota da moltissimo tempo alla scienza (fu classificata nel lontano 1777), ma il mondo è pieno di creature meravigliose poco conosciute al grande pubblico; si ritiene anche che molte specie “nascoste” si estingueranno prima di essere studiate dagli scienziati. Recentemente sono state scoperte in Madagascar due nuove coloratissime e gigantesche specie di insetto stecco.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Splendido scoiattolo gigante color arcobaleno fotografato in India: le immagini spettacolari

Invasione di cimici marmorate: ecco i rischi e come tenerle lontane

Tra le cosiddette specie aliene introdotte in Italia, le cimici asiatiche o cimici marmorate rappresentano uno dei pericoli fitosanitari più seri.

Voraci e con un rapido tasso riproduttivo, questi insetti sono in grado di devastare rapidamente interi frutteti, non essendo ostacolati da predatori naturali come nei Paesi d’origine. In alcune città del Nord Italia sono inoltre una presenza fissa in numerose abitazioni.

Cimici asiatiche, la bella stagione dà inizio alle invasioni: quali sono i rischi – di Andrea Centini

Con l’arrivo della bella stagione e l’avvio delle attività agricole 2019 si sta riaffacciando l’incubo delle cimici asiatiche o cimici marmorate (Halyomorpha halys), insetti originari dell’Asia orientale protagonisti di vere e proprie invasioni distruttive anche in Italia.

Introdotte nel nostro Paese a partire dagli inizi del duemila, a causa del ciclo riproduttivo particolarmente efficiente – ciascuna femmina depone 300/400 uova due volte all’anno – queste cimici danno vita a popolazioni enormi in grado di occupare e devastare rapidamente interi frutteti, arrecando danni ingentissimi alle aziende agricole (come avvenuto nel 2018).

Sono infatti estremamente voraci, e la loro saliva determina deformazioni estetiche e necrosi della polpa dei frutti, rendendoli di fatto invendibili.

Danni significativi vengono registrati anche negli agriturismi e in altre attività ricettive, letteralmente invasi dagli insetti svolazzanti.

Fortunatamente sono totalmente innocui per l’uomo (non pungono e non trasmettono malattie), ciò nonostante quando vengono schiacciati – anche inavvertitamente – emettono un odore sgradevolissimo.

Niente predatori per le cimici marmorate

L’Università di Padova e altri atenei stanno studiando le soluzioni migliori per arginare il problema, ma non si tratta di un compito facile, poiché non si può abusare di fitofarmaci e altri pesticidi, che rischiano di danneggiare gli altri insetti impollinatori e anche la nostra salute.

Dal Settentrione alla Toscana le cimici asiatiche hanno trovato condizioni ambientali favorevoli alla loro biologia, che continuano a “migliorare” grazie all’aumento delle temperature.

Ciò ha contribuito a catalizzare i tassi riproduttivi degli insetti e ad ampliare il loro areale di distribuzione, che ben presto potrebbe coinvolgere altre regioni.

A differenza dei Paesi di origine, come Cina, Giappone e Taiwan, in Italia non esistono insetti antagonisti che si nutrono delle uova delle cimici in modo sistematico (quelli autoctoni non le riconoscono ancora come cibo), per questo tra le soluzioni proposte dagli esperti vi è anche l’introduzione dei loro predatori naturali, ad esempio dei piccoli imenotteri.

Ma introdurre specie aliene può comportare gravi disequilibri agli ecosistemi, minacciare gli animali autoctoni e determinare problemi di sicurezza sanitaria, ecco perché si tratta di una soluzione drastica sulla quale è necessaria la massima riflessione.

Strategie

Recentemente Regioni come la Liguria, il Veneto e la Lombardia hanno messo a disposizione delle aziende dei fondi per proteggere frutteti e altre coltivazioni con una serie di stratagemmi.

Si spazia dalle reti anti-insetto – il sistema d’elezione contro le cimici asiatiche – a trappole di cattura di massa basate su feromoni e kairomoni, passando per materiali pacciamanti, attrezzature per predisporre i suddetti materiali e trattamenti tradizionali con pesticidi biologici e microbiologici.

Si tratta di soluzioni efficaci in molte situazioni ma che purtroppo non risolvono il problema alla fonte.

Del resto non sono solo gli agricoltori e i proprietari degli agriturismi a combattere con le cimici asiatiche.

In diverse città del Nord sono diventate infatti una presenza fissa in molte abitazioni, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, quando il calo delle temperature porta le cimici a invadere le abitazioni per cercare un po’ di tepore.

Tra i rimedi per tenerle lontane ci sono le zanzariere; gli spray all’aglio e al sapone di Marsiglia; i decotti di artemisia e la certosina chiusura di crepe e fessure che potrebbero permettere il passaggio degli insetti. Fonte: scienze.fanpage.it

Esclusivo: la datazione medievale della Sindone è inaffidabile, va rifatta

ESCLUSIVO: Sindone medievale? InaffidabileEmanuela Marinelli – Nel 1988 uno studio con il metodo del radiocarbonio datò la Sindone al Medioevo. Da allora molti ricercatori hanno chiesto, invano, i dati grezzi.

Nel 2017 questi dati, grazie a una richiesta per via legale, sono stati finalmente resi disponibili, e attraverso l’uso di strumenti statistici molto potenti un gruppo di 4 studiosi è arrivato alla seguente conclusione (pubblicata su Archaeometry): la datazione medievale del Sacro Lino non è affidabile. E va quindi rifatta.

Non ci sono prove conclusive che la Sindone sia medievale. Nel 1988 fu effettuata una datazione radiocarbonica della Sindone, da molti ritenuta il lenzuolo funerario di Gesù.

Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, fu chiaro: la Sindone è medievale (1260-1390 d.C.).

Fino ad ora, questa conclusione era stata ritenuta dalla maggior parte degli scienziati come una confutazione dell’autenticità del  telo.

La nostra nuova analisi statistica, basata sui dati ufficiali e i dati grezzi (pubblicati solo recentemente), dimostra che questa conclusione non è affidabile.

La nostra analisi prova che non c’è evidenza definitiva che la Sindone di Torino sia medievale.

Questi nostri risultati sono stati pubblicati su una rivista di Oxford, Archaeometry, edita per conto dell’Oxford Research Laboratory for Archaeology and the History of Art*.

I dubbi sulla datazione della Sindone

Fin dalla pubblicazione dell’articolo su Nature, molti ricercatori hanno richiesto, invano, la pubblicazione dei dati grezzi.

Infatti, i tre laboratori (Oxford, Tucson, Zurigo) e il British Museum, l’istituzione incaricata dell’analisi statistica, hanno sempre eluso tale richiesta.

Nel 2017, per la prima volta, uno dei ricercatori del nostro team, il francese Tristan Casabianca, ha richiesto legalmente (tramite il Freedom of Information Act) al British Museum tali dati, riuscendo a ottenere i report inviati dai tre laboratori all’istituzione.

Fin dal 1988 erano sorti molti dubbi sulle conclusioni della datazione della Sindone al Medioevo. Nel 2013, un’analisi statistica basata sui dati ufficiali mise in dubbio la validità dell’articolo pubblicato su Nature.

Ma la questione principale ruotava attorno ai dati grezzi, i dati usati dai laboratori per ottenere le datazioni pubblicate su Nature.

Una volta ottenuti questi dati, abbiamo usato diversi strumenti statistici molto potenti per individuare eventuali problemi (analisi della varianza, test di Ward e Wilson, test parametrici e non-parametrici e un software promosso da Oxford usato attualmente dagli analisti che si occupano di datazione al radiocarbonio, l’OxCal).

I risultati suggeriscono fortemente che i laboratori hanno prodotto risultati differenti non riconducibili allo stesso fenomeno.

Probabilmente, durante il processo di datazione qualcosa è andato storto e la causa andrebbe rintracciata nella non omogeneità dei campioni selezionati.

I nostri risultati sono ulteriormente corroborati dal fatto che i campioni di controllo non hanno mostrato le stesse problematiche.

In aggiunta a ciò, i tre laboratori menzionano la presenza di importante materiale eterogeneo non menzionato nell’articolo su Nature, quale antico cotone o fili blu e rossi.

I documenti rilasciati al British Museum

La documentazione rilasciata dal British Museum dipinge un quadro molto più complesso di quanto presentato nell’articolo su Nature.

Per esempio, possiamo ora affermare con certezza che uno dei laboratori – quello di Tucson (Arizona) – realizzò otto misurazioni, e che queste misurazioni grezze mostrano eterogeneità.

Queste eterogeneità non sono menzionate su Nature. Sulla base di questi risultati, non è possibile continuare ad affermare che la quantità di atomi di C14 nei campioni era costante, il che rappresenta un’assunzione fondamentale per la datazione.

Eliminare i valori estremi risulta quindi impossibile, perché ciò si tradurrebbe in una decisione puramente arbitraria.

Le nostre scoperte evidenziano il fatto che le procedure (selezionate dopo più di 10 anni di negoziazioni tra archeologi, esperti di tessuti e Santa Sede) sono state ben lontane dalla perfezione.

Questo punto era già stato messo in luce da vari ricercatori, tra cui Harry E. Gove, l’inventore del metodo AMS, il metodo unico e innovativo usato per testare la Sindone.

In molti erano preoccupati del fatto che con solo 3 laboratori, se qualcosa fosse andata male in uno di essi, sarebbe stato impossibile sapere quale invece avesse prodotto risultati attendibili.

Inoltre, non c’è certezza del fatto che il protocollo sia stato strettamente seguito da tutti i laboratori. Per esempio, un sotto-campione non fu testato e quindi non fu distrutto dal laboratorio in Arizona.

Nessuna certezza sui risultati

Nel 1988, durante una famosa conferenza stampa, gli scienziati rivelarono al mondo che l’età della datazione era compresa negli anni “1260-1390!” (con il punto esclamativo).

Il nostro studio rende più che legittimo cambiare questo punto esclamativo in un punto interrogativo.

Non si può più dire che le conclusioni della datazione al radiocarbonio sono, con confidenza al 95%, accurate e nemmeno che sono rappresentative dell’intero tessuto.

Dai risultati ottenuti nel 1988 nessuno può affermare con certezza che la Sindone abbia origini medioevali.

Una nuova datazione è quindi necessaria, ma dovrebbe essere inserita in un vero processo interdisciplinare e, se possibile, utilizzando tecniche di datazione non distruttive.

Questa procedura dovrebbe essere pensata attentamente e applicata impegnandosi preventivamente a rendere liberamente consultabili i dati.

Nel 1988 in molti presentarono la datazione medievale della Sindone come il trionfo della scienza sulla religione o quantomeno come il trionfo della scienza sulle reliquie e sulle affermazioni dei miracoli.

La nostra visione è molto più sottile: quando lo strumento di indagine è la rigorosa analisi scientifica, le conclusioni passate, seppur proposte da scienziati, possono e devono essere messe sempre in dubbio, anche dopo 30 anni.

La storia scientifica della Sindone

La prima fotografia fu realizzata del fotografo astigiano Secondo Pia e la controversia riguardo alla sua veridicità fu rinvigorita.

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Le nostre scoperte dimostrano che questa storia scientifica non è ancora conclusa e forse non lo sarà mai.

La Sindone fu definita il «Vangelo per il XX secolo» e non esiste dubbio sul fatto che sarà anche il Vangelo del XXI secolo. Come affermò san Giovanni Paolo II, la Sindone è «una sfida alla nostra intelligenza». Fonte: La nuova bussola quotidiana 

* Tristan Casabianca, Emanuela Marinelli, Giuseppe Pernagallo, Benedetto Torrisi, «Radiocarbon dating of the Turin Shroud: new evidence from raw data»Archaeometry

“L’ho visto marcire”, in Italia c’è un lago marrone: ecco l’inquietante video

Lago Patria, sversati rifiuti industriali e liquami di ogni genere – VIDEOdi Lo strano Oz

Ero in auto quando ho visto il lago marcire. Stavo percorrendo la tangenziale e da li si vedeva chiaramente che stava accadendo qualcosa di strano.

L’intero specchio d’acqua era di un colore simile al catrame. Ero incredulo, cosi decido di verificare sul posto quello che stava accadendo. Una volta lì capisco che il guaio è bello grosso.

Il lago è completamente inquinato, puzza come un cadavere in putrefazione. Decido di documentare tutto con un video, e intanto mi chiedo: “Tutto sto liquame da dove viene?”

Cerco possibili soluzioni. Mi metto in cammino e giro tra i canali lungo il lago, ma nulla. L’acqua è sempre torbida e non riesco a capire bene se è il lago il responsabile.

Intanto decido di recarmi alla centrale Idrovora e lì vedo uno scenario già visto. Schiuma, tanta schiuma ovunque.

Ci tengo a puntualizzare che attraverso l’idrovora passa l’acqua di un canale che attraversa in parallelo tutta la domiziana fino a ricongiungersi con i Regi Lagni e con i canali Amore e Vena.

Cerco di spiegarmi meglio. L’idrovora pompa tutte le acque provenienti dalle campagne vicine, quindi se li ci sono allacci abusivi, o ci buttano agenti chimici e rifiuti industriali, o liquami di qualsiasi genere di conseguenza verrebbero sversati direttamente nel nostro mare dando come risultato quello visto nelle immagini circolate in rete nella giornata di ieri.

Ho letto che in mattinata una squadra di tecnici si è recata alla foce, proprio dove sono state scattate le immagini, e secondo i loro rilievi il canale è “azzurro e cristallino” (bah!).

Lago Patria, acqua marrone e certamente inquinante

Alla foce mi ci sono recato anche io questa mattina ed effettivamente l’acqua era limpida, pulita e azzurra, ma una cosa non hanno detto.

Il flusso d’acqua che defluiva lungo il canale era contrario e ciò vuol dire che non era l’acqua del lago a entrare in mare ma era l’acqua del mare a entrare nel lago.

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Difatti, percorrendo circa un centinaio di metri fino al cavalcavia (pericolante) che divide il lago dalla foce ci si ripresenta lo stesso scenario di qualche giorno fa, ovvero acqua marrone, nauseabonda e certamente inquinante non solo per il mare ma per l’intero ecosistema.

Quando la corrente cambierà e l’acqua del lago defluirà naturalmente in mare si riproporrà lo stesso scenario di quello visto in foto.

E’ molto complicato capire l’origine dell’inquinamento, ma fin quando gli organi preposti (guardia costiera, arpac, carabinieri, ministero dell’ambiente, regione Campania) non si metteranno seriamente in cerca, giorno e notte, di eventuali allacci abusivi e di verificare quello che accade attraverso la centrale idrovora, temo che il lago continuerà ad essere violentato continuamente.

Inquinamento Lago Patrio 22.03.2019

Ero in auto quando ho visto il lago marcire. Stavo percorrendo la tangenziale e da li si vedeva chiaramente che stava accadendo qualcosa di strano. L’intero specchio d’acqua era di un colore simile al catrame. Ero incredulo, cosi decido di verificare sul posto quello che stava accadendo.Una volta li capisco che il guaio è bello grosso. Il lago è completamente inquinato, puzza come un cadavere in putrefazione. Decido di documentare tutto con un video, ed intanto mi chiedo:“Tutto sto liquame da dove viene?”Cerco possibili soluzioni. Mi metto in cammino e giro tra i canali lungo il lago, ma nulla. L’acqua è sempre torbida e non riesco a capire bene se è il lago il responsabile o viceversa.Intanto decido di recarmi alla centrale Idrovora e li vedo uno scenario già visto. Schiuma, tanta schiuma ovunque. Ci tengo a puntualizzare che attraverso l’idrovora passa l’acqua di un canale che attraversa in parallelo tutta la domiziana fino a ricongiungersi con i Regi Lagni e con i canali Amore e Vena.Cerco di spiegarmi meglio. L’idrovora pompa tutte le acque provenienti dalle campagne vicine, quindi se li ci sono allacci abusivi, o ci buttano agenti chimici e rifiuti industriali, o liquami di qualsiasi genere di conseguenza verrebbero sversati direttamente nel nostro mare dando come risultato quello visto nelle immagini circolate in rete nella giornata di ieri.Ho letto che in mattinata una squadra di tecnici si è recata alla foce, proprio dove sono state scattate le immagini, e secondo i loro rilievi il canale è “azzurro e cristallino” (bha!).Alla foce mi ci sono recato anche io questa mattina ed effettivamente l’acqua era limpida, pulita e azzurra, ma una cosa non hanno detto.Il flusso d’acqua che defluiva lungo il canale era contrario e ciò vuol dire che non era l’acqua del lago ad entrare in mare ma era l’acqua del mare ad entrare nel lago. Difatti, percorrendo circa un centinaio di metri fino al cavalcavia (pericolante) che divide il lago dalla foce ci si ripresenta lo stesso scenario di qualche giorno fa, ovvero acqua marrone, nauseabonda e certamente inquinante non solo per il mare ma per l’intero ecosistema.Quando la corrente cambierà e l’acqua del lago defluirà naturalmente in mare si riproporrà lo stesso scenario di quello visto in foto.E’ molto complicato capire l’origine dell’inquinamento, ma fin quando gli organi preposti (guardia costiera, arpac, carabinieri, ministero dell'ambiente, regione campania) non si metteranno seriamente in cerca, giorno e notte, di eventuali allacci abusivi e di verificare quello che accade attraverso la centrale idrovora, temo che il lago continuerà ad essere violentato continuamente.

Posted by Lo strano Oz on Monday, March 25, 2019