Rivolta dei Paesi in via di sviluppo: ci rimandano indietro la nostra spazzatura

Dalle Filippine rispediti in Canada 69 container di rifiuti. Una nave con 69 container di spazzatura, scaricata cinque anni fa dal Canada nelle Filippine, è salpata venerdì dall’arcipelago alla volta del Paese nordamericano.

La spedizione di ritorno mette fine a un incidente diplomatico che ha incrinato i rapporti tra Ottawa e Manila. I rifiuti erano falsamente dichiarati come materiale riciclabile.

La M/V Bavaria è salpata dal porto di Subic Bay, accompagnata idealmente da un tweet del ministro degli esteri filippino Teodoro Locsin che scriveva “Ciao ciaooo”.

Sul posto erano presenti attivisti ambientalisti, che hanno esibito uno striscione con scritto “Le Filippine non sono una discarica”.

Le tonnellate di immondizia erano arrivate nell’arcipelago tra il 2013 e il 2014, in quella che il primo ministro canadese Justin Trudeau ha descritto come una transazione privata.

Il carico -che comprendeva rifiuti estranei a quanto indicato- era stato giudicato illegale tre anni fa da un Tribunale filippino.

Richiamato l’ambasciatore. Il presidente Rodrigo Duterte -salito al potere nel 2016 e criticato da Trudeau per la nota e sanguinosa “guerra alla droga”- aveva minacciato il rimpatrio forzato del carico di spazzatura e aveva dato un ultimatum al governo canadese.

Trascorso il termine, a inizio maggio, aveva richiamato il suo ambasciatore a Ottawa e altri consoli.

Venerdì, l’esecutivo di Trudeau ha fatto sapere di stare collaborando per il ritorno in patria dei rifiuti.

Riconsegna non inedita. La prassi (piuttosto comune) dei paesi occidentali di inviare immondizia in quelli in via di sviluppo incontra una crescente opposizione. Pochi giorni fa, la Malaysia aveva rimandato 450 tonnellate di plastica in diversi Paesi dai quali era stata importata. Fonte Tv Svizzera

Cardinale africano: «L’UE non protegge più i popoli, protegge le banche»

Card. Sarah: “Migrazione di massa? Ecco cosa rischia l’Occidente…” – di Federico Cenci

Sul tema interviene anche padre Costa SJ: “Ma la situazione è complessa, la gente continua a partire”.

“Ciascuno deve vivere nel suo paese. Come un albero, ciascuno ha il suo suolo, il suo ambiente in cui può crescere perfettamente.

Parole e musica del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, africano della Guinea, considerato da più parti un baluardo del millenario insegnamento della Chiesa cattolica da opporre a venti secolari che soffiano come una burrasca.

La sua voce irrompe anche sul tema spinoso dell’immigrazione. È intervenuto di recente, nel corso di un’intervista al giornale francese Valeurs Actuelles, con un messaggio che somiglia tanto a una risposta nei confronti di chi percepisce un approccio immigrazionista da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Niente frontiere aperte in modo indiscriminato, niente sostegno a chi alimenta con soldi e assistenza logistica flussi migratori incontrollabili, niente esegesi biblica dell’immigrazione.

Piuttosto, un appello che si pone sulla scia di quanto più volte affermato da Papa Francesco – anche durante il suo recente viaggio ecumenico in Romania – sulla necessità di difendere le culture specifiche dei popoli dall’omologazione del globalismo.

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Il “grande rischio” per l’Europa per il card. Sarah

Il porporato guineano, infatti, spiega: “Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi”.

Nell’intervista, Sarah parla della Polonia, dove afferma di essere stato in visita: “Essa – la sua riflessione – è libera di dire all’Europa che ciascuno è stato creato da Dio per essere messo in un ben preciso posto, con la sua cultura, le sue tradizioni e la sua storia. Questa volontà attuale di globalizzare il mondo sopprimendo le nazioni, le specificità, è pura follia”.

Il cardinale non lesina poi critiche all’Unione europea. “Voi siete anzitutto polacchi, cattolici, e solo successivamente europei. Voi – il suo invito – non dovete sacrificare queste due prime identità sull’altare dell’Europa tecnocratica e senza patria”.

E poi il siluro: “La Commissione di Bruxelles non pensa che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie. L’Unione europea non protegge più i popoli, protegge le banche”.

Si potrebbe interpretare quello di Sarah come un controcanto rispetto a quanto intonato da altri esponenti ecclesiastici.

“Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa?”, si chiede il prefetto.

Che aggiunge: “La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Il magistero dei pontefici

L’atteggiamento del card. Sarah ricalca un passo del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del rifugiato del 2013.

Ecco la celebre citazione di Ratzinger: “Nel contesto socio-politico attuale (…), prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”.

Linea di continuità con quanto il suo predecessore, San Giovanni Paolo II, affermava al Congresso mondiale delle migrazioni nel 1998, ossia che diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”.

Poi Benedetto XVI, in un altro passaggio del suo messaggio del 2013, avvertiva che “non possiamo dimenticare la questione dell’immigrazione irregolare, tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini”.

Sembra di rileggere il card. Sarah, quando nella sopracitata intervista definisce la migrazione di massa “nuova forma di schiavismo”.

L’appello dei vescovi africani

Concetto che si presenta anche nel messaggio dei vescovi delle conferenze nazionali e interterritoriali dell’Africa occidentale al termine della Terza Assemblea Plenaria che si è tenuta a metà maggio in Burkina Faso.

I presuli si rivolgono ai giovani dei loro Paesi così: “Certo, comprendiamo la vostra sete di felicità e di benessere che i vostri Paesi non vi offrono. Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che umiliano. Tuttavia, non dovete sacrificare la vostra vita lungo strade pericolose e destinazioni incerte. Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e ad un futuro illusorio! Con il duro lavoro e la perseveranza potrete avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere questo continente una terra prospera”.

Ed ecco Papa Francesco: “Senza integrazione meglio non accogliere: accogliere lo straniero è un principio morale. Ma non si tratta di accogliere ‘alla belle étoile’, no, ma un accogliere ragionevole”.

Perciò occorre parlare “della prudenza dei popoli sul numero o sulle possibilità: un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga. Lì c’è il problema della prudenza. E credo che proprio questa sia la nota dolente del dialogo oggi nell’Unione Europea”.

“Ma la situazione è più complessa”

Ma bastano gli appelli a dissuadere i giovani dall’intraprendere la strada di viaggi ostili?

Intervistato da In Terrispadre Giacomo Costa SJ, direttore di Aggiornamenti Sociali riflette:

“I rischi sono reali, lo sappiamo tutti e credo che ormai lo sappiano anche molti giovani africani. Ma non pochi continuano a partire. Questo ci indica che la situazione è più complessa.

Il gesuita fa presente che “nello stesso comunicato in cui sottolineano i rischi della migrazione, i vescovi dell’Africa occidentale evidenziano molti altri problemi, a partire dall’insicurezza e dalla violenza che affligge molti Paesi e causa il fenomeno dei rifugiati. Per questo con la stessa forza chiedono il rispetto dei diritti di migranti e rifugiati e il sostegno alla loro integrazione nei Paesi di arrivo”.

Nel corso del Sinodo dei Vescovi dell’autunno scorso sul tema dei giovani, di cui padre Costa è stato segretario speciale, i vescovi africani – spiega – “hanno ripetuto più e più volte” che le Chiese dell’Africa, insieme a tutti gli attori sociali e politici “devono investire nel campo dell’educazione e della formazione, anche politica e imprenditoriale: è questa la base della promozione dello sviluppo umano integrale.

Si tratta – sottolinea padre Costa – “di un bisogno drammatico di un continente in cui i giovani sono numerosissimi”.

“In altre parole – prosegue – se non si creano condizioni di vita dignitosa per tutti, viene vanificato nei fatti quel diritto a restare nel proprio Paese su cui la Chiesa insiste, e alle persone non può essere negato il diritto di emigrare per cercare sicurezza e progresso per sé e la propria famiglia là dove è possibile trovarli. Lo ha ricordato il card. Parolin in occasione della visita del Papa in Marocco”.

“Sì alle differenze, no alle chiusure”

In questo contesto, come è possibile realizzare quello che Papa Francesco definisce un poliedro, “nel quale tutti sono uniti e ognuno conserva la propria identità”, da contrapporre alla sfera, “quella globalizzazione che spezza la ricchezza e la particolarità di ogni popolo”?

Innanzitutto – sostiene padre Costa – “è giusto sottolineare che le culture africane non hanno niente da invidiare a quella europea, anzi. È bene che ce lo ricordiamo tutti, tanto gli europei, oggi alle prese con la tentazione del razzismo e del disprezzo delle altre culture, quanto gli africani, esposti al rischio di dimenticare le proprie radici”.

Padre Costa ci tiene quindi a sottolineare: “Il rispetto per la dignità delle culture non può legittimare chiusure: se le facce non sono connesse le une alle altre, se rifiutano di entrare in relazione, il poliedro si sfascia”. Fonte: In Terris

Incendio di Notre Dame, ecco cos’hanno trovato nel sangue di un bambino

Incendio Notre-Dame: livelli di piombo oltre il limite su un bimbo, test sui residenti – di Davide Falcioni

Un livello di piombo superiore al limite massimo imposto dalla legge è stato riscontrato nel sangue di un bambino di 5 anni: per questo le autorità sanitarie hanno invitato tutti i residenti della zona a sottoporsi a test specifici.

Livelli di piombo sopra il limite massimo sono stati riscontrati nel sangue di un bambino in seguito all’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi.

Per questa ragione l’Agenzia regionale per la salute dell”Île-de-France ha deciso di chiedere alle famiglie che risiedono sull’île de la Cité di sottoporre i bimbi di età inferiore ai sette anni e le donne incinte a un test per verificare la presenza di metalli nel sangue.

I livelli di piombo del bambino

Per le persone che lo desiderano, una visita di screening verrà organizzata su appuntamento presso il centro diagnostico dell’Hôtel-Dieu a partire da oggi.

Le autorità sanitarie hanno avviato accertamenti per per individuare “la o le cause della contaminazione e verificare che non sia legata a fattori diversi dall’evento eccezionale” del rogo dello scorso 15 aprile.

Il bambino di 5 anni presentava un tasso di piombo nel sangue superiore ai 50 microgrammi per litro, soglia massima prevista dalla legge.

Uno screening della piombemia, quindi , “impone – segnala l’Agenzia – di assicurarsi che i fattori di esposizione siano scomparsi e di seguire costantemente la salute dal bambino”, ma “non implica l’adozione di alcuna terapia particolare” al momento.

In ogni caso, l’Agenzia sollecita le famiglie con figli minori di 7 anni abitanti nell’Ile de la Citè, a sottoporre i loro bambini a un esame della piombemia “a titolo  precauzionale”.

I sintomi dell’avvelenamento da piombo nei bambini. Le intossicazioni da piombo causano sovente sintomi molto modesti in una fase iniziale, ma possono determinare encefalopatia acuta o lesioni d’organo irreversibili, che in genere, nei bambini, comportano deficit cognitivi.

La diagnosi si basa sulla determinazione del piombo nel sangue. Nei bambini l’intossicazione acuta da piombo determina irritabilità, riduzione dell’attenzione ed encefalopatia acuta seguiti da edema cerebrale con vomito persistente e incoercibile, andatura atassica, convulsioni, alterazione dello stato di coscienza e, infine, convulsioni refrattarie e coma.

L’encefalopatia è preceduta da settimane di irritabilità e bassa propensione al gioco. Fonte: fanpage.it

Incinta con la febbre, bimbo muore dopo 5 giorni di agonia: aperta indagine

Cosenza, la mamma ha febbre alta e problemi cardiaci: neonato muore in ospedale, aperta indagine – di Ida Artiaco

Tragedia all’ospedale Annunziata di Cosenza, dove la scorsa notte un neonato è morto in circostanze da chiarire.

La mamma era arrivata al pronto soccorso con febbre e problemi cardiaci e subito è stata ricoverata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia.

Non si sa se il bimbo sia nato già morto o sia deceduto successivamente. Indagini in corso.

Dramma all’ospedale Annunziata di Cosenza, dove un neonato è morto dopo 5 giorni di agonia. È successo ieri, lunedì 4 giugno.

Secondo quanto riferito dai genitori, che hanno chiesto e ottenuto l’apertura di un’indagine per far luce su quanto successo, la mamma del piccolo era arrivata al pronto soccorso lamentando febbre alta e problemi cardiaci.

Subito ricoverata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia, è stata infine portata in sala operatoria per il parto.

Al momento non è chiaro se il figlio sia nato già morto oppure se il decesso si sia verificato dopo.

Neonato muore: i genitori hanno sporto denuncia

La donna e il marito si sono subito rivolti al posto fisso della polizia nel nosocomio, presentando una denuncia.

Questa mattina, gli agenti della questura della città calabrese sono andati in reparto dove hanno sequestrato la cartella clinica.

Soltanto qualche giorno fa, sempre all’ospedale Annunziata, si è verificato un caso simile.

Il piccolo Francesco è deceduto per cause ancora non accertate nel reparto di Neonatologia e Terapia Intensiva. Proprio nelle ultime ore è stata eseguita l’autopsia sul corpicino.

Per la sua morte sono finite sotto indagine 18 persone tra ginecologi, ostetriche, neonatologi e chirurghi pediatrici, cioè tutto il personale che è stato a contatto con la mamma e il piccolo nelle varie fasi della gravidanza e del parto.

Il bambino, venuto alla luce il 22 maggio con parto spontaneo pesava 4 chili e 780 grammi.

Il suo quadro clinico, però, come scrive La Gazzetta del Sud, è progressivamente peggiorato fino all’inatteso epilogo con il decesso. Fonte: fanpage.it

Bambini sfilano in passerella davanti alle coppie: i più belli vengono adottati

Brasile: i bambini sfilano in passerella per essere adottatidi Annalisa Teggi

Famiglie adottive in platea a guardare chi scegliere, sul palco bambini e ragazzi truccati e vestiti per l’occasione. È accaduto in un centro commerciale del Mato Grosso.

Truccati e vestiti bene, diciotto bambini e ragazzi hanno sfilato di fronte a una platea di duecento potenziali genitori.

È accaduto nello stato brasiliano del Mato Grosso la scorsa settimana, e non si tratta della prima edizione dell’evento, che ha lo scopo formale di valorizzare le adozioni mostrando al meglio le creature in attesa di genitori.

Alcune fonti parlano di un’età compresa tra i 12 e 17anni, altre – ed è ancora più allarmante – di bambini tra i 4 e i 17 anni (The Brazilian Report).

La scenografia? Un centro commerciale. Gli sponsor della manifestazione sono, neanche a dirlo, delle firme della moda che hanno fornito il materiale per vestire i piccoli modelli.

L’ultimo elemento sconcertante è che il tutto non è stato pensato da qualche mente bizzarra, ma ha avuto l’autorizzazione del giudice per i Diritti dell’infanzia e l’appoggio della Commissione statale “Infanzia e Gioventù” del Mato Grosso.

L’emergenza adottiva in Brasile è serissima: circa 9500 infanti sono senza famiglia. Proprio perciò il progetto «Adozione in passerella» non è passato inosservato e ne sono nate polemiche, ma è meglio dire condanne unanimi; tanto da costringere gli organizzatori a giustificarsi: le intenzioni della manifestazione sarebbero state fraintese, i bambini non sono stati in alcun modo costretti. Da ciò nascono alcune domande: cosa si doveva comprendere? e soprattutto chi doveva comprendere? quei bimbi cosa hanno compreso di sé?

L’occhio vuole la sua parte

Ho provato a immaginarmi la scena, non ci vuole molto. Tante volte girando a vuoto nel supermercato ci si imbatte in questi spettacolini in cui si fa mostra di qualcosa: fari luminosi alla buona, un palco senza troppe pretese, musica di tendenza e assembramento di persone.

Capita allora di togliere l’occhio dalla vetrina per spostarlo dove c’è questo fermento umano, il più delle volte è il tronista di turno che rilascia autografi o il vincitore di qualche edizione addietro di uno dei molti talent show.

Anche nel caso di persone adulte che consapevolmente hanno scelto di «commercializzarsi» mi viene un po’ di tristezza … come se tutto fosse così candidamente spiattellato: siamo dentro un centro commerciale, tu cosa compri? e tu cosa vendi?

Che si sia potuto rendere protagonisti di una simile messa in scena dei bambini, e dei bambini che hanno un vissuto di affettività ferita (visto che mancano loro i genitori), diventa aberrante.

Perché, nonostante tutti i trucchi verbali con cui il progetto «Adozione in passerella» è stato presentato, l’evidenza amara è proprio una faccenda di trucco: se devo vestire e abbellire una persona per renderla appetibile, allora sto vendendo un prodotto.

Bambini sfilano “camuffati”

Vorrei però spostare lo sguardo; cioè: se è già chiaro constatare l’abbaglio dannoso che produce questa iniziativa, cosa genera nella percezione ancora fragile e incerta di questi bambini coinvolti?

Non li ha resi protagonisti, non li ha valorizzati. Li ha camuffati, primo; e da ciò la testa e il cuore ricavano un messaggio preciso: «non posso essere accettato come sono, devo presentarmi meglio».

Li ha esposti, secondo; e da ciò deriva la deduzione che l’adozione sarebbe una scelta al pari di quella che si fa in un negozio.

La parola accoglienza, che è il seme fecondo dell’adozione, sparisce e trascina con sé nell’ombra dell’oblio l’altro pilastro: l’essere.

Il fulcro dell’adozione non sono i genitori, che per molteplici ragioni danno la loro disponibilità all’accoglienza, e neppure il bambino preso come monade assoluta.

L’adozione ha come fulcro la famiglia, cioè questa ipotesi: «Tu sei» è il quid prezioso di ciascuno, e bisogna sentirselo dire da qualcuno; se manca chi biologicamente lo può dire, altri in loro vece si possono assumere questa bellissima responsabilità. 

I genitori adottivi non sono quelli che «vogliono un bambino», sono quelli che hanno risposto sì alla domanda «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?» … non è una sottigliezza linguistica, è mettere al centro il soggetto vero in fatto di vita. E non è l’uomo, ma Dio.

L’apparenza

Un veleno s’insinua quando alla nuda accoglienza dell’essere si cominciano ad aggiungere specificazioni: «tu sei simpatico», allora di adotto; «tu sei grazioso», allora ti adotto; «tu sei come immaginavo mia figlia», allora ti addotto.

L’immagine della sfilata, così tanto emblematica della nostra quotidiana smania di apparenza, nasce da una nostra patologica incapacità di stare in silenzio e ammirati dell’essere.

Il danno più grave lo si infligge ai piccoli: se devo aggiungere qualcosa (un sorriso, un vestito, una protesi al seno, un filtro su Instagram) per essere amato, che ne è di me? Che ne è di quelle parti di me che sono inguardabili – Continua a leggere su: Aleteia

Torna a casa e trova il suo cane morto: la triste reazione di una signora

Muore di crepacuore dopo aver trovato il suo cane in casa senza vita – di Davide Falcioni

Un’anziana di Civitanova Marche è morta alcuni giorni fa dopo aver trovato il suo inseparabile cane in casa senza vita.

Il legame tra uomini e animali raggiunge talvolta livelli inimmaginabili, come testimonia quello che è avvenuto nelle Marche a Rosa Marcantoni e al suo inseparabile cagnolino Pupi.

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Muore di crepacuore per il dolore del suo cane

La donna, 90 anni, viveva in un appartamento di Civitanova Marche e dopo aver perso il marito aveva trovato nell’animale un enorme conforto e una compagnia costante e inseparabile, in grado di consolarla nei momenti di maggiore tristezza.

Insomma, Pupi era di fatto diventato un vero e proprio compagno di vita, tanto più perché nonostante l’età avanzata la signora Rosa godeva ancora di buona salute e poteva quindi uscire quasi ogni giorno di casa insieme all’animale.

Come racconta il quotidiano Cronache Maceratesi alcuni giorni fa l’anziana è andata a fare colazione insieme a una delle due figlie decidendo, per una volta, di lasciare Pupi a casa.

Quando le due donne sono rientrate il cagnolino era disteso a terra, immobile. Era morto da qualche minuto e a nulla sono serviti i tentativi di rianimarlo.

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La figlia della donna ha chiamato il veterinario, mentre Rosa ha cercato ancora di chiamare il cane: all’improvviso ha iniziato ad accusare un malore.

In pochi minuti, l’anziana ha perso conoscenza e la figlia ha allertato la Croce verde, giunta nell’abitazione insieme al personale medico sanitario del Suem 118.

Purtroppo, però, Rosetta all’arrivo dell’ambulanza era già morta e per lei non c’è stato nulla da fare.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Muore di crepacuore dopo aver trovato il suo cane in casa senza vita

Sicilia, ictus in carcere ma lo lasciano 10 giorni in cella: ora è in coma

Ricoverato dopo 10 giorni dall’ictus. Ora è in coma e ancora agli arresti – di Damiano Aliprandi

L’associazione “Sicilia Risvegli” denuncia il caso gravissimo che sarebbe avvenuto nel carcere di Siracusa

Un detenuto ha avuto un ictus ischemico in carcere, ma solo dopo dieci giorni sarebbe stato portato in ospedale.

A denunciarlo è “Sicilia Risvegli”, un’associazione nazionale di famiglie unite insieme, per lottare in favore dei comatosi, post comatosi, stati vegetativi, con gravissime cerebrolesioni, locked- in syndrome, sla, ed altre estreme disabilità.

L’associazione, interpellata dai familiari, si sta occupando, appunto, di questo caso gravissimo che sarebbe avvenuto nel carcere di Siracusa. M. F., 57enne, durante la detenzione è stato colpito da un ictus ischemico il 30 aprile 2019.

Dalle informazioni ricevute, pare che, nonostante le gravissime ed estreme condizioni di salute, sia stato portato in ospedale dopo 10 giorni.

Il detenuto sarebbe stato tenuto in una cella con un altro detenuto, e in queste condizioni sarebbe caduto dal letto rompendosi un dito.

Nella seconda settimana di maggio i familiari hanno avuto notizia che il loro parente non stava bene e lo hanno raggiunto al pronto soccorso di Siracusa, ma qui si sono trovati davanti un agente che non li avrebbe fatti entrare.

Dopo l’ictus ischemico le condizioni sono peggiorate

Da quando è ricoverato, è tenuto in coma farmacologico, una condizione che negli ultimi giorni sarebbe peggiorata.

Sul perché di questo ritardo nei soccorsi e sull’inerzia della magistratura competente, l’associazione si sta impegnando affinché vengano fatti gli opportuni accertamenti e verificate eventuali responsabilità.

«A tutt’oggi – scrive l’associazione “Sicilia Risvegli” – si sta gravemente pregiudicando e offendendo la dignità di un essere umano, che ancora oggi risulta detenuto nonostante versi in uno stato assolutamente incompatibile con la detenzione».

Nel comunicato aggiunge altri particolari. «In questa situazione – si legge – ci viene negata financo la possibilità di visionare le relazioni cliniche e quindi l’opportunità di attivare cure ed assistenza ad hoc, dato che il primario della rianimazione, asserisce che potrebbe essere trasferito in un centro riabilitativo, oppure in altre strutture simili, addirittura ove fosse possibile per i familiari, anche a domicilio».

L’associazione sottolinea che «le condizioni attuali di M. sono gravissime, si trova in stato vegetativo persistente, con minima risposta, completamente paralizzato, con tracheotomia, peg, catetere vescicale ecc, con respiro autonomo» .

L’appello di “Sicilia Risvegli”

Per questo motivo “Sicilia Risvegli” lancia un appello al magistrato di sorveglianza competente, di scarcerare immediatamente, il catanese M. F., attualmente nel limbo, tra la vita e la morte.

Sì, perché anche se ora è ricoverato, rimane pur sempre in stato di detenzione, con tutte le restrizioni del caso, visite dei famigliari compresi.

Il diritto alla salute è sancito dalla nostra Costituzione ed è valido per tutti, ovviamente anche per le persone ristrette e non può essere compresso dalla pena carceraria.

Come non può, come in questo caso ancora da accertare, un detenuto essere lasciato in cella dopo aver contratto una ischemia.

E se lo stato di salute è incompatibile con il carcere, il detenuto ha il diritto ad una misura alternativa.

Infatti l’ordinamento giuridico predispone essenzialmente due diverse tipologie di strumenti giuridici, idonei, ciascuno in maniera differente, ad accordare tutela alla figura del detenuto che presenta una grave patologia, a maggior ragione se ricoverato in stato comatoso: si tratta del rinvio dell’esecuzione della pena, disciplinato dagli artt. 146 e 147 c. p., e della misura alternativa della detenzione domiciliare.

Differenza fondamentale fra gli strumenti giuridici richiamati è quella derivante dal fatto che, mediante il rinvio dell’esecuzione l’ordinamento crea una parentesi temporanea nell’applicazione della pena detentiva, la quale riprenderà ad essere attuata nei confronti del soggetto interessato non appena saranno cessate le condizioni mediche – assistenziali che hanno giustificato la sua postergazione nel tempo.

La detenzione domiciliare

D’altra parte, invece, la detenzione domiciliare costituisce un diverso modus di esecuzione della pena detentiva, modellato in modo tale da risultare il meno afflittivo possibile; le istanze trattamentali connesse alla misura in parola sono estremamente ridotte, l’obbligo imposto al detenuto è fondamentalmente quello di non allontanarsi dal luogo di custodia, e parallelamente nessun onere grava sull’amministrazione penitenziaria rispetto al mantenimento, la cura e l’assistenza medica dello stesso.

Tra le misure alternative alla detenzione, il regime domiciliare è quello che prevede la compressione più tenue della libertà personale, in modo tale da garantire lo spazio più ampio possibile alla tutela dei valori fondamentali della salute e delle relazioni familiari, prese in considerazione quali interessi meritevoli di beneficiare di misure di favore. Fonte: IL DUBBIO

La madre che ha fatto fumare il figlio di 11 mesi: ecco perché l’ho fatto

Fa fumare una sigaretta al figlio di 11 mesi e mette il video su Instagram – di Biagio Chiariello

La donna spagnola sostiene che voleva “dissuadere” il bambino dal tabacco, “come la madre che mette il pepe sul ciuccio così che il bambino provi disgusto per la sigaretta” ha provato poi a spiegare.

Una donna ha ricevuto roventi critiche sul web dopo aver pubblicato un video sul proprio profilo Instagram nel quale si vede suo figlio di solo 11 mesi che fuma una sigaretta tenuta dalla mano di un’adulta, quella della stessa donna.

Secondo il quotidiano El Español, le immagini mostrano come la madre, che vive a Madrid, mette la sigaretta nella bocca del bambino e ride quando la ringrazia.

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Il piccolo è pronto a prendere la sigaretta e un altro adulto presente, un uomo, dice “no” per evitare che si bruci. Il bambino, quindi, inizia a piangere.

In una nota trasmessa attraverso lo stesso social network, la donna ha detto che era “molto dispiaciuta” e ha riconosciuto che il video non era “bello”.

Ha spiegato che ha dato a suo figlio da fumare perché “quando vede il padre fumare vuole la sigaretta come se fosse del cibo”, e ha pensato che metterla in bocca lo avrebbe dissuaso.

“Come la madre che mette il pepe sul ciuccio così il bambino coglie il disgusto nella sigaretta”, ha provato a spiegare nel suo messaggio.

“Ho sbagliato e sono molto dispiaciuta e spaventata per tutto ciò che sta succedendo”, ha concluso. Fonte: fanpage.it

Finalmente scoppia l’estate, ecco quando arriverà il caldo

Meteo, è in arrivo l’estate: inizio settimana ancora incerto con temporali, poi scoppia il caldo – di Ida Artiaco

Quando arriva l’estate? Dopo un maggio decisamente autunnale, nei primi giorni di giugno comincerà a fare caldo, con temperature fino a 38 gradi in Sicilia e in Sardegna, complice l’arrivo dell’Anticiclone africano.

Ma prima si dovrà sopportare un’ultima scia di instabilità, soprattutto sulle regioni del Centro Sud.

Dopo l’ultimo mese di maggio, decisamente autunnale dal punto di vista meteorologico, ormai alle spalle, giugno sarà più clemente e segnerà l’inizio dell’estate.

E’ quanto affermano gli esperti, secondo i quali nel corso della settimana che sta per cominciare il termometro potrà addirittura arrivare a toccare i 38 gradi centigradi.

Ma, prima, bisognerà sopportare qualche altro giorno di instabilità, con rovesci e pioggia soprattutto sulle regioni del Centro Sud.

Fino a martedì 4 giugno, infatti, l’Italia continuerà a essere divisa tra il bel tempo del Nord e una situazione più incerta e fresca nelle regioni meridionali, dove potranno anche registrarsi forti temporali

Poi, già a partire da mercoledì 5 giugno, comincerà una piccola rivoluzione atmosferica, quando è atteso l’arrivo di correnti di aria calda direttamente dal Sahara sulla Penisola.

Ciò farà da preludio all’arrivo, a sua volta, dell’Anticlone africano, il quale, soprattutto tra il 7 e l’8 giugno poterà ovunque aria bollente, in particolare sui versanti tirrenici, la Sardegna e la Sicilia.

Addirittura, in alcune sono interne delle Isole Maggiori, il termometro potrebbe arrivare a toccare i 38/40 gradi.

Ma farà molto caldo anche nel resto del Paese nonostante i valori risulteranno meno elevati, in particolare al Nord dove si accentuerà invece una maggior tendenza temporalesca dovuta ad infiltrazioni d’aria più umida e fresca di origine atlantica. Fonte Fanpage

Marco Carta arrestato alla Rinascente di Milano: ecco cosa ha fatto

Milano, il cantante Marco Carta arrestato per furto aggravato alla Rinascente – Francesco Loiacono

Marco Carta, ex partecipante del talent show Amici e vincitore del Festival di Sanremo 2009, è stato arrestato a Milano con l’accusa di furto aggravato.

È successo ieri sera alla Rinascente di Milano, i grandi magazzini di lusso che si trovano vicino al Duomo: il cantante è stato fermato mentre usciva con sei magliette del valore di 1.200 euro a cui era stato tolto l’antitaccheggio, ma non le placchette flessibili sulle etichette.

Il cantante Marco Carta, ex partecipante del talent show Amici e vincitore del Festival di Sanremo 2009, è stato arrestato a Milano. L’accusa è di furto aggravato. L’episodio è avvenuto nella serata di ieri alla Rinascente di Milano, i grandi magazzini di lusso che si trovano vicino al Duomo.

Marco Carta è stato arrestato dalla polizia locale attorno alle 20.30 assieme a una donna di 53 anni: stando a quanto ricostruito i due stavano uscendo dalla Rinascente con sei magliette, per un valore complessivo di 1.200 euro, dalle quali erano stati tolti i dispositivi antitaccheggio.

Sulle etichette delle magliette erano però rimaste attaccate delle placchette flessibili che hanno fatto suonare l’allarme all’uscita dai grandi magazzini. I due sono stati fermati da un addetto all’accoglienza della Rinascente che ha poi chiamato gli agenti dell’Unità reati predatori della polizia locale.

Dopo l’arresto, per il cantante e la donna che lo accompagnava sono stati disposti gli arresti domiciliari: questa mattina è in programma il processo per direttissima.

Ieri alla Rinascente c’era il Black friday. Dalla catena dei grandi magazzini non è ancora arrivata una dichiarazione ufficiale su quanto accaduto.

Di certo la giornata di ieri era particolare per la Rinascente: era stato organizzato infatti un “Black firday”, ossia un’apertura prolungata fino all’una di notte con forti sconti fino al 50 per cento.

Un’iniziativa (simile a quella che avviene solitamente a novembre) che ha attirato molti clienti e curiosi alla Rinascente: nonostante la confusione però il tentativo da parte di Marco Carta e della 53enne di uscire senza aver pagato le costose magliette non è passato inosservato alla security.

La carriera di Marco Carta. Marco Carta, 34 anni compiuti da poco, è nato a Cagliari e ha iniziato la sua carriera musicale nel 2008, arrivando in breve tempo a ottenere grandi successi, come la vittoria al programma “Amici di Maria De Filippi” (nel 2008) e quella al Festival di Sanremo del 2009 con il brano “La forza mia”.

Dopo aver pubblicato sei album, recentemente aveva partecipato alla settima edizione del programma televisivo “Tale e quale show” in onda sulla Rai, vincendolo. Fonte Fanpage