Vincent Lambert, fermata l’esecuzione: ieri volevano farlo morire di sete

La Corte di appello di Parigi ordina di fermare la messa a morte di Vincent Lambert

A sorpresa i giudici impongono l’immediata ripresa di alimentazione e idratazione per il 42enne tetraplegico. L’iter eutanasico era già iniziato

Poche ore dopo l’avvio della procedura che avrebbe dovuto portare alla morte per fame e per sete di Vincent Lambert, a sorpresa la Corte di appello di Parigi ha fermato tutto.

Nella stessa serata di ieri, lunedì 20 maggio, a sedazione già avviata, i giudici infatti hanno imposto la ripresa di alimentazione e idratazione per il 42enne tetraplegico, accogliendo il ricorso presentato dai genitori dell’uomo come estremo tentativo di fermare una “congiura di morte” che sembrava ormai avere avuto la meglio su di lui.

Vincent Lambert: la decisione della corte di appello

La Corte, si legge nella decisione, «ordina allo Stato francese di adottare tutte le misure per far rispettare le misure provvisorie richieste dal Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità il 3 maggio 2019 volte a mantenere l’alimentazione e l’idratazione».

Negli ultimi atti della lunga battaglia medico-legale intorno al caso di Lambert, il Comitato delle Nazioni Unite citato dal tribunale parigino è stato l’unico a opporsi all’interruzione dei sostegni vitali, dopo che anche la Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu) aveva rigettato l’appello dei genitori. La stessa Cedu si è rifiutata di intervenire ancora ieri.

Il sito di Le Monde riporta le parole a caldo dell’avvocato Jean Paillot, legale di Lambert, dopo questo nuovo colpo di scena: «L’alimentazione e l’idratazione di Vincent devono essere ripresi senza indugio. Quindi è una vittoria straordinaria».

Lambert, vale la pena di ricordarlo, non è in fin di vita, non è malato, né attaccato ad alcuna macchina. Non c’è nessuna spina da staccare.

Dal giorno dell’incidente che lo ha reso disabile 11 anni fa, si trova ricoverato all’ospedale Chu Sébastopol di Reims in stato di minima coscienza, ma le sole cure che gli vengono somministrate sono alimentazione e idratazione. Fonte: Tempi

Dentifricio sul livido e altri rimedi insoliti per emicranie e scottature lievi

Spalma un po’ di dentifricio e dormici su. La mattina rimarrai a bocca apertadi Antonio

Emicrania, lividi, scottature lievi e altri disturbi o piccoli incidenti che possono capitare ogni giorno. Conosci i trucchetti (o rimedi della nonna) per rimediare?

Stenterai a crederci perché alcuni ti sembreranno un po’ insoliti (come quello che prevede l’uso del dentifricio o, ancora, quello della colla vinilica), ma fidati: funzionano.

Per esempio, se soffri di forte emicrania, prova ad aprire il freezer. Sì, proprio così: prendi una confezione di surgelati (o anche la borsa del ghiaccio) e appoggiala sul collo mentre immergi i piedi in acqua calda.

In questo caso la differenza di temperatura stimola la circolazione del sangue dalla testa, alleviando così il mal di testa che ti tormenta.

Ancora: hai presente le scottature (lievi, certo) come quelle che ti procuri perché magari non riesci a resistere a un dolce appena sfornato?

Ecco: per alleviare il dolore e velocizzare il processo di guarigione, prova a mettere il miele direttamente sulla pelle.

Altro rimedio efficace in tema di scottature, per esempio quelle che derivano da bevande bollenti tipo tè e caffè, è quello di mettere un cucchiaino di zucchero sulla lingua.

Dentifricio per i lividi

Vedrai, sollievo immediato! Dalle scottature ai tagli superficiali. Quelli sulle mani possono essere particolarmente fastidiosi.

Ma niente panico: basterà passare il burro di cacao che tieni sempre in borsa sulla ferita: sigilla la parte lesa e la protegge dall’invasione di germi. Inoltre, altro beneficio, mantiene la pelle elastica, riducendo il rischio di nuovi tagli.

Sempre a proposito di tagli, hai presente l’operazione di rimozione dei cerotti? Beh, lascia al loro posto le pinzette e prendi l’olio per bambini.

Basta spalmare un po’ di questo olio per sciogliere delicatamente la colla adesiva. Così il cerotto si stacca quasi da solo. Un altro trucchetto: anche per rimuovere le schegge non hai bisogno di usare le pinzette.

Basterà applicare un po’ di colla vinilica sulla pelle in corrispondenza della scheggia, lasciarla asciugare e poi rimuoverla da un lato molto lentamente. In questo modo la scheggia si attaccherà alla colla vinilica essiccata.

Passiamo ai lividi. In questo caso ci viene in aiuto il dentifricio. Dopo averlo messo sul livido, copri quella zona durante la notte con un batuffolo di cotone avvolto da una benda di garza.

La mattina successiva rimuovila e vedrai che il livido è quasi sparito. L’ultima dritta è una ricetta per delle caramelle fai da te contro tosse e mal di gola.

Procedi così: versa in una pentola grande 1 tazza di zucchero, 1/2 tazza di acqua, il succo di 1 limone, 1 cucchiaino di miele, 1 punta di cucchiaino di chiodi di garofano e 1/2 cucchiaino di zenzero.

Fai bollire per circa 20 minuti mescolando costantemente, poi versa il composto in gocce su un foglio di carta forno e attendi che si solidifichino. Infine una bella spolverata di zucchero a velo e le caramelle sono pronte. Fonte: soluzionibio

Donne in vendita? Ecco quanto rende la “donazione” di ovuli – Video

Ovuli d’oro. In Belgio ogni atto “altruistico” rende duemila euro – di Caterina Giojelli

Ci comprano la macchina, ristrutturano casa, fanno shopping. Poco importa chiamarlo rimborso o compenso, il mercato (illegale) dei gameti frutta alle donne migliaia di euro

“La donazione di ovuli deve essere volontaria, libera e altruista”. Del resto, quale donna non vorrebbe assumere farmaci, bombardarsi di ormoni, sottoporsi ad interventi chirurgici in anestesia e correre il rischio di una emorragia o iperstimolazione ovarica solo per aiutare con un atto generoso e disinteressato un paese che vive la crudele mancanza di ovuli?

La “generosità” dell’UZ Brussel . Siamo in Belgio, Sofia Cotsoglou, giornalista della Radio Télévision Belge Francophone, telefona a vari ospedali candidandosi come donatrice.

Belgio, ecco l’ospedale più generoso

Alcuni le offrono 500 euro di compenso, altri mille: «L’ospedale più generoso è senza dubbio l’UZ Brussel». Centro di fertilità di fama mondiale, l’ospedale offre la bellezza di duemila euro a donazione.

E non certo per incrementare un business: “Prendiamo ogni misura per evitare questa deriva” assicura il professor Christophe Blockeel, responsabile del centro di medicina riproduttiva dell’ospedale, “ogni donatrice deve consultare uno psicologo. Se ci rendiamo conto che è interessata al denaro piuttosto che alla donazione, non sarà accettata”.

Intanto, al telefono con la donna, nessuno fa riferimento alla normativa che vieta la commercializzazione degli ovociti, l’operatore trova anzi piuttosto ovvio che “i candidati si rivolgano all’ospedale che paga di più”.

Quanto rende “l’altruismo”. Formalmente la legge del 6 luglio 2007 parla di donazione come di “un atto volontario, libero e altruista”, tuttavia un compenso esiste, quello versato da chi acquista gli ovuli donati, per il quale la legge non fissa alcun importo.

È questo il problema. Sui siti ospedalieri l’ammontare dell’indennità richiesta non viene mai indicata chiaramente. Solo la CHC – Clinique Saint-Vincent propone un pacchetto da 500 euro, quale “somma forfettaria” per coprire i costi di “consultazioni ginecologiche e con l’anestesista, e le consulenze psicologiche che comportano spese di viaggio o addirittura una perdita di stipendio”.

Una sorta di rimborso che, come dimostra l’inchiesta di Rtbf, lievita e di parecchio, “Per soddisfare la crescente domanda di ovociti, alcuni ospedali stanno chiudendo un occhio sulle motivazioni dei donatori”, scrive la giornalista.

“Mi compro casa”, “Ristrutturo casa”

Le motivazioni non sono poi tante. Tra gli universitari la donazione è già diventata “un buon piano per fare soldi facili” dice Chloe, 23 anni.

“Basta contattare un’infermiera con un sms, fare gli esami del sangue e aspettare di essere “abbinate” ai destinatari. Devi fare delle iniezioni nella parte bassa della pancia per stimolare la produzione di ovuli. Successivamente, si va in ospedale per il prelievo dei campioni. Una volta che l’operazione è finita, il medico ci dà una busta con dentro 2.000 euro. Con 2.000 euro ho pensato che potrei comprarmi una piccola auto, aiutare mia madre o pagarmi una vacanza”.

Sylvie invece, che oggi ha trent’anni e aspetta il suo secondo bambino, ha già donato ovuli alla clinica del dottor Peter Platteau quattro volte ed è pronta a riprendere dopo la gravidanza: con gli 8.000 euro che ha già intascato si è ristrutturata l’appartamento, le sue amiche invece, “sono andate in vacanza o a fare shopping”. Chiamarlo rimborso o compenso per la prestazione a Sylvie non importa, si tratta di soldi, “soldi ricevuti per aver donato i nostri ovuli”.

La clinica del dottor Platteau

Peter Platteau ha fondato con la moglie, la dottoressa Carola Albano in forze all’Uz Brussel, un piccolo centro per la fertilità a Dilbeek, dove gli “affari” vanno a gonfie vele: la clinica fornisce da sola la metà degli ovuli richiesti in Belgio, circa 300 interventi l’anno.

I pazienti arrivano da tutta Europa per trovare l’ovulo che permetterà loro finalmente di portare avanti una gravidanza. Mentre in tutti gli ospedali del paese ci vogliono tra i sei mesi e i due anni per trovare un donatore, Platteau afferma orgoglioso di avere più donatori di acquirenti: il successo, racconta, “è il risultato di molti anni di lavoro. Abbiamo iniziato con una donatrice, che ha poi ha portato sua sorella, la cugina, la sua partner, la sua vicina di casa. Poi il passaparola ha fatto il resto”.

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Il segreto è anche la flessibilità “Se la donatrice vuole fare gli esami del sangue alle sei del mattino o alle nove di sera non c’è nessun problema, ci adattiamo”.

E guai a pensare che si doni per vile denaro, cioè duemila euro, chi viene a Dilbeek viene per spirito altruistico, “per aiutare. Tutti conoscono una donna che ha avuto problemi di feritilità”. Proprio come Chloe o Sylvie.

Ovuli in cambio di fecondazione

Il Belgio, insieme alla Spagna, rappresenta una delle mete preferite del turismo riproduttivo. In Spagna il ministero della salute ha stipulato una scala di “indennizzo” tra gli 800 e 1.000 euro a donazione.

In Belgio, grazie a una legge poco chiara, ospedali e cliniche possono dotarsi di regole proprie, col risultato di trasformare un risarcimento spese in una vera e propria forma di compensazione, e dunque di industria.

Non è una novità: “Pensa ai tuoi ovuli come a delle semplici cellule. È quasi come donare il sangue, non ti pare?”, aveva detto l’infermiera dell’Herts & Essex Fertility Centre alla giornalista del Daily Mail che sotto copertura si era rivolta a una delle maggiori cliniche specializzate d’Inghilterra.

L’inchiesta denunciò lo scandalo del business della fertilità del Regno Unito: là dove era ammessa solo la donazione altruistica (con un rimborso spese fino a 750 sterline), gli ospedali avevano infatti imparato ad aggirare la legge, promettendo alle donne “povere” trattamenti gratuiti di fecondazione assistita a condizione di aderire al “Programma di donazione degli ovuli”: in pratica, in cambio del servizio gratuito o di importanti sconti la paziente doveva “solo” donare alla clinica metà degli ovuli sani prodotti.

“Non lo sapete – aveva spiegato un medico alla giornalista – che gli ovuli ci frutteranno più di 6 mila dollari da un’altra persona?”.

E i rischi? Guardate “Eggsplotation”. I cicli di fecondazione assistita possono costare infatti a coppie facoltose e in grado di permetterseli fino a 7.500 sterline.

Non una parola, ovviamente, sui rischi della pratica che hanno provocato alle donne tumori, emorragie, sofferenze enormi e in alcuni casi anche la morte: per questi vi rimandiamo direttamente al documentario Eggsploitation di Jennifer Lahl (qui una sintesi sottolineata in italiano), premiato nel 2011 dal California independent film festival, presentato in più di trenta paesi, e che rappresenta la sintesi più eloquente del dramma della fecondazione eterologa e dello sfruttamento delle donatrici di ovuli. Fonte Tempi

5 regressioni infantili: conseguenze di ferite dell’infanzia che subiamo tutti

In che modo le ferite dell’infanzia influenzano la vita adulta? – di María del Castillo – Quel bambino è rimasto bisognoso d’amore, accoglienza, compagnia, ammirazione…

Finché non recuperiamo e saziamo quelle necessità, continuerà a esprimersi nell’unico modo che conosce

Vi ritrovate spesso a reagire come bambini? Perdete il controllo quando vivete situazioni dolorose? Non sapete perché avete voglia di fuggire davanti a certe persone?

È probabile che stiate avendo regressioni infantili come conseguenza di una ferita di quando eravate bambini.

Forse non siete riusciti a esprimere la vostra rabbia per non fare del male agli altri, o a spiegare le vostre paure per mancanza di attenzione e ascolto, o ancora a mostrare tristezza per paura che gli altri ridessero di voi…

Quelle situazioni dolorose che a suo tempo non siete riusciti a gestire stanno ora emergendo sotto forma di comportamenti dannosi e incontrollabili.

I nostri genitori e familiari sicuramente non volevano ferirci, né farci del male. Nessuno sano di mente lo desidera.

Le proprie ferite emotive, le dipendenze, i condizionamenti culturali (in altre epoche si pensava che una buona educazione dovesse reprimere i sentimenti) o le circostanze della vita (morti precoci, separazioni…) possono aver lasciato delle tracce traumatiche che, se non elaborate in modo adeguato, si trascinano per tutta la vita.

Qual è l’effetto delle ferite dell’infanzia irrisolte?

Paura delle cose nuove. “Io questo non lo faccio”. Se i genitori hanno impedito al bambino – per paura, controllo, autoritarismo… – di sperimentare ed esplorare la realtà, hanno ridotto la sua capacità di rischiare e di credere in se stesso, la fiducia in sé e la sicurezza. L’adulto, quindi, affronterà con difficoltà i cambiamenti e le sfide che gli si presentano.

Sfiducia e ansia. “Meglio stare da soli, il mondo è contro di me”. I bambini sono fiduciosi per natura.

Quando vengono umiliati o rifiutati o si fa loro un danno, si potenziano nell’adulto condotte che portano a fuga, introversione, ansia e pessimismo.

Attaccamenti malsani. “Farò qualunque cosa perché tu resti”. Se le necessità affettive del bambino non vengono soddisfatte in modo sano al momento adeguato, passerà all’età adulta. Due possibili conseguenze sono il fatto di mendicare amore e attenzione o l’isolamento.

Rigidità emotiva. “Io non piango mai”. Un adulto che reprime il pianto è stato ferito nell’infanzia.

Il castigo e l’umiliazione di fronte a questa condotta, o il fatto di non essere assistito nonostante le lacrime, possono aver indurito la persona.

Mancanza di libertà. “Devo fare quello che ci si aspetta da me”. Le “maschere” giocano un ruolo molto importante al momento di nascondere timori e complessi.

Ci sono adulti che non sono capaci di dire di no, di affrontare figure di autorità, di difendere le proprie idee o anche solo di vestirsi come vogliono.

Lo scherno, l’ironia e i paragoni sono alcuni fattori che potenziano nell’adulto questo tipo di comportamenti.

Come guarire

Questi sono alcuni dei modi in cui si esprime il vostro bambino ferito, acquisendo un ruolo da protagonista.

Quel bambino è rimasto bisognoso d’amore, accoglienza, compagnia, ammirazione… Finché non recuperiamo e saziamo quelle necessità, continuerà a esprimersi nell’unico modo che conosce: contaminando la nostra vita adulta.

Osservate e analizzate partendo dal vostro “io adulto” se avete reazioni sproporzionate a circostanze che non le richiederebbero.

Se è così, non è troppo tardi. Non rimanete da soli. Chiedete aiuto alla vostra famiglia o alle persone care più vicine, o ancora a un professionista nel caso in cui siano troppo esagerate. Fonte: Aleteia

No poo: sempre più persone non si lavano i capelli per mesi, ecco perché

No Poo: la nuova sfida del web è non lavarsi i capelli per un anno – di Lorenzo Longhitano

In un’intervista parla una dermatologa dell’ospedale Mount Sinai di New York: assolutamente sconsigliato astenersi da qualunque tipo di lavaggio, ma l’uso di prodotti alternativi unito ad almeno uno o più trattamenti a settimana può aiutare a tenere i capelli puliti. Il consiglio però è sempre quello quello di far studiare il proprio caso da uno specialista.

A partire dal 2015 — complice la cassa di risonanza fornita da Internet e social media, unita al fatto che alcuni personaggi più e meno noti hanno deciso di abbracciare questa filosofia — ha iniziato a impazzare in tutto il mondo e sul web il movimento no poo.

È una filosofia contraria all’utilizzo di shampoo sintetici, considerati inquinanti e dannosi per i capelli se comparati a prodotti realizzati a partire da ingredienti naturali.

No Poo: un anno senza shampoo

Il principio che anima il movimento – ormai diventato anche una “challenge”, una sfida, su YouTube – è intrigante, ma cosa succede effettivamente a capelli e cuoio capelluto dopo un anno di astinenza dal lavaggio con prodotti industriali?

L’ultima opinione al riguardo l’ha raccolta Business Insider ed è quella della dottoressa Angela Lamb — dermatologa all’ospedale Mount Sinai di New York — la cui posizione sembra contraria all’astensione da qualunque tipo di detergente, ma più aperta al lavaggio con prodotti alternativi.

Nel corso dell’intervista vengono descritti gli effetti di un anno passato senza che i capelli tocchino acqua, effetti che con un pizzico di immaginazione sono prevedibili.

Si va dall’accumulo di olio e sebo secreti dal cuoio capelluto, che a sua volta cattura lo sporco dall’ambiente circostante e porta alla proliferazione di batteri, per finire con la conseguente comparsa di infezioni in corrispondenza dei follicoli, i quali col tempo rischiano di intasarsi.

La previsione riguarda però uno scenario di assoluta astensione dal lavaggio; allo stesso tempo, nel contenuto vengono citate tecniche utilizzate da chi segue i principi del movimento no poo in modo meno rigido — come il lavaggio con bicarbonato — considerate adatte all’utilizzo più volte a settimana.

Cosa succede dopo un mese

In questi casi gli effetti da aspettarsi potrebbero essere più vicini a quelli riscontrati durante la prova di Fanpage.it che era durata cinque settimane dando risultati tutto sommato soddisfacenti.

Dopo un periodo di assestamento durato un paio di settimane, al termine del test i capelli erano risultati morbidi e privi di odore, anche se oggettivamente più difficili da trattare per via della difficile applicazione del composto.

Del resto il fenomeno è diventato talmente diffuso che anche le case di produzione industriale di shampoo non hanno potuto evitare di confrontarcisi, chi ideando versioni “low poo” dei propri prodotti, ovvero prive di tensioattivi e ingredienti che generano schiuma, chi addirittura allestendo pagine web nelle quali espone la propria posizione — non esattamente disinteressata — contraria ai principi e ai metodi alla base del movimento.

Fonte: tech.fanpage.itTi potrebbe interessare anche Bicarbonato e aceto di mele: ecco cosa succede se li usi come shampoo

Due italiane inventano metodo rivoluzionario per dimezzare radiazioni TAC

Radiazioni della TAC dimezzate grazie a Federica Caracò e Michela D’Antò, ingegnere di Napoli – di Andrea Centini

Le due giovani ingegnere cliniche di Napoli Federica Caracò e Michela D’Antò hanno creato il sistema ASIR, un super algoritmo che permette di dimezzare l’esposizione alle radiazioni emesse dalla TAC mantenendo invariata la qualità delle immagini. Le ricercatrici hanno conquistato il primo premio dell’Health technology challenge (HTC).

Radiazioni ridotte dal 40 percento al 60 percento grazie a un super algoritmo messo a punto da due giovani ingegnere cliniche di Napoli, la dottoressa Michela D’Antò dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS – Fondazione G. Pascale e la collega Federica Caracò dell’Università degli studi Federico II.

Il loro lavoro, premiato in seno al XIX Congresso dell’Associazione nazionale degli ingegneri clinici (AIIC) recentemente tenutosi a Catanzaro, in Calabria, ha conquistato il punteggio più elevato da entrambe le giurie coinvolte, quella popolare e quella tecnica. Ciò ha permesso loro di portare a casa il prestigiosissimo primo premio dell’Health technology challenge (HTC).

Algoritmo ASIR

Le due ricercatrici hanno sbaragliato la concorrenza di altri 162 progetti grazie al proprio algoritmo chiamato ASIR (acronimo di Adaptive Statistical Iterative Reconstruction), i cui dettagli sono stati pubblicati nell’articolo “Valutazione di un protocollo per la verifica delle funzionalità di un sistema di riduzione della dose installato su tomografi assiali computerizzati”.

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Poiché il rischio delle radiazioni ionizzanti è concreto per i pazienti che si sottopongono a diagnosi e screening, poter dimezzare l’esposizione grazie a un sistema rivoluzionario – da applicare anche a macchinari già esistenti – rappresenta un notevolissimo traguardo scientifico.

In parole semplici, l’algoritmo elaborato da Caracò e D’Antò, permette di ridurre il rischio radiologico mantenendo un’ottima qualità dell’immagine, che è fondamentale in termini clinici.

Riduzione delle radiazioni e qualità dell’immagine

Le ricercatrici, che hanno plasmato il progetto sulla base della Direttiva Euratom che definisce i “confini” degli esami radiologici al fine di ottenere una minor esposizione possibile alle radiazioni, hanno aggiornato due sistemi per la TAC (CT Light Speed e Optima CT 660) con l’ASIR, dimostrandone la piena efficacia nel mantenere un ottimo equilibrio tra riduzione delle radiazioni e qualità dell’immagine, rispettando il relativo standard.

I benefici. In Italia ogni anno vengono eseguiti ben 40 milioni di esami radiologici, moltissimi dei quali coinvolgono pazienti oncologici.

Ridurre al minimo l’invasività delle scansioni e i potenziali rischi che ne derivano (le radiazioni possono a loro volta catalizzare danni al DNA e sviluppo del cancro) aumenta sensibilmente la sicurezza per chi vi si sottopone.

Va inoltre tenuto presente che poco meno della metà degli esami effettuati nel nostro Paese si ritiene non sia effettivamente necessario o che sia prescritto in modo nel del tutto corretto; il sistema ASIR promette dunque di ridurre i rischi anche per chi non ha assoluto bisogno di esami potenzialmente dannosi. Fonte: fanpage.it 

I francesi hanno iniziato a uccidere Vincent Lambert. Macron non risponde

Francia. È iniziata l’eutanasia di Vincent Lambert – di Leone Grotti – articolo tratto da Tempi

Stamattina i medici hanno interrotto l’alimentazione e idratazione al paziente tetraplegico di 42 anni. «Vincent sente tutto: ha pianto»

L’eutanasia di Vincent Lambert è cominciata. Stamattina i medici dell’ospedale Chu Sébastopol di Reims hanno interrotto l’alimentazione e idratazione al paziente tetraplegico di 42 anni.

«È una vergogna, uno scandalo assoluto, i genitori di Vincent non hanno neanche potuto abbracciare il figlio», ha tuonato all’Afp Jean Paillot, avvocato dei genitori dell’uomo e padre.

Vincent Lambert: Macron non risponde

Lambert non è in fin di vita, né malato, né attaccato ad alcuna macchina. È in stato di minima coscienza e per questo dipendente in tutto e per tutto.

Gli unici trattamenti che gli vengono forniti in ospedale sono appunto l’alimentazione e l’idratazione. Ora Lambert morirà di fame e di sete e non si sa quanti giorni ci vorranno prima che sopraggiunga la morte.

Domenica la madre Viviane Lambert, insieme a 200 persone, si è trovata davanti all’ospedale per implorare i medici e le autorità di non uccidere suo figlio.

Ha rivolto anche un appello, l’ennesimo, al presidente della Repubblica Emmanuel Macron, che non ha risposto.

«Vincent sente tutto: ha pianto». «Quando Vincent ha visto i suoi genitori, che gli hanno comunicato la decisione dei medici» di ucciderlo, «Vincent si è messo a piangere: lui sente tutto quello che succede attorno a lui», ha dichiarato David Philippon, fratellastro e contrario all’eutanasia. Parte della famiglia, in particolare la moglie, vuole invece la morte dell’uomo.

La Chiesa ha fatto sentire la sua voce per opporsi all’esecuzione, così come l’Onu, che ha chiesto alla Francia di aspettare a rimuovere alimentazione e idratazione in attesa di studiare il caso.

Ma Parigi sembra avere fretta di uccidere Vincent, applicando «la prima eutanasia legale della storia della Francia», e così, come annunciato in precedenza dal dottor Sanchez, stamattina Vincent è stato sedato. Dormirà fino a quando non sopraggiungerà la morte di fame e di sete.

«È in gioco l’onore della società umana»

Come ha scritto sull’Osservatore Romano don Roberto Colombo, docente presso la facoltà di Medicina e Chirurgia Università Cattolica del Sacro Cuore, «pur trovandosi in una condizione di grave incapacità relazionale con il mondo esterno e le persone a lui vicine (nulla potendosi dire con ragionevole certezza sulla eventuale riduzione o assenza della sua “coscienza interna” o “profonda”), il paziente non è connesso ad un ventilatore (la respirazione è autonoma) né sottoposto a stimolazione cardiaca (il battito è spontaneo), e neppure oggetto di terapie intensive o subintensive che possano configurare una situazione clinica ed etica di “accanimento terapeutico”.

Questa obiettiva osservazione clinica esclude che sia appropriato medicalmente e corretto eticamente applicare a questo malato il giusto principio di rispettare il sopraggiungere ormai inevitabile della morte e non opporsi al decorso naturale dell’agonia con interventi inappropriati che prolungano solamente la sofferenza del morente.

Come hanno ricordato recentemente l’arcivescovo di Reims, monsignor Éric de Moulins-Beaufort, e il vescovo ausiliare della stessa diocesi, monsignor Bruno Feillet, nella situazione di Vincent “è in gioco l’onore di una società umana non lasciare che uno dei suoi membri muoia di fame o di sete e fare tutto il possibile per mantenere fino alla fine le cure appropriate. Permettersi di rinunciarvi perché una tale cura ha un costo o perché sarebbe inutile lasciar vivere la persona umana rovinerebbe lo sforzo della nostra civiltà. La grandezza dell’umanità consiste nel considerare come inalienabile e inviolabile la dignità dei suoi membri, specialmente i più fragili”, in qualunque condizione essi si trovino».

Ecco cos’è successo al vicesindaco di Lodi che ha osato condividere questo

Guai seri per chi discute sul riscaldamento globale – di Stefano Magni – A Lodi il vicesindaco Lorenzo Maggi condivide su Facebook un articolo di Franco Battaglia sul riscaldamento globale e subito scatta un’interpellanza. Adesso Maggi è chiamato a rispondere in Consiglio per diffusione di “fake news”.

Il clima (politico) si scalda ancora una volta per il dibattito sul riscaldamento globale antropico (provocato dall’uomo).

E si scalda ancora una volta nel Comune di Lodi, che ormai sembra abbonato alle polemiche, dopo la vicenda delle mense scolastiche “chiuse agli stranieri”.

Questa volta è stato l’assessore alla Cultura, nonché vicesindaco della cittadina lombarda, Lorenzo Maggi, a condividere sulla sua pagina Facebook un articolo di Franco Battaglia, dove si fa presente che la teoria del riscaldamento globale antropico, ora condivisa dalla maggioranza degli scienziati non è comunque un dogma di fede.

È e resta una teoria scientifica e come tale può essere falsificata da prove contrarie. Già che c’è, il professor Battaglia elenca le prove contrarie che confutano la teoria.

Il solo fatto di aver condiviso sulla sua pagina Facebook questo articolo, pubblicato sul blog del giornalista Nicola Porro e su Il Giornale, ha innescato una polemica politica e ha fatto partire un’interpellanza. Perché si può discutere su qualsiasi cosa, ma non sul riscaldamento globale.

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Interpellanza per un articolo sul riscaldamento globale

L’interpellanza è del consigliere comunale di opposizione Stefano Caserini (di 110&Lodi), del 14 maggio. È interessante esaminare il linguaggio con cui è stata formulata.

Prima di tutto, nelle condizioni elencate per motivare l’interpellanza si legge che riguarda il “rilancio da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Lodi di tesi palesemente infondate che negano il cambiamento climatico e le responsabilità delle attività umane”.

Sul contenuto del pezzo del professor Battaglia, il consigliere non ha remore nel dire: “Detto articolo contiene palesi stupidaggini inerenti la scienza del clima e in generale il metodo scientifico, nonché dati sbagliati e tesi false, facilmente verificabili con un minimo di approfondimento della materia”.

Sul suo autore: “l’autore di questa tesi è un docente universitario senza alcuna pubblicazione scientifica in campo climatico o anche solo ambientale, nonché con una produzione scientifica complessiva estremamente scarsa, e che in passato è stato autore di tante altre tesi infondate ed errori clamorosi sul tema del cambiamento climatico”.

Interessante notare anche che Battaglia ha scritto il suo pezzo proprio per contraddire la “democraticità” della scienza: anche se una tesi è sostenuta dalla maggioranza dei climatologi, non è detto che sia giusta. A stabilire cosa sia giusto e cosa no, nella scienza, sono i fatti, non la maggioranza.

Eppure il consigliere Caserini, per attaccare Battaglia, si rifà ancora al criterio della maggioranza (anzi, in questo caso, dell’unanimità): “le Accademie delle Scienze di tutto il mondo hanno riconosciuto l’esistenza delle responsabilità umane sui cambiamenti climatici, sulla base di decine di migliaia di studi, analisi e misurazioni che si accumulano ormai da più di 70 anni, controllati e accettati dagli scienziati esperti di questi temi”.

Accuse di disinformazione e altro…

Per questi motivi, viene invocata esplicitamente la censura: “è necessario contrastare la disinformazione e la circolazione di ‘fake-news’ su una questione di così grande rilevanza ambientale, politica e sociale, definita in una mozione approvata all’unanimità dal Consiglio comunale di Lodi ‘la più grande emergenza ambientale di questo secolo, con conseguenze anche per decine di generazioni future’”.

E si condanna l’operato del vicesindaco (una condivisione su Facebook, in un profilo in cui vengono condivisi mediamente 4, 5 articoli al giorno): “la propaganda di tesi infondate e risibili sulla questione climatica da parte dell’assessore alla Cultura della città di Lodi è un motivo di imbarazzo se non vergogna per chi ha cuore la credibilità delle istituzioni lodigiane”.

Per questo si chiede una sorta di pubblica abiura in aula. Si chiede, fra le altre cose: “Se l‘Assessore non ritenga necessario informarsi o studiare i temi di rilevanza per la comunità al fine di evitare di diffondere disinformazione su una questione di grande importanza, e su cui il Consiglio comunale di Lodi ha impegnato la Giunta ad agire”.

E “se l’Assessore ritenga corretto dare spazio e invitare a leggere anche gli articoli che sostengono che i vaccini provochino l’autismo o che la Terra sia piatta”.

La risposta di Franco Battaglia

Informato sui fatti di Lodi, Franco Battaglia ha scritto una sua risposta, una lettera che ha inviato al sindaco di Lodi e all’assessore alla Cultura.

“Trovo curioso che nel vostro Comune un Assessore non possa segnalare ai propri amici quel che gli pare”, sostiene Battaglia, prima di tutto.

Sull’attacco a testa bassa del consigliere d’opposizione: “Caserini afferma che il mio articolo conterrebbe ‘stupidaggini’, dati sbagliati e tesi false. Ma non dice quali”.

“È bene essere consapevoli che il metodo scientifico impone che ciò che promuove una congettura a rango di teoria scientifica consolidata non è né il numero né la qualità di chi quella congettura promuove, ma, ripeto, i fatti.

Ciò che dicono le Accademie scientifiche di tutto il mondo non ha alcun rilievo. O meglio: il metodo scientifico impone che è illegittimo addurre a ‘prova’ della validità scientifica di una congettura la circostanza che essa è sostenuta dalla maggioranza, o anche dalla totalità degli scienziati o da tutti i premi Nobel.

Ai tempi di Galileo la quasi totalità della comunità scientifica sosteneva la congettura della Terra ferma al centro dell’universo, e ai tempi di Einstein la totalità della comunità scientifica sosteneva l’assolutezza dello scandire del tempo”.

Se il criterio della maggioranza non è sufficiente a validare una teoria, nel caso del riscaldamento globale antropico (Rga) non c’è unanimità: “Si dà il caso che nel 2007 il fisico F. Seitz, presidente della National Academy of Sciences americana, fu promotore e primo firmatario di una petizione, poi firmata da migliaia di scienziati studiosi del clima, che denunciava l’inconsistenza della congettura Rga”.

La scienza come dogma

Il problema, però, è che non se ne può proprio discutere. La reazione politica ad un pezzo condiviso su un social network è lì a dimostrarlo.

Questo succede, quando la scienza diventa una fede e una teoria è assunta come dogma. Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Vi lasciamo il video dell’intervista ad Alberto Prestininzi, professore ordinario di Rischi Geologici al corso di laurea magistrale “Geologia applicata all’ingegneria” presso l’università La Sapienza di Roma:

Lo sai che viviamo in un mondo in cui una 16enne che parla del futuro del pianeta viene ricevuta dal Papa e dai vertici dell'Europa mentre un professore ordinario di Rischi Geologici al corso di laurea magistrale "Geologia applicata all'ingegneria" presso l'università La Sapienza di Roma non se lo fila nessuno?Fonte video: https://www.youtube.com/watch?v=dLjBSipSxzM

Posted by Lo Sai on Wednesday, May 15, 2019

Muore soffocato da un pezzo di pizza: ecco cosa stavano facendo i medici

Napoli, soffocato da pezzo di pizza. Polemica sui soccorsi: “I medici litigavano tra loro” – di Giuseppe Cozzolino

L’uomo è deceduto nella notte di sabato e domenica a causa di un pezzo di pizza andato di traverso.

Ma i familiari denunciano: ci sarebbe stata una lite tra medici che sarebbe costata tempo prezioso per soccorrere l’uomo, morto soffocato. La magistratura ha aperto un’inchiesta, anche l’Asl Napoli 1 ha avviato un’indagine interna.

Si indaga a tutto campo sulla morte di M.D.G., il cinquantaquattrenne morto al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo di Napoli dopo essere rimasto soffocato da un pezzo di pizza.

I familiari hanno infatti denunciato un litigio tra medici che potrebbe aver sottratto tempo decisivo per salvare l’uomo dal soffocamento.

Sulla vicenda indagano da una parte i carabinieri, su mandato della magistratura che ha già disposto il sequestro della salma su cui verrà effettuata l’autopsia, ma anche l’Asl Napoli 1, che su richiesta del commissario straordinario Ciro Verdoliva ha già avviato un’indagine interna per accertare responsabilità ed eventuali negligenze.

La vicenda nella notte tra sabato e domenica. L’uomo, un napoletano di 54 anni, era giunto al pronto soccorso con mezzi propri, poco prima della mezzanotte tra sabato e domenica, dopo che un pezzo di pizza e mozzarella erano finiti nelle prime vie respiratorie.

Soffocato da un pezzo di pizza: cosa accade al pronto soccorso?

Qui, secondo quanto denunciato dai familiari, nonostante l’uomo fosse giunto in codice rosso, ci sarebbe stato un aspro confronto tra l’anestesista, che sarebbe anche giunto in ritardo, ed alcuni colleghi. Un litigio che sarebbe stato addirittura ripreso da qualcuno e consegnato ai familiari.

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L’uomo, che era giunto già cianotico, è poi deceduto nonostante una dottoressa abbia provato per 3 o 4 volte ad effettuare la manovra di Heimlich, che non avrebbe avuto effetto.

A quel punto, il medico di urgenza assieme ad un chirurgo ha provato a rimuovere con un’operazione il pezzo di pizza, ma inutilmente. Alla fine, l’uomo è deceduto nonostante l’estremo tentativo di tracheotomia di urgenza.

La manovra di Heimlich. La manovra di Heimlich è da sempre utilizzata per salvare persone dal soffocamento, e consiste nell’esercitare una serie di rapide e forti pressioni sull’area addominale, appena sotto lo sterno e sopra l’ombelico.

La spinta, energica, viene fatta verso l’alto, per comprimere il diaframma ed i polmoni, permettendo a ciò che ostruisce la trachea, provocandone l’espulsione dalla bocca.

In pratica, consiste nella realizzazione di una sorta di colpo di tosse artificiale che libera i polmoni dall’ostruzione. Fonte: napoli.fanpage.it

Monterotondo, padre violento ucciso dalla figlia 19enne: «Tutti sapevano»

Monterotondo, 19enne uccide il padre. I vicini: “Tutti sapevano: quell’uomo era violento” – di Chiara Ammendola

Il giorno dopo l’omicidio di Monterotondo proseguono le indagini per cercare di ricostruire quanto accaduto nelle ultime ore di vita di Lorenzo Sciacquatori morto durante una colluttazione con la figlia 19enne, la cui posizione è al vaglio degli inquirenti.

Intanto emerge con insistenza il profilo di un uomo estremamente violento e dipendente dall’alcol che era solito a episodi di violenza in famiglia.

Ci sarebbe una storia di violenza domestica dietro l’omicidio avvenuto domenica mattina a Monterotondo, in provincia di Roma, dove un uomo di 41 anni, Lorenzo Sciacquatori, è morto dopo una lite in famiglia per mano della figlia 19enne Deborah.

È quanto ricostruito finora dai carabinieri e dal pubblico ministero della procura della Repubblica di Tivoli.

A raccontare l’accaduto è stata proprio la giovane studentessa del liceo artistico Angelo Frammartino di Monterotondo che si trova ora in stato di fermo agli arresti domiciliari.

Secondo Deborah, ancora in stato di choc, tutto sarebbe iniziato all’alba di domenica 19 maggio quando il 41enne rientrato in casa intorno alle 5 avrebbe svegliato la famiglia con urla e minacce: in casa in quel momento c’erano la compagna dell’uomo, una donna di 42 anni, l’anziana e malata madre e la figlia 19enne.

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Deborah avrebbe cercato di difendere la madre e la nonna dalla furia del padre

Deborah si sarebbe intromessa immediatamente tra il padre e la nonna cercando di allontanare l’uomo dalla donna sulla quale si stava scagliando con violenza immotivata.

Non riuscendo a placare la furia del 41enne visibilmente alterato a causa dell’alcol dal quale era dipendente, le donne di casa aiutate dalla sopraggiunta sorella di Lorenzo hanno tentato la fuga riversandosi in strada.

Ed è qui che si sarebbe consumato l’omicidio: la figlia dinanzi all’ennesima aggressione nei confronti della madre da parte del padre si sarebbe avventata su di lui colpendolo e procurandogli tra le altre una ferita alla testa, poi risultata mortale.

Ed è su questo punto fondamentale che gli inquirenti dovranno valutare la posizione della 19enne.

Nonostante l’intervento immediato degli operatori sanitari del 118 infatti il 41enne sarebbe deceduto poco dopo il ricovero in ospedale.

I carabinieri giunti sul posto poco dopo avrebbero rinvenuto anche un coltello che sarebbe stato usato dalla ragazza per difendersi ma non per colpire il padre, ucciso, si ipotizza, da un pugno.

La 19enne ha infatti ereditato dal padre la passione per la boxe che pratica da diverso tempo.

La posizione della 19enne al vaglio degli inquirenti: si ipotizza la legittima difesa

Ciò che emerge è un quadro di violenza domestica ampiamente denunciato in passato dalla compagna dell’uomo, l’ultima denuncia alle forze dell’ordine risalirebbe al maggio 2014, che aveva deciso però di dare al padre dei suoi figli una seconda possibilità, possibilità a quanto pare non sfruttata dal 41enne che era noto in tutto il quartiere come un uomo con noti problemi di alcolismo e un passato di tossicodipendenza, un ex pugile disoccupato che riversava la propria rabbia con aggressioni continue alle donne della famiglia.

Deborah pur non avendo mai raccontato nulla di ciò che accadeva in casa mostrava sul volto i segni di una situazione famigliare allo stremo, dove la serenità mancava ormai da anni.

Ora sarà la Procura a valutare la posizione della ragazza che dopo essere stata ascoltata per tutta la giornata è stata portata a casa in attesa dei risultati dell’esame autoptico sul corpo della vittima e degli ulteriori accertamenti utili a ricostruire la dinamica della morte. Alla giovane potrebbe essere concessa la legittima difesa.

“Non ha mai detto una parola. Ma lo sapevamo tutti, lo sapeva tutto il quartiere – ha raccontato una vicina alla stampa – mai possibile che nessuno abbia fermato il padre prima che succedesse una disgrazia?”. Fonte: roma.fanpage.it