La musica ha smesso di essere rivoluzionaria, ecco il livello dei cantanti di oggi

Di Antonello Cresti. Bennato e Venditti sotto accusa. Qualche settimana fa le bacheche dei social si sono improvvisamente riempite di accuse ed epiteti ingiuriosi ai danni dei due cantautori italiani Edoardo Bennato e Antonello Venditti, “rei” il primo di aver pubblicato un suo selfie in compagnia di Matteo Salvini, il secondo di aver rilasciato una intervista nella quale dispensava commenti non negativi nei confronti del Ministro degli Interni e della compagine gialloverde.

Ovvie e pleonastiche un paio di considerazioni preliminari: gli artisti hanno tutto il diritto di esprimersi su ciò che desiderano, gli altri hanno il diritto di commentare…

Personalmente tenderei in ogni caso a non dare eccessivo peso a esternazioni che, in un caso o nell’altro, rappresentano invariabilmente, tranne rare eccezioni, una immersione nella genericità e nella banalità più assolute, ma, poiché la levata di scudi è avvenuta nei confronti di due personaggi, che, caso finora piuttosto raro, hanno incrinato una cortina di dissenso piuttosto monolitica nei confronti dell’attuale governo, forse occorrerebbe porre un interrogativo (per il sottoscritto fin troppo retorico…) ossia se i “venduti” (come si è sbraitato ovunque…) siano davvero Bennato o Venditti o piuttosto coloro, che, ben più agevolmente (e magari dopo qualche piccola indagine di mercato…), hanno preferito indirizzare i loro strali ancora meno argomentati contro Salvini.

La musica ha smesso di essere rivoluzionaria. A prescindere da quelle che possono essere le nostre opinioni o simpatie, davvero si crede che in un ambiente come quello della discografia sia conveniente esporsi in questa maniera e non piuttosto lanciarsi in qualche “fanculo” dai palchi di Italia come hanno fatto Nina Zilli e altri?

Davvero si crede che questi cantanti incarnino una qualche forma di opposizione o resistenza culturale e sociale?

Visto lo spessore davvero esiguo delle figure in campo il problema non necessiterebbe neanche un approfondimento, se non fosse che certi atteggiamenti di comodo rimandano ad altre avventure del carrozzone pop-rock, quelle sì, davvero deleterie e capaci di creare subdole forme di inganno.

La musica rock, difatti, ha smesso di essere rivoluzionaria nel momento stesso in cui ha indossato i panni ufficiali dell’impegno sociale, panni che sino a quel momento aveva rivestito non affidandosi a slogan o alle argomentazioni derivanti dalla hegeliana “pappa del cuore”, ma semplicemente facendosi forza della sua intrinseca valenza che la rende più di ogni altro medium artistico capace di costruire o decostruire immaginari nello spazio dell’attimo.

Rendere la musica al servizio di altre forme di comunicazione è semplicemente relegarla a una zona meno elevata e non sua.

 Artisti al servizio del mondialismo e della globalizzazione. Come abbiamo abbondantemente spiegato in La Scomparsa della Musica (NovaEuropa Edizioni, 2019) se si vuole fare “politica” con la musica non si ha che l’imbarazzo della scelta e se si riesce in questo cimento a suonare autentici e ispirati allora l’operazione non potrà che avere successo. Una dimostrazione empirica?

Con eventi come Live Aid e l’avvento di “divi di stato” a la Bono Vox abbiamo forse assistito a un rafforzamento del pensiero critico o della cultura del conflitto o piuttosto ci siamo incamminati verso la progressiva scomparsa di questi due essenziali momenti dialettici?

Retorica e banalizzazione dei problemi. Il modo becero di banalizzare in maniera manichea problemi reali come la povertà, le guerre, l’inquinamento (esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni col fenomeno mediatico eterodiretto Greta Thunberg, o qualche anno fa con la massa di contraddizioni del movimento No Global, scomparso nel nulla pur disponendo di un consenso enorme…) non produce niente altro che una serie di cortocircuiti di senso.

Le “battaglie” degli Sting, dei Geldof, via via scendendo di categoria, non sono neanche ascrivibili come forme di “anticapitalismo gestuale”, come le avrebbe definite il filosofo inglese Mark Fisher, ossia quei comportamenti formalmente antisistemici, ma funzionali alla Megamacchina, ma sono piuttosto da annoverare con brillanti forme di brainwashing collettivo, poi mutuate progressivamente nell’armamentario dialettico radical chic, secondo cui si sceglie un principio pressoché universalmente condiviso da tutti (l’uguaglianza dei sessi, la pace, il rifiuto delle discrimazioni, ecc.) e per fingere di far parte di una élite rivoluzionaria lo si abbraccia accusando tutti gli altri di non rispettarlo.

Un esempio su tutti: Bono Vox. Si tratta, inutile dirlo, di un coraggio sociale esibito, ma inesistente e reso ancora più peloso dal rifiuto categorico di provare a soffermarsi semmai su quei fenomeni economici che possono provocare tali storture nella società.

Una macchinazione dialettica insomma, fomentata proprio da quegli “oppositori del bene”, che si vorrebbe sconfiggere con qualche slogan e qualche concertone, come dimostrano le stesse biografie degli artisti engagè del nostro tempo (ottima la biografia The Frontman, dedicata al cantante degli U2), e che dietro di sé porta il disastro di una desertificazione dell’immaginario del pubblico sempre più evidente.

Con un calembour, non esiste peggior danno a una causa giusta, di quello arrecato da una causa giusta sostenuta in maniera sbagliata!

La prossima volta che il Venditti di turno dirà qualcosa che non vi torna o che vi delude nelle vostre convinzioni, pensate che avrebbe potuto fare pure peggio, ossia rassicurarvi in quelle stesse certezze!

Titolo originale: La truffa della musica “umanitaria”. Fonte Revoluzione

Censurare miseria e morte in Grecia altrimenti aumentano gli euro scettici

Miseria e morte in Grecia: per Fubini è meglio non parlarne – di Pietro Vinci

Prima di riferirci a ciò che il Vicedirettore del Corriere della sera ha spudoratamente ammesso in televisione, poniamo la lente d’ingrandimento su ciò che hanno passato la Grecia e il suo popolo a causa della mannaia dell’austerità targata Unione europea.

Il Lancet, rivista britannica che funge da faro nell’ambito della pubblicazione di studi scientifici e medici a livello mondiale, l’anno scorso pubblicò un paper così titolato:

Il fardello delle malattie in Grecia, la perdita di salute, fattori di rischio e finanziamento della sanità”.

La catastrofe della Grecia

Parlando con chiarezza, il giornale inglese elencò dati preoccupanti uno dopo l’altro, tutti frutto della procedura alla quale la Grecia fu sottoposta dal 2010 per “curarsi” dai debiti: nel 2008 si spendeva il 9,8% del PiL per la sanità mentre nel 2014 si arrivò a 8,4%; l’analisi della salute complessiva del popolo greco dimostrò un crollo nel periodo preso in analisi (dal 2010 al 2016, l’era dell’austerità) rispetto al periodo precedente (2000-2010); riduzione della popolazione e aumento conseguente dell’anzianità in percentuale; l’aumento della mortalità dei bambini di età inferiore ai 5 anni, assieme agli adulti bisognosi di esami preventivi o cure urgenti.

In generale i tassi di mortalità salirono in alto, condannando il popolo greco a malattie e morte, rispetto al passato recente quando la “cura europea” ancora non c’era.

Una catastrofe disumana e un trattamento che può ricordare il Belgio coloniale o qualche Reichskommisariat nazista durante la Seconda guerra mondiale: tutto avvenuto a poca distanza dalle nostre coste, oltre il Mar Adriatico, all’interno dell’Unione europea.

In Occidente, e in generale in tutto il Mondo, la cosa non passò in secondo piano e furono numerosi i grandi giornali a occuparsene, a volte versando lacrime di coccodrillo o magari anche sottolineando la mostruosità in atto.

L’americano Forbes, bisettimanale economico, non tacque e analizzò con attenzione lo sfacelo greco targato Unione europea; il titolo era “Il terribile costo umano del piano di salvataggio della Grecia”: si disse, infatti, che mentre la mortalità nell’Europa occidentale era in declino, in Grecia aumentava.

Vi era un lungo elenco: più morti di cancro, per l’HIV, le cirrosi, problemi cardio-vascolari, e altro; gli adolescenti e gli adulti si suicidano, mentre i neonati muoiono per malattie facilmente curabili.

Si potrebbe aggiungere che nel passato la peste nera “sbarcava” col suo esercito di ratti dalle navi commerciali e diffondeva la morte, invece oggigiorno è semplicemente sbarcata la UE col suo piano economico.

L’articolo si concludeva così: “Smettiamola di incolpare i greci. Bambini, adolescenti e giovani adulti non hanno causato il disastro del debito greco, ma stanno pagando con le loro vite”.

Federico Fubini e la stampa libera: cortocircuito

In generale, del resto, la finalità della stampa “libera” nei Paesi “liberi” dovrebbe esser quella di riportare le notizie e, se gravi e rilevanti, evidenziarne gli aspetti clamorosi, storici perché magari macchiati di lacrime e sangue.

Ma qui viene il “bello”: Federico Fubini si è comportato in modo assai diverso e, siccome non è vicedirettore di un giornaletto scolastico o del foglietto dove affermava di scrivere Felice Caccamo, il suo modus operandi ha avuto sicuramente un effetto deprimente non solo sulla pubblica opinione – da anni annientata moralmente e con la censura preventiva o la disinformazione – ma anche sul livello informativo generale della nostra nazione: una duplice villania.

Fubini, infatti, ha dichiarato in una trasmissione televisiva su TV2000 quanto segue: “Faccio una confessione, c’è un articolo che non ho voluto scrivere sul Corriere della Sera. Io sono appassionato di dati: guardando quelli sulla mortalità infantile in Grecia, mi sono accorto che, facendo tutti i calcoli, con la crisi sicuramente sono morti 700 bambini in più in Grecia di quanti ne sarebbero morti se la mortalità infantile fosse rimasta quella di prima della crisi.

Dunque la crisi e il modo in cui è stata gestita in Grecia ha avuto questo effetto, drammatico: ci sono altri dati che confortano questa mia conclusione perché si vedono i bambini nati sottopeso e altri aspetti del genere… Ho deciso di non scrivere”.

Il giornalista gli chiede il motivo che lo portò a non parlarne e Fubini risponde così: “Ho deciso di non scrivere perché il dibattito in Italia è così avvelenato, tra anti-europei che sono pronti ad usare qualunque materiale, come una clava, non solo contro l’Europa ma anche contro ciò che l’Europa rappresenta: un principio di democrazia fondata sulle regole e le istituzioni…

Dunque usare come una clava qualunque materiale contro la democrazia fondata sulle istituzioni e le regole, istituzioni anche indipendenti dal potere esecutivo da un lato, e dall’altro gli anti-europei che appunto come dicevo prima rifiutano di affrontare questi argomenti.

Dunque mi sono detto: se scrivo questo vengo strumentalizzato dagli uni, gli antieuropei, e in qualche modo ostracizzato dagli altri e la sostanza del problema si perde.

Dovrei passare il tempo a difendermi da attacchi assurdi sui social-network… Ricordo che sono stato anche denunciato in procura da un senatore della maggioranza… Per dirti il clima di oggi. Mi è passata la voglia.

E’ un grande problema e spero di essermi ripreso dedicando un capitolo [del libro ultimo che Fubini ha scritto, n.d.A.] a questa vicenda”.

Purtroppo non siete stati avvisati, prima di questo virgolettato e questo video, a tenere un secchio per il vomito vicino. La cosa non è passata inosservata, suscitando la reazione anche di Matteo Brandi.

Da questa triste faccenda e dalle stesse dichiarazioni di Fubini si apprendono molte cose, tutte gravi: innanzitutto confonde, non si sa se volontariamente o meno, l’antieuropeismo con l’euroscetticismo giacché il primo è un comportamento di avversione all’Europa da intendersi continentalmente, come entità avversa nel suo complesso, mentre il secondo riguarda unicamente l’avversione all’Unione Europea che non andrebbe mai confusa col concetto di Europa.

In secondo luogo, seguendo la mesta ombra dei suoi ragionamenti, si evince che spesso la stampa main-stream preferisce tacere e non parlare nel nome di un atteggiamento fideistico, verso la UE in questo caso: in realtà, affinché qualsiasi problema si possa affrontare, è necessario avere onestà intellettuale, schiena dritta e dati certi da esporre.

Senza che le cose si sappiano, non possono essere trattate: Fubini, che sembra giocare a nascondino fra “anti-europei” e “altri” (ossia gli europeisti) ha ammesso di non aver voluto trattare un tema, vero e tragico, perché ciò avrebbe esacerbato il dibattito pubblico italiano e sostiene persino senza vergogna che ciò avrebbe potuto compromettere il suo ruolo.

Stampa main-stream o propaganda?

Non c’è da stupirsi se, a livello internazionale, la nostra stampa non è considerata realmente libera: immaginate se, su vasta scala, in una nazione non si parlasse della realtà dei fatti, ma tutto fosse filtrato nel nome di una “fede” assoluta.

Alcuni scribacchini da strapazzo fecero la stessa cosa negli Stati Uniti, durante le tragiche guerre “umanitarie” sponsorizzate dal Pentagono, facendo un danno clamoroso ai cittadini americani e dell’Occidente, comportandosi da maggiordomi del Potere.

Costoro non sono considerati come giornalisti, ma come propagandisti, ripetitori di concetti falsati e dogmatici, difesi dalla censura o dal silenzio, e ovviamente pubblicamente ritenuti come non attendibili, inaccettabili, da allontanare come appestati.

Federico Fubini, invece, resta al suo posto e la sua ignominiosa affermazione untuosa su TV2000 non scatena la condanna ferma di tutto il mondo della stampa o del pensiero: quieta non movere et mota quietare insomma (ciò che è fermo non sia mosso e ciò che si muove sia fermato), tutto resti calmo, in una palude melmosa dove la realtà triste del popolo di Grecia dev’essere omessa nel nome della “fede” europeistica o di qualche malcelata agenda politica, personale magari.

La pubblica ammissione di Fubini e il fatto che abbia deciso di parlarne in un suo libro servono a poco: chi non ha stomaco, schiena dritta e coraggio sarebbe opportuno che smettesse immediatamente di fare il giornalista. Col giardinaggio potrebbe, forse, fare meno danni.

La Deutsche Welle, di sicuro non un organo di stampa filo-ellenico o anti-europeista, si occupò della tragedia vissuta dal popolo greco nel nome dell’austerità, così come l’europeo EuObserver: “L’austerità in Grecia ha violato il diritto alla salute”. Un titolo così, per Fubini, non andava fatto e probabilmente non poteva neanche farlo. Fonte Oltre la linea

Ecco perché i terrapiattisti sono utili al sistema (è stato il sistema a crearli?)

I terrapiattisti non esistono. È tutto un complotto – di Stefano Magni

I terrapiattisti si sono riuniti a Palermo il 12 maggio. Li dobbiamo ringraziare perché hanno smentito, involontariamente, la vecchia leggenda nera secondo cui è la Chiesa che crede nella terra piatta.

Credono che tutte le nostre conoscenze siano imposte da un complotto. Ma i terrapiattisti esistono? O sono frutto di un complotto dei media?

I terrapiattisti si sono riuniti a Palermo il 12 maggio scorso nella prima convention nazionale.

Li dobbiamo ringraziare perché hanno smentito, forse involontariamente, la vecchia leggenda nera secondo cui è la Chiesa che crede nella terra piatta.

O per lo meno ci ha creduto e ha imposto questa sua visione fino a tutto il Medio Evo cristiano.

Secondo un luogo comune molto ignorante, ma anche molto duro a morire, addirittura nessuno prima di Cristoforo Colombo avrebbe creduto che la terra è sferica. Quante volte lo avete sentito dire?

I terrapiattisti, con la loro stessa presenza, sono invece la dimostrazione che la teoria della terra piatta è recentissima e sfida millenni di conoscenza scientifica sulla sfericità della terra.

I teorici della cospirazione della terra piatta sono infatti costretti a smentire una conoscenza che risale almeno al VI Secolo a.C., un’intuizione attribuita a Pitagora, nota già a Platone e Aristotele e poi assunta come un dato fisico da Eratostene, il primo che misurò le dimensioni del nostro pianeta (con buona, ottima, approssimazione) nel III Secolo a.C.

Per i terrapiattisti, tutta questa storia è falsa, creata da non ben specificati “poteri forti” che vogliono tenerci nell’ignoranza sulla reale natura del nostro pianeta.

Per motivi che probabilmente quegli stessi poteri forti e occulti non sanno spiegarsi. La teoria della terra piatta, in compenso, ha solo un secolo e mezzo di storia.

Inizia con l’inglese William Carpenter, che nel 1885 pubblicò un opuscolo in cui metteva in dubbio la sfericità terrestre perché dalle mongolfiere non si vedeva alcuna curvatura.

Le sue idee si diffusero abbastanza a lungo da essere raccolte dalla Flat Earth Society, nata nel 1956 in Gran Bretagna e poi attecchita maggiormente negli Usa, dove mise in dubbio la veridicità delle prime missioni nello spazio e soprattutto lo sbarco sulla Luna.

La teoria cospirativa della terra piatta riassume meglio di altre tutte le manie della cultura post-moderna. Prima di tutto è l’esempio più estremo del relativismo: se tutto è soggettivo, niente è reale e tutto è possibile.

Anche il sapere più consolidato nell’uomo può essere messo in dubbio, perché l’importante è il confronto, non la conoscenza della realtà (che nella filosofia post-moderna non esiste, se non come proiezione della mente umana).

In secondo luogo, è la summa delle teorie cospirative. Per i terrapiattisti, tutto, ma proprio tutto, quello che ci è stato detto è falso.

E’ falsa la storia, le notizie diffuse dai media, i libri di scienza naturale. Anche la matematica mente. E’ tutta una gigantesca menzogna, insomma, che solo pochi coraggiosi (gli stessi che propugnano la teoria) hanno il coraggio di smascherare.

Assieme alla terra piatta, il pacchetto include altre teorie del complotto, dall’inesistenza dei satelliti e della falsa astronomia, ma anche l’idea che i poteri forti ci nascondano l’esistenza di una civiltà di giganti, vissuta nel passato remoto, che ci avrebbe lasciato tutti i grandi monumenti (cattedrali incluse, per esempio il Duomo di Milano). Non si sa cosa c’entri con la terra piatta, ma si è parlato anche di quello a Palermo.

Come in tutte le teorie cospirative che si rispettino, i terrapiattisti vivono in un film di cui conoscono il finale. Dunque sanno già il colpo di scena finale: che quel che studiamo è tutto falso, è una “gabbia senza sbarre”.

Ogni elemento nuovo che scoprono è interpretato come una conferma dell’esistenza di questa gigantesca cospirazione. E’ uno schema senza via di uscita.

E alla fine è basato su un’intuizione di un empirismo estremo: esiste solo ciò che vedo e credo solo ciò che posso personalmente capire.

Due forti limitazioni della conoscenza umana che ci mostrano cosa voglia dire l’assenza di fiducia, ultimo passo di una società che sta gradualmente perdendo la fede.

Vorremmo noi essere complottisti, però e affermare che: i terrapiattisti non esistono. Non ne abbiamo mai sentito parlare fino a che non è stato trasmesso un servizio sulle Iene alla fine dell’anno scorso.

Da quando il grande pubblico li ha conosciuti in Tv, sono diventati delle star e a Palermo, alla loro convention, erano presenti tutte le testate giornalistiche.

Beppe Grillo aveva annunciato la sua presenza, anche se poi non è andato ha comunque contribuito ad amplificare la notizia.

Quindi è sicuramente un complotto. I terrapiattisti non esistono, sono una creazione dei media.

Cui prodest? A tanti. Prova, adesso, a dire che non ti convince la teoria del cambiamento climatico, specie in un maggio così freddo: vieni subito paragonato a un terrapiattista.

Sei pro-vita e pro famiglia, dunque contro la pianificazione familiare? Sei medievale e terrapiattista. Sei contro l’eutanasia, decisa dai medici per il “miglior interesse del paziente”? Stai alla bioetica come i terrapiattisti all’astronomia. Se credi nei miracoli: allora fai prima a credere anche alla terra piatta. La cospirazione della terra piatta ha contribuito ad ammazzare il dialogo e anche il rispetto.

E’ diventato un paragone facile e fruibile per chiunque voglia tacitare l’avversario, soprattutto da parte di quei progressisti, ideologici, che ritengono di essere ormai i monopolisti della razionalità e della scienza (salvo poi non accorgersi di avere un pensiero millenarista-apocalittico, come quello del global warming).

I terrapiattisti sono il pretesto per sdoganare la censura: vorrai mica far parlare un terrapiattista e tutti i suoi equivalenti? Per questo pensiamo che sia solo un complotto. Fonte La nuova bussola quotidiana

Walt diventa Lara per 8 anni: ‘È imbarazzante ammettere che sia stato così stupido’

Il nuovo libro di Walt Heyer: 30 storie di sopravvissuti per denunciare l’inganno trans – di Raffaella Frullone

È fresco di pubblicazione Trans life survivors, l’ultimo libro di Walt Heyer, un uomo che per anni ha coltivato l’illusione di poter diventare donna, facendosi chiamare “Lara” e devastando il suo corpo con ormoni e chirurgia prima di riabbracciare la sua identità maschile.

Il libro raccoglie le testimonianze di oltre 30 tra uomini e donne che, come Heyer, hanno vissuto sulla propria pelle l’inganno di poter “cambiare sesso”. 

«È imbarazzante ammettere di essere stato così stupido da credere che avrei potuto veramente cambiare sesso. Nessuno può cambiare sesso, è impossibile, è un’illusione, è una malattia mentale»: se pronunciate da chiunque altro, le parole di Walt Heyer sarebbero soggette a censura, politicamente troppo scorrette, semplicemente inaccettabili in una società che presenta il cosiddetto “cambiamento sessuale” come un percorso possibile per superare la diagnosi di “disforia di genere” e utile per superare il dolore di chi si sente «nato nel corpo sbagliato».

La scelta di Walt Heyer

Ma Walt Heyer non ha paura di essere zittito o contraddetto, perché questa illusione l’ha vissuta sulla propria pelle e ne ha pagato le conseguenze.

Nato maschio, ha fortemente creduto di poter diventare donna e si è operato per poi pentirsi amaramente di quella  scelta.

Heyer, ingegnere americano, ha raccontato la sua storia nel libro Paper Genders, il mito del cambiamento di sesso, edito in Italia da Sugarco nel 2011.

Confuso sulla sua identità già da bambino, viene molestato da un familiare di qualche anno più grande e si porta questa sofferenza fin dentro al suo matrimonio, dal quale scapperà consumato dal dolore per “diventare”, o meglio con l’illusione di diventare, la donna che aveva sempre creduto di essere, prima con gli ormoni, poi con la chirurgia.

Walt per otto anni “diventerà” Lara. Scoprirà però, facendone le spese sulla propria pelle, che quel dolore sordo – che non avrebbe più voluto sentire – diventerà se possibile ancor più atroce e profondo. Ecco perché deciderà di riabbracciare la sua identità di uomo e di tornare a essere Walt.

Ma Heyer non è certo l’unico pentito del “cambiamento sessuale”, e da quando ha aperto il blog sexchangeregret.com ha ricevuto tante testimonianze di persone che come lui dolorosamente rimpiangono quella scelta: «Dopo aver assunto ormoni ed essersi sottoposti a chirurgia tutti hanno ritenuto il cambiamento sessuale una follia», scrive.

Il libro Trans life survivors

Parole che per qualcuno potrebbero sembrare scontate, almeno per coloro che ancora si ricordano che ogni cellula del nostro corpo è sessuata e che non basta il maquillage chirurgico per incidere sulla profondità della nostra anatomia e della nostra psicologia. Eppure il mondo va in direzione opposta.

Per capire quanto possa essere pericoloso questo approccio è illuminante leggere l’ultimo libro curato da Heyer, uscito alla fine del 2018 negli Stati Uniti, nel quale raccoglie più di trenta testimonianze – selezionate tra le tantissime che ha ricevuto – di persone che rimpiangono di aver intrapreso il percorso di “transizione”.

Si intitola Trans life survivors (Sopravvissuti alla vita da trans) ed è un pugno nello stomaco. C’è la storia di Kevin, che ha vissuto come una donna per 12 anni e lo considera «il più grande errore della sua vita».

C’è Blair, che ha subito 167 operazioni chirurgiche dal 1987 al 2015, ha vinto il Guinness per il più alto numero di operazioni per la riassegnazione sessuale ma ha «perso la battaglia per trovare se stesso»; «molte persone mi hanno scritto pentite per un’operazione, Blair si è pentito di ciascuna delle 167 che ha subito e si è reso conto che nessun chirurgo può costruire la sua vera identità».

“Nato nel copro sbagliato”

C’è poi la storia di Sam, finito sotto i ferri esattamente 30 giorni dopo aver incontrato uno psicologo: la sua opinione professionale era stata che Sam «era nato nel corpo sbagliato e avrebbe davvero dovuto essere una donna».

Lui in realtà era andato dallo psicologo per superare il trauma di un abuso ma si è sentito rispondere che il problema era un altro e avrebbe dovuto operarsi.

Risultato? «Più sofferenza, più depressione, più attacchi di panico e, cosa più grave, istinti suicidi». Anche Michael, 18 mesi dopo la sua operazione di “cambiamento di sesso”, è arrivato al punto di volersi suicidare.

Scriverà ad Heyer mentre stava già percorrendo la via della “riassegnazione del proprio sesso”: «Ho distrutto la mia carriera, le mie finanze, il matrimonio e mi sono giocato la mia famiglia. Il dolore è così grande! Come un coltello nel cuore! Tu puoi pensare di essere una donna, puoi fantasticare e vestirti da donna, ma non sarai mai una donna. La chirurgia non cambia il sesso, soltanto fa diventare ogni secondo della tua vita inaccettabile, un inferno in terra».

La transizione opposta

Non va certo meglio per le donne che fanno la transizione opposta. Scrive Heyer parlando di Michelle, che da donna si è illusa di diventare uomo e ora amaramente spiega: «I cambiamenti chirurgici sono permanenti. L’isterectomia rimuove l’utero e l’opzione di avere figli non esiste più».

E poi c’è la storia di Kyle Scanlon, nata donna e operata per “diventare” uomo. Una persona apparentemente di grande successo, un’attivista molto nota nel mondo Lgbt, accettata dalla famiglia e circondata di amici.

Ma morta suicida nel 2012. «Qual è la causa di una così alta percentuale di suicidi nella popolazione trans? Perché la società non li accetta? La risposta è no, ma la risposta più completa è che essere transessuali accettati, rispettati e conosciuti non cura la depressione profonda che può portare una persona a togliersi la vita».

Heyer oggi è nonno, e sembra parlare come chi non ha più niente da perdere o meglio come chi non ha paura di dire la verità perché ha abitato gli abissi della menzogna: «Il quaranta per cento delle persone che tenta il suicidio sono pentiti della “transizione”» afferma nel documentario I want my sex back (Voglio indietro il mio sesso) che racconta, oltre alla sua storia, anche quelle di Billy Burleigh, che lavorava alla Nasa e ha vissuto per sette anni da donna a seguito di terapia ormonale e chirurgia, e Rene Jax, scrittore che ha vissuto nei panni di una donna per 28 anni e ne parla come «il più grande errore della vita».

Triptorelina

Il libro, il video e il blog sono un bagno di realtà che in molti non vorrebbero fare e soprattutto la risposta più vera a chi, anche nel nostro Paese, pensa che una delle strade possibili di fronte alla diagnosi di disforia di genere sia la somministrazione della triptorelina per fermare la pubertà e permettere una “decisione” sulla propria identità sessuale.

Si tratta di una violenza vera e propria ai danni degli adolescenti, perché questa decisione non è in mano umana: siamo creati maschi o femmine indipendentemente dalla nostra volontà.

Un fatto rimarcato di nuovo da Heyer in una testimonianza del 2017: «Lo standard LGBTQ accettato per essere una “vera” donna trans o transessuale è semplicemente che una persona desidera autoidentificarsi come l’opposto del proprio sesso biologico ed essere socialmente accettata come tale.

Se una persona si sente angosciata dal suo sesso di nascita, allora l’azione politicamente corretta è per tutti di affermare la nuova e “autentica” identità di genere – quella che esiste solo nei sentimenti della persona transessuale.

Quando le persone sentono che il loro sesso biologico non corrisponde al loro senso interno di genere viene diagnosticata una disforia di genere. Questo è definito come “disagio o angoscia causato da una discrepanza tra l’identità di genere di una persona e il sesso di quella persona assegnato alla nascita”.

Nessun test oggettivo

In altre parole, il medico diagnostico semplicemente ascolta e afferma la sua autoidentificazione verbale e auto-diagnosi. Nessun test oggettivo può dimostrare che la condizione transgender esista. Nessun esame fisico, esame del sangue, test del midollo osseo, test cromosomico o test del cervello mostreranno che una persona ha disforia di genere.

È una condizione rivelata unicamente dai sentimenti del paziente. Tuttavia il trattamento raccomandato è ormoni cross-gender estremi e chirurgia di riassegnazione del sesso.

Il problema di basare una diagnosi e un trattamento irreversibile sui sentimenti delle persone, indipendentemente da quanto sinceramente sostenuto, è che i sentimenti possono cambiare.

La mia missione è oggi di aiutare gli altri a evitare il  mio stesso rimpianto, anche se so che nel mondo Lgbt alcuni troveranno le mie parole offensive, ma allora anche la verità può essere offensiva.

Personalmente però non riesco a pensare a qualcosa di più offensivo degli uomini che riducono la meraviglia e l’unicità delle donne biologiche, suggerendo che le donne non sono altro che uomini che sono stati pompati con ormoni e che potrebbero o meno aver subito un intervento di chirurgia estetica.

Reclamiamo la bellissima realtà della differenza sessuale maschile e femminile e respingiamo insieme l’ideologia transgender».

Fonte: La nuova bussola quotidiana – Titolo originale: Il nuovo libro di Walt Heyer: 30 storie di sopravvissuti per denunciare l’inganno trans 

La verità si diffonde, arriva la fase 2: Facebook e Youtube censureranno i novax

Facebook contro i no vax: “contenuti dannosi e non autorevoli” – di Teresa Franco da Il format

Dopo aver contribuito alla diffusione di contenuti e gruppi anti vaccinazione, Facebook sta correndo ai ripari sul social e su Instagram.

Sono ufficiali le misure adottate da Facebook contro i no vax. Bisogna sapere che Facebook ha avuto un ruolo massiccio nella diffusione e nell’aumento delle teorie di cospirazione anti vaccinazione o no vax.

Alla luce dei rapporti che indicano la responsabilità di Facebook e YouTube nel diffondere questa forma particolarmente pericolosa di disinformazione secondo l‘OMS, il repubblicano della California Adam Schiff ha scritto alle due società chiedendo di prendere provvedimenti per garantire la salute e la sicurezza dei loro utenti tramite informazioni scientifiche.

No vax: la censura verrà attuata sui social

Come altre forme pericolose di disinformazione online, i contenuti no vax hanno implicazioni distruttive nel mondo reale.

Gli Stati Uniti stanno attualmente vivendo un’epidemia di morbillo, una malattia infettiva completamente prevenibile che sta minacciando la salute dei bambini e degli individui vulnerabili.

Facebook contro i no vax: le modifiche sui social. Contro i contenuti no vax, YouTube ha già preso provvedimenti.

Il mese scorso, Bloomberg ha riferito che Facebook stava analizzando delle misure per combattere al meglio il problema.

La direzione ha valutato idee quali la riduzione e la rimozione di questo tipo di contenuti dai consigli e l’abbassamento di questi gruppi e pagine nei risultati di ricerca.

La strategia si stava già orientando sul minimizzare la diffusione della disinformazione sulla vaccinazione.

Questo e l’indirizzare gli utenti verso informazioni autorevoli, cioè informazioni provenienti da istituzioni scientifiche, sono i mezzi che Facebook adotterà.

Per ottenere un taglio della diffusione della propaganda no vax, Facebook ridurrà i gruppi e le pagine che diffondono questo tipo di contenuti sia nelle news che nella sua funzione di ricerca.

Facebook rifiuterà anche le pubblicità che promuovono la disinformazione anti vaccinazione.

I recidivi che tenteranno di promuovere questi contenuti attraverso gli annunci potrebbero vedere disabilitati i loro account.

Lo stesso varrà su Instagram. Facebook in questo modo eliminerebbe anche adiacenti annunci e diciture anti-vax, incluso il termine ‘controversie sui vaccini’.

Quando Facebook indirizza la sua attenzione verso la riduzione di un particolare contenuto irrazionale e dannoso tende a fare un lavoro abbastanza completo.

Il problema, naturalmente, è che tali sforzi da parte di Facebook e di altre importanti piattaforme tecnologiche rimangono reazionari piuttosto che proattivi. Fonte Il Format

Lorenzo Orsetti: eroe o pedina inconsapevole usata dai suoi eroi americani?

Quelli che stanno “dalla parte giusta della storia” – di Massimo Mazzucco – Due giorni fa ho assistito a mezz’ora di televisione da puro voltastomaco: Sky-TG24 ha infatti dedicato uno speciale a Lorenzo Orsetti, il miliziano morto di recente in Siria.

Il programma si è svolto come se fosse la commemorazione di un eroe del risorgimento.  Orsetti è stato trattato alla stregua di un Carlo Pisacane, oppure uno dei fratelli Bandiera, o un Martire di Belfiore, tutta gente che ha immolato la propria esistenza per la giusta causa della libertà d’Italia.

Ora sia ben chiaro: chiunque ha il pieno diritto di arruolarsi ed andare a combattere per chi vuole. La vita era la sua, e nessuno deve decidere cosa farne se non lui.

Quello che stupiva invece nel servizio di Sky era proprio la reiterazione del concetto che Orsetti era sì un miliziano, ma “che combatteva dalla parte dei giusti”.

Orsetti sapeva con chi e contro cosa combatteva?

Perchè nella logica del mainstream gli americani, gli occidentali (e in questo caso i poveri curdi) sono i “buoni”, mentre quelli dell’Isis naturalmente sono i cattivi.

Quindi basta combattere l’Isis per ritrovarsi “dalla parte dei giusti”. Una tale semplificazione, per chi sia minimamente informato sui fatti reali, è una vera e proprio offesa alla logica, ma risponde naturalmente ai principi della propaganda occidentale, e quindi ci può stare.

La domanda che resta da porsi è questa: ma Orsetti almeno lo sapeva che stava combattendo un fantasma?

Una entità creata a tavolino dall’alleanza fra Stati Uniti e Arabia Saudita, messa in piedi per fare il lavoro sporco di rovesciare Bashar Al-Assad per conto di USA e Israele?

E se lo avesse saputo, si sarebbe comunque sentito dalla parte dei giusti, o forse se ne sarebbe tornato a casa schifato, per essere stato usato dai suoi eroi americani – i paladini della libertà e della giustizia – come la pedina inconsapevole di un gioco molto più grosso di lui? – Fonte Luogocomune

Frank Matano e le scoregge sui novax… o sui bambini malati?

Frank Matano e le scoregge sui novax – Frank Matano, all’anagrafe Francesco Matano, classe 1989.  Youtuber, comico e attore.

Ha acquisito notorietà nel 2008 pubblicando video di scherzi telefonici e di “scorregge sulla gente” su Youtube.

Dopo queste edificanti attività, ha partecipato alle trasmissioni televisive Le Iene, come inviato e presentatore, e Italia’s Got Talent, come giudice.

Resa giustizia al monumentale CV dell’intraprendente trentenne, ecco qualche aggiornamento.

Frank Matano: una bravissima persona?

Frank Matano pensa di essere “una bravissima persona” – e lo scrive su Twitter – perché è vaccinato e quindi non fa ammalare i bambini.

Non precisa se questa sia una scorreggia su se stesso, ma ognuno può sciogliere serenamente il dubbio. Matano è un furbacchione e sa sfruttare sui social l’onda ideologica nazivax del momento.

Aggrottiamo le sopracciglia e prendiamo atto che un suo post su questo tema, che trovo particolarmente fastidioso, ha generato un migliaio di commenti e 53mila likes.

Toccando indirettamente il delicato tema dell’esclusione da scuola dei non vaccinati, Matano stavolta le scoregge non le fa su gente qualsiasi: le fa sui bambini. Urge uno spiegone.

Gli ospedali, caro Matano, non sono scuole per bambini non vaccinati. Sono luoghi in cui i bambini finiscono per ben altri motivi. Informati sulle cause di morte infantile in Italia: potresti avere delle sorprese.

Alla fine dell’800 (ma forse sei rimasto lì?) i bambini morivano principalmente a causa di malattie infettive, oggi il 72% dei decessi è dovuto (lo dice l’Istat) a “condizioni di origine perinatale” (48%) e a malformazioni congenite  (24%).

Niente di divertente, Matano, niente su cui scherzare. E niente a che fare con l’essere o meno vaccinati.

Oppure si? Già. Dimenticavo le morti in culla. C’è chi sostiene che vi sarebbe un collegamento con i vaccini.

Ma sono solo fantasie e fake news dei soliti pericolosi no-vax. Vero, Matano? Fonte Il Format

Ma quale protesta dei giovani? Studenti obbligati a manifestare dai Governi

Proteste per il clima. Studenti delle scuole cattoliche obbligati a manifestare nelle Fiandre – di Leone Grotti

I #FridaysForFuture sono una battaglia dei giovani contro gli adulti e del bene contro il male. Nelle Fiandre l’ambientalismo, da ideologia, è già diventato religione

Gli studenti di 123 paesi sono sfilati ieri in 2052 città ai quattro angoli del globo per protestare contro l’inquinamento e chiedere ai governi politiche più incisive per preservare il pianeta dai cambiamenti climatici.

Il movimento è nato dall’attivismo della sedicenne svedese Greta Thunberg, al cui appello per «salvare il pianeta prima che sia troppo tardi», hanno risposto centinaia di migliaia di persone.

Giovani contro gli adulti

Il movimento di protesta è stato impostato come una rivolta dei giovani contro gli adulti, i genitori, che hanno sfruttato e sfruttano il pianeta senza pensare al futuro dei figli.

Tra le colpe dei padri che ricadono ora sui figli, e che questi ultimi rinfacciano ai primi, ci sono l’uso della plastica, i viaggi in aereo, l’utilizzo dell’automobile, la costruzione di fabbriche vicino agli alberi, il consumo di carne e molte altre rivendicazioni di questo tenore.

La piccola Alice, alunna di nove anni di una scuola elementare di Nettuno, alle porte di Roma, definita da Repubblica la “Greta italiana”, scrive:

«Cari genitori, crescendo avete vissuto una stagione meravigliosa, sfruttando al massimo le risorse che avevate a disposizione».

I miei genitori, dichiara a Repubblica, «hanno avuto un futuro, vogliamo averlo anche noi. Plastica e fabbriche sono la più grande minaccia per la Terra».

Semplificazioni apocalittiche

I #FridaysForFuture sono una battaglia del bene contro il male, ovviamente rappresentato da «multinazionali, compagnie miliardarie e Donald Trump», che si nutre e si alimenta di catastrofismo e semplificazioni apocalittiche, offrendo al complesso problema dei cambiamenti climatici soluzioni ideologiche alla Ocasio-Cortez.

La filosofia di fondo di questo ambientalismo nichilista è semplice: l’uomo è il nemico dell’ambiente e deve ridurre la propria presenza nel mondo per preservarlo.

I giovani che scendono in piazza per il “Global Strike for Future” non si chiedono perché la “formula magica” offerta dal famoso protocollo di Kyoto del 1997, l’abbattimento delle emissioni di Co2 a fronte del collasso dell’economia mondiale, replicata sempre uguale a tutte le Conferenze sul clima, è sempre fallita.

Pensano che gli adulti siano egoisti e cattivi, e tanto basta. Purtroppo “sentirsi bene” non basta affatto per fare davvero del bene.

Se il desiderio dei giovani di «fare la differenza» è bello e positivo, portare in piazza le istanze della peggiore ideologia ambientalista non li aiuterà a raggiungere lo scopo.

E lo scetticismo di chi guarda centinaia di migliaia di giovani – tutti diversi, provenienti da paesi culture e background diversi – sfilare all’insegna degli stessi identici slogan e proporre le stesse abborracciate soluzioni da New York a New Delhi, miracolo della globalizzazione e dell’omologazione del pensiero, non potrà che essere confermato da quanto successo nelle Fiandre.

Studenti obbligati dalle scuole a protestare per il clima

Migliaia e migliaia di studenti hanno sfilato per le strade nella regione fiamminga del Belgio, anche perché le scuole li hanno obbligati a manifestare.

Se si tratta di una battaglia del bene contro il male, si saranno detti i professori, che male c’è a costringere gli studenti a essere buoni prendendovi parte?

Alcuni genitori non hanno accolto positivamente la notizia, accusando le manifestazioni di essere politiche, ma il ministro fiammingo dell’istruzione, Hilde Crevits, in una circolare inviata a tutte le scuole, ha precisato:

«La partecipazione a una manifestazione è un’attività extracurriculare, che può fare parte del progetto pedagogico. Non c’è nessuna obiezione, dunque, a rendere questa attività obbligatoria».

Gli studenti sono dunque stati costretti a protestare contro gli adulti, gli aerei, le fabbriche, la carne e così via.

Le prime scuole a rendere obbligatorie le proteste nelle Fiandre sono state quelle di orientamento cattolico.

Il portavoce dell’insegnamento cattolico ha infatti dichiarato, difendendo la decisione: «Il clima non è un partito politico. Quindi è legittimo rendere le manifestazioni obbligatorie».

Molti vedono nell’ambientalismo un’ideologia. Nelle Fiandre è già diventato una religione. Fonte: Tempi

Il farmaco per far cambiare sesso ai minori lo pagheremo noi contribuenti

Omaggio al gender, via libera al farmaco blocca-pubertà – di Tommaso Scandroglio

Sulla Gazzetta Ufficiale la notizia che la triptorelina sarà a totale carico del Servizio sanitario nazionale «in casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere».

L’ennesimo ossequio all’ideologia Lgbt, che non tiene conto dei rischi per la salute e contribuirà a ignorare ancora di più il dato morale, avallando qualunque percezione del minore.

La triptorelina è un farmaco che, tra i vari usi, viene impiegato per ritardare lo sviluppo puberale nei ragazzi tra i 12 e i 16 anni.

In Italia già dal 2013 l’ospedale Careggi di Firenze lo adopera per quei casi cosiddetti di disforia di genere che interessano minori.

In buona sostanza si blocca lo sviluppo puberale del bambino che dice di non riconoscersi nel suo sesso biologico o che nutre alcuni dubbi sulla sua identità psicologica sessuale e lo si parcheggia in un limbo sessuale affinché, passato un po’ di tempo, si chiarisca le idee e decida a che sesso “appartenere” oppure si proceda alla “rettificazione sessuale” chirurgica nell’assunto che risulti più agevole dato che i suoi attributi sessuali non si sono ancora sviluppati appieno.

L’anno scorso l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) aveva dato il proprio parere favorevole affinché la triptorelina fosse inserita nell’elenco dei medicinali a carico del Servizio sanitario nazionale.

Il 13 luglio del 2018 il Comitato nazionale di bioetica, con un solo voto contrario, aveva anch’esso benedetto l’uso di questo preparato.

Il farmaco sarà pagato con i soldi dei contribuenti

Lo scorso 2 marzo, infine, sulla Gazzetta Ufficiale si poteva leggere che tale farmaco sarà pagato da noi contribuenti solo per «casi selezionati in cui la pubertà sia incongruente con l’identità di genere (disforia di genere), con diagnosi confermata da una equipe multidisciplinare e specialistica in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva».

In breve, si potrà in teoria usare questo farmaco solo come extrema ratio, quando tutte le altre soluzioni si saranno rese vane: ma sappiamo bene che, praticata una crepa nella diga, a breve tutta la diga crollerà e quindi l’uso di questo preparato sarà sempre più diffuso, senza dimenticare che già di per sé il blocco della pubertà è un problema.

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I possibili effetti collaterali della triptorelina sono ictus, patologie cardiache, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, problematiche in ambito sessuale, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell’appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito.

E stiamo parlando di effetti nocivi sugli adulti. Ma questo non è il punto, dato che ogni farmaco presenta in genere degli effetti indesiderati. I problemi sono altri.

Il documento sugli effetti negativi

Scienza & Vita e il Centro studi Livatino avevano prodotto un analitico documento (https://www.centrostudilivatino.it/triptorelina-e-disforia-di-genere-problemi-e-prospettive-in-vista-della-decisione-aifa/) sull’uso di tale farmaco in relazione alla problematica della disforia di genere riguardante i minori.

Nel documento si rilevava che mancano sufficienti studi clinici soprattutto in merito ai possibili effetti negativi a lunga scadenza (follow-up).

Inoltre si sottolineava un particolare rischio concreto, cioè che «la pratica clinica quotidiana degeneri, finendo per ridurre la soluzione di un problema così complesso e decisivo per la persona alla banale somministrazione di una molecola».

In altri termini, il farmaco sarà pure efficace nel bloccare la pubertà ma non per risolvere i problemi psicologici del minore.

Lo studio in aggiunta appuntava un dato importante: lo sviluppo sessuale di un minore confuso può aiutare a superare questa confusione.

Cristallizzarlo invece nella sua condizione fisica pre-puberale può parimenti cristallizzare la sua stessa confusione.

Così il documento: «Il blocco della pubertà e – quindi – anche degli ormoni sessuali potrebbe compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale insieme con i fattori ambientali ed educativi. […] Si induce quindi farmacologicamente un disallineamento fra lo sviluppo fisico e quello cognitivo».

Inoltre c’è il problema del consenso, come fanno presente Scienza & Vita e il Centro studi Livatino: «un minore in età prepuberale che si trovi in “condizione frequentemente accompagnata da patologie psichiatriche, disturbi dell’emotività e del comportamento”» può esprimere un consenso valido?

«Come possono i professionisti del settore garantire che il consenso di un preadolescente affetto da disforia di genere sia “libero e volontario”?».

Infine, dato più rilevante degli altri, tra i minori che soffrono di questo disturbo – uno su 9.000 – moltissimi superano il problema in modo naturale senza l’intervento di farmaci.

Il Collegio americano dei Pediatri

Il colleggio americano dei pediatri con un documento aggiornato nel settembre 2017 (Gender ideology harms children, “L’ideologia gender fa male ai bambini”), si espresse proprio sulla tematica del blocco puberale per i minori affetti da disforia di genere indotto con farmaci.

Riproduciamo ampi stralci di questo parere assai incisivo: «La sessualità umana è un carattere oggettivo, biologicamente binario: “XY” e “XX” sono indicatori genetici del maschio e della femmina, rispettivamente – non marcatori genetici di un disordine.

[…] Nessuno nasce con la consapevolezza di essere maschio o femmina: questa consapevolezza si sviluppa nel tempo e come tutti i processi di sviluppo può essere distorto dalle percezioni soggettive del bambino, dalle sue relazioni ed esperienze negative, dall’infanzia in avanti.

[…] La convinzione di una persona di essere qualcosa che in realtà non è costituisce, nella migliore delle ipotesi, il segno di un pensiero confuso.

Quando un ragazzo altrimenti sano crede di essere una ragazza esiste un problema oggettivo che sta nella testa, non nel corpo, e dovrebbe essere trattato come tale. Questi bambini soffrono di disforia di genere.

La disforia di genere (GD), in passato annoverata quale disordine dell’identità di genere (GID), è un disordine mentale riconosciuto nella più recente edizione del Diagnostic and statistical manual dell’American Psychiatric Association (DSM-V). […]

Gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi

La pubertà non è una malattia e gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi. Reversibili o meno, gli ormoni che bloccano la pubertà inducono uno stato di malattia – l’assenza della pubertà – e inibiscono la crescita e la fertilità in un bambino precedentemente sano.

Secondo il DSM-V, fino al 98% dei bambini con confusione di genere e fino all’88% delle bambine con confusione di genere accettano il proprio sesso biologico dopo che attraversano naturalmente la pubertà.

I bambini che assumono ormoni blocca-pubertà per impersonare l’altro sesso richiederanno ormoni cross-sex nella tarda adolescenza. Questa combinazione porta alla sterilità permanente.

Questi bambini non saranno mai capaci di concepire un bambino neppure attraverso le tecnologie riproduttive. Inoltre, gli ormoni cross-sex (testosterone ed estrogeni) sono associati a gravi rischi per la salute, compresi (ma non solo) malattie cardiache, alta pressione, trombi, infarto, diabete e cancro.

Il suicidio

I tassi di suicidio sono quasi venti volte più alti negli adulti che usano ormoni cross-sex e si sottopongono alla chirurgia per il cambio di sesso, persino in Svezia che è tra i paesi più tolleranti con le persone LGBTQ.

Quale persona compassionevole e ragionevole condannerebbe i bambini a questo destino sapendo che dopo la pubertà fino all’88% della bambine e fino al 98% dei bambini accetteranno alla fine la realtà e raggiungeranno uno stato di benessere mentale e fisico?

Condizionare i bambini a credere che una vita intera di impersonificazione chimica o chirurgica dell’altro sesso sia una cosa normale è violenza sui bambini.

Supportare la discordanza di genere come normale attraverso la scuola o le politiche legislative confonderà bambini e genitori, portando più bambini a presentarsi alle “cliniche del genere” ove gli daranno farmaci blocca-pubertà.

Questo, in cambio, praticamente garantisce che essi “sceglieranno” una vita di ormoni cross-sex cancerogeni e comunque tossici, e molto probabilmente penseranno a mutilazioni non necessarie delle parti sane del loro corpo quando saranno adulti».

Dal punto di vista morale, e qui facciamo eco alle considerazioni di carattere psicologico del Collegio americano dei Pediatri, è bene ricordare che la psiche si deve conformare al corpo sessuato.

Vi sono casi in cui gli attributi sessuali non si conformano perfettamente al dato genetico e in queste ipotesi la chirurgia e la farmacologia devono fare la loro parte perché ci sia armonia tra carattere sessuali primari e secondari e profilo genetico che è maschile o femminile.

Ma anche in questi casi la percezione di sé deve uniformarsi al sesso genetico. Purtroppo l’orientamento della pratica medica non asseconda questo prospettiva, bensì tende ad avallare in definitiva qualsiasi percezione del minore. Fonte: la nuova bussola quotidiana

Mio figlio è neutro, ciò che ha tra le gambe non significa niente – Video

La mamma di un bambino ‘neutro’: “Deciderà lui se essere maschio o femmina” – di Biagio Chiariello

Ari Dennis, 30 anni, dalla Florida, dice che il suo bambino di 11 mesi, Sparrow, potrà identificarsi come maschio o femmina “dopo aver fatto esperienze di tutti i generi”.

“Ha i genitali come tutti, ma quei genitali non significano niente” dice. Sta allevando il suo bambino come “neutrale” rispetto al genere e “gli/le” permette di decidere cosa vuole essere.

Ari Dennis, 30 anni, si riferisce a Sparrow di 11 mesi con il pronome “theyby”, ormai usato da comunità sempre più in crescita specialmente negli USA.

Il figlio neutro è maschio ma…

Il termine indica bambini anatomicamente definiti ma genderisticamente aperti alle possibilità che la vita presenterà loro, e dunque definiti dal pronome neutro ‘they/them’.

Ari ha detto che vuole che suo figlio prenda in considerazione “tutte le proprie opzioni” prima di decidere.

Non a caso, sul certificato di nascita di Sparrow c’è scritto “sesso sconosciuto”. La donna ha detto che la sua figlia maggiore, Hazel, “ha scoperto” il suo sesso all’età di quattro anni.

La mamma, della Florida, ha detto all’emittente WTSP: “Non abbiamo assegnato un sesso alla nascita, il che significa che quando sono nati, avevano genitali, sappiamo se da quel punto di vista sono maschi o femmina, ma abbiamo solo scelto di riconoscere che quei genitali non indicano nulla sul genere “.

E ha continuato: “Non impediamo in alcun modo a Sparrow di avere un genere, e non lo stiamo costringendo a far parte di un genere piuttosto di un altro. Non lo abbiamo assegnato alla nascita, il che significa che quando sono nati hanno avuto genitali e sappiamo cosa sono”.

Hazel ha dichiarato al WTSP: “Lui è il mio piccolino, non mia sorella o mio fratello“. E Ari ha aggiunto: “Vogliamo che facciano esperienza di tutti i generi, quindi vanno in pubblico e la gente li tratta come una bambina oppure come un bambino o anche come qualcuno che non si può dire. Ciò mostra loro quali sono le diverse opzioni“. Fonte Fanpage