Sindrome dell’imperatore: ecco cosa stanno creando tanti genitori ai figli

Cos’è la “sindrome dell’imperatore”, e come sapere se i miei figli ne soffrono? – di Pablo Perazzo

Basta una semplice ricerca su YouTube o entrare in una libreria e vedere la quantità di nuove correnti di psicologia per rendersi conto che il tema della felicità è sempre più diffuso, al punto che alcuni autori pensano che viviamo nell’epoca della “dittatura” della felicità, ovvero chi non è felice è un caso raro.

In questa situazione, è paradossale che aumentino i casi di depressione. Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) segnalano che dal 2005 al 2015 i casi di depressione a livello mondiale sono aumentati del 18%.

Si calcola che a più di 300 milioni di persone sia diagnosticata clinicamente questa malattia, seconda causa attuale di mortalità.

In cosa consiste la “sindrome dell’imperatore”?

In sintesi, sempre meno persone sanno come vivere per essere felici. Questa situazione ha fatto sì che alcuni psicologi parlino di un nuovo fenomeno chiamato “sindrome dell’imperatore”.

1. Quali sono i sintomi in bambini e genitori? I bambini che si “credono imperatori”, dicono gli psicologi, sono il risultato di genitori nevrotici, che dicono: “Non mi importa del mondo, ma mio figlio sarà felice. Farò tutto il necessario perché sia così”.

L’intenzione è positiva, ma il modo e le conseguenze sono funeste: non sanno educare i propri figli perché siano felici, e cercano di sostituire lo sforzo che devono fare per riuscirci.

I genitori fanno il necessario perché i figli non soffrano, non abbiano problemi né difficoltà. Non vogliono che affrontino situazioni che possono provocare in loro frustrazione, cercano di far sì che siano sempre vittoriosi e sono disposti ad affrontare chiunque ostacoli questo obiettivo.

Pochi anni fa, la preside di una scuola in cui lavoravo mi parlava di come avesse dovuto creare un’area nuova con degli avvocati per affrontare i genitori che si lamentavano per il tempo in cui il figlio restava in fila al bar, sostenendo che in questo modo non si godeva la ricreazione.

2. Che problemi provoca questo?

I figli crescono, e quando arrivano all’adolescenza e devono iniziare ad affrontare la vita (se lo fanno nell’adolescenza, perché alcuni genitori a volte li tengono sotto quella campana di vetro fino alla fine dell’università) diventano esseri incapaci di fare qualcosa da sé.

Nell’adolescenza si sviluppa – è scientifico – il lobo frontale del cervello, che si incarica della presa di coscienza della responsabilità, ma questi “bambini” non lo sviluppano nel modo corretto.

Non hanno la capacità di prendere decisioni da soli. L’aspetto più problematico è che sanno di avere le capacità per farlo, ma non si sentono in grado di prendere in mano la propria vita, e allora si rifugiano in droghe, alcool e sesso senza regole.

I genitori devono imparare a educare i figli in base all’età. Quando sono molto piccoli non affrontano da soli il mondo, ma col tempo devono formarli perché imparino a vivere in modo autonomo e responsabile.

Permettiamo ai nostri figli di scegliere una via di autorealizzazione, che permetta loro di essere davvero felici. – Qui l’articolo originale pubblicato su Catholic Link – Fonte: Aleteia

Festa della Mamma 2019: la data e le origini

La Festa della mamma rappresenta una delle ricorrenze più conosciute del nostro Paese. Sia ai bambini che agli adulti viene fornita l’occasione per mostrare il loro grande amore nei confronti della mamma.

È possibile dedicarle non solo un pensiero affettuoso, ma anche un piccolo dono, sia esso un mazzo di fiori, un profumo o una confezione di cioccolatini.

Come accade per la Pasqua, anche questa festa è “mobile”, cadendo ogni anno in un giorno diverso. Viene celebrata, infatti, la seconda domenica del mese di maggio.

Questo significa che, in questo 2019, la mamma verrà festeggiata il 12 del suddetto mese. Maggio, tra l’altro, è anche il mese che la tradizione cristiana dedica alla Madonna, considerata la madre di tutte le mamme.

Per quanto riguarda le origini della festa, sembrano risalire alle antiche popolazioni politeiste, impegnate a celebrare le divinità femminili legate alla terra.

Ad esempio, gli Elleni dell’antica Grecia avevano introdotto una festa in onore della dea Rea, figura madre degli Dei.

Gli antichi romani, dal canto loro, celebravano per una settimana Cibele, simbolo non solo della natura, ma di tutte le madri.

La festa era anche un modo per celebrare la fertilità, ritenuto un fattore fondamentale per la sopravvivenza di civiltà che avevano nell’agricoltura il proprio punto di riferimento.

Concentrando l’attenzione sulla nascita vera e propria della Festa della mamma, gli studiosi sono concordi nell’indicare come, ad idearla, una volta conclusa la Guerra civile americana, sia stata Ann Reeves Jarvis, cittadina del West Virginia.

L’obiettivo era fornire aiuto a chi era rimasto vittima del conflitto attraverso l’istituzione di un club formato da sole donne, impegnate nei confronti dei più bisognosi.

In particolare, si desiderava migliorare le condizioni sanitarie delle famiglie americane, trovare cure efficienti alle malattie più diffuse a quei tempi, e garantire ai bambini almeno un’istruzione basilare.

Sempre nell’immediato dopoguerra nacquero altre iniziative che vedevano assolute protagoniste le donne. Meritano di essere citate, ad esempio, le “Giornate dell’amicizia tra madri”.

Proprio tali manifestazioni indussero Ann Jarvis ad ideare una giornata da dedicare alle mamme, il Mother’s Friendship Day, sempre pensata in favore dei reduci di guerra. A diffondere tale iniziativa in Virginia fu, in realtà, sua figlia.

Quest’ultima, infatti, in seguito alla morte di Ann, organizzò il primo Mother’s Day per dedicarlo alla sua memoria. Le prime celebrazioni ebbero luogo a Grafton (West Virginia) il 10 maggio 1908.

Nonostante, come già indicato, la data in cui si celebra annualmente la Festa della Mamma tenda a cambiare ogni anno (ripetendosi ciclicamente), per un lungo periodo nel nostro Paese è stata associata ad una data “fissa”: l’8 di maggio.

In Italia i primi festeggiamenti avvennero ebbero luogo nel 1956. Ne fu artefice il sindaco di Bordighera, venuto a conoscenza della celebrazione dell’evento da parte di alcune città francesi.

Fu proprio il sindaco a lanciare un vero e proprio “appello” affinché altre località italiane ne seguissero l’esempio. E le risposte positive non tardarono ad arrivare.

Nel 1957 a celebrare la festa fu il borgo di Torbidetto ad Assisi, che vide in Don Otello Migliosi il promotore.

Sempre in quell’anno Torino organizzò, la seconda domenica di maggio, la festa della mamma. Negli anni successivi si unirono ai festeggiamenti molte altre città, a partire da Imperia.

Nel 1958 fu presentata al Senato, da parte del Senatore Zaccari, un Disegno di Legge che chiedeva l’istituzione, in tutta Italia, della Festa della Mamma.

Solo in tempi più recenti la festa è divenuta a data “mobile“, seguendo l’esempio di altri Stati quali Australia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti e Svizzera.

Alcune eccezioni sono rappresentate la Norvegia, Paese in cui la festa cade la seconda domenica del mese di febbraio, e l’Argentina, che ha scelto di celebrarla in occasione del secondo weekend di ottobre.

Non sono poche le persone che, nonostante quanto riportato nelle precedenti righe lo neghi, ritengono la Festa della Mamma una festa tipicamente italiana.

È sufficiente qualche esempio per confermare come l’idea di festeggiare le mamme sia particolarmente sentita in molti Paesi di tutto il Mondo.

Nel Regno Unito la tradizione della Festa della mamma risale al XVII secolo. Si trattava, inizialmente, di una festa denominata “Mothering Day“, celebrata la quarta domenica di Quaresima ed istituita per permettere ai figli costretti a vivere lontano dalle proprie famiglie di origine, di ricongiungersi alla madre.

In breve tempo si trasformò in un’occasione per riunioni di famiglia a metà del periodo quaresimale. Solo in seguito la festa cambiò nome, divenendo celebre come “Mother’s Day”.

Della Festa della mamma negli Stati Uniti è stato già detto in precedenza parlando della figura di Anna M. Jarvis.

È possibile aggiungere, in merito a tale festa, due dettagli. Innanzitutto, una curiosità. Come fiore simbolo della festa fu scelto il garofano; proprio il garofano era il fiore preferito di Anna.

L’istituzione del “Mother’s Day” in territorio americano, nel 1914, fu opera del presidente Woodrow Wilson.

In Francia la Festa della Mamma (Fête des Mères) viene celebrata a partire dal lontano 1950. Nel Paese transalpino è stata fissata la quarta domenica di maggio come data ufficiale.

Tuttavia, quando tale domenica viene a cadere nello stesso giorno della Pentecoste, la festa slitta alla prima domenica del mese successivo, ossia giugno.

Nel 2019 le celebrazioni avranno luogo il 26 di maggio. Il 12 di Maggio si sta avvicinando a grandi passi.

Chi non ha ancora le idee chiare su cosa regalare il giorno della Festa della Mamma alla donna più importante della vita il consiglio è di iniziare fino ad ora a pensarci, per non giungere impreparati all’evento.

Aumento dei cesarei: le donne non vogliono più partorire? Ecco perché

Cesarei e parti “alla carta” – di Maria Reales – Sempre più donne pianificano il giorno del parto e si sottopongono a taglio cesareo, ma fa bene alla madre e al bambino?

Leggevo in un forum testimonianze di donne che esprimono una paura tremenda del parto. Pensano che moriranno, che sorgeranno complicazioni, che non sopporteranno il dolore delle contrazioni.

Rosa diceva nel forum: “Mi addormentino e me lo tirino fuori, e quando mi sveglio sia già finito tutto”.

Questa paura irrazionale del momento del parto si verifica con frequenza, ed è una delle cause che spiegano meglio perché sempre più donne optano per il parto cesareo. Il cesareo è diventato l’intervento chirurgico più frequente a livello mondiale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indica che il tasso accettabile è intorno al 10-15% dei parti che presentano complicazioni, ma ci sono Paesi in cui si raggiunge il 60%, una percentuale che non può essere basata su criteri medici stabiliti.

Secondo la American Pregnancy Association, i cesarei si verificano quando al momento del parto c’è una situazione critica, come misura per prevenire situazioni critiche o per scelta.

Nei primi due casi, secondo l’OMS, la pratica del cesareo è giustificata da criteri medici per non mettere a rischio la vita della madre o del figlio o evitare complicazioni successive.

Ragioni mediche per realizzare un parto cesareo: Placenta previa, distacco prematuro della placenta, posizione podalica, prolasso del cordone, sofferenza fetale, mancanza di progresso nel parto, cesarei ripetuti, sproporzione cefalopelvica, preeclampsia, difetti di nascita, erpes genitale, diabete, nascite multiple.

Cesarei per scelta, perché? 

Il cesareo per scelta, ovvero quello che non corrisponde a un criterio medico, ha un maggior rischio di compromettere la salute della madre e del bambino ed è diventato oggetto di polemica, ma anziché diminuire sta progressivamente aumentando.

Ci sono varie ragioni che lo giustificano, ma le più comuni sono queste: convenienza a livello di giorno e ora per medico e madre; espressa volontà di alcune donne di partorire con taglio cesareo; suggerimento del medico senza aspettare il momento del parto per prevenire complicazioni; pudore sociale, quello che in inglese è definito “too posh to push”; ragioni economiche; un parto naturale e un cesareo non hanno lo stesso costo.

In Messico, ad esempio, uno studio ha mostrato che nella sanità privata si verifica il 58% di parti cesarei, mentre in quella pubblica non si arriva al 35%.

Differenze geografiche. Ricardo Pérez, espero della Banca Interamericana per lo Sviluppo, afferma che alcuni Paesi dell’America Latina e dei Caraibi ostentano il maggior indice di cesarei al mondo.

Guida la lista la Repubblica Dominicana con il 60,6%, seguita dal Brasile con il 56% e da Messico, Argentina, Porto Rico e Cuba.

Di fronte a queste percentuali, l’OMS dichiara che non c’è alcuna giustificazione perché ci siano tassi di cesarei superiori al 10% o 15%, ma non cessano di aumentare, e “in America Latina e nei Caraibi stanno arrivando a livelli intollerabili”.

Nell’ambito dell’Unione Europea, in Spagna circa il 25% dei parti è cesareo; la Finlandia risponde ai criteri dell’OMS non superando il 15%, mentre in Italia si arriva al 35%.

Vincere la paura

Se durante la gravidanza avete questa paura, sia essa razionale o irrazionale, l’ideale è lavorare su questa sensazione, da sole o cercando aiuto.

Dovete parlare con qualcuno per sentire di essere pronte. Non serve che vi dicano “Tranquilla, andrà tutto bene”.

Cercate parole che possano darvi davvero tranquillità e sicurezza. Vi suggerisco il libro Parir sin miedo, di Consuelo Ruiz Vélez-Frías, ostetrica che ha assistito ai parti fino a 91 anni e di cui condivido l’opinione che “l’atto di partorire è la funzione più bella dell’organismo femminile”.

Nessuno può trasmettervi l’esperienza di “essere madre”, ma dal momento del concepimento inizia un viaggio lungo 9 mesi durante il quale c’è l’opportunità di prepararsi a livello fisico e psicologico per vivere un momento di profonda emozione, trascendenza e bellezza. Fonte: Aleteia

Partorisce un bimbo che pesa 26 grammi e pubblica le foto su Facebook

Vissuto solo 14 settimane, Miran ha salvato altri bimbi – di Ermes Dovico, da La Nuova Bussola Quotidiana

Il cuore di Miran smette di battere, i dottori propongono alla madre il raschiamento, ma lei rifiuta chiedendo un parto indotto.

Il figlio è già formato e certa che Dio ha un piano, anziché tenere per sé il dolore, onora «il dono che Dio mi ha fatto», postando alcune foto su Facebook.

In effetti la sua breve vita, inutile per la cultura dominante, ha già fatto miracoli salvando dei bimbi dall’aborto.

Meno di un’unghia di un adulto, eppure ogni tratto essenziale è già perfettamente visibile: la manina che vedete nella foto è quella di un bimbo americano, di nome Miran, il cui cuore ha smesso di battere spontaneamente dopo circa 14 settimane passate nella pancia della mamma.

Lei è una quarantenne che vive nel Missouri, si chiama Sharran Sutherland, è sposata con Michael e insieme hanno 11 figli.

Dopo l’ecografia che mostrava il cuore del bambino ormai privo di battito i dottori l’avevano sollecitata a sottoporsi a una procedura di dilatazione e raschiamento, ma la donna ha rifiutato chiedendo che il suo Miran potesse venire alla luce attraverso un parto indotto, avvenuto il 23 aprile, 172 giorni prima del previsto. Lo aspettava per il 12 ottobre.

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In memoria di Miran: il post della mamma su Facebook

La madre ha quindi condiviso su Facebook alcune foto scattate al figlio nella speranza di aiutare a capire tutta l’umanità dei bambini in grembo, oggi così negata.

Il senso di stupore davanti a quella creaturina ha colto innanzitutto lei. «Ero sbalordita da come meravigliosamente si fosse formato, tutte le dita dei piedi e delle mani, le unghie, la lingua, le orecchie, il naso, gli occhi, le pupille, tutto! Era un bambino, un bambino molto molto piccolo».

Appena 10 centimetri di altezza e 26 grammi di peso. Un essere umano in miniatura, che con il suo corpicino smentisce senza bisogno di ulteriori evidenze tutti i falsi argomenti portati dai fautori dell’aborto.

Come ha scritto la stessa Sharran: «Lui non era un mucchio di tessuto, non era solo un feto, era un essere umano, uno che ha avuto la sua vita interrotta troppo presto».

Tuttavia, anche questo lampo di vita del suo bambino è stato un dono, per il quale la donna si sente grata a Dio e si dice certa che Lui, dall’eternità, ha un piano sul suo piccolo.

Perciò, anziché tenere per sé il dolore che la perdita di Miran le ha causato, ha voluto «onorare il dono che Dio mi ha dato in un modo che speriamo possa salvare altre piccole vite».

E in effetti la brevissima comparsa nel mondo di Miran, inutile per i parametri della cultura dominante, ha già mostrato la sua specialissima fecondità, avendo al suo attivo almeno un paio di miracoli.

I miracoli di Miran

Il primo ha riguardato una coppia amica di Sharran e il bambino da loro atteso. Come la mamma quarantenne ha detto al britannico Mirror, che si è occupato della storia d’oltreoceano in conseguenza della sua diffusione virale su Facebook, un’amica «stava per abortire perché lei e il padre erano giovani e lui voleva che lei abortisse. Ma lei aveva visto le mie foto di Miran» e alla fine ha capito che «non poteva farcela» a sopprimere quella vita: «Non poteva uccidere il suo bambino». E ha proseguito la gravidanza.

Nella solennità di Tutti i Santi, lo stesso giorno in cui è stato pubblicato l’articolo del Mirror, Sharran ha scritto un altro post rivelando il gran numero di messaggi privati ricevuti, di cui

«uno mi ha proprio reso incredibilmente felice. Una signora mi ha contattato per dirmi di essere alla quattordicesima settimana, ha altri bambini, ma lei e suo marito non erano preparati per un altro. Dopo aver letto l’articolo mi ha detto di aver cancellato l’appuntamento [per l’aborto] fissato per domani!!».

Un’altra giovane donna, di nome Trina Schenk, ha commentato: «Questo post ha salvato anche la mia [bambina], e parlare con te mi ha fatto sentire molto meglio pure sull’avere la mia bambina. Hai una famiglia fantastica».

Piccoli, grandi racconti di conversione dei cuori. Cuori che si trovano a combattere e scegliere tra bene e male in un mondo che, come constata amaramente Sharran,

«ha fatto un gran lavoro a disumanizzare i bambini non nati. L’industria dell’aborto ha fatto in questo un gran lavoro ma esso non colpisce solo le donne che si risolvono ad abortire»,

bensì colpisce anche coloro che patiscono un aborto spontaneo «perché il mondo non vede i loro figli come bambini».

Lutto e fede

Da qui un lutto che diviene come forzatamente privato della sua essenza: «Così, quando una donna perde il suo bambino non nato, non è in grado di piangere nello stesso modo di una donna che ha dato alla luce un bambino che muore dopo essere nato.

Quando una donna perde il suo bambino non nato è quasi come se tu non ne parlassi. Una donna attraversa questo da sola e credo che sia perché gli altri non lo riconoscono come un umano, come un bambino».

Sapendo che la fede è la forza che la sostiene e le fa avere uno sguardo diverso sulla realtà, orientato sull’eterno, Sharran spera che la sua testimonianza possa aiutare pure le donne che già hanno abortito per scelta propria:

«Solo perché una donna ha avuto un aborto non significa che debba portare con sé quel senso di colpa e vergogna. Gesù Cristo offre il perdono e la guarigione, tutto ciò che devi fare è pentirti dei tuoi peccati e decidere di consegnarti e seguire Gesù Cristo», ha scritto il 6 novembre in un altro post.

E poi – nella consapevolezza che ci sono persone incapaci di perdonarsi, ma che allo stesso tempo la Misericordia divina non aspetta altro di vedere aperto uno spiraglio nel nostro cuore – ha aggiunto:

«Non farti ingannare nel pensare di essere indegno del perdono. Tutti pecchiamo e facciamo scelte sbagliate, ma per fortuna se siamo sinceri e ci allontaniamo dai nostri peccati, Gesù è fedele e giusto e ci perdonerà».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana – Ti potrebbe interessare anche Aborto selettivo: volevi un maschietto e invece è una femminuccia? Puoi ucciderla

Il ‘bambino senza cervello’ torna in tv: ora ha 6 anni e si diverte così. Video

Ha un ‘frammento’ di cervello, meglio abortire”. Ora Noah ha 6 anni e stupisce tutti – di J.P.Mauro – La vita troverà sempre un modo per fiorire

Sei anni fa, Shelley e Rob Wall sono sprofondati in un incubo terribile quando i medici li hanno informati del fatto che il loro bambino aveva sviluppato una rara complicazione della spina bifida, in cui il cranio si era riempito di fluido e stava schiacciando il cervello fino a farlo diventare un “sottile frammento di tessuto”.

Ritenendo che il bambino sarebbe stato gravemente disabile dal punto di vista fisico e cognitivo, i sanitari hanno esortato i genitori a porre fine alla gravidanza, ma loro hanno rifiutato.

Il tempo ha dato loro ragione, e il cervello del loro figlio Noah si è esteso fino all’80% delle dimensioni normali, e il bambino stupisce tutti.

L’ecografia quando Noah aveva 3 anni

L’ecografia effettuata quando Noah aveva tre anni è stata un tale shock per il mondo medico che è stato girato un documentario sul bambino, The Boy With No Brain.

Se sembra che il cervello “ricresca”, i dottori pensano che fosse compresso per via del fluido eccessivo nel cranio e che si sia poi esteso grazie a uno shunt che ha alleviato la pressione.

Noah e i suoi genitori sono apparsi di recente su Good Morning Britain, e il bambino di sei anni ha stupito i presenti e sembrava divertirsi.

Durante l’intervista, Rob ha parlato della decisione sua e della moglie di non porre fine alla gravidanza, anche se i medici glielo avevano consigliato non meno di cinque volte.

Rob ha detto che l’età sua e di Shelley e l’esperienza nel crescere altre due figlie ha permesso loro di affrontare la sfida:

“Anche se il suo cervello era stato così schiacciato e avrebbe dovuto avere gravi disabilità a livello mentale, guardatelo”, ha affermato il papà di Noah.

“Penso che se a persone più giovani viene proposta quella soluzione (l’aborto) possano sentirsi spinte ad accettare. Essendo noi genitori più anziani, sappiamo più cose e siamo persone positive. Volevamo dare a Noah la possibilità di vivere”.

Il parere dei medici

I medici avevano affermato che Noah non sarebbe stato in grado di parlare, vedere, sentire o mangiare, ma finora il bambino ha smentito tutte queste previsioni.

Noah si è sottoposto a un trattamento per un allenamento cerebrale radicale in Australia, dove ha imparato a stare seduto senza aiuto e perfino ad andare in surf.

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Il trattamento che riceve in Australia è chiamato “neurofisica”, ed è un misto di fisioterapia ed esercizi cognitivi.

Rob ha sottolineato che Noah è troppo piccolo per questo tipo di terapia, ma gli esperti che hanno conosciuto in Australia hanno preparato il bambino per sottoporvisi quando avrà un’età adeguata.

Aleteia ha riferito questa storia nel 2017, ed è emozionante constatare i progressi fatti da Noah negli ultimi anni. Continueremo ad aggiornarvi sulle condizioni di questo bambino felice ed empatico!

Ecco perché essere un genitore perfetto non aiuta la crescita di tuo figlio

Vuoi essere un bravo genitore? Accontentati della tua imperfezione – di Cristina Buonaugurio

Ciò che ci salva come genitori dalla tentazione del perfezionismo e dalle inevitabili delusioni è ascoltare i bisogni del bambino e fidarci di noi stessi, nelle nostre diversità materne e paterne, preziosissime per il figlio.

L’ho già scritto varie volte (forse perché rispecchia pienamente la mia vita di questo periodo) e lo ribadisco: essere genitori non è una passeggiata!

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Diventare genitore: un gran cambiamento

Di base, trovarsi all’improvviso a dover provvedere a qualcuno che dipende in tutto e per tutto dall’esterno è un cambiamento immenso per chiunque: aver desiderato un figlio con tutto il cuore non implica essere preparati a quello che succederà con il suo arrivo.

Ed è una realtà valida tanto per i figli naturali quanto per quelli adottivi. Se a questo si aggiunge che la società ci incalza con una serie di aspettative, doveri, consigli se non vere imposizioni, è chiaro come sia piuttosto facile dubitare del proprio operato.

Ogni genitore desidera essere perfetto per i propri figli, per poi trovarsi a fare i conti con la dura realtà degli errori che quotidianamente si commettono.

Gli esempi ricevuti dai propri genitori non sempre sono adeguati ai cambiamenti sociali e tecnologici degli ultimi anni, i consigli sbandierati su televisioni, riviste e social network non sempre sono applicabili nelle proprie famiglie… e allora che si fa?

Dite addio alla perfezione! La buona notizia è che non serve essere perfetti! Ciò che è necessario è essere sufficientemente buoni. Tale concetto è stato elaborato da Donald Winnicott nella seconda metà del ‘900.

Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, parlò di madri sufficientemente buone, indicando in tal modo la capacità di adattarsi ai bisogni del bambino, di supportarne l’iniziale senso di onnipotenza e di sostenerne lo sviluppo verso l’indipendenza.

Il tutto seguendo il proprio istinto, che porta dall’essere totalmente devote al figlio, nelle prime settimane di vita, al creare uno spazio di separazione in cui sarà possibile presentargli gli oggetti e sostenerlo nell’esplorazione man mano più autonoma del mondo.

Allargando l’obiettivo, ritengo che questo concetto sia applicabile ad entrambi i genitori, anche perché molte cose sono cambiate da quando Winnicott ha elaborato le sue idee e i padri hanno assunto un nuovo ruolo. Vediamo meglio cosa significa.

Papà, non “mammi”! 

Rispetto al secolo scorso (anche a pochi decenni fa), oggi la cura dei figli è divisa in modo più paritario tra madri e padri, cosa che permette ai figli di godere della diversità di cure che i due genitori sanno dare.

Il che è un gran bene per i bambini! Madri e padri si approcciano ai figli (qualunque sia la loro età) in modo diverso e sarebbe un errore voler snaturare il modo di amare e accudire che ciascuno di loro esprime per far sì, ad esempio, che il padre diventi un “mammo”.

Anche se il padre resta a casa e la madre va a lavorare, non deve modificare il suo modo di essere genitore: potrà svolgere compiti che tipicamente sono stati della donna, ma perché non dovrebbe farlo da uomo?

La sua cifra di accudimento sarà maschile ed è giusto che lo sia. Il bimbo avrà modo di godere dell’amore materno e femminile quando la mamma sarà tornata a casa.

Per questo è importante che anche i padri imparino a fidarsi del proprio istinto, mettendo a tacere sciocchi suggerimenti.

Si può sbagliare e imparare dai propri errori (proprio come fanno le mamme) senza per questo sentirsi meno capaci.

Chiedere aiuto se è necessario è sempre una buona idea. E a partire da quello trovare il proprio modo di stare con i figli, seguendo le proprie intuizioni… e non istruzioni preconfezionate!

A ciascuno il suo ruolo di genitore

Se le famiglie “tradizionali” si trovano a fare i conti con una nuova divisione dei compiti e dei ruoli, la situazione non è più semplice per le “nuove” forme di famiglia.

Nel caso di presenza di un solo genitore (che sia per una separazione o per la morte dell’altro), il genitore presente deve riuscire a ricoprire i ruoli di entrambi.

Deve quindi dare le cure e l’affetto necessari ad una sana crescita, ma anche le regole che la indirizzano.

E per quanto non sia sempre semplice, anche in questo caso bisogna prestare attenzione a non snaturare il proprio modo naturale di essere genitore, quella cifra materna o paterna che ci si porta dentro.

Nel caso di famiglie ricostituite, invece, laddove si trovano a vivere insieme figli di un partner, figli dell’altro partner e magari anche figli nati dai due partner attualmente conviventi, diventa fondamentale negoziare il ruolo di ciascun adulto nei confronti di ogni bambino.

Da un lato infatti, sarebbe errato comportarsi diversamente con i vari bambini a seconda che siano figli propri o meno, dall’altro però non bisogna dimenticare che esistono anche i genitori naturali di cui bisogna tener conto e che bisogna coinvolgere nelle decisioni più importanti.

Per cui è bene che i partner decidano insieme come portare avanti l’educazione di tutti i figli, tenendo bene a mente quale è il suo obiettivo.

Dalla dipendenza all’autonomia

Winnicott diceva che le madri sono inizialmente totalmente devote ai figli, per poi dare spazio all’innata spinta verso lo sviluppo che porterà i bimbi verso l’indipendenza.

Su questo tema oggi la società manda messaggi molto ambigui. Da un lato la buona mamma è quella che lascia il lavoro o lo mette momentaneamente in stand-by per occuparsi dei figli (e guai alle vip che a tre mesi dalla nascita dei pargoli riprendono il lavoro), dall’altro la donna di successo è quella che non si fa fermare dall’arrivo della cicogna (per cui bisogna essere immediatamente in forma e pronte a rimettersi in sella per non rinunciare alla carriera).

Ma qui non vogliamo essere perfetti, solo sufficientemente buoni. E allora che si fa? Per prima cosa ascoltare l’istinto che dice che i bimbi piccoli hanno bisogno di un accudimento costante perché sono dipendenti in tutto e per tutto da qualcuno.

E per natura quel qualcuno è la madre. Almeno inizialmente. Poi nulla vieta che ci si organizzi in modo diverso. Senza fretta.

Senza far violenza ai piccoli, ma nemmeno a se stesse (e parlo per quelle madri che possono permettersi il lusso di scegliere cosa fare, perché spesso è impossibile e con le lacrime agli occhi bisogna salutare i figli e tornare a lavoro).

Lo sviluppo porta inevitabilmente verso la crescita, che quando è sana è sinonimo di autonomia e indipendenza (emotiva, non economica).

Ma per quanto questo sviluppo vada assecondato ed agevolato, non va affrettato, anticipando i tempi e bruciando le tappe.

Complicità

Affinché questo sia possibile la complicità dei genitori è fondamentale. Il padre sostiene la madre nel periodo in cui è tutta per il bambino, le dà modo di recuperare le energie, le offre la fiducia e l’appoggio di cui necessita per sentire che sta facendo bene, mentre la madre accoglie il padre in quello spazio a due che per nove mesi è stato culla e linfa del bambino, lo invita ad entrare sempre più nel suo mondo e a muovercisi con sicurezza.

In seguito sarà proprio il padre ad aiutare i due a “staccarsi”, affinché l’interdipendenza ceda il passo, gradualmente, all’autonomia, ed aiuterà la madre a vivere il suo nuovo ruolo nei confronti dei figli.

Il giusto tempo. Trovare il giusto ritmo in questa danza non è semplice. Ogni genitore viene da esperienze diverse, ha idee diverse sul proprio ruolo e, fondamentalmente, non sa mai cosa realmente succederà nella relazione coi figli.

Per non parlare del fatto che non appena si pensa di essere riusciti a comprendere come muoversi, cambia improvvisamente lo scenario perché i bisogni dei figli evolvono.

Sbagliare è all’ordine del giorno. Per questo è importante parlare, confrontarsi, correggersi con amore, consapevoli che oggi è toccato a te, domani toccherà a me fare una sciocchezza.

Tornare piccoli e trovare tempo per la famiglia

Ed è ancora più importante sapersi immergere totalmente nella realtà del bambino, tornare piccoli con lui e come lui, giocare col figlio godendo di quel gioco.

Il che vuol dire essere coinvolti nel gioco, divertirsi con i figli, non mettersi un gradino più su di loro ma stare al loro stesso livello, che spesso significa anche stare fisicamente per terra con loro.

E trovare il tempo per farlo tutti insieme: mamma, papà e bambini. Perché è in quei momenti che si respira davvero aria di famiglia.

Ed è in quei momenti che l’amore cresce, unisce le persone, nutre e dà forma alla mente dei bambini. Fonte: Aleteia – QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

Ecco cosa succede al cervello dei genitori se mettono a letto presto i figli

Mandare a letto presto i bambini migliora la salute mentale dei genitori – di Jennifer Delgado Suárez

“Non voglio andare a letto!” Sono parole che tutti i genitori si sentono ripetere più o meno ogni sera quando arriva l’ora di andare a letto.

Per evitare che mandare a letto presto i bambini si trasformi in una guerra senza quartiere, è probabile che tu ceda e li lasci svegli più a lungo, finché il sonno non ha la meglio su di loro.

Tuttavia, ogni ora in più che i bambini passano svegli quando invece dovrebbero dormire, non solo danneggia loro ma anche i genitori, che soffrono spesso di privazione del sonno, come confermato da uno studio condotto presso l’American Academy of Neurology e la Georgia Southern University.

Questi ricercatori hanno scoperto che il 45% delle donne che avevano bambini dormivano meno di sei ore al giorno.

Inoltre, per ogni bambino, le probabilità che le madri dormano molto meno del necessario per recuperare le forze si raddoppiano.

È probabile che con dei bambini in casa, dormire 8 ore continuate sia una missione impossibile, ma se vuoi proteggere la tua salute mentale dovresti mandare a letto presto i bambini. Per il loro bene e il tuo. Lo conferma anche la scienza.

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Bambini a letto presto: sonno e relax non sono un lusso ma necessità

I ricercatori del Murdoch Children’s Research Institute in Australia analizzarono le interviste fatte a 10.000 bambini e i loro genitori per valutarne lo stile di vita, la salute mentale e la qualità del sonno.

Le prime interviste vennero fatte quando i bambini avevano tra i 4 e i 5 anni, la seconda quando avevano tra i 6 e i 7 anni e infine quando avevano tra gli 8 e 9 anni.

Dopo aver analizzato tutti i dati, i ricercatori scoprirono che i bambini che andavano a letto prima avevano una migliore qualità di vita ed erano più sani, rispetto ai bambini che andavano a letto più tardi.

Anche i genitori si beneficiavano di questa routine del sonno dato che mostravano una migliore salute mentale.

Non c’è dubbio che essere genitore sia meraviglioso, ma può anche essere estenuante.

Una volta che i bambini si sono addormentati i genitori hanno il tempo di riposare e rilassarsi, qualcosa che è diventato un lusso ma che in realtà è una necessità.

Infatti, sapevi che la mancanza di sonno genera un livello di eccitazione eccessiva a livello cerebrale che innesca la tipica risposta fight-or-flight (attacco o fuga) detta anche ipereccitazione o reazione acuta da stress?

Quando non dormi abbastanza di notte il livello di cortisolo rimane alto, ciò aumenta il rischio di sviluppare diabete, obesità, malattie cardiache e disturbi dell’umore.

Pertanto, se vuoi prenderti cura dei tuoi figli, dovresti iniziare a farlo prendendoti cura di te stesso.

A che ora dovrebbero andare a letto e quanto dovrebbero dormire i bambini?

I ricercatori spiegano che i bambini si comportano e si sentono meglio quando hanno una sana routine del sonno che si trasforma anche in una buona abitudine.

Il sonno profondo, ad esempio, stimola la produzione di ormoni della crescita, motivo per cui i bambini trascorrono almeno il 50% del loro tempo dormendo.

È stato dimostrato che il sonno facilita anche l’apprendimento in quanto rafforza le connessioni neuronali e migliora la concentrazione.

Infatti, i bambini sotto i tre anni che dormono meno di dieci ore per notte hanno tre volte più probabilità di sviluppare problemi di iperattività e impulsività a 6 anni.

I bambini dovrebbero andare a letto alle 8:30 della sera ed evitare i monitor illuminati almeno un’ora prima, dato che questi ultimi inibiscono la produzione dell’ormone che facilita il sonno.

I bambini in età prescolare dovrebbero dormire tra le 10 e le 13 ore mentre i bambini in età scolare tra le 9 e le 11 ore. Fonte: Angolo della psicologia

Riferimenti: Sullivan, K. (2017) Living with children may mean less sleep for women, but not for men. American Academy of Neurology. Edwars, B. (2014)

Growing Up in Australia: The Longitudinal Study of Australian Children Entering adolescence and becoming a young adult. Family Matters; 95: 5-14.

Silvia Pozzan come Chiara Corbella: l’amore oltre la morte delle mamme

Vicenza, rinuncia alle cure in gravidanza: dopo il parto Silvia muore di tumore – di Susanna Picone

Silvia Pozzan, trentasei anni, è morta martedì a Sossano, nella provincia di Vicenza. È morta a causa di un tumore al fegato che si è aggravato in pochissimi giorni.

Combatteva da anni contro il male ma quando è rimasta incinta la giovane donna aveva rinunciato a curarsi per far nascere il suo bambino.

Pur di salvare il bambino che portava in grembo aveva deciso di rinunciare alla chemioterapia ma dopo la nascita del piccolo è stata sconfitta dalla malattia.

Silvia Pozzan, mamma di trentasei anni, è morta martedì scorso a Sossano, nella provincia di Vicenza. Aveva un tumore al fegato che si è aggravato in pochissimi giorni. A raccontare la storia di questa coraggiosa donna è il Giornale di Vicenza. Silvia lottava contro quel brutto male da tre anni.

Quando è rimasta incinta ha deciso di rinunciare alle cure per non danneggiare il piccolo che portava in grembo. E a quel punto il tumore si è ripresentato più volte attaccando il seno e il fegato.

Dopo la nascita del suo bambino, il tumore che sembrava essere stato contenuto è tornato e ha attaccato il fegato in una forma particolarmente aggressiva.

A quel punto non c’è stato più nulla da fare: la giovane mamma è morta nel giro di poche settimane. L’addio a Silvia Pozzan verrà dato sabato 17 novembre, alle 10, con un rito civile nel cimitero di Orgiano.

Silvia Pozzan e la storia simile di Chiara Corbella Petrillo

Il caso di Silvia Pozzan non è il primo: nel luglio scorso la diocesi di Roma ha aperto il processo per la causa di beatificazione di Chiara Corbella Petrillo, una donna romana che, come la mamma vicentina, aveva rifiutato di sottoporsi alla chemioterapia mentre era incinta.

Chiara Corbella è morta nel giugno del 2012 a ventotto anni e la storia della sua famiglia – una storia di grande forza e coraggio – ha fatto il giro del mondo.

La giovane donna aveva conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito durante un pellegrinaggio a Medjugorje.

Sposi ad Assisi, avevano perso la loro primogenita affetta da una malformazione pochi minuti dopo la nascita.

Poi era arrivato il secondo figlio, purtroppo anche lui con malformazioni che non l’hanno fatto sopravvivere.

Con la terza gravidanza è arrivata anche la malattia. Chiara doveva scegliere se curarsi o far crescere il bimbo che aveva in grembo.

Ha rimandato per mesi i trattamenti e alla fine era troppo tardi. È morta poco dopo la nascita del suo bambino, Francesco.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Vicenza, rinuncia alle cure in gravidanza: dopo il parto Silvia muore di tumore

Gravidanza condivisa: nato il primo figlio passato da due ‘mamme’ diverse

Si scrive gravidanza condivisa, si legge eugenetica spinta – di Annalisa Teggi, da Aleteia

È figlio di due donne, è stato fecondato in vitro, poi è passato dal grembo dell’una a quello dell’altra. Il tutto è costato poco più di 8 mila dollari.

Si chiama Stetson e ha cinque mesi, ma in tutta questa storia lui, in quanto bambino e persona, c’entra poco o nulla.

È la ciliegina sulla torta, il prodotto confezionato e arrivato a destinazione secondo i desideri dei committenti, anzi delle committenti. Siamo in Texas e di lui verrà detto: è il primo figlio nato da gravidanza condivisa.

Apparentemente… ma in realtà? Per far funzionare queste vicende come ideologia comanda, occorre usare le parole giuste.

Giuste per essere ingannevoli, a dirla tutta. Partiamo dai fatti, poi dalla loro rilettura in chiave epicofraudolenta.

La signora Bliss Coulter ha 37 anni e vive in Texas con la sua compagna Ashleigh di 29, si sono sposate nel 2015.

Bliss desiderava un figlio biologicamente suo, ma non desiderava portare avanti tutta una gravidanza. Ashleigh era più giovane e adatta a portare in grembo un figlio; entrambe però non volevano privarsi dell’esperienza di essere madre.

Una gravidanza condivisa per esaudire i desideri

A tutti questi desideri specifici, calibrati su misura sui propri gradimenti e sgradimenti, la scienza ha risposto a braccia aperte e anche a portafoglio aperto.

Nel Centro per la medicina riproduttiva di Dallas è stata proposta alle due donne una procedura complicatissima che permetteva di soddisfare ogni loro richiesta e si chiama Reciprocal Effortless Ivf, cioè fecondazione in vitro condivisa senza sforzo. Cosa è accaduto passo per passo?

Bliss si è sottoposta a stimolazione ormonale, i suoi ovuli sono stati prelevati e inseriti insieme allo sperma del donatore all’interno di un dispositivo noto come InvoCell, una specie di capsula per il concepimento ideata per essere inserita nella vagina (a livello della cervice) della donna e promuovere la fecondazione. (da Ansa)

Una volta che la prima madre ha tenuto nella pancia per qualche giorno il figlio, lo ha passato alla pancia dell’altra mamma:

Dopo cinque giorni, il dispositivo è stato rimosso dal corpo di Bliss e gli embrioni (o, più correttamente, le blastocisti) migliori sono stati congelati in attesa che Ashleigh fosse pronta a accoglierli nel proprio utero. Dopo qualche giorno, sono venute a conoscenza che l’impianto aveva avuto successo e presto avrebbero avuto il loro bambino, che è nato il 4 giugno scorso, perfettamente sano. (da Wired)

Vorrei fermare un attimo il filo della narrazione per chiedere: come mai si tiene a specificare che è nato “perfettamente sano”? Per gongolare dei risultati artificiali eccellenti?

O non si sottintende, forse, che se non fosse stato perfettamente sano questa notizia non esisterebbe, perché anche il bambino non esisterebbe più? Passano quasi non visti questi dettagli, come quell’accenno agli “embrioni migliori”.

L’epilogo della vicenda si è concluso con una transazione andata a buon fine: il tutto è costato 8.500 dollari, che è addirittura la metà del costo di una fecondazione in vitro tradizionale.

Condividere, realizzare, essere speciale: raccontarsela così

È un metodo rivoluzionario, più naturale e meno costoso della fecondazione artificiale” ecco le parole entusiaste del fondatore della clinica texana Kevin Doody, il quale ha anche aggiunto che un’altra coppia omosessuale – che ha voluto rimanere anonima – ha portato a casa la propria figlia, anch’essa in perfetta salute, concepita e nata con la medesima procedura.

Come lanciare sul mercato una storia del genere, che parla di una dittatura del desiderio sempre più puntigliosa (voglio un figlio biologicamente mio, non voglio la gravidanza) e di una scienza sempre più spregiudicata nello speculare sulla vita? Sono state scelte parole adatte a confezionare una distorsione umana e visiva.

È sceso in campo l’asso della condivisione: non c’è concetto più accogliente, positivo, buono.

La storia di Stetson viene diffusa urbi et orbi come il miracolo della maternità condivisa. È nato un bambino, in fondo. Che c’è di male?

È nato nel modo in cui le madri lo desideravano. Non è fantastico? È stato realizzato un sogno, da una macchina medico scientifica sempre più all’avanguardia. Chissà di cosa saremo capaci domani? Stetson è un bambino davvero speciale.

Alcune parole possono mentire. Altre possono essere taciute. E quando entrano in campo espressioni come “embrioni migliori” e “figlio perfettamente sano”, l’unica parola onesta da dire a voce alta è: eugenetica.

Davvero Stetson avrà la percezione di essere frutto di un amore condiviso, quando verrà a sapere che è stato fecondato artificialmente, poi traghettato da un grembo all’altro?

Nonostante tutti i fuochi artificiali della retorica, è facile smascherare l’inganno: il centro della scena è tutto delle madri e non della persona nata, che sempre più assomiglia a un prodotto confezionato da una filiera rispettosa di imposizioni man mano più ambiziose, specifiche, egocentriche.

A me la gravidanza, a te il travaglio

Ricordo perfettamente il giorno in cui, ridendo, ho detto a mio marito: “Dai, io l’ho portata nove mesi, il travaglio lo fai tu?“.

Rise a sua volta; era uno di quei momenti, a fine gravidanza, in cui viene lo spauracchio del parto.

Nell’ironia di quella battuta non avrei mai pensato di intravedere un’ipotesi realizzabile nella realtà. Neanche l’avrei voluto davvero.

Eppure accade; accade che si voglia far assomigliare la realtà alle fissazioni delle nostre voglie. Ne verrà fuori un mondo sempre più ristretto e ingabbiato, non più libero.

Quando vado al parco coi miei figli capita che i bambini litighino per un gioco. È facile vedere due fanciulle che si contendono una bambola e la tirano una da una parte e una dall’altra.

È altrettanto facile sentire i genitori dire: “Condividi il tuo gioco! Ci gioca un po’ lei e poi ci giochi tu”.

Nel mondo dei giochi la parola condivisione può essere sinonimo di “un po’ mio e poi un po’ tuo“, perché è chi gioca il protagonista e non l’oggetto del gioco.

Ma nell’ambito della famiglia il senso della condivisione si trasfigura proprio perché, nel caso dei figli, il bambino non è un oggetto e i genitori nel darlo al mondo non reclamano il ruolo di protagonisti, ma di collaboratori.

La parola condivisione nel regno del concepimento naturale è il mistero per cui anche un padre porta il figlio che sua moglie ha in grembo.

È identico per un marito e una moglie che portano assieme il dolore di non avere figli. Condividere non è possedere in parti uguali una “cosa” – figuriamoci una persona!

Quella volta io non avevo davvero bisogno che mio marito si facesse carico del travaglio; ho avuto bisogno di appoggiarmi senza ritegno alle sue braccia mentre soffrivo.

Non è suddividendosi le parti di una gravidanza che si diventa genitori.

Il marinaio condivide il medesimo viaggio col cuoco di bordo. Ma sopratutto la gravidanza non è un fine, la maternità neppure.

Più una donna sta di fronte all’accoglienza della vita, meno desideri e opzioni personali mette sul tavolo.

In un mondo alla rovescia, si sta arrivando a idolatrare la premessa e non il contenuto, il trailer e non il film, la gravidanza e non il bambino.

Salomone 2.0.  Apparentemente, la storia di Bliss e Ashleigh potrebbe sembrare un finale alternativo alla vicenda delle due madri che andarono dal re Salomone, giurando entrambe che un certo bambino fosse il loro.

Il figlio è di entrambe le madri? In realtà, Salomone continua ad avere ragione: la madre resta una.

Spostare il feto da una pancia all’altra è lacerante quanto l’ipotesi di dividere a metà il bambino. L’illusione ottica della retorica e dei convincimenti personali non cambia la verità.

Come dicevo all’inizio, il vero assente di questa storia è il protagonista: Stetson, il figlio concepito artificialmente, passato di grembo in grembo e poi nato perché – fortunatamente – sano come un pesce.

Questo essere umano ha viaggiato sul filo del rasoio di molti imperativi altrui. E lungo la strada nessuno ha prestato molta attenzione a curarsi del suo nudo esserci. Fonte Aleteia

Ecco l’associazione italiana che dona 3/4000 euro (a testa) a 2626 mamme

Per i miei 40 anni niente regali ma aiuti alle donne che aspettano un bimbo! – di Paola Bonzi

Le feste di compleanno celebrano la memoria gioiosa della nostra nascita; per questo l’iniziativa di Cecilia in favore delle donne che aspettano un figlio e sono in difficoltà è un vero colpo di genio e di generosità.

“Buon compleanno! Tanti auguri! Cento di questi giorni!”. Baci e abbracci per Cecilia, che festeggiava il suo quarantesimo compleanno.

Anch’io ero stata invitata, insieme ad altri 60 ospiti, non solo per abbracciare Cecilia, ma anche per presentare ai suoi amici la storia e la quotidianità del mio volontariato al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli.

Da un po’ di tempo mi arrovello pensando che ogni giorno tante vite di bimbi vengono spente, e che forse noi neanche ci pensiamo.

Ho così deciso di fare festa alla vita nascente, chiedendo a tutti gli amici di sostenere quest’opera al posto dei soliti regali.

Ho così organizzato la serata, fatta di parole e festa, per capire qualcosa di più, con il desiderio di aiutare donne in difficoltà nell’accettare la vita del proprio figlio.

Risultato eclatante per molte donne che aspettano un bambino

Bellissima idea e ottimo risultato! Ho parlato di ciò che facciamo quotidianamente per le 2.626 donne che, a tutt’oggi, stiamo seguendo, declinando i percorsi, differenziati ma paralleli, dell’aiuto psicopedagogico che svolgiamo nel nostro consultorio, rispetto alla distribuzione dei beni materiali.

Progetto pensato, organizzato e personalizzato per ciascuna delle donne incontrate, alle quali offriamo, a seconda delle loro necessità, sussidi economici, accoglienza (purtroppo abbiamo solo 8/10 posti per le donne da sole e 5 piccoli appartamenti per le coppie), tutto ciò che servirà al neonato, la borsa della spesa con alimenti di prima necessità.

Poca cosa che, moltiplicata per tante persone, diventa una spesa di bilancio di 3/4.000 euro per ciascuna di loro.

Sono tanti denari, visto che anche noi siamo poveri, e quindi l’iniziativa di Cecilia è stata provvidenziale, poiché abbiamo raccolto 900 euro, a cui sembra che seguirà qualche bonifico. Fare festa così è stato veramente un inno alla Vita.

Madre Teresa infatti diceva: La vita è bellezza, ammirala. La vita è un’opportunità, coglila. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà. La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo. La vita è un gioco, giocalo. La vita è preziosa, abbine cura. La vita è una ricchezza, conservala. La vita è amore, donala. La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila. La vita è tristezza, superala. La vita è un inno, cantalo. La vita è una lotta, accettala. La vita è un’avventura, rischiala. La vita è felicità, meritala. La vita è la vita, difendila.

Ancora gli auguri più belli Cecilia, e grazie. Titolo originale Per i miei 40 anni niente regali ma aiuti alle donne che aspettano un bimbo! Tratto da Aleteia di Paola Bonzi