Economia reale e Direct lending: l’alternativa alla finanza che sostiene imprese e famiglie

L’economia finanziaria parla un linguaggio spesso incomprensibile, almeno per i non addetti ai lavori. I suoi numeri astratti sono spesso distanti dai bisogni dei cittadini e dalle necessità tangibili delle imprese, che invece rappresentano e formano una realtà più concreta, l’economia reale.

Una realtà che ha sempre dovuto cercare sostegno nelle banche, ma che oggi può contare su una risorsa aggiuntiva, grazie al Direct lending. Cerchiamo di approfondire il tema.

Economia finanziaria ed economia reale

L’economia finanziaria si basa fondamentalmente sul movimento di denaro intorno ai titoli quotati sul mercato finanziario, come le valute di uno Stato o le obbligazioni di una Società. Un mercato che, dopo un lungo periodo di recessione, sta ricominciando a crescere, a differenza di quello dipendente dall’economia reale, che invece sta vivendo un momento di crisi a causa della difficoltà di reperire risorse.

Una ristrettezza dovuta alla mancanza di disponibilità liquida da parte delle banche, strozzate dalle sofferenze e dai crediti incagliati. In questa situazione, per niente semplice, la nascita del Direct lending sta portando un’inattesa boccata di ossigeno, soprattutto per l’economia reale.

Direct Lending: la nuova fonte finanziaria per le imprese

Se da una parte le banche non riescono più a far fronte alle richieste di finanziamento che provengono dalle aziende produttive, dall’altra il mondo degli investitori sta dimostrando una enorme capacità di raccolta. Questa disponibilità di cassa, grazie al Direct lending, cioè la possibilità di finanziare direttamente le imprese, ha fatto arrivare sul mercato globale mezzo trilione di dollari solo nel 2017.

Una chiara dimostrazione che ormai esistono delle nuove possibilità di finanziare direttamente il tessuto economico reale del paese, con i nuovi sistemi di investimento, che sono gestiti dai Fondi di Investimento Alternativi. I FIA infatti possono operare in regime di Direct lending, attingendo ai fondi di raccolta privati, riservati ad investitori professionali e istituzionali, come il Fondo di investimento Younited Credit.

D’altronde il settore del prestito diretto si sta dimostrando ottimo, anche dal punto di vista dell’investimento, proprio perché la richiesta di finanziamenti da parte delle aziende produttive è in forte crescita. Una richiesta che i FIA, grazie al Decreto Legge 18 del 2016, oggi possono soddisfare attingendo alle proprie risorse di accantonamento ed immettendo nel Mercato denaro fresco.

Una possibilità che ha spinto i FIA ad aprire anche ai professionisti privati interessati a investire in questo settore, creando una nuova fonte di risorse, autorizzata e controllata dalla Banca d’Italia, che si affianca a pieno titolo a quella bancaria con un sistema di finanziamento più agile e veloce, già in grado di sostenere le microimprese italiane e ridare così ossigeno all’economia reale.

Riforma fiscale: ecco perché la flat tax penalizza le famiglie numerose

Riforma fiscale: flat tax, si parte male per le famiglie numerosedi Andrea Zambrano

Flat tax, qualcosa non quadra: il tetto di 50mila euro fissato da Salvini è su base reddituale famigliare e non considera la progressività dei figli: penalizzata la famiglia numerosa che supera di poco la soglia.

Sberna: «Ci risiamo, non si tiene conto che il reddito va “pesato” sul numero di figli». Il docente di Scienze della Finanza alla Nuova BQ: «Così si spingono le famiglie a restare piccole». Ecco perché serve un correttivo: appunti per il ministro Fontana.

La flat tax annunciata da Matteo Salvini subito dopo la vittoria elettorale è sicuramente uno dei cavalli di battaglia su cui la Lega punterà maggiormente in questi mesi, ma al momento non è che un annuncio.

Imprese e famiglie fino a 50mila euro

E soprattutto, per come è stata illustrata da Salvini martedì scorso, si preannuncia come una rivoluzione fiscale che penalizzerà ancora una volta le famiglie con tanti figli.

Stando a quanto ha detto Salvini, dato che non ci sono ancora progetti concreti da guardare anche se si garantisce che «i tecnici della Lega l’hanno studiata», la flat tax al 15% dovrà riguardare «imprese e famiglie fino a 50mila euro di reddito».

Perché 50mila? Perché secondo uno studio del professor Massimo Baldini, docente all’Università di Modena di Scienze delle Finanze e del Fisco – intervistato ieri da Repubblica – l’80% delle famiglie italiane rientra in questa categoria.

Ora, è bene anzitutto chiarire che dal punto di vista delle politiche famigliari questa riforma, che attiene al sistema fiscale non ha nulla a che vedere con la riforma degli assegni promessa dal Ministro della Famiglia Fontana che invece attiene al sistema degli incentivi al reddito.

Questa, secondo il decreto visto in anteprima dalla Nuova BQ dovrebbe avere una platea estesa su tetto reddituale Isee fino a 50mila euro e quindi coprire una platea vastissima di utenti.

La riforma fiscale fissa un tetto reddituale

Diverso il caso della flat tax a cui stanno lavorando i tecnici del Carroccio. In attesa che si chiarisca come si farà a trovare la copertura di 30 miliardi di cui parla Salvini, un primo neo di questa riforma salta all’occhio.

La riforma infatti fissa un tetto reddituale senza tenere conto del numero dei figli. Ne consegue che a beneficiare della tassa piatta al 15% potrebbero essere famiglie con un solo figlio mentre famiglie con 4 o più figli e reddito superiore anche di poche migliaia di euro all’anno potrebbero restare a bocca asciutta e quindi trovarsi discriminate.

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Ad esempio: se una famiglia di padre, madre e un solo figlio a carico guadagna 45mila euro all’anno potrà avere il nuovo sistema fiscale agevolato, se invece una famiglia ha un reddito di 55mila euro, ma 4 bocche da sfamare, ecco che dovrà rientrare nel sistema fiscale ad aliquote e quindi si vedrà discriminata rispetto a quell’altra.

E’ ovvio che 10mila euro di differenza non possono risultare decisive per definire una famiglia che ha una elevata capacità di risparmio/spesa o no, perché il criterio non può essere dato solo dallo stipendio, ma anche dall’effettiva composizione del nucleo famigliare.

Tenuto conto che, spesso, per poter avere un reddito dignitoso, molte mamme di famiglie numerose sono costrette a lavorare.

Le famiglie numerose

Non è solo la Nuova BQ ad essersi accorta della stranezza, ma anche Mario Sberna, presidente dell’Associazione Famiglie Numerose, il quale ha confermato i timori che «si tratti della solita riforma all’italiana che non tiene mai conto del fatto che lo stipendio di un padre di famiglia va “pesato” sul numero di bocche da sfamare che ha».

«Avete ragione – ci risponde Massimo Baldini – effettivamente è vero, ma quando si mettono delle soglie di questo tipo si fanno dei guai. Con questa logica si spingono le famiglie a restare piccole perché è chiaro che se hai più figli il tuo reddito deve essere più alto. Non c’è dubbio che questo meccanismo è penalizzante per le famiglie numerose e pertanto bisognerebbe introdurre dei correttivi».

Correttivi, dunque, sembra essere la parola magica per adeguare la riforma fiscale su base reddituale e per numero di figli.

E le associazioni di tutela delle famiglie non mancheranno di farlo notare non appena ci sarà un testo chiaro da esaminare.

Che fare?

Quel che resta è l’impressione di una cecità di fondo che produce un’incapacità di vedere i problemi con uno sguardo generale.

«È micidiale questo atteggiamento – conclude – in un Paese che fa pochi figli e in cui le donne lavorano poco, introdurre una base imponibile familiare senza tenere conto del numero di figli, ed è effettivamente curioso che il governo che più di tutti parla di figli e di rilancio delle politiche familiari, poi si dimentichi di loro nel momento decisivo di una riforma fiscale».

Che fare? Sicuramente converrà che il ministro della Famiglia Fontana si prenda in carico la discriminazione e ponga mano a quest’abbozzo di riforma. Anche se si tratta di materia fiscale e non di politiche di incentivi, è suo compito sollecitare il governo in chiave family friendly su tutti i provvedimenti, perché la sua sfera di competenza è questa. Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il parmigiano italiano diventa francese? Ecco cosa sta per succedere

Salviamo il parmigiano italiano! Nuova castelli deve andare a lactalis.

Nuova Castelli, principale esportatore italiano di formaggi DOP e Parmigiano Reggiano è entrata nel mirino della francese Lactalis e rischia di fare la fine ingloriosa di Parmalat, mettendo in crisi un settore strategico per la nostra economia.

La società reggiana, fondata nel 1892 e che ora conta su circa 500 milioni di ricavi, leader nella distribuzione dei formaggi, è di proprietà del fondo Charterhouse Capital, entrato nel 2014 nel capitale, che ora è in cerca di un nuovo socio.

Da indiscrezioni si è saputo che è interessato il grande gruppo francese Lactalis, noto proprietario di Parmalat, società acquisita con un tesoretto notevolissimo e poi praticamente smembrata e delocalizzata, con la distruzione di un patrimonio nazionale.

Come sottolineano le associazioni dei coltivatori, l’entrata dei francesi metterebbe in pericolo un bene di importanza strategica, dalla tradizione Millenaria e dal know how unico.

Un bene che per l’Italia ha più importanza di un segreto nucleare per una superpotenza, che nasce dalle fatiche dei nostri antenati, conservato nei secoli e che non deve essere lasciato nelle mani rapaci di una multinazionale che sinora, nel nostro paese, ha solo rapinato e distrutto.

Permettere l’entrata nel settore del parmigiano a una società simile significa esporre ancora di più al pericolo di Italian Sounding un prodotto fra i più imitati al mondo.

Speriamo che gli imprenditori italiani si mobilitino anche per non lasciar entrare un competitore potente, totalmente spregiudicato e dotato di mezzi finanziari illimitati messi a disposizione dal sistema bancario d’oltralpe.

Che Cassa Depositi e Prestiti intervenga nel supportare gli imprenditori che vogliono entrare in questa profittevole società, mantenendola italiana e assicurandone lo sviluppo. Fonte Scenari economici

Tesla taglia il prezzo delle auto per la terza volta in tre mesi. Come mai?

Tesla sta giocando un po’ con i prezzi delle proprie auto. Per il terzo mese consecutivo, senza fare particolare pubblicità alla cosa, anche per non irritare chi ha già ha prenotato l’auto e pagato il lauto acconto, sono stati ridotti i prezzi dell’auto in vendita nel sito Tesla USA.

Il ribasso dei prezzi, non è il primo, anzi è il terzo nell’arco di tre mesi. I modelli X e S sono stati aggiornati con migliori sospensioni, migliori batterie, e altri upgrade secondari, e in occasione di questo miglioramento è stato reintrodotto il modello “Standard”, contrapposto al modello “Extended Range” e proprio sul modello base è stato effettuato il taglio del prezzo.

Quindi ci sono clienti che, in questa serie di cambiamenti di opzioni, di accessori etc, ci hanno rimesso un due o tremila dollari nell’ordine già piazzato. Anche per il model X nella versione standard vi è stato un taglio.

Ora questi ribassi possono indicare che il mercato del settore EV sedan o SUV inizi ad essere saturo al di fuori della Cina e questo quindi dovrebbe far ripensare agli obiettivi di vendita della Tesla, e, di conseguenza, anche degli obiettivi di prezzo delle azioni.

Comunque, nel breve periodo, questo è un fattore negativo nel rapporto con la clientela e verrà a incidere anche sul valore dell’usato.

Una deflazione del prezzo al dettaglio è un elemento che viene a disincentivare gli acquisti immediati, perché il consumatore si aspetta un ribasso del prezzo, per questo le case costruttrici si inventano dei trucchi (finanziamenti tasso zero, modelli limitati, etc) per nasconderli.

Perché Tesla non lo ha fatto? Fonte Scenari economici

Addio agli 80 euro di Renzi: Tria “Va riassorbito, decisione sbagliata”

Giovanni Tria: “Cancelleremo il bonus Renzi degli 80 euro” – di Annalisa Girardi – “Tecnicamente è stata una decisione sbagliata. Il bonus Renzi degli 80 euro va riassorbito”

Così il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha commentato la riforma di sostegno economico introdotta nel 2014, definendola un provvedimento fatto male che è risultato in una spesa di 10 miliardi di euro per lo Stato.

“Nell’ambito di una riforma fiscale gli 80 euro vengono riassorbiti. Tecnicamente è stata una decisione sbagliata”: così il ministro dell’economia Giovanni Tria, intervenendo ad Agorà, ha commentato la riforma dell’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Introdotta nel 2014, prevedeva un bonus di 80 euro al mese tradotto in credito Irpef per i soggetti con guadagni fra gli 8 e i 26.000 euro annui. Ciò aveva comportato una spesa di 10 miliardi di euro in vista delle scorse elezioni europee.

Bonus Renzi degli 80 euro di nuovo in discussione

“Risultano come spese e non come un prelievo. Inoltre tecnicamente è stato un provvedimento fatto male”.

Non è la prima volta che il provvedimento viene messo in discussione e negli ultimi mesi la questione del sostegno al reddito attraverso la fiscalità è tornata sotto i riflettori.

Il ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana, ha recentemente proposto degli emendamenti al decreto Crescita in modo da portare maggior sostegno ai nuclei familiari, trovando la ferma opposizione del vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio.

Secondo fonti del Movimento 5 Stelle infatti, il ministro leghista starebbe “sabotando il decreto Famiglia portato da Luigi Di Maio e concordato con il Forum delle Famiglie”.

Da parte sua, Tria ha spiegato che non sono ancora state individuate le coperture per il decreto famiglia e che il provvedimento è stato rinviato:

“Non sappiamo cosa sia questo miliardo. Se si spenderà meno di quanto preventivato – per il reddito di cittadinanza – si saprà a fine anno e non adesso. È inoltre chiaro che queste spese non possono essere portate all’anno successivo”.

Tria spiega la situazione sul deficit

Il ministro dell’Economia si è poi soffermato a fare il punto della situazione sul deficit e sulle possibilità di sforare i parametri dell’Unione europea, tema delicato da quando il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha definito “doverosa” la trasgressione dei limiti sul deficit imposti da Bruxelles.

“Il deficit non è una decisione autonoma dai mercati, perché significa prendere denaro a prestito”, ha affermato Tria, aggiungendo che “il problema è che il deficit significa che qualcuno sia disponibile a prestarci del denaro a quel tasso di interesse. Inutile pensare di fare un deficit per 2-3 miliardi in più quando poi per fare questo dobbiamo fare interessi aggiuntivi per 2-3 miliardi”.

Sui commenti del leader del Carroccio, rispondendo alla domanda se avesse spiegato anche a lui queste considerazioni, ha risposto: “Salvini lo sa bene e non devo spiegare nulla a nessuno. C’è una campagna elettorale in atto”.

Tria e il clima di fiducia

"Il problema è essere in condizione di creare un clima di fiducia intorno ai programmi economici. Il deficit non è una decisione autonoma dei mercati"Il Ministro Giovanni Tria ad Agorà

Posted by Agorà on Tuesday, May 21, 2019

Il ministro si è comunque mostrato fiducioso per la seconda metà del 2019: “Nella seconda parte dell’anno potremo avere una ripresa più forte e dipende anche da quanto riusciamo a creare fiducia negli investitori e fiducia nei risparmiatori, che così possono utilizzare più reddito per i consumi. Per questo non bisogna creare allarmi per il futuro”. Fonte: fanpage.it

Italia, cala sensibilmente la disoccupazione: forse ci riprendiamo?

Escono i dati Istat sulla disoccupazione e finalmente in Italia si registra un netto calo. A Marzo 2019 il tasso è calato di 0,4 punti rispetto al mese precedente toccando il 10,2%.

Sono 2.641.000 gli italiani in cerca di occupazione e si registra una diminuzione di 96.000 unità a Febbraio 2019 e di 208.000 a Marzo 2019.

Sono 23.291.000 le persone occupate in Italia: sale il tasso di occupazione dello 0,2% rispetto a Febbraio dove si registrava il 58,9%.

Il dato che fa ben sperare è la diminuzione della disoccupazione delle persone sotto i 34 anni. Sono aumentati infatti di oltre 69.000 unità le persone occupate in quella fascia.

Restano invece stabili gli occupati nella fascia tra 35 anni e 49 anni, mentre diminuiscono gli over 50.

Altro dato molto interessante è l’aumento delle persone che trovano un’occupazione permanente, ovvero un lavoro stabile: + 44.000.

Tra i giovanissimi invece, fascia di età tra i 15 anni e i 24 anni, a Marzo 2019 si registra un calo della disoccupazione al 30,2%, dato minimo dal 2011.

In questa fascia di età il tasso di occupazione è del 18,6% con una crescita di ben 0,9 punti a Febbraio e di 1,1 punti a Marzo 2018.

Disoccupazione: i dati sono confortanti

Il dato più confortante che registra l’Istat sulla disoccupazione è quello su base annua. Cresce infatti l’occupazione di 0,5 punti percentuale, pari a più di 144.000 unità interessate.

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Secondo i dati dell’Istat il trend positivo riguarda tutti gli italiani, sia uomini che donne. Nella fascia d’età tra i 15 anni e i 24 anni si registra un aumento di 63.000 unità e tra gli ultra cinquantenni un aumento di 210.000 unità.

Crescono anche i dipendenti con contratto a termine + 65.000, e un aumento positivo anche tra gli occupati indipendenti + 51.000 unità.

Non si registra un’aumento della disoccupazione tra i dipendenti con contratti permanenti, altro dato positivo. Ad oggi il bilancio è quindi sicuramente rassicurante.

Italia paese degli obblighi, arriva lo scontrino on line: quanti commercianti chiuderanno?

Non bastava la fattura elettronica, ora arrivano anche lo scontrino e la ricevuta on line. Da Luglio i commercianti con volume d’affari superiore a 400.000 euro saranno obbligati a emettere questo tipo di scontrini; dal 2020 si estenderà a tutti.

I commercianti dovranno inviare on line all’Agenzia delle Entrate tutti gli scontrini emessi, mentre ai clienti rimarrà un documento commerciale.

L’obbligo potrà subire variazioni a seconda di decreti ministeriali, di tipologia di attività esercitata e del livello della connettività web.

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Scontrino on line: altre complicazioni per chi lavora

Lo scontrino on line dovrà essere emesso per tutte quelle operazioni individuate nell’articolo 22 del Dpr 633/1972 (decreto sull’Iva).

L’articolo riguarda il cosiddetto commercio al minuto e le attività simili dove si rilascia uno scontrino o una ricevuta fiscale.

Alcuni esempi delle attività interessate: cessione di beni in locali aperti al pubblico, somministrazione di alimenti e bevande, venditori ambulanti, ecc.. Un decreto del Ministero dell’Economia comunicherà a breve le attività che non saranno interessate all’obbligo.

Se non verrà emesso lo scontrino on line sarà rilasciato un documento che avrà validità a fini commerciali e certificherà l’acquisto e la garanzia del bene.

Se il cliente indicherà al momento del rilascio dello scontrino on line il proprio codice fiscale o partita iva, tale documento avrà validità anche a fini fiscali.

La validità fiscale permetterà di esercitare la deduzione delle spese sostenute per gli acquisti di beni e di servizi agli effetti dell’applicazione delle imposte sui redditi.

I commercianti potranno adempiere all’obbligo con dei registratori telematici (rt), server telematici (st) oppure attraverso una procedura web gratuita sul portale dell’Agenzia delle entrate (Fatture e corrispettivi).

Anche i registratori di cassa dovranno essere aggiornati e le regole operative sono quelle dettate dal provvedimento del 28 Ottobre 2016. Per emettere lo scontrino on line il registratore dovrà essere aggiornato (se possibile) o sostituito.

La modifica ai registratori di cassa per tutti gli operatori sarà incentivata da un’agevolazione finanziaria pari al 50%, che avrà comunque un limite di 250 euro in caso di acquisto e di 50 euro in caso di riadattamento.

Thomas Sankara: l’eroe che pagò con la vita lo smascheramento del debito

Thomas Sankara: l’eroe che pagò con la vita lo smascheramento del debitodi Ilaria Bifarini

Sono passati 30 anni da quando il presidente del Burkina Faso, ribattezzato il “Che Guevara africano”, venne ucciso, secondo la ricostruzione ufficiale dal suo ex collaboratore nonché successore Blaise Campaorè, verosimilmente appoggiato dai francesi e da altre forze internazionali.

Thomas Sankara era divenuto un personaggio scomodo, troppo scomodo, per il piano egemonico mondiale messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito.

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Il discorso di Sankara all’OUA

Il suo discorso  tenuto  presso l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana), di una forza e di una chiarezza straordinarie, è un appello a tutti i rappresentanti internazionali a considerare le cause e la reale natura del debito, che non è altro che una nuova e ancora più pervasiva forma di schiavitù, quella  finanziaria.

Con una lucidità e una lungimiranza degne di un vero rivoluzionario, Sankara anticipa quanto solo ora alcuni economisti hanno trovato il coraggio di proporre: annullare il debito per permettere alla popolazione di continuare a vivere – “loro, i finanziatori non moriranno se non ripagheremo il debito, mentre il nostro popolo sì”- e incentivare la produzione e l’economia nazionale anziché le importazioni, portando lui stesso l’esempio del proprio abito tipico prodotto dalla gente burkinese.

La platea è sconcertata ma applaude, la forza trascinatrice è quella di un rivoluzionario, la lungimiranza di un visionario. Solo due mesi e mezzo a soli 37 anni Sankara verrà assassinato.

È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro.

Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui. Nessuno potrà mai estirparli. Germoglieranno e daranno frutti. Se mi ammazzano arriveranno migliaia di nuovi Sankara!” aveva affermato.

Purtroppo la sua profezia si è avverata solo a metà e i nuovi Sankara verranno uccisi sul nascere. Fonte Ilaria Bifarini

Presidente Inps, bella proposta: ‘Riduzione orario di lavoro a parità di salario’

La proposta del presidente Inps Tridico: “Ridurre l’orario di lavoro per aumentare l’occupazione” – di Stefano Rizzuti

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, lancia una proposta per rilanciare l’occupazione e migliorare il mondo del lavoro:

“La riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è una leva per ridistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione. In Italia siamo fermi all’ultima riduzione dell’orario dal 1969”.

Ridurre l’orario di lavoro, senza abbassare i salari, per ridistribuire la ricchezza e far aumentare l’occupazione. Questa è la ricetta di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps.

Intervenendo durante una lezione sulle disuguaglianze nel capitalismo finanziario alla Sapienza, Tridico afferma: “La riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è una leva per ridistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione”.

Per il presidente dell’istituto di previdenza, “siamo fermi in Italia all’ultima riduzione dell’orario dal 1969, non ci sono riduzioni da 50 anni e andrebbe fatta. Gli aumenti di produttività vanno distribuiti o con salario o con un aumento del tempo libero. Con questa riduzione aumenterebbe l’occupazione”.

Ma ridurre l’orario di lavoro non è l’unica ricetta per invertire la disuguaglianza e favorire l’occupazione: l’altra proposta rilanciata da Tridico è quella del “salario minimo per coprire fasce oggi non coperte dalla contrattazione collettiva”.

Altra possibilità è quella di introdurre “un reddito minimo garantito condizionato alla povertà, un programma di lavoro pubblico come strumento automatico di stabilizzazione (un lavoro transitorio di cittadinanza), limiti alla mobilità dei capitali, regole antidumping sociale e ambientale nel commercio internazionale”.

Secondo Tridico il modello del neo-liberalismo porta maggiore disuguaglianza, senza produrre crescita economica:

“La diseguaglianza è aumentata e deve essere considerata anche un problema di crescita, la concentrazione di redditi in mano a pochi determina una espansione lenta dei consumi, in quanto la propensione al consumo delle classi più ricche è marginale rispetto ai più poveri”.

La proposta di Tridico viene accolta positivamente da Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil:

“È da tempo che sosteniamo la necessità di ridurre l’orario di lavoro per far fronte agli effetti dell’innovazione e dell’impresa 4.0 sugli assetti occupazionali. Sono anni che puntiamo alla redistribuzione degli incrementi di produttività, da ottenere con il benessere lavorativo. Riteniamo, tuttavia, che questa strada debba essere percorsa, prioritariamente, facendo leva sulla contrattazione. Le parti sociali devono farsi carico di questo impegno, i governi devono mettere a disposizione gli strumenti della fiscalità per sostenere questa strategia”.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: La proposta del presidente Inps Tridico: “Ridurre l’orario di lavoro per aumentare l’occupazione”

Influenza, spesa degli italiani aumenta: 1,2 miliardi in farmaci nonostante i vaccini “gratuiti”

Sindromi influenzali e influenza: gli italiani hanno sborsato 1,2 mld di tasca propria – di Marco Staffiero

Ci si copre, abbiamo tutte le comodità e i servizi, ci si vaccina per tutto, eppure aumenta anno dopo anno ogni tipo di influenza. Ma che strano.

Reggetevi forte: le sindromi influenzali, dall’influenza vera e propria ai raffreddamenti con mal di gola e tosse che si possono presentare anche in primavera e in estate, hanno fatto spendere di tasca propria agli italiani 1 miliardo e 187 milioni nell’anno solare 2018 per farmaci non prescrivibili.

Da novembre 2018 al 28 febbraio 2019, la spesa è stata di circa 570 milioni, secondo i dati forniti da Iqvia, provider globale di informazioni in ambito sanitario, tecnologie innovative, consulenza e servizi di ricerca clinica.

La parte del leone l’hanno fatta le farmacie che, su un totale di 1 milardo e 187 milioni di euro, hanno registrano vendite per un miliardo e 69 milioni, mentre il resto dei farmaci da banco sono stati acquistati nelle parafarmacie e anche presso la grande distribuzione organizzata.

Nel 2018 è stato registrato un aumento di vendite di farmaci contro la tosse del 5,2% a 322 milioni di euro.

In particolare sono stati spesi 150 milioni di euro (+7,8%) per i sedativi per la tosse, mentre gli espettoranti hanno raggiunto 172 milioni di euro (+4%).

Per quanto riguarda i prodotti che hanno dominato il mercato lo scorso anno, mantiene il primato l’antipiretico-analgesico Tachipirina (paracetamolo).

Sindromi influenzali: ogni anno colpiscono il 9% degli italiani

Nel periodo dal primo novembre 2018 al 28 febbraio 2019, il trend di vendita dei farmaci per la cura dei sintomi influenzali (automedicazione e farmaci senza obbligo di prescrizione) ha registrato un leggero calo rispetto allo stesso periodo 2017-2018, quando la stagione influenzale è stata più virulenta.

Infatti, in questi quattro mesi, nel consumo di tutto il comparto (antipiretici, decongestionanti, antitosse, espettoranti, soluzioni saline, anti-allergici) è stato evidenziato un calo dello 0,2% a valori rispetto allo stesso periodo del 2017-2018.

In controtendenza i prodotti per il mal di gola (+3,6%), le soluzioni saline nasali (+3,2%) e i prodotti anti-allergici da banco (+10,6%).

Mediamente – secondo l’analisi di Iqvia – le sindromi influenzali in Italia colpiscono ogni anno il 9% della popolazione, con un minimo del 4%, osservato nella stagione 2005-2006.

Mentre nella stagione 2017-2018 si è registrato il massimo assoluto: il 15%. Il periodo influenzale 2018-2019, ancora parzialmente in corso, è stato caratterizzato da un periodo iniziale di bassa incidenza fino alla fine di dicembre 2018.

Mentre il virus si è molto diffuso con l’inizio del 2019. Secondo i dati del Sistema nazionale di sorveglianza InfluNet, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, il picco epidemico è stato raggiunto tra la fine del mese di gennaio e l’inizio di febbraio.

Il contagio ha interessato soprattutto le età pediatriche prescolari e scolari e gli ultracinquantenni.

Possono essere davvero tante le motivazioni, ma rimane doveroso fare chiarezza del perché anno dopo anno l’individuo rimane vulnerabile a diverse forme influenzali.

Titolo originale: Influenza, gli italiani hanno sborsato 1,2 mld di tasca propria – Fonte Il Format