A Milano una scuola decide che il Natale non esiste più…

Non si rendono conto costoro di essere meri corifei del nichilismo trionfante? Non si avvedono codesti pecoroni cosmopoliti che il rispetto delle altrui culture non deve implicare la cancellazione della propria?

Non arrivano a capire, codesti signori dalla coscienza mondializzata e integralmente postmodernizzata, che il rispetto dell’altro deve necessariamente passare per il riconoscimento del proprio? Non sono neppure in grado di intendere che si possono rispettare le culture e le identità altrui se e solo se si dispone di una propria cultura e di una propria identità?

Non mi stancherò di ribadirlo. A un antico greco non sarebbe mai passato per la testa di rapportarsi con lo xenos, lo “straniero”, negando la propria cultura: il dialogo è tra le culture, ciò che presuppone che esse esistano e non si neghino. Ché altrimenti, come oggi accade, il dialogo è tra vuoti che non hanno nulla da dirsi. La globalizzazione sans frontières del mercato finge di voler valorizzare le culture: chiede irresponsabilmente a ciascun popolo di rinunciare alla propria per aprirsi alle altre; e, così, ottiene l’inconfessabile obiettivo dell’annullamento delle culture in quanto tali.

Esse sono sostituite en bloc dal vuoto nichilistico della sottocultura del consumo.

Il Capitale, infatti, mira alla desimbolizzazione integrale, al laicismo assoluto: così opera  affinché resti uno spazio vuoto senza alto né basso, senza bene né male, senza alcun limite simbolico e valoriale all’estensione onnilaterale e all’allargamento nichilistico della forma merce. La chiamano società multiculturale: in realtà, è la società della monocultura del mercato o, come avrebbe detto Hegel, del “monocromatismo assoluto”.

Fonte: Interesse Nazionale

Fusaro lancia la battaglia della lingua: «ananasso e palmizi invece di ananas e palme»

RIPRENDIAMOCI LA VETEROLINGUA ITALIANA CONTRO LA NEOLINGUA DELL’INGLESE DEI MERCATI

Nel suo capolavoro, “La congiura di Catilina”, lo storico Sallustio utilizzava scientemente forme del latino arcaico: ad esempio, “optumus” in luogo di “optimus”. Lo faceva con il preciso intento di opporsi anche linguisticamente alla decadenza dei tempi in cui si trovava a vivere, di cui era spietatamente critico. Sulle orme dell’antico Sallustio, è arrivato anche per noi il momento dell’indocilità ragionata e della disobbedienza meditata. Anche sul piano linguistico.

Il “tempo della povertà” (duerftige Zeit), come lo apostrofava Hoelderlin, e dello svuotamento assoluto di ogni significato si sta oggi dispiegando, su scala planetaria, nel trionfo della neolingua anglofona dei mercati, il “globish”, un idioma neutro e sterile, vuoto e tale da ridurre il linguaggio, da scrigno delle culture dei popoli, come lo definiva Herder, a grigio medium comunicativo di “scambio”, semplice raddoppiamento simbolico dello scambio delle merci nella sfera della circolazione.

Contro la neolingua anglofona dei mercati mondializzati – che, come il “newspeak” di Orwell, viene ogni giorno impoverendosi tendendo di fatto all’afasia dei “tweet” e degli “sms” –, occorre reagire con coscienza e discernimento rivalorizzando la “veterolingua” nazionale, contro la quale da tempo si scagliano con furore i poliorceti del mondialismo con incoscienza felice. I quali, distruggendo le lingue nazionali, aspirano in pari tempo ad annichilire le culture e le storie dei popoli sull’altare del piano liscio asimbolico, aprospettico e aculturale del “one world” (e sempre più “one word”) del mercato globale.

Ecco perché oggi parlare la propria lingua nazionale è un gesto rivoluzionario. Non solo. Occorre, con Sallustio, selezionare con ponderazione le parole più raffinate e più pregne di storicità, anche a costo di essere scherniti dai mandarini del pensiero unico cosmopolitico: Nuova York in luogo di New York, terminale in luogo di computer, corriera in luogo di pullmann, e così via. Occorre, in compresenza di due parole dal medesimo significato, scegliere diligentemente sempre la forma più arcaica e desueta: spagnuoli in vece di spagnoli, ananasso in vece di ananas, maraviglia in luogo di meraviglia, palmizi in luogo di palme, pronuziare in luogo di pronunciare, e così via. Si tratta, occorre averne coscienza, di una battaglia culturale della massima importanza.

La cultura – ce l’ha insegnato Gramsci – è sempre il luogo dell’acquisizione della consapevolezza del conflitto e del proprio posizionamento in esso.

Fonte: INTERESSE NAZIONALE

Populismo e aristocrazia finanziaria: chi è più antidemocratico?

«​Il populismo non è necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale per tutelare il proprio dominio non democratico»

Continua il dialogo sul populismo e dopo De Benoist, Tarchi e Veneziani interviene sul tema Diego Fusaro che offre una prospettiva basata sui rapporti di forza tra “dominanti” e “dominati”. Una visione che affonda le sue radici nel pensiero di Marx e di Hegel e che si pone in rapporto dialettico con l’illuminismo, ritenuto da Fusaro indispensabile, per aver spazzato via il vecchio ordine della società di ceto e di “ancien regime” ma, al contempo insufficiente per aver lasciato l’umanità in balia del sistema dell’atomistica, incapace di costruire una comunità all’altezza dei tempi.

-Il termine “populismo” è uno dei più ricorrenti nel dibattito politico odierno e viene frequentemente utilizzato come elemento discriminatorio nei confronti dell’una piuttosto che dell’altra forza politica. Al fine di sgomberare il campo da false interpretazioni, potrebbe illustrarci cos’è oggi il populismo?

Come ho cercato di mostrare nel mio libro “Pensare altrimenti”, Filosofia del dissenso (Einaudi, 2017) populismo è una di quelle categorie, di quelle parole di conio, della neolingua capitalistica a beneficio dell’aristocrazia finanziaria come classe dominante.

L’aristocrazia finanziaria, con la complicità degli intellettuali, a guinzaglio più o meno lungo, utilizza una serie di categorie per santificare i rapporti di forza e per impedire alla base qualsiasi tentativo di rovesciamento dell’assetto capitalistico dell’odierno totalitarismo glamour del libero mercato. Populismo è, appunto, la categoria con cui gli intellettuali di riferimento dell’élite dominante demonizzano ogni prospettiva che assuma il punto di vista del popolo dominato e non dell’élite dominante.

Populismo è, quindi, la categoria con cui a vario genere e in diverso modo si assume la prospettiva legata agli interessi materiali delle classi dominate, dette anche popolo, il quale è oggi composto essenzialmente dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia, dalla vecchia classe lavoratrice e dal vecchio ceto medio che sono oggi finiti in un unico ceto sociale, quello del “precariato”, che si caratterizza per essere pauperizzato e precarizzato. Pauperizzato perché reso sempre più povero, precarizzato perché reso instabile tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della vita mediante la flessibilizzazione integrale delle forme etiche dell’esistenza, dalla famiglia allo Stato, passando per gli enti intermedi.

-Il populismo, come categoria, riemerge nei momenti critici della storia. Potremmo, dunque, esclusivamente definirlo come fenomeno di reazione verso la classe dominante, oppure ha delle radici filosofico culturali?

La storia del concetto di populismo sarebbe interessante e anche feconda. La categoria di populismo come sappiamo nasce in Russia e allude essenzialmente alla ricerca, da parte di alcuni intellettuali, di un contatto con il popolo alla difesa degli interessi del popolo legato alle sue tradizioni e ai suoi diritti sostanziali. Il fatto che oggi venga utilizzato come stigma negativo e quasi demonizzante la dice lunga su quanto stiamo subendo il dominio simbolico e reale da parte dell’élite dominante, la nuova classe egemonica che con Marx si chiama “aristocrazia finanziaria”.

Populismo è la categoria con cui a vario genere e in diverso modo si assume la prospettiva legata agli interessi materiali delle classi dominate, dette anche popolo, il quale è oggi composto essenzialmente dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia, dalla vecchia classe lavoratrice e dal vecchio ceto medio che sono oggi finiti in un unico ceto sociale, quello del “precariato”, che si caratterizza per essere pauperizzato e precarizzato. Pauperizzato perché reso sempre più povero, precarizzato perché reso instabile tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della vita mediante la flessibilizzazione integrale delle forme etiche dell’esistenza, dalla famiglia allo Stato, passando per gli enti intermedi.

-L’attuale modello di crescita si innesta su un pensiero quale quello illuminista, ormai in crisi. Potrebbe ciò aver contribuito alla rinascita del populismo?

Sul tema dell’illuminismo bisognerebbe aprire una lunga parentesi. Io sulla lettura dell’illuminismo sto dalla parte di Hegel e di Marx e non da quella che mi pare sottoscrivano anche De Benoist, Veneziani e altri rispettabilissimi e stimabilissimi intellettuali contemporanei i quali si rifanno alla critica incondizionata dell’illuminismo. Io, diversamente, con l’illuminismo intrattengo un rapporto dialettico perché come Hegel, come Marx e come Fichte ritengo che esso sia stato insieme dialetticamente, indispensabile e insufficiente.
Indispensabile perché ha spazzato via il vecchio ordine della società di ceto e di “ancien regime” , insufficienteperché ha lasciato l’umanità in balia del sistema dell’atomistica, come dice Hegel, frammentato, senza totalità e nemmeno più in cerca della totalità e quindi, non ha saputo più costruire una comunità all’altezza dei tempi. Possiamo dire che la situazione odierna si presenta esattamente come quella di allora dal momento che vige il sistema dell’atomistica in una forma inedita di globalizzazione dei mercati i cui fattori producono il sistema dell’atomistica su scala planetaria senza più alcun riferimento di eticità in senso Hegeliano. In tale sistema prevale, infatti, la scomposizione atomizzante in ogni ambito: intellettuale, quello che Hegel chiamava l’intelletto astratto; sociopolitica, l’individualismo egoistico delle monadi irrelate; e poi anche a livello di modello ovvero la crescita infinita di pochi individui, quello che Hegel chiamava il cattivo infinito come cifra dell’illuminismo nella sua variante negativa come cifra dell’economia di mercato odierna. Il cattivo infinito del progresso illimitato.

-Il populismo, che spesso viene presentato come anti politica, è una forma anti democratica oppure può essere visto come una neo-democrazia? E in che misura potrebbe esprimersi?

Il populismo non è affatto necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale, gli oratores post moderni di accompagnamento, per tutelare il proprio dominio non democratico. Oggi la democrazia, infatti, nel quadro della società globalizzata, ultra capitalistica, esiste solo come autogoverno delle classi possidenti e quindi come plebiscito dei mercati essenzialmente che decidono che cosa è giusto e cosa no, si innervosiscono quando il popolo, populista e xenofobo, per come viene definito, vota altrimenti rispetto ai desiderata dei mercati e dei loro agenti. Pertanto il populismo e il popolo non sono intrinsecamente né democratici, né anti democratici,possono, però, costituire sola la base di una democrazia reale quale fondamento di un vivere autenticamente comunitario, dove per democrazia dobbiamo intendere potere del demos e demos al potere. Il demos suddiviso su basi libere e ugualitarie deve amministrare la polis, ovvero la comunità politica di riferimento, quindi devono esserci la possibilità del controllo economico, politico e monetario della comunità, deve esserci la possibilità di accedere al governo, secondo l’alternanza fra il governare ed essere governati, principio che Aristotele nella politica assume come fondamento della democrazia e, inoltre, deve esserci il libero gioco delle opinioni e lo scambio del discorso, il dialogo, come fondamento della democrazia, che è la forma che dovrebbe sostanziarsi di dissensi e opposizioni, discussioni e non di autoritarismi adialogici.

-È possibile che dal fermento populista venga selezionata una nuova classe dirigente?
Non credo che dal populismo in quanto tale nasca una classe dirigente o intellettuale. Credo, tuttavia, che sia più che mai necessario avere intellettuali che portino la coscienza al popolo, come avrebbe detto Lenin. Occorre, cioè, che la coscienza infelice degli intellettuali che si trovano in contraddizione con il mondo in cui vivono si sposti casualmente, proprio come fece il giovane Marx secondo le logiche del clinamen di Epicuro, in maniera non necessitata dalla parte delle classi dominate. Il problema sta oggi nel fatto che gramscianamente gli intellettuali sanno ma non sentono, il popolo sente ma non sa. Pertanto, occorrere un innesto di quella che Marx chiamava l’umanità pensante e l’umanità sofferente. Solo allora si potranno creare le basi per una rivoluzione anzitutto culturale che scalzi il modo dominante di pensare, o pensiero unico, e riabiliti il popolo come categoria che possa essere fondamento della vita democratica.

Diego Fusaro

Black Friday: una festa della religione capitalistica – VIDEO

A proposito della pagliacciata atlantista del black friday, nuovo giorno sacro della religione del capitale, valgano le parole di Carlo Marx in riferimento al capitale: “fu ‘il dio straniero’ che si mise sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità”.

La nostra identità è minacciata dalla religione, si dice. V’è del vero. Ma la religione che minaccia la nostra identità di europei, eredi dei greci e dei cristiani, non è l’Islam, contrariamente a quel che ci ripetono a tambur battente. La religione che costituisce la vera minaccia per la nostra identità è il monoteismo del mercato, con le sue omelie liberiste e la sua teologia del libero mercato, con i suoi santuari commerciali e i suoi paradisi fiscali.

Ecco allora che arriva il Black Friday e si impone come nuovo culto obbligato, come nuova festa da celebrare con ossequio e rispetto, in nome del consumo e di quei mercati che, sostituendosi al dio dei cieli, si “innervosiscono” e ci impongono il loro imperscrutabile volere, chiedendoci talvolta sacrifici umani (ecatombi di lavoratori e piccoli imprenditori).

Abbiamo abbandonato il Dio dei cieli per convertirci, con anima e cuore, al dio immanente dei mercati finanziari speculativi.

“MOBILITÀ PROFESSIONALE IN EUROPA”. LE VIE DELL’IDEOLOGIA SONO INFINITE

  • di Diego Fusaro

“Un’esperienza di lavoro in Europa. Borsa di mobilità professionale”. Così possono leggere in questi giorni i cittadini di Firenze in giro per la città che fu di Dante e di Machiavelli e che ora pare essersi liberata da questi polverosi spiriti del passato e “aperta” al mondialismo sans frontières. Le vie dell’ideologia e della neolingua liberista sono infinite.

Analizziamo rapidamente e per sommi capi lo storytelling della pubblicità che sta deliziando i fiorentini con “nessun limite di età”, come si perita di precisare trionfalmente il cartellone.

In primo luogo, l’esperienza si svolge in Europa. Sì, in Europa: non in Italia, manco quest’ultima fosse ubicata altrove rispetto al vecchio continente. L’Europa è ab intrinseco buona, positiva e degna: lo sappiamo, non passa istante che non ce lo ripetano. Tutto ciò che è nazionale, locale, strapaesano, è, al contrario, negativo, oltranzista, premoderno e, per ciò stesso, degno di essere archiviato. Se l’esperienza si svolge in Europa, dunque, non può che essere positiva, quale che sia.

In secondo luogo, “mobilità professionale”: il nuovo valore sacro del capitalismo flessibile postfordista, che ci vuole tutti erranti e senza patria, precari e migranti. In una parola, in mobilità perpetua per tutti (senza limiti di età), come atomi consegnati a un’erranza planetaria dettata dalle logiche sradicanti del capitale liquido-finanziario. Il quale sposta coattivamente individui e popoli, produzione e merci: “libera circolazione delle merci e delle persone”, ecco la nobilitante etichetta con cui la neolingua santifica i processi dello sradicamento, della deterritorializzazione, dell’espatrio coatto imposti dalle dinamiche della valorizzazione illimitata del valore.

Vengo così al terzo e ultimo punto che voglio qui affrontare. Occorre essere mobili, sempre e comunque: senza “nessun limite di età”. Viene presentato come un pregio quella che è una condanna: perché mai dovrebbe giubilare per la “mobilità professionale”, ossia per la coazione allo sradicamento, un quarantenne, o un cinquantenne, magari con una famiglia e una casa, supponiamo, a Genova o a Palermo? Il capitale ha dichiarato guerra a ogni forma di radicamento, sia a quello etico (familiare, valoriale, ecc.), sia a quello territoriale (deterritorializzazione, homines migrantes, ecc.). Fin da giovani si è ortopedizzati e indotti ad assumere un’adeguata postura cosmopolita votata all’espatrio coatto vissuto con ebete e gaudente euforia: sapevate che la lettera “m” dell’acronimo Erasmus sta per “mobility” (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students)? Si comincia da piccoli, dunque, con l’indottrinamento.

Ebbene sì, mobili senza limiti di età: come se fosse una delizia. Se si è mobili, non si è stabili: e se non si è stabili non ci si può costruire una famiglia, non si può abitare stabilmente in una casa e in un territorio, non si può essere cittadini. E, infatti, hanno già da tempo deciso i grandi signori apolidi della classe finanz-capitalistica che per renderci mobili ad hoc occorre annichilire ogni superstite “radice etica” (Hegel), ossia ogni forma di comunità solida e solidale centrata sulla stabilità e non sulla “mobilità”. Eccoci, allora, nel nuovo regno della condanna alla “mobilità professionale” spacciata orwellianamente per deliziosa chance emancipativa

Con una mano ci danno diritti civili, con l’altra, ci tolgono diritti sociali

Mentre oggi si estendono, a mo’ di compensazione cosmetica, i diritti civili dell’individuo dal legame sociale spezzato (l’oltreuomo post-borghese e post-proletario), procede con solerzia l’opera di annientamento dei diritti sociali e del lavoro (connessi alle forme della comunità sociale borghese e proletaria), peraltro con l’approvazione delle masse lobotomizzate e manipolate dallo spettacolo mediatico permanente, disposte ormai a difendere sempre e solo ciò che non riguarda il nesso di forza economico di tipo classista e a considerare i rapporti secondo le parole e le categorie imposte dai signori del mondialismo.

Nel quadro dell’accumulazione flessibile, l’ideologia dei diritti civili in assenza di quelli sociali rivela la sua duplice efficacia.

Per un verso, distrae le masse dalla rimozione in atto dei diritti sociali. E, per un altro, in maniera convergente, le convince surrettiziamente che le sole rivendicazioni degne di essere intraprese riguardino la sfera dei diritti civili dell’io individuale concepito come atomo energetico portatore di illimitata volontà di potenza consumistica nella cornice del sistema dei bisogni concorrenziale vissuto come fato inemendabile: l’ideologia dei diritti civili in assenza dei diritti sociali accredita, favorisce e glorifica il nuovo profilo dell’oltreuomo post-borghese, post-proletario e ultra-capitalistico, l’homo globalis denazionalizzato e sciolto da ogni comunità etica, libero di muoversi concorrenzialmente nell’atomistico sistema dei bisogni senza confini, monade consumista e desiderante senza frontiere.

Si assiste, così, al duplice movimento della proletarizzazione sempre più radicale delle masse nelle forme dello sfruttamento precario e flessibili e, insieme, della deproletarizzazione di una sinistra che pensa e agisce come se la classe dei lavoratori e degli sfruttati nemmeno più esistesse.

Il Servo precarizzato e disarmato è oggi, in pari tempo, non più rappresentato politicamente, solo e abbandonato nella sua muta sofferenza, secondo quella che è stata definita la nuova “solitudine dei lavoratori”. Essa è determinata dai due processi interconnessi della frammentazione del legame di classe (la coscienza dell’appartenenza, ossia il binomio dell’inseità e della perseità) e della mancanza di rappresentazione politica degli interessi dei dominati nella cornice post-1989.

Da: Interesse Nazionale

La mondializzazione rende lontano il vicino e vicino il lontano

V’è un aspetto specifico dei tanto discussi processi di mondializzazione oggi in atto che merita di essere preso in esame. Si tratta di una questione squisitamente filosofica, che è merito di Martin Heidegger avere sollevato con la massima chiarezza senza nulla occultare della sua intrinseca aporeticità. Così scrive il pensatore tedesco in “La cosa”:

“Che cosa accade se con l’eliminazione delle grandi distanze ogni cosa si trova ugualmente lontana e vicina? Che cos’è questa uniformità in cui tutte le cose non sono né lontane, né vicine, e sono, per così, dire senza distacco? Tutto si confonde nell’uniforme senza-distacco”.

La mondializzazione connessa con i poderosi processi di sradicamento tecnocapitalistico producono una tendenziale uniformità planetaria che si determina nell’eguagliamento coatto o, rectius, nella riduzione di tutti gli enti al Medesimo. Non vi sono più spazi e distanze, tutto si confonde in una globale conformità che riproduce ovunque il medesimo tecnicamente manipolato: dalle distese nipponiche a Nuova York, da Roma a Pechino.

È ciò che proponiamo di chiamare l’avvicinamento del distante. Tutto è senza distacco, in real time, sempre qui e sempre ora. Analogamente, e con movimento simmetrico, la globalizzazione, complice la forza sradicante che la contraddistingue, rende distante il vicino: produce indifferenza e distacco rispetto a ciò che ci è più proprio.

Si pensi anche solo al fenomeno delle cosiddette reti sociali: migliaia di amici sparsi per il mondo, che mai vedremo, e che pure trattiamo come se ci fossero vicini nel tempo e nello spazio.
E, insieme, gli amici veri, quelli coi quali coesistiamo nel tempo e nello spazio, ci appaiono sempre più distanti e meno prossimi, presi come siamo a “interagire” con chi dall’altro capo del mondo mai vedremo realiter.
È questo, in effetti, uno dei paradossi del mondo globalizzato. Non il solo, sia chiaro.

Fonte: Interesse Nazionale

Fake news, cioè quando una notizia non piace ai dominanti

Fake news, cioè quando una notizia non piace ai dominanti
di Diego Fusaro

Le prospettive non allineate con il monopolio dell’informazione gestito a senso unico dai signori del mondialismo per il tramite degli oratores di accompagnamento (clero giornalistico e circo mediatico) sono demonizzate, ostracizzate ed eventualmente anche sanzionate come fake news.

“Non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?”. (Platone, Repubblica)

Fonte: DiegoFusaro.com

Non più destra e sinistra ma alto e basso

  • di Diego Fusaro

Il conflitto tra Capitale e Lavoro nella cornice dello Stato sovrano nazionale con primato della politica sull’economia dovrà tornare a essere il fuoco prospettico attorno al quale organizzare le armi della critica, in modo tale da elaborare una nuova teoria rivoluzionaria che, al di là delle tradizionali e ormai inservibili categorie topologiche di destra e sinistra, assuma come proprio orientamento teleologico l’emancipazione della società e la sua ridefinizione democratica in forme etiche e solidali fondate su libere individualità comunitarie.

Con il transito al capitalismo assoluto e post-dialettico, si è, infatti, verificato un mutamento della geometria spaziale della politica. La vecchia dicotomia topografica esprimente l’opposizione di destra e sinistra si è esaurita: e, in suo luogo, è subentrata la nuova antitesi tra basso e alto, tra Servo nazionale-popolare e Signore mondialista.

Se l’alto del Signore è di sinistra nei valori (mondialismo, libertinismo, radicalismo libertario, sconfinamento no border) e di destra nelle idee (competitivismo, deregulation, privatizzazione, spoliticizzazione), il basso del Servo dovrebbe essergli antitetico: dovrebbe, cioè, assumere valori di destra (radicamento, patria, onore, lealtà, trascendenza, famiglia, eticità) e idee di sinistra (emancipazione, diritti sociali, eguale libertà materiale e formale, dignità del lavoro, socialismo democratico nella produzione e nella distribuzione).

Momento imprescindibile per il ritorno a una lotta bilaterale che superi la forma odierna del massacro di classe a senso unico, la ripoliticizzazione del conflitto verticale tra Servo e Signore non può darsi fintantoché non si costituisca un partito che assuma come proprio orientamento la difesa dell’interesse del precariato e, conseguentemente, l’incondizionata opposizione tanto alle politiche dell’élite globalista, quanto alle grammatiche dominanti.

Il superamento della contraddizione può raggiungersi solo per via politica: e, più precisamente, per il tramite di una soggettività cosciente organizzata e guidata da un partito che sappia estendere gradualmente la propria egemonia culturale e politica, in ciò favorito da un nuovo ceto intellettuale in grado di cartografare alternativamente l’accidentato territorio del quadro post-1989.

La lotta deve, dunque, essere una lotta politica per l’egemonia e, più precisamente, per una contro-egemonia rispetto a quella che, nella forma della violenza simbolica, l’élite liberal-libertaria e i suoi oratores stanno esercitando senza opposizione di rilievo.

fonte: Interesse Nazionale

Lite tra Diego Fusaro e Antonio Di Pietro: mani pulite colpo di stato – VIDEO

“Mani Pulite” fu il colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare con cui, in coerenza con la nuova politica globale, si era precocemente iniziato a distruggere il lascito di uno Stato sociale di stampo keynesiano, sia pure in preda alla corruzione. Mani Pulite fu il colpo di Stato che aprì il ciclo catastrofico delle privatizzazioni neoliberiste.

Mani Pulite fu un colpo di Stato giudiziario. L’ho detto l’altra mattina a L’aria che tira, su La7, al cospetto di Di Pietro, che di quella stagione fu protagonista.La reazione è stata scomposta e, direi, delirante: insulti, turpiloquio e urla.

Uno spettacolo indecoroso, non v’è altro da aggiungere. Ma il peggio è arrivato dopo: fuori onda, il signor Di Pietro ha continuato a inveire, avvicinandosi minacciosamente. E, dopo urla incontenibili, s’è accasciato al suolo, finché non l’hanno soccorso.

Così è andata. Gli auguro ogni bene e gli mando un caro saluto. Nulla di personale, per parte mia. Una canzone di qualche anno fa diceva: «La verità ti fa male, lo sai!».

Intervengo poi anche alla trasmissione La Zanzara

Esce anche un articolo su Lettera 43: Perchè sono contro Antonio Di Pietro