Fa i compiti per strada sotto ai lampioni, ma un milionario gli cambia la vita

Il bambino che faceva i compiti usando la luce della strada. Un milionario è stato toccato dalla sua storia ed ha deciso di cambiare la sua vita

Un bambino di 12 anni è stato filmato mentre fa i compiti sotto un palo della luce della strada in cui abita.

Il motivo è che in casa sua manca da anni l’energia elettrica, perché la sua famiglia non ha il denaro necessario per pagare la bolletta.

Il fatto si è verificato nella città peruviana di Moche. Víctor Martín Angulo Córdoba è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza della prefettura locale, e le immagini hanno fatto il giro del mondo su Internet.

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Yaqoob Yusuf Ahmed Mubarak, un milionario del Bahrein, ha visto il video e si è commosso per la storia del bambino che non lesina gli sforzi per studiare, e si è recato personalmente in Perù per conoscere Víctor.

Durante l’incontro, ha rivelato di aver pagato il conto dell’energia elettrica della famiglia e ha dato un’altra buona notizia, promettendo di ristrutturare la casa in cui il ragazzino abita con la madre e la sorella.

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Víctor ha confidato a un quotidiano locale, Perfil, di avere molta voglia di studiare e di voler diventare un poliziotto per “lottare contro i corrotti, i ladri e le droghe”. Fonte Aleteia

Il figlio sano di un papà Down: «nei loro cuori grande purezza e tenerezza»

Sader Issa: mio padre ha la sindrome di Down, siamo una famiglia felice – di Annalisa Teggi

Dalla Siria la storia che parla di un miracolo di vita e non di guerra: un figlio, oggi adulto e affermato, racconta tutto quello che suo padre ha fatto per lui. Avere un genitore con la sindrome di Down è stata una benedizione.

Certi nomi si associano spontaneamente a fatti clamorosi. Non si può nominare Chernobyl senza pensare al disastro della centrale atomica.

Oggi per noi Siria è sinonimo di guerra, e a ragion veduta. Perciò è ancora più straordinario che da quella terra così ferita giunga non solo una di quelle storie che nell’odierno linguaggio giornalistico si definiscono «good news», ma che frantuma tanti pregiudizi che incombono sul nostro mondo… apparentemente pacifico.

Una delle tante guerre silenziose che si combattono sui nostri lidi così illuminati, accoglienti, votati alla teoria della libertà e del rispetto, è la condanna a morte nel grembo materno dei feti che presentano un cromosoma in più.

L’aborto dei bambini con sindrome di Down ha percentuali ancora altissime, nonostante un’inversione di tendenza negli ultimi dieci anni:

«In Norvegia il 65 % dei bambini a cui è stata precocemente diagnosticata la sindrome sono stati abortiti; la percentuale sale al 90 % in Gran Bretagna, al 95 % in Spagna e addirittura al 100 % in Islanda.» (da Corrispondenza romana)

La testimonianza del giovane siriano Sader Issa è qualcosa in più della constatazione che a queste persone, come a ciascuno, non può essere impedito il diritto alla vita.

Vive, lavora, ama

È un viaggio nel tempo, in un futuro nient’affatto cupo: è la storia di uomo che, affetto da Trisomia 21, è diventato adulto, si è sposato e ha avuto un figlio che ora lo ringrazia di tutto.

Il video in cui Sader Issa racconta come è cresciuto con un padre affetto da sindrome di Down è stato diffuso su Facebook 2 mesi fa e ha ottenuto quasi 700 mila visualizzazioni.

Di solito, quando un racconto funziona così bene sui social network i giornali si fiondano immediatamente a rilanciare il tesoro mediatico su carta, nei TG, sui siti di informazione.

Si fa fatica a trovare a trovare la storia di Sader Issa sulla carta stampata, io l’ho trovata sul sito pro-life Live Action e prima di raccontarla ho fatto ricerche, perché dubitavo. Ma come? È un fatto così clamoroso e nessuno ne parla? 

(NB: pensiamo a quale cortocircuito imbarazzante si crea attualmente. Se una notizia non compare sui siti canonici di informazione ci sorgono dubbi sulla sua veridicità, ma in realtà molte gravi menzogne odierne sono da cercarsi in ciò che non compare nelle blasonate testate giornalistiche. Tacere su un certo tipo di cronaca per non tradire l’ideologia al cui mulino si vuole portare acqua è la versione più aggiornata della bugia).

Cosa c’è che non va nella famiglia Issa? È una delle tante fake news? No, ma potrebbe spedire nel cestino molto terrorismo psicologico e persuasioni mirate che nutrono il mercato degli aborti selettivi.

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La famiglia di Sader Issa

Tutto va oltremodo bene nella famiglia Issa, anzi: è uno dei rarissimi casi in cui un uomo con la sindrome di Down non è sterile, si è innamorato e ha messo al mondo un figlio che ora studia per diventare dentista.

Sader Issa esiste, vive a Hamah (a metà strada tra Aleppo e Damasco) ed è bastato contattarlo su Facebook per incontrare la sua disponibilità a documentare il suo vissuto e quello che sta mettendo in piedi.

Ha condiviso con me le poche interviste già rilasciate (inutile dire che non sono su Vanity Fair), ha condiviso foto e video.

Il suo movente principale è la gratitudine, quella che anche molti di noi nutrono verso i propri genitori che li hanno cresciuti a costo di grandi sacrifici: Sader oggi è un giovane adulto che si sta realizzando professionalmente e fa il punto su come è arrivato fin qui.

«Studio per diventare dentista, amo gli sport come il nuoto e il bodybuilding. Sono un ragazzo decisamente normale che nel tempo libero guarda film e si diverte con gli amici. Vivo in Siria coi miei genitori. Mio padre ha 4 fratelli e 3 sorelle ed è amato e rispettato da tutta la sua famiglia nonostante sia nato con la sindrome di Down. Mia madre e mio padre si sono conosciuti grazie alle rispettive famiglie e credo sia stato amore a prima vista! Lui è stato trattato con rispetto dalla famiglia di mia madre e da tutte le persone che lo conoscono.» (da Baby Brain Memoirs)

La signora Issa non ha la sindrome di Down; è sgradevole doverlo specificare perché implica un nostro essere prevenuti.

Sì, una signora senza alcuna imperfezione fisica e mentale si è innamorata di un uomo con un cromosoma in più. Anzi: è stato amore a prima vista.

Una storia che arriva dalla Siria

Spingendo un po’ forte sull’acceleratore della metafora, si può dire che dalla Siria arriva una vera bomba atomica… una rivoluzione buona che dà una bella svegliata al nostro pensiero incartapecorito su vita e disabilità.

Da questo amore liberamente scelto, è nato Sader, perfettamente sano. Anche questa specificazione è sgradevole, ma va fatta per ribadire nero su bianco che la disabilità non è un ghetto e non è da ridurre a un ghetto.

«Mio padre lavora duramente in una fabbrica di grano, ci lavora da 25 anni per 6 giorni la settimana. In inverno vende i prodotti raccolti in estate. D’estate è addetto alla macchina che macina il grano. Siamo una famiglia molto normale. Mia madre è casalinga, mio padre lavora fuori e io sono concentrato sugli studi in questo momento.» (Ibid)

Le statistische e le presenze. Lascia davvero attoniti che proprio in un paese così lacerato dalla guerra ci sia questa presenza così straordinaria: sono solo 3 al mondo i casi certificati di persone affette da sindrome di Down e non sterili.

Oltre a loro, solo il signor Issa, che a quanto pare è un’altra scommessa vinta nelle fila delle meraviglie reali.

Oltre alla gratitudine nei confronti del padre, Sader mi è sembrato molto impegnato nel compito che spontaneamente la sua storia gli ha consegnato: diffondere un messaggio sulla Trisomia 21, opposto al lugubre scenario di dolore e sofferenza che incombe in modo fraudolento.

Il messaggio sulla Trisomia 21di Sader Issa

«Avere un padre con la sindrome di Down ha cambiato le mie relazioni in meglio. Molte persone guardano alla mia famiglia per ciò che mio padre ha conquistato. In quanto figlio cresciuto da un padre con la sindrome di Down, so benissimo quale grande purezza abiti nei loro cuori e tenerezza, ma so anche che hanno delle ambizioni e meritano una vita decorosa. Non meritano di essere abortiti. Ciò che mi rende più orgoglioso di mio padre è che non ha badato a chi gli diceva che ciò che desiderava era impossibile, ma ha lavorato sodo per mantenere la sua famiglia, affinché io potessi andare a scuola e studiare.» (Ibid)

Nel breve scambio che abbiamo avuto, Sader ci teneva molto a diffondere quello che sta ricevendo: tante testimonianze di famiglie che lo ringraziano per il messaggio che sta diffondendo, spedendogli foto da ogni parte del mondo.

https://www.instagram.com/p/BxFUjX7gPC9/

Questa allegra truppa umana non ha cifre da influencer e non si vedrà sui grandi schermi, perché – per fortuna – possiamo incontrarla accanto a noi tutti i giorni.

Sulle loro famiglie pesa ancora molto il pregiudizio di chi riduce la disabilità a ostacolo. Ma proprio la loro presenza, e non le statistiche, trasforma l’ostacolo in occasione: abbiamo bisogno di persone il cui sguardo, le cui ferite, le cui difficoltà ci richiamino all’essenza del nostro esistere, essere voluti e amati incondizionatamente innanzitutto. Ed essere lietamente operosi nel donare la nostra presenza imperfetta.

A quanto pare proprio da luoghi che saremmo portati a compatire o ad emarginare arriva un vento molto più fresco della stantia aria da civiltà morente che respiriamo nei nostri paraggi. Fonte: Aleteia

شاب سوري يتحدث عن ابيه المصاب بمتلازمة داونوبعد ان اصبح طالب طب يتحدث عن فخره بأبيه هون بيخلص كل الحكي ❤️❤️

Posted by Symphony homeland on Wednesday, April 3, 2019

Ecco perché un 84enne faceva 60 km tutti i giorni con un bimbo cieco

“Mi mancherà”: per 8 mesi un 84enne ha accompagnato a scuola un bimbo cieco – di Annalisa Teggi

Il bus non era attrezzato per disabili e i genitori non potevano accompagnarlo; così “nonno” Romano faceva 60 km al giorno per portare a scuola un bimbo non vedente e riaccompagnarlo a casa.

Un bambino cieco e un anziano di 84 anni. Volendo essere tristemente onesti: in quale casella finirebbero queste due persone secondo il pensiero dominante?

A voce alta non si dice, ma i fatti tristi della cronaca li collocano tra gli scarti. Che sono quella grossa fetta di popolazione che subisce ingiustizie e la cui voce sembra muta.

Non sta bene dirlo, ma l’ipocrisia generale nasconde sotto il tappeto la sua polvere scomoda: in fondo queste persone sono solo zavorra, che si merita qualche trafiletto lacrimevole ma poi è bene stia ai margini e non dia fastidio.

Mi stupisce fino a rendermi noiosa – cioé lo ripeto spesso – quanto sia realistica la profezia che Tolkien lasciò ne Il signore degli anelli: il male può essere sgretolato solo dai “piccoli”, come Frodo.

E la cronaca, se solo la guardiamo al di là dei titoloni, ci conferma storie di ordinaria salvezza che nascono da compagnie zoppe, da piccole pietre scartate che vanno a sostenere il nostro muro umano più solido.

Altre mura, erette sull’idolatria del potere e della grandezza e dell’efficienza, rovinano a terra alla prima brezza di imprevisto.

Amici improbabili, molto affiatati

Montemignaio è un comune di neppure 600 anime in provincia di Arezzo, ma tra loro c’è un’anima davvero buona: “nonno” Romano.

Il Corriere Fiorentino è venuto a conoscenza di un’amicizia straordinaria che è maturata all’ombra di un disservizio.

Due gemellini di origine macedone venivano separati ogni mattina al momento di andare a scuola: uno dei due, non vedente, non poteva recarcisi a causa della mancanza di un autobus adatto a trasportarlo.

I genitori, entrambi lavoratori, non potevano fare altro che lasciarlo a casa a piangere: la scuola infatti si trova a quasi 20 km di distanza.

La famiglia, lungi dall’essere disinteressata o poco affidabile, aveva subìto il disservizio con impotenza.

Possiamo solo intuire il dolore provato da un bambino in età scolare, e quindi perfettamente capace di capire la situazione, di essere separato dal fratello gemello a causa della sua disabilità.

Non ci vuole un esperto di psichiatria infantile per desumerne che avrà percepito il suo deficit fisico come una colpa.

Ecco l’effetto boomerang più grave del disservizio, il non detto che si traduce in un indice puntato contro.

Nonno Romano prende in mano la situazione

Saputo di questa grave mancanza, un anziano del paese di Montemignaio si è industriato per trovare una soluzione.

Evidentemente lo zelo premuroso, la comprensione umana dei fatti, lo spirito di iniziativa non sono in dote solo all’età produttiva, al ruolo ricoperto.

Lo scatto di generosità è stato dell’anziano. Curioso poi – lo vedremo a breve – che a ruota, ma in ritardo, altri esponenti del pubblico servizio siano intervenuti sperticandosi con ottime proposte.

Tutti descrivono Romano Carletti, 84 anni, come un uomo generoso e premuroso: per 8 mesi si è offerto di accompagnare in auto, all’andata e al ritorno, il bambino non vedente.

Da Montemignaio a Pelago, dove c’è la scuola, ci sono 20 km abbondanti di strada tortuosa. Non è stato un tragitto, ma un viaggio quotidiano (… credo che un bravo narratore ne farebbe un ottimo romanzo di formazione).

Ne è nato un legame profondo, un’amicizia tra due generazioni raccontate come lontane e in realtà capaci di un rapporto di reciproco beneficio, gratuito. Racconta “nonno” Romano al giornalista Giulio Gori:

«La mattina non caricavo neanche la sveglia, mi svegliavo alle 7,30, chissà cosa mi suonava…» (da Corriere Fiorentino)

Quanti lavoratori possono vantarsi di non avere bisogno della sveglia? E non è una critica ai lavoratori, ma una constatazione per tutti noi: abbiamo un motivo, anche impegnativo, ma dal valore così grande e buono da farci aver voglia di anticipare il trillo delle sette? L’anziano che si vorrebbe stanco, inutile e sperso, ci offre qualcosa su cui riflettere.

Chissà di cosa avranno parlato, giorno dopo giorno su quell’auto? Per otto mesi, in qualsiasi condizione climatica, questi due compagni improbabili hanno condiviso una quotidiana avventura: avere una meta da raggiungere, avere una casa a cui tornare.

L’intervento del comune

Quando la loro storia è venuta alla luce, ecco smuoversi gli arrugginiti ingranaggi burocratici.

Oggi il bimbo – le cui generalità non sono state diffuse – può salire su un autobus attrezzato che lo porta a scuola insieme al gemello. A posteriori è partita la gara di solidarietà:

«Ma ora il clamore della vicenda raccontata dal Corriere Fiorentino ha fatto sì che il Comune di Pelago abbia anticipato quello di Montemignaio, dove la famiglia macedone vive, e da ieri abbia attivato il servizio di accompagnamento.» (Ibid)

Una curiosità? Il primo giorno in cui il suo giovane amico è salito sull’autobus, nonno Romano non era presente alla partenza.

Troppa emozione? No. Era già impegnato con le nipotine ammalate; proprio come Mary Poppins, felice – da lontano – della felicità altrui:

«È una cosa bellissima. Perché lui ora esce col suo gemellino, monta sul pulmino e va a scuola nella stessa classe. Questa situazione andava risolta, io in questi mesi l’avevo segnalata più volte a chi di dovere. Per me era una bella responsabilità, specie d’inverno con la neve e il ghiaccio. E poi ho 84 anni, ora ce la faccio, ma il prossimo anno? … Mi mancherà un po’, speriamo che anche lui si ricordi di me». (Ibid)

Nonno Romano: un esempio di gentilezza

La fede dietro l’angolo. Non è insolito incontrare persone di buon cuore che gratuitamente compiono gesti ammirevoli.

Nonostante tante teorie nichiliste, la coscienza del bene e del male c’è in ciascuno; e la libera volontà di collaborare al bene non ha lo stesso peso del contrario, è prevalente. Però, se la nostra virtù rimane sopita, non c’è da scandalizzarsi.

Possono esserci casi virtuosi e sporadici di anime che hanno grandi slanci maturati in solitudine. Spesso e volentieri, l’indole viene sollecitata da un esempio.

Romano Carletti ci tiene a non essere considerato un eroe, ora che tutti in paese raccontano di quanto sia generoso, premuroso, solerte: tutti sanno che se qualcuno si ammala, lui va a comprare le medicine – ad esempio.

Nonno Romano riconduce l’origine di questo suo zelo nel bene al suo matrimonio, nel cammino fatto con una moglie ora defunta.

«Mia moglie è morta a 50 anni, dopo 5 anni di malattia. Se oggi sono fatto così — e gli occhi si velano — è grazie a lei che me l’ha insegnato. Aveva tanta fede. E nel nostro negozio di alimentari non c’era giorno che non lasciasse un pezzo di salame da portare a una suora, per un povero o un carcerato». (Ibid)

A differenza del male che colpisce e distrugge, il bene semina. E qui torna il senso della profezia del buon Tolkien: un gesto anche piccolo, magari fatto in un posto sperduto, genera sempre qualcosa di nuovo, si propaga come le onde nell’acqua quando buttiamo un sassolino.

L’invisibile quotidiano è depositario di vite vissute a fondo, che lasciano segni più resistenti di violenze sbandierate a reti unificate.

Quegli gli occhi poco buoni

Per mesi Romano ha accompagnato a scuola un bambino non vedente e lui stesso dichiara di essere cieco da un occhio:

«La sa la cosa buffa? Eravamo bambini, c’era la guerra, passò un camion di soldati che perse della polvere da sparo. Ne prendemmo un po’, si provò ad accenderla e ci fu lo scoppio… La cosa buffa è che quando siamo io e il bambino, di quattro occhi ce n’è solo uno buono. Sì, da questo sono cieco. A volte il destino…». (Ibid)

Ma loro due, nonno e bambino, non sono quelli a cui si riferiva Gesù dicendo: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?».

Qualche puntiglioso si metterà a fare le pulci sull’inadeguatezza tecnica del signor Carletti alla guida. E questo è tipico di un’epoca che vede pagliuzze e trascura travi (guarda caso, proprio ciò che si dice nel medesimo passo del Vangelo).

Ancora più frequentemente le pagliuzze tendiamo a vederle proprio nei comportamenti di chi fa qualcosa di buono, di chi si lancia in un’impresa senza essere perfetto.

Sarebbe davvero triste una simile lettura di questo fatto di cronaca, che parla invece della necessità di moltiplicare la presenza di compagnie zoppe.

Forse è il caso di cominciare a contraddire il proverbio. Chi va con gli zoppi, gli storpi, i ciechi forse comincia a camminare e vedere per davvero.

Dove ci sta portando questa cultura dell’essere umano sano, produttivo e veloce? A correre sulla corsia preferenziale del disumano.

Perché non c’è nulla di così eccezionale nel regno animale quanto la compagnia di cui l’uomo soltanto è capace, una razza in cui gli ultimi e lenti aiutano i feriti e gli scartati. Ci sarebbe da andarne fieri. Fonte: Aleteia

Chesterton: ecco perché fuggiamo dalla strada in cui siamo nati

Chesterton: amare i vicini di casa è un’impresa eroica. Quando diciamo che non badano ai loro affari, intendiamo qualcosa di opposto a ciò che diciamo: non solo badano ai loro affari ma hanno così tanta vitalità che possono occuparsi anche dei nostri.

Se domani mattina la neve ci bloccasse nella strada in cui abitiamo, d’improvviso entreremmo in un mondo molto più ampio e convulso di quello che abbiamo mai conosciuto.

E l’uomo tipicamente moderno si sforza in ogni modo di fuggire dalla strada dove abita.

Prima, inventa l’igiene moderna e va a Margate (località marittima inglese molto inflazionata – NdR).

Poi inventa la cultura moderna e va a Firenze. Poi inventa l’imperialismo moderno e va a Timbuctù.

Si spinge fino ai confini più fantastici della terra. Osa sparare alle tigri. Quasi sta a cavalcioni di un cammello.

In tutto questo, sta essenzialmente fuggendo dalla strada in cui è nato; e riguardo a questa fuga, è sempre pronto con la sua spiegazione. Dice che sta fuggendo dalla sua strada perché è tediosa: mente.

In realtà, sta fuggendo dalla sua strada perché è di gran lunga troppo emozionante. È emozionante perché è impegnativa; è impegnativa perché è vitale.

Ovunque tranne che nella sua strada

Egli può visitare Venezia perché per lui i veneziani sono solo veneziani; le persone nella sua strada sono uomini.

Può fissare i cinesi perché per lui i cinesi sono solo una cosa passiva da fissare; se fissa la vecchia signora nel giardino accanto, la vecchia signora diventa attiva.

In breve, è costretto a fuggire dalla società troppo stimolante dei suoi eguali, di uomini liberi, perversi, originali, consapevolmente diversi da lui.

La strada di Brixton è troppo animata e travolgente. Egli deve darsi consolazione e acquietarsi fra tigri e avvoltoi, cammelli e coccodrilli.

Queste creature sono, in effetti, molto diverse da lui. Ma non pongono la loro forma o tinta o abitudine di vita in una risoluta competizione intellettuale con le sue.

Non cercano di demolire i suoi principi e asserire i loro; gli strani mostri della strada suburbana cercano di fare esattamente questo.

Il cammello non contorce le sue sembianze in un ghigno sottile perché il signor Robinson non ha una gobba; il colto signore al numero 5 esibisce un ghigno perché Robinson non ha lo zoccolo di una colonna.

L’avvoltoio non esploderà in una risata perché il signor Robinson non vola; ma il maggiore al numero 9 esploderà in una risata perché un tizio non fuma.

I vicini di casa non si fanno gli affari loro

La lamentela che solitamente dobbiamo avanzare a proposito dei nostri vicini di casa è che, come diciamo comunemente, non badano agli affari loro.

Noi non intendiamo veramente dire che non badano agli affari loro. Se non badassero agli affari loro, si sentirebbero chiedere bruscamente i soldi dell’affitto e, in breve tempo, cesserebbero di essere i nostri vicini di casa.

Quello che intendiamo realmente, quando diciamo che non sanno badare agli affari loro, è qualcosa di molto più profondo.

Noi non li abbiamo in antipatia perché hanno così poca forza e vitalità che non sanno occuparsi di se stessi.

Li abbiamo in antipatia perché hanno così tanta forza e vitalità che possono occuparsi anche di noi.

Ciò che temiamo nei nostri vicini, in breve, non è la ristrettezza del loro orizzonte, ma la loro superba tendenza ad allargarlo.

E ogni avversione per la comune umanità ha questa caratteristica costante. Non si tratta di un’avversione per la sua debolezza (come si vorrebbe), ma per la sua energia.

I misantropi fingono di disprezzare l’umanità per la sua debolezza. In realtà, la odiano per la sua forza.

Da G. K Chesterton, La famiglia, regno della libertà (libro distribuito dal Centro Missionario Francescano, per richiederlo: laperlapreziosa@libero.it ) – Fonte Aleteia

Sardegna a cinque stelle: turisti e investitori sono attratti dal lusso

Esistono poche regioni, in Italia e nel mondo, che possono contare sul fascino proprio della Sardegna.

Un assunto che viene confermato dal grande apprezzamento che proviene dai turisti e dagli investitori di tutto il globo: la regione è da sempre molto gettonata per via della bellezza delle sue spiagge e del suo mare, e se poi si parla di turismo di lusso, ecco che si aggiunge un ulteriore capitolo allo “charme” della Sardegna.

Ultimamente, infatti, il mercato “a cinque stelle” dimostra di puntare sempre più spesso sulle località sarde.

Turismo sardo a cinque stelle

Una Sardegna bella ma anche votata al lusso: è questa la novità di un settore turistico che, negli ultimi tempi, ha deciso di puntare sempre più spesso sulle eccellenze di questa terra.

Non si tratta di un vezzo ma di una necessità, resa tale dall’esigenza di portare nuovamente al top l’economia dell’isola.

Stando al rapporto stilato da Unioncamere, c’è stato un incremento di presenze turistiche pari al +24,4% negli ultimi anni.

È un dato che spicca, soprattutto se viene messo a confronto con il balzo del +5,8% a livello nazionale (dunque superiore alle medie).

Il lusso diventa il principale volano per la spinta del turismo sardo, specialmente se si inquadra la questione da un punto di vista degli investimenti: basti pensare al Qatar e alle cifre provenienti da questo paese, per un totale di oltre 150 milioni di euro (spalmati fino al 2023).

Aumentano anche le strutture ricettive a cinque stelle (+5 unità), con un incremento di +2000 posti letto circa (+32%). Chiaramente, fra le zone sarde premiate dal turismo di lusso, spicca su tutte la Costa Smeralda.

L’esempio di Portale Sardegna

Fra gli esempi di investimenti nel settore del turismo di lusso sardo troviamo il sito portalesardegna.com, noto per le sue offerte per diversi budget, anche per i più esigenti.

Nella fattispecie, Portale Sardegna ha deciso di acquisire il 51% della società Royal Travel Jet, non a caso specializzata nelle vacanze luxury.

Si parla di un’operazione di circa 550mila euro, che consentirà a questo portale di avere accesso ad un totale di oltre 5 milioni di potenziali visitatori.

Ancora una volta si punterà forte sull’estero e sul flusso di turisti stranieri, come confermato anche dal direttore finanziario di Royal Travel Jet Andrea Atzeri: ad oggi, stando alle sue dichiarazioni, le fonti turistiche più floride sono Francia, Germania, Svizzera e Inghilterra.

La Sardegna, in sostanza, si sta allineando ai grandi paesi europei, diventando sempre più “lussuosa”. E questo non fa altro che attirare un numero sempre maggiore di turisti sull’isola.

Lei è autistica, ha difficoltà a fare una lavatrice ma ecco cos’è diventata

Haley Moss è il primo avvocato della Florida con diagnosi di autismo certificata – di Annalisa Teggi

«Ci vuole un villaggio per crescere un bambino, e ci vuole un villaggio ancora più grande per crescere un bambino disabile. Condividendo la mia storia, mi sono resa conto che io posso essere parte del villaggio di cui qualcun altro ha bisogno.

Quando avevo 3 anni fu detto ai miei genitori che potevano ritenersi fortunati se fossi riuscita a farmi un amico o a ottenere la patente di guida.»

Haley Moss, americana classe 1994, ricorda così il giorno in cui la sua famiglia ricevette una conferma chiara: autismo.

Sappiamo che già questo ha del positivo, perché in moltissimi casi la diagnosi certa è come un Santo Graal da cercare a costo di grandi sacrifici, un calvario di visite e oracoli oscuri.

Nel caso di Haley la diagnosi è arrivata precoce, precoce anche la prospettiva di un futuro funesto.

Invece, facendo un salto di 21 anni in avanti, l’ultima fotografia di questa storia inquadra la signorina Moss prestare giuramento per diventare avvocato a tutti gli effetti. E’ accaduto lo scorso gennaio a Fort Lauderdale, in Florida.

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When I was diagnosed with autism at age 3, my parents were told I’d be lucky if I got a driver’s license or even made a…

Posted by Haley Moss on Monday, January 14, 2019

Mi oppongo!

Chissà se, come nei film, questa avvocatessa si alzerà in aula esclamando decisa: “Mi oppongo, vostro onore!”.

In effetti fu un film a renderci tutti emotivamente empatici con l’autismo; chi si scorda più il grande Dustin Hoffman di Rain Man.

Ci sembrava improvvisamente di aver capito tutto dell’autismo, e che “tutto” fosse una mente capace di contare gli stuzzicadenti caduti per terra e con qualche fobia infantile.

Il mondo dell’autismo è complesso ed estenuante per chi si prende cura di figli così fragili. Ce lo hanno raccontato in molti e il senso di ospitare queste storie è proprio quello di creare, anche solo virtualmente, una rete di supporto.

Il nemico pressante di sentirsi soli ad affrontare quelli che sembrano problemi insormontabili va combattuto.

Una mamma di Viareggio si è inventata e creata dal nulla un numero verde per ascoltare e aiutare altri madri e padri con un figlio autistico; Elio ha messo da parte la sua maschera scanzonata e ha fatto il suo outing di genitore molto provato dalla disabilità del figlio.

Sono tutti modi di dire “mi oppongo!”. A cosa? Alla nuvola nera della disperazione che ottenebra l’orizzonte, agli attriti burocratici che complicano un viaggio già molto in salita, alle fatiche quotidiane che logorano mente e corpo.

Senza facili entusiasmi, bisogna dire che sono possibili percorsi di cura che si dimostrano davvero significativi.

Haley Moss non ha pronunciato parola fino ai 3 anni, si credeva non potesse tagliare il traguardo di una comunicazione verbale e ad oggi ha pubblicato 3 libri; all’università fu scelta tra gli studenti del suo corso per tenere il discorso di inaugurazione dell’anno accademico.

Haley Moss ha trovato chi ha scommesso su di lei

Ogni passo della sua vita è stato un opporsi alle molte sentenze emesse in partenza sulla sua persona. La sua tempra le dà il vantaggio di essere entusiasta, energica, molto attiva.

Ma questo sarebbe stato insufficiente se sulla strada non avesse trovato l’altra metà del ponte: una rete di persone disposte a scommettere sul valore umano di chi è portatore di disabilità. Ha dichiarato, infatti:

«Ci vuole un villaggio per crescere un bambino, e ci vuole un villaggio ancora più grande per crescere un bambino disabile. Condividendo la mia storia, mi sono resa conto che io posso essere parte del villaggio di cui qualcun altro ha bisogno.» (da Cbs News)

One of the best days of my life. Such a surreal feeling to be a Miami Law grad. I am completely overwhelmed by all the…

Posted by Haley Moss on Wednesday, May 16, 2018

Dal terrorismo alla lavatrice, battaglie toste. Lo stereotipo che riguarda gli avvocati li vuole figure ciniche e pragmatiche, non scalfiti dal retaggio delle emozioni.

Anche quando sono persone dagli ideali appassionati corroborano il quadro generale di un profilo che richiede eccellenza.

Quando il signor Joseph Zumpano, fondatore di uno studio di associati della Florida, assunse Haley Moss ammise di essere stato colpito perché era una persona davvero brillante.

Bisogna aggiungere che il signor Zumpano aveva anche il paio di occhi giusti per guardarla:

«Come valore di fondo, volevamo essere il primo studio ad accogliere una persona autistica certificata per dire chiaramente che se valuti le persone in base ai loro punti di forza e poi dai loro una possibilità, esse sapranno eccellere. […]

Io ho un figlio colpito da un grave autismo, non pronuncia che qualche sporadica parola, ma è un angelo. E’ un onore per me e per mia moglie averlo nella nostra vita, lo cresciamo con tutto l’amore possibile e ci auguriamo un futuro migliore in cui il nostro paese sia in grado di apprezzare la neurodiversità.»

Il vero campo di battaglia di Haley

Le competenze legali di Haley Moss riguarderanno l’ambito sanitario e la politica internazionale, sarà un impegno tutt’altro che leggero.

Ma lei stessa sa che, al di là dei traguardi straordinari raggiunti, il vero campo di battaglia è il quotidiano… lì dove “vivere da sola, pulire la casa e fare una lavatrice sono cose molto difficili” – ha raccontato in un video.

Nessuno è esente da questa ferita, avere ambizioni grandi ed essere sbattuto a terra dai limiti.

Tentiamo di aggirarli o non vederli, ci meriteremmo di riscoprire che è un valore aggiunto sbatterci contro senza paracolpi.

Un stimolo, rivestito di nuda umiltà, si fa grande perché alimentato dalla coscienza tutt’altro che pessimistica di essere servi inutili.

Nel grande villaggio umano ci troveremo sempre più spesso ad aggrapparci alle persone come Haley perché la furia della meritocrazia e dell’ansia da prestazioni immacolate ci colpirà sempre più duro: impareremo la misericordia di guardarci zoppicare da chi vorremmo tenere fuori dalla porta della vita pubblica (e anche della nascita).

Non siamo noi a dover dire che la vita dei malati e disabili ha valore, ben presto saranno loro a doverci prendere per mano per ricordarci che ha senso vivere. Fonte: Aleteia

Ecco perché non bisogna mai tornare insieme a un ex: lo dice la scienza

I ritorni di fiamma hanno vita breve: lo garantisce la scienza – di Valeria Paglionico – tratto da fanpage.it

La minestra riscaldata, lo sappiamo bene, non è mai buona e in amore non sempre tornare ad avere una relazione con un partner del passato garantisce la felicità e a dirlo è anche la scienza. Ecco la ricerca che dimostra che i ritorni di fiamma hanno vita breve.

A chi non è mai capitato di portare a termine una relazione e di essere travolti dalla nostalgia qualche tempo dopo?

In momenti come questi è necessario mantenere i nervi ben saldi ed evitare di ritornare dall’ex, il più delle volte, infatti, ci si ritroverà alle prese con un rapporto tossico destinato a finire e a dimostrarlo è anche la scienza. Ecco per quale motivo in amore si dovrebbero evitare sempre le cosiddette “minestre riscaldate”.

I ritorni di fiamma hanno sempre vita breve

Ecco perché non bisognerebbe mai ritornare con il proprio ex. Secondo una ricerca pubblicata su “Family Relations”, i ritorni di fiamma tra due persone che in precedenza avevano deciso di porre fine alla loro relazione hanno sempre vita breve.

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In particolare, sono state condotte delle indagini su 800 coppie in crisi sia eterosessuali che omosessuali e i risultati sono stati chiari: ogni volta che decidevano di tornare insieme, presentavano dei sintomi di disagio psicologico.

Il motivo per cui avviene una cosa simile? Si viene creare una sorta di dipendenza affettiva capace di portare a una idealizzazione del partner o, peggio, ad avere paura della solitudine.

Come se non bastasse, vivere dei cambiamenti repentini all’interno di un rapporto non fa altro che creare turbolenze nella mente di un individuo.

Dunque, se da un lato delle pause momentanee possono aiutare una coppia a ritrovare affetto e passione, dall’altro si dovrebbero evitare i ritorni di fiamma molto tempo dopo la fine di una storia.

In questo caso, infatti, quasi sicuramente si andrà incontro a un triste finale. Il consiglio è quello di riflettere sui motivi che hanno portato alla rottura e liberarsi di ogni tipo di relazione tossica.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: I ritorni di fiamma hanno vita breve: lo garantisce la scienza 

Monza SP2: è una Ferrari la supercar più bella del 2018 – VIDEO

Riconoscimento per Ferrari, la Monza SP2 votata come “supercar più bella dell’anno”di Matteo Vana

La serie speciale del Cavallino, ispirata ai modelli da corsa anni ’50, è stata votata da una giuria di esperti come la “supercar più bella del 2018” portando alla casa di Maranello l’ennesimo riconoscimento internazionale.

L’eccellenza del mondo automobilistica parla ancora una volta italiano: a rappresentare lo stile made in Italy, ancora volta, è la Ferrari che al Festival Automobile International di Parigi ha ottenuto l’ennesimo riconoscimento per una delle sue vetture.

La Monza SP2, infatti, nuova barchetta del Cavallino ispirata ai modelli da corsa anni ’50, è stata votata da una giuria di esperti come la “supercar più bella del 2018” portando alla casa di Maranello l’ennesimo riconoscimento e dimostrando ancora una volta la capacità degli uomini del Centro Stile Ferrari.

La Monza SP2 è la supercar più bella dell’anno

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Un premio importante quello vinto dalla supercar di Maranello, svelata lo scorso autunno insieme alla sorella SP1: una serie speciale limitata di un nuovo segmento denominato “Icona”, ispirate alle più evocative vetture del Cavallino degli anni ’50 e dotate delle migliori tecnologie oggi disponibili.

Destinate a pochi fortunati clienti, il modello si ispira al passato, ma può vantare prestazioni degne delle sportive più moderne: grazie al V12 con 810 Cv – il motore più potente mai creato dalla casa del Cavallino – raggiungei 100 km/h  in 2.9 secondi, i 200 km/h in 7.9 secondi arrivando a toccare velocità superiori ai 300 km/h.

La Monza SP2 – che si differenzia dalla sorella per la possibilità di ospitare anche un passeggero – può contare sulla meccanica della 812 Superfast associandola però ad una carrozzeria ispirata alle barchette da competizione di un tempo: vista l’assenza del parabrezza il modello sfruttano il Virtual Wind Shield, un sistema che devia i flussi aerodinamici per non infastidire il guidatore alle alte velocità.

Una rivisitazione moderna dei grandi classici abbinata a componenti tecnologicamente avanzate per ottenere performance di livello elevato grazie al continuo processo di ricerca ed innovazione del Cavallino: un risultato che, dati alla mano, premia il lavoro della Ferrari che adesso può annoverare, tra le sue fila, l’ennesima creatura vincente.

Fonte: fanpage.it – Titolo originale: Riconoscimento per Ferrari, la Monza SP2 votata come “supercar più bella dell’anno”

Sei una persona romantica? Dipende dalle amicizie che hai avuto

Sei una persona romantica? Dipende tutto dalle tue amicizie adolescenzialitratto da soluzionibio

Come fare a essere romantici? Oggi come oggi, nell’età adulta, ci si accetta per come si è, più o meno romantici. Ma questa nostra caratteristica arriva da molto lontano, dalla fase dell’adolescenza.

E contrariamente a quanto si possa pensare, non dipende dalle relazioni amorose avute. Tutt’altro. L’amore non c’entra, anzi.

Ecco invece quali sono i fattori che hanno determinato un vostro appassionato sentimento nei confronti della vita oppure un più marcata lucidità, razionalità ed empatia.

Sei una persona romantica? Dipende dagli amici che hai avuto

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Nell’adolescenza c’è una scuola per diventare romantici, ed è quella degli amici, non già quella dei fidanzatini.

La qualità della vita romantica da adulti è strettamente legata all’età dello sviluppo, ma non si basa sui cuoricini scritti per la prima storia d’amore sul diario scolastico, anzi.

E’ questa, in sintesi, la scoperta dei ricercatori dell’Università della Virginia e della James Madison University che è stata pubblicata su Child Development.

Nell’età evolutiva si determina il romanticismo. “Sono le qualità apprese dalle amicizie con compagni dello stesso sesso (come la stabilità, l’assertività, l’intimità e la competenza sociale), a corrispondere più strettamente alle abilità necessarie per il successo nelle relazioni romantiche adulte”, dice Joseph P. Allen, docente di psicologia all’Università della Virginia, che ha guidato lo studio.

Come ha funzionato lo studio. Per arrivare a queste conclusioni sono stati osservati 165 ragazzi dai 13 ai 30 anni.

All’età di 13 anni si sviluppano le capacità di stabilire aspettative positive nei rapporti con i propri coetanei e l’assertività.

Tra 15 e 16 anni si acquisisce la competenza sociale, cioè la capacità di stabilire amicizie strette e di gestire un’ampia gamma di relazioni tra pari.

Tra i 16 e i 18 anni, invece, si sviluppa la capacità di stringere e mantenere amicizie stabili e vicine.

La scienza smentisce così il luogo comune secondo cui le storie romantiche adolescenziali poi formeranno il carattere romantico una volta adulti.

“Le relazioni romantiche nell’adolescenza spesso sono fugaci e, in quanto tali, non sembrano essere il modo principale con cui gli adolescenti apprendono le competenze necessarie per il futuro”, commenta Rachel K. Narr, dell’Università della Virginia, coautrice dello studio. Fonte: soluzionibio

Casa do Penedo: la casa più strana del mondo nel cuore del Portogallo

Casa do Penedo è una costruzione unica nel suo genere, al mondo non esistono altri esemplari.

Sulle montagne tra Celorico de Basto e Fafe, nel nord del Portogallo, possiamo trovare una vera e propria opera d’arte: la Casa do Penedo.

La casa si sviluppa su quattro grandi massi che fungono da fondamenta ed incastonano le pareti e il soffitto.

Casa do Penedo risale al 1972, una costruzione piuttosto recente, utilizzata dapprima come una casa di villeggiatura dove i proprietari scorrevano le vacanze.

Oggi non è più un’abitazione, è diventata un museo straordinario ricco di cimeli, fotografie e altri particolari che raccontano la storia di questo meraviglioso posto.

Per far rivivere ai visitatori l’atmosfera quasi magica e assaporare ciò che si viveva al suo interno è stato tutto accuratamente riposizionato nei minimi particolari, così oggi la Casa do Penedo è una meta molto richiesta.

Sono molti i visitatori che ogni anno possono fotografare e riprendere l’interno del museo in tutti i suoi particolari, dentro tutte le stanze.

Casa do Penedo: una meta turistica mozzafiato

Dalla cucina alla sala da pranzo passando davanti al piccolo caminetto di pietra circondato da oggetti e utensili si può fare un salto indietro nel tempo.

La stanza da letto sembra rievocare un film, il ferro battuto, lo specchio di legno, il tetto spiovente e un lampadario a candelabro che riscalda l’atmosfera.

Lontano dal caos della città, dai rumori e dal traffico è situata in un posto dove la tranquillità la fa da padrona.

Evidentemente la volontà degli ex proprietari era proprio quella di scappare dalla vita frenetica per isolarsi e rilassarsi.

A primo impatto potrebbe sembrare un ambiente rustico e senza le comodità di una villa, invece possiamo trovare anche una piscina scavata nella roccia che si affaccia su un panorama mozzafiato.

È molto simile alle famose villette apparse nel cartone animato di Hanna e Barbera: i Flinestones.

Con il tempo i turisti locali hanno cominciato ad affollarla costringendo i Rodrigues, i vecchi proprietari, ad abbandonarla.