L’ultima di Saviano fa sbellicare: ecco cos’è riuscito a scrivere sulla boxe

Roberto Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critichedi Simone De Rosa

Una battaglia persa. È incorreggibile Roberto Saviano che, mai sazio di brutte figure, proprio non riesce a tenere a freno la sindrome da tuttologo che lo attanaglia.

Le cose stavolta devono essere andate più o meno così: il buon Roberto avrà visto (o forse gli avranno raccontato) un incontro di boxe vinto da un obeso americano di origini messicane contro il campione del mondo dei pesi massimi.

A quel punto dunque, forte della sua profonda conoscenza del mondo pugilistico (avendo forse visto per ben due volte Rocky e una volta anche Rocky 4), avrà pensato di scriverci un articolo.

Roberto Saviano: ennesima gaffe

Quale migliore occasione, d’altronde, di un “messicano semisconosciuto” che batte il campione per rilanciare la propaganda filoimmigrazionista anti-Trump?

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Peccato però che il “pugile di origini messicane semisconosciuto”, seppur sfavoritissimo al confronto del campione Anthony Joshua, non fosse proprio l’ultimo dei fessi, come lo scrittore lascia intendere, ma il n. 14 del ranking mondiale.

E chi mastica un po’ di boxe Andy Ruiz Jr lo conosceva eccome. 34 incontri da professionista all’attivo, con 33 vittorie (22 per KO) e una sola sconfitta.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Glielo fanno notare in un commento.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Grigorij va oltre e, con un esaustivo commento invece, smonta completamente la retorica di Saviano, facendo anche notare come nessuno insultasse il pugile di casa (nato e cresciuto negli USA).

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

La narrazione antirazzista

Anche la narrazione antirazzista ha pochissimo valore. Anthony Joshua stesso è un britannico di origini nigeriane. D’altronde la boxe i conti col razzismo li ha fatti già quando Jack Johnson schiantò Jeffries nel 1910, e i pugili messicani (per non parlare di quelli di colore) sono tra i migliori di questo sport: da “Canelo” Alvarez a Leo Santa Cruz e Miguel Berchelt, volendo rimanere ai soli “in attività”.

La retorica “savianesca” stavolta ha dunque proprio mancato completamente bersaglio. Un colpo a vuoto clamoroso, con una serie di critiche, quelle sì, da KO come un destro di Rocky Marciano. Appunti arrivati anche da nomi noti del mondo pugilistico come Marco Nicolini.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

A ben pensare però, fa notare Andrea, una favola simile a quella che voleva raccontare Saviano c’è stata. Ed è stato l’incontro che ha ispirato Stallone per scrivere la sceneggiatura di Rocky.

Da un lato del ring uno che semisconosciuto lo era sul serio Chuck Wepner, “il sangiunolento di Bayonne”, dall’altro la leggenda Muhammad Alì.

Wepner resistette ben 15 riprese e riuscì anche a mettere al tappeto il campione al nono round. Ma Chuck era bianco e la narrazione strumentale della realtà non avrebbe potuto trovare fondamento nei Saviano dell’epoca.

Saviano incorreggibile: ennesima gaffe. E piovono critiche

Come a un pugile suonato dunque, che ha avuto la cattiva idea di confrontarsi a muso duro con Mike Tyson, invitiamo Roberto Saviano a sedere all’angolino, sperando si renda conto, prima o poi, che a fare i tuttologi si rimediano solo tante brutte figure. Fonte: Oltrelalinea.news

Cannabis light, arriva la sentenza della Cassazione: ecco la decisione

Il giudice dice no: va in fumo l’inganno della cannabis lightdi Tommaso Scandroglio

La sentenza della Cassazione, che ha deciso che è vietata la vendita dei derivati dalla coltivazione della cannabis, non è altro che l’applicazione della legge attuale.

Il giudice ha fatto il suo dovere ribadendo che vendere per uso ricreativo olio, foglie, inflorescenze e resina, prodotti che si trovano nei cannabis shop, non è lecito.

Da oggi i negozi che lo fanno sono fuorilegge. Ma tocca al legislatore eliminare le zone grigie della normativa.

Cannabis light, la decisione della Corte di Cassazione

Le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione ieri hanno deciso che è vietata la vendita dei derivati dalla coltivazione della cannabis, come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina, prodotti che assai spesso possiamo trovare nei cannabis shop, esercizi commerciali che si stanno diffondendo a macchia d’olio nelle nostre città, e prodotti che vengono acquistati “per farsi un trip” come dicono gli addetti ai lavori.

In realtà i giudici della Cassazione non hanno fatto altro che ricordare la normativa già vigente in merito alla commercializzazione della cannabis.

Scrivono i giudici: “la commercializzazione di cannabis sativa L., e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel Catalogo comune delle specie di piante agricole […] e che elenca tassativamente i derivati della predetta coltivazione che possono essere commercializzati; pertanto integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, del d. P.R. n. 309/1990, le condotte di cessione, di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. La sanzione prevede la reclusione da sei a venti anni e una multa da euro 26.000 a euro 260.000.

Il Testo unico sugli stupefacenti del 1990

Dunque la legge del 2016, che non ha eliminato i divieti imposti dal Testo unico sugli stupefacenti del 1990, indica quali derivati della cannabis possono essere commercializzati e, soprattutto, per quali fini.

La cannabis può essere coltivata legalmente “quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonchè come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione” (art. 1).

Tale finalità generale poi viene dalla legge specificata: lecito, ad esempio, coltivare la canapa per finalità di bioingegneria e bioedilizia, di produzione di energia, di formazione e ricerca, di florovivaismo. Tutte attività che nulla c’entrano con l’assunzione di stupefacenti e che non interessano i cannabis shop.

Ma la legge del 2016 consente inoltre la commercializzazione dei derivati della cannabis per usi cosmetici e alimentari.

Potremmo dunque concludere che tali prodotti, venduti nei cannabis shop, non sono fuori legge. Questa conclusione è valida per i prodotti di cosmesi, ma non per i prodotti alimentari (biscotti, tisane, birre, etc.).

I limiti massimi del THC

Questo perché la legge del 2016 prevedeva all’art. 5 che un decreto del Ministero della Salute avrebbe dovuto indicare i limiti massimi di THC presenti nei prodotti alimentari, ma questo decreto non è mai stato varato.

E dunque finchè non verranno indicati legalmente i limiti massimi di THC, gli alimenti a base di cannabis sono vietati.

Inoltre, e questo riguarda tutti i prodotti non solo alimentari venduti nei cannabis shop, occorrerebbe verificare che la produzione di tali articoli abbia rispettato la disciplina di settore.

Altra zona grigia è data dai semi di cannabis. Infatti è vietata la coltivazione, eccetto nei casi prima indicati, ma non la vendita degli stessi. In breve: vietato metterli in terra, ma non è vietato detenerli.

Ma veniamo al cuore della sentenza della Cassazione: se i cannabis shop potranno purtroppo continuare a vendere gli shampoo alla cannabis e i gadget con impressa sopra la foglia di marijuana – diciamo “purtroppo” perché tali prodotti seppur innocui per la salute aiutano a veicolare l’idea erronea che fumarsi uno spinello ogni tanto non fa male a nessuno – non potranno vendere, come invece attualmente fanno, foglie, inflorescenze, olio e resina, ossia tutti quei prodotti che hanno un sicuro effetto drogante e che vengono acquistati proprio per cercare lo sballo.

La vittoria della Cassazione

Infatti non di rado in questi negozi si vendono anche gli strumenti indispensabili per fumarsi inflorescenze e foglie di cannabis.

Questa è la vittoria principale ottenuta dalla Cassazione: vietare la vendita di tutti quei prodotti presenti in questi esercizi commerciali caratterizzati da proprietà stupefacenti o psicotrope. Divieto, lo ripetiamo, già presente nella legge del 2016.

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I giudici a Roma una volta tanto hanno fatto egregiamente il loro dovere e di più non potevano fare (è compito del legislatore eliminare le zone grigie della legge a cui facevamo cenno sopra) ed ora la palla passa alle autorità competenti nel far rispettare la legge.

Dunque ci aspettiamo che da oggi scattino le manette per i gestori di quei cannabis shop che hanno venduto non esotiche e innocue inflorescenze, bensì droga vera e propria. Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

DiscoverEU, l’Unione Europea regala biglietti per visitare l’Europa: ecco come ottenerli

Dopo il successo del 2018 torna anche quest’anno DiscoverEU: l’Unione Europea regala biglietti per visitare l’Europa. La scadenza per l’invio della domanda è vicina.

L’anno passato sono stati consegnati circa 30.000 biglietti che hanno permesso ai giovani di viaggiare all’interno dell’Unione Europea.

L’iniziativa 2019 mette a disposizione 20.000 biglietti per lo più legati agli spostamenti in treno, anche se ci sono delle eccezioni consentite per chi abita su isole o in zone remote.

Le domande potranno essere presentate durante due tornate di candidature, poi l’Unione Europea aggiudicherà i biglietti ai candidati selezionati.

Come ottenere i biglietti per visitare l’Europa

I protagonisti di questo concorso sono i giovani nati tra il 2 luglio 2000 (incluso) e il 1 luglio 2001 (incluso), con cittadinanza in uno degli stati membri dell’UE.

Al momento dell’iscrizione online i giovani partecipanti dovranno inserire o il numero del documento di identità oppure quello del passaporto.

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Le opzioni di viaggio sono da soli o in gruppo (massimo di 5 persone) e una volta selezionati si potrà viaggiare per un tempo massimo di 30 giorni nel periodo tra il primo agosto 2019 e il 31 gennaio 2020.

In caso di disabilità o malattie invalidanti che possano rendere difficile viaggiare, DiscoverEU offre delle condizione speciali: nessuno è escluso.

Dopo la selezione si diventa dei veri e propri ambasciatori DiscoverEU e l’invito per tutti i viaggiatori è condividere le proprie esperienze di viaggio sui social utilizzando l’hashtag #DiscoverEU.

Non solo, si può decidere anche di incontrare altri viaggiatori DiscoverEU e per farlo basterà iscriversi al gruppo FB dedicato e combinare i viaggi.

La nuova tornata di iscrizione è iniziata alle 12 (CEST) del 2 maggio e finirà alle ore 12 (CEST) del 16 maggio 2019.

Per partecipare basterà cliccare su questa pagina e iscrivervi. Quindi ragazzi non ci resta che augurarvi buona fortuna!

Dati del Ministero parlano chiaro: il dl sicurezza salva vite umane

La politica dei porti chiusi salva tante vite umanedi Gianandrea Gaiani – La politica dei porti chiusi, fin qui adottata dal governo Conte, ha ridotto drasticamente il flusso di immigrazione clandestina.

Gli sbarchi sono ridotti a meno di un decimo rispetto alla media degli anni scorsi. Si contano a migliaia e non più a centinaia di migliaia.

Ora è più facile ottenere lo status di rifugiato, mentre l’asilo per motivi umanitari (istituto che esisteva solo in Italia) è ridotto a pochi casi.

Ma il risultato più eclatante è nei morti in mare: uno solo dall’inizio dell’anno, contrariamente alle stragi, con migliaia di morti, negli anni scorsi. Eppure questa politica passa per essere “disumana”.

L’obiettivo di fermare l’immigrazione illegale che dal Nordafrica raggiunge le coste italiane non è stato forse ancora completamente raggiunto, ma certo la politica messa in atto dal governo italiano e soprattutto la linea adottata dal ministro e vicepremier Matteo Salvini ha portato a un indiscutibile successo.

Dopo il calo registratosi l’anno scorso che ha visto a inizio giugno Salvini avvicendare Marco Minniti al Viminale (circa 23 mila migranti illegali sbarcati contro i circa 120mila del 2017) i primi due mesi e mezzo del 2019 indicano un bilancio estremamente positivo sia in termini di numeri che percentuali.

Dal 1° gennaio al 18 marzo risultano sbarcati in Italia 348 immigrati illegali (inclusi quelli portati nella penisola da navi di Ong e che dovranno secondo gli accordi in parte venire ricollocati in altri Stati della Ue), per lo più provenienti da Tunisia (67 soggetti al rimpatrio in base agli accordi con Tunisi), Algeria (61) e Bangladesh (57).

Un calo del 94,3% rispetto ai 6.161 sbarcati nello stesso periodo del 2018 quando era in carica il governo Gentiloni.

La politica dei porti chiusi funziona

La politica dei porti chiusi e dello stop alle Ong funziona quindi egregiamente e non a caso viene oggi “copiata” in parte dalla Spagna che in seguito alle iniziative italiane ha visto ingigantirsi i flussi dal Marocco verso le sue coste.

Anzi, dopo gli accordi con Rabat oggi gli spagnoli effettuano veri e propri respingimenti riconsegnando alle autorità marocchine i migranti illegali soccorsi in mare.

I numeri smentiscono anche quanti sostengono che l’attuale governo si è limitato a ereditare l’iniziativa di Marco Minniti, cui va il merito di aver rallentato i flussi, ma non di averli sostanzialmente fermati.

I dati del Ministero dell’Interno rivelano inoltre che al 14 marzo 2018 erano presenti nel circuito dell’accoglienza italiano 176.816 migranti giunti illegalmente via mare contro i 123.645 di oggi mentre le richieste di asilo si sono più che dimezzate (7.189 contro 16.311).

Tra l’inizio dell’anno e il 15 marzo è stato riconosciuto il diritto all’asilo come rifugiato a 1.855 persone (contro le 1.196 dello stesso periodo del 2018), la protezione sussidiaria a 1083 persone (contro 822) e l’asilo per motivi umanitari a 336 persone (il 2% degli asili concessi) contro 4.949 (il 27%).

Dall’inizio dell’anno i provvedimenti diniego all’asilo sono stati 13.756 (pari al 77%) contro i 10.084 (56%) dello stesso periodo del 2018.

Il Decreto Sicurezza aiuta i rifugiati

Dati questi ultimi che smentiscono quanti sostengono l’inumanità dell’iniziativa di Salvini con il Decreto Sicurezza: chi ha diritto a essere considerato un rifugiato ottiene tale status anche in misura maggiore rispetto al governo di centro-sinistra mentre l’asilo per motivi umanitari, presente solo nell’ordinamento italiano e fino a ieri concesso con eccessiva disinvoltura, oggi viene rilasciato solo a chi dimostri davvero di averne i requisiti.

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I numeri smentiscono anche la valutazione, sostenuta a gran voce da tutto il fronte “immigrazionista” che il Decreto Sicurezza metta in mezzo alla strada i migranti estromettendoli dal circuito dell’accoglienza favorendo così il loro “arruolamento” nella malavita.

Difficile infatti spiegare perchè 5.157 migranti usciti dall’accoglienza nel gennaio 2019 o i 4.179 di febbraio abbiano un peso maggiore rispetto ai 5.534 che subirono la stessa sorte nel marzo 2018 o i 4.015 del maggio successivo, col governo Gentiloni in carica.

Integrazione

In realtà l’unico fallimento è stato quello dell’integrazione dei 67.864 migranti titolari di permessi umanitari nel triennio 2016-18, dei quali appena 4.018 sono stati convertiti in permessi di lavoro.

Del resto è difficile pensare di trovare decine di migliaia di posti di lavoro ai migranti quando in Italia la disoccupazione è intorno al 10% e quella giovanile supera il 30%.

Con la sensibile riduzione e poi il sostanziale stop ai flussi si sono ridotte del 48,1% rispetto al 15 marzo dell’anno scorso anche le istanze pendenti per il diritto d’asilo che il 1° giugno 2018 (all’insediamento dell’attuale governo) erano 135.337 e al 15 marzo 2019 risultavano essere 75.469 (-44,2%).

In aumento, anche se meno pronunciato, il numero de rimpatri che nel 2018 furono 7.981 (dei quali 3.987 effettuati dopo l’insediamento dall’attuale governo) contro i 7.383 del 2017.

Dall’inizio del 2019 ne sono stati eseguiti 1.354 ma va rilevato che le difficoltà ad aumentare il numero di rimpatri (tra quelli forzati e quelli volontari assistiti) è legato soprattutto alla mancanza di accordi esecutivi con i paesi di provenienza circa i quali il ministero dell’Interno ha avviato numerosi colloqui e negoziati

Tante vite umane salvate

Rilevante anche il dato sui morti in mare tra i migranti legato strettamente alla deterrenza determinata dalla chiusura dei porti italiani.

I cadaveri recuperati furono 296 nel 2015, 390 nel 2016, 210 nel 2017, 23 l’anno scorso e solo uno dall’inizio di quest’anno mentre l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati stima che i morti e dispersi in tutto il Mediterraneo siano scesi dai 3.771 del 2015, 5.096 del 2016 e 3.139 del 2017 ai 2.277 dell’anno scorso e 207 quest’anno.

L’iniziativa del governo italiano quindi salva vite umane, scoraggia i flussi migratori illegali e stronca il business dei trafficanti ma viene duramente attaccata da chi, per ideologia o interesse, continua a sostenere la necessità di riaprire i porti italiani ai migranti illegali.

Il crollo del giro d’affari dei trafficanti coincide infatti con quello del fatturato della lobby del soccorso e dell’accoglienza, gonfiatisi enormemente con i governi Letta, Renzi e Gentiloni, ma oggi sensibilmente ridimensionato dallo stop agli sbarchi e dal taglio delle diarie (in media da 35 a 21 euro al giorno per migrante inserito nel circuito dell’accoglienza) varato dal ministro Salvini.

In Emilia alcune associazioni di cooperative hanno evidenziato come con i tagli alle diarie il governo non riconosca il “profitto d’impresa” a quella che un azzeccato articolo del Sole 24 Ore un paio d’anni or sono definì “l’industria dell’accoglienza”. Fonte: La nuova bussola quotidiana

Ok di Camera, sta per tornare il servizio militare: i giovani la prendono male

Mini naja, primo ok alla legge. E gli studenti di sinistra si stracciano le vestidi Ludovica Colli

Roma, 28 mar – Arriva il primo via libera della Camera alla cosiddetta mini naja, un servizio militare su base volontaria di sei mesi per i giovani fra i 18 e 22 anni, distribuiti tra caserma e studio.

Il progetto di legge presentato dalla Lega passerà ora in Senato. Secondo la proposta del Carroccio per circa 180 giorni i ragazzi parteciperanno a corsi di “e-learningpermanenza in caserme e strutture formative delle Forze armate ma anche studio dei valori della cittadinanza e della difesa della Patria e della conoscenza delle principali minacce alla sicurezza interna e internazionale”.

Previsto anche lo studio dell’architettura istituzionale preposta alla cyber security, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’ambito delle Forze armate.

Mini naja, progetto di legge bocciato da LeU

Il progetto di legge è stato bocciato solamente da LeU, ed ora approderà al Senato, dove non sembrerebbero essere previsti ostacoli insormontabili.

Ecco come funziona. Vediamo come funziona: la mini naja non avrà nulla a che vedere con il vecchio servizio militare obbligatorio, in quanto sarà su base volontaria.

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Inoltre, viene specificato che il progetto è rivolto a quei giovani che “non abbiano tenuto nei confronti delle Istituzioni politiche dello Stato comportamenti che non diano garanzia di assoluta fedeltà alla Costituzione ed alle esigenze della sicurezza nazionale”.

Durante i sei mesi di mini leva, i partecipanti non riceveranno alcuna retribuzione ma otterranno dei crediti universitari (12 per l’esattezza), e dei “titoli per la valutazione ad ufficiale di complemento”.

Studenti di sinistra: “Così si torna indietro, inaccettabile”. “Si tona indietro nel tempo, è inaccettabile”.

La Rete della Conoscenza, insieme a Unione degli Studenti e Link Coordinamento universitario, in un fiorire di stelle rosse e una certa attitudine all’imboscarsi (anche a scuola) chiedono “il blocco immediato” della riforma.

“Le forze politiche vogliono tornare indietro nel tempo, formare all’interno dell’Esercito è inaccettabile”, ha dichiarato Giacomo Cossu, coordinatore nazionale di Rete della Conoscenza, sottolineando: “Vogliamo studiare dentro scuole e università pubbliche, non nelle basi militari”.

Fonte: IL PRIMATO NAZIONALE – Titolo originale: Mini naja, primo ok alla legge. E gli studenti di sinistra si stracciano le vesti

Cecchi Paone e Luxuria: ecco il video integrale dell’agguato

Ai partecipanti al congresso di Verona hanno detto e fatto di tutto. Ora pure l’imboscata con Cecchi Paone e Luxuria

Sono “democratici”. Organizzano agguatidi Emanuele Boffi – articolo tratto dal sito Tempi

Siamo all’agguato, non sapremmo come altro definire il comportamento messo in atto da una giornalista di Mediaset che ha chiesto un’intervista a Jacopo Coghe, vicepresidente del Congresso mondiale delle famiglie, e poi si è presentata all’appuntamento con Alessandro Cecchi Paone e Vladimir Luxuria.

Il video che vedete qui sopra è stato girato con un cellulare e rende bene l’idea di come si siano svolti i fatti.

Non staremo qui a farvi la morale sulla deontologia professionale né a richiedere un intervento dell’Ordine dei giornalisti, sono tutte cose (giuste) ma sappiamo bene che nessun ordine muoverà un dito per fare qualcosa.

Sono troppo impegnati a fare corsi e convegni sulle fake news per avere il tempo di occuparsene.

È la solita storia, e anche noi ne sappiamo qualcosa. Ci preme far notare a tutti l’odio ideologico e preventivo messo in campo dai grandi media contro gli organizzatori di un congresso che non si è ancora svolto.

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Congresso mondiale delle famiglie: fa così paura?

Non hanno ancora detto niente, eppure tutti se la prendono con quel che diranno. Sono mesi che si va avanti e si è oggettivamente passato il segno.

Li hanno definiti omofobi, razzisti, misogini, medioevali, sessisti. È stata organizzata una campagna di boicottaggio contro gli albergatori che ospiteranno i partecipanti.

Un mese fa, a Firenze, le “transfrocie antifasciste” hanno accolto il portavoce del Family Day con uno striscione su cui stava scritto: «Appendiamo Gandolfini».

Fosse accaduto con Saviano o Luxuria, sarebbero partite raccolte di firme e articolesse di Scalfari a go-go.

Sfigati, merde, medioevali. Luigi Di Maio li ha definiti «sfigati», Monica Cirinnà delle merde, Lilli Gruber dedica trasmissioni tv antipatiche al loro convegno, Enrico Mentana ne ha quasi un’ossessione.

Tutti i grandi giornali hanno scelto una linea comune per descriverli e da lì non si sfugge, qualunque chiarimento gli organizzatori mettano in campo, qualsiasi tentativo facciano, anche in positivo, per spiegare le proprie ragioni.

Quelli di Verona sono “tradizionalisti e liberticidi”, dicono i difensori progressisti della libertà di parola (la loro).

Perché non possono parlare? I relatori del convegno di Verona possono non piacere. Possono non garbare i toni, le modalità, persino i temi trattati.

Possono dar fastidio le mamme coi passeggini, i papà coi figli a tracolla, esperti e studiosi che hanno alle spalle studi ventennali su politiche familiari, relazioni interpersonali, sistemi economici che aiutino il nucleo fondante di ogni società.

Può pure fare schifo la nostra Costituzione, l’articolo 29, il fattore famiglia. Può essere tutto, per l’amor del cielo. Possono pure stare sulle palle Salvini, Fontana, Sboarina, Meloni e chi volete voi.

Può pure essere che certe cose potevano essere fatte meglio, che certe idee potevano essere comunicate meglio, ma non si capisce perché quelli di Verona non possano parlare, dire la loro, comunicare.

C’è libertà di parola? La sceneggiata di Cecchi Paone e Luxuria

Dove sono i laici difensori della libertà di parola? Gli araldi del libero pensiero? I pasdaran del “non sono d’accordo con te ma sarei disposto a morire eccetera eccetera”?

Su Avvenire c’è un bell’articolo di Davide Rondoni (“Attenti, non è bene che la famiglia sia sola”) che, a nostro parere, coglie un aspetto fondamentale del dibattito intorno alla questione (in breve: la famiglia senza comunità rischia di diventare monade, un «controsenso asfittico», scrive Rondoni).

È un punto di vista intelligente, costruttivo, per certi versi molto più provocatorio e contundente di tutte le sceneggiate messe in campo dai vari Luxuria e Cecchi Paone, gente che s’accontenta di rimestare nel marginale dei propri pregiudizi, delle proprie frasi fatte, dei propri slogan. Li chiamano “democratici”. Organizzano agguati. Fonte: Tempi

Bel servizio della giornalista Sonia Bedeschi, Mediaset, che invita Jacopo Coghe per un servizio per "VideoNews" e organizza un'imboscata con Cecchi Paone e Luxuria. Purtroppo non abbiamo i primi minuti. Mi sa che questo è solo l'inizio!

Posted by XIII Congresso mondiale delle Famiglie – Verona #WCFVerona on Tuesday, March 26, 2019

Guglielmo non ha urlato ‘io ti amo’ ma qualcosa che ha stupito pure Le iene – Video

Guglielmo e quel “Grazie, Dio” che ci fa sentire a casa – di Andrea Zambrano – tratto da Il timone

Immaginate la sorpresa della troupe delle Iene quando l’altra sera si è sentita parlare di Dio da un bambino 12enne scampato alla possibile tragedia del bus sulla paullese.

Come noto, tutti i giornali hanno parlato diffusamente di Ramy, il giovane di origini egiziane che, telefonando alla madre sul bus dirottato a Crema, ha sventato l’attentato.

Tutti a occuparsi di lui, anche a causa della polemica sulla cittadinanza che ha coinvolto il vicepremier Matteo Salvini.

Invece nessuno si è occupato di tutti quegli altri ragazzini che hanno vissuto il sequestro senza conquistare le prime pagine dei giornali, senza diventare simbolo di qualcosa, ma vivendo in modo non meno partecipato e non meno attivo il dramma.

Tra questi anche il ragazzino che si era offerto come ostaggio e quell’altro che invece aveva raccolto un cellulare caduto per passarlo poi a Ramy. Per loro, meno propensione a considerarli eroi, eppure hanno avuto fegato.

Ce n’è un altro, tra loro, che non si è guadagnato il titolo di eroe, ma che ha dato una lezione a tutti con quell’urlo liberatorio che i giornali hanno interpretato come un “ti amo”, non si sa bene rivolto a chi.

C’è chi, come qualche rotocalco, ha addirittura detto che era rivolto alla sua fidanzata. Sarà. Invece la spiegazione è molto più semplice, ma se vogliamo, anche molto più profonda.

Guglielmo e quel “ti amo” rivolto a Dio

Lui si chiama Guglielmo e a incaricarsi di andare a trovarlo ci ha pensato la troupe delle Iene. La trasmissione Mediaset si aspettava di trovarsi di fronte un ragazzino innamorato di chissà quale coetanea, invece, ha dovuto fare la scoperta che non si aspettava: «Macché – ha detto Gugliemo – quel “ti amo” era rivolto a Dio». Sorpresa.

Gugliemo ha infatti spiegato che sul pullman erano tutti terrorizzati e che molti di loro si sono affidati a Dio con preghiere e voti personali.

Quando il gioco si fa duro, l’anima si rivolge a Dio, con quella naturalezza tipica dei bambini. Guglielmo ha così detto che una volta uscito dal bus ha urlato a squarciagola tutto il suo amore verso Colui che – con la sua onnipotenza e misericordia – riteneva il vero responsabile della salvezza sua e dei suoi compagni.

Un gesto istintivo e liberatorio, puro e semplice. Che solo un bambino è in grado di fare senza secondi fini. E che ci insegna l’importanza della riconoscenza e della gratitudine.

La stessa riconoscenza che Gesù raccomandava ai miracolati e che S. Teresa del Bambino Gesù, anche lei senza aver studiato teologia, intuì meravigliosamente.

Una virtù cristiana, quella della gratitudine, che è parte integrante della giustizia divina e che ci mette nella condizione di sentirci beneficati senza alcun diritto da Dio, del quale diventiamo debitori.

Una grande verità

Quell’urlo ci insegna un’altra grande verità: in tutto quello che ci accade nella vita dobbiamo abituarci a ringraziare Dio.

Perché lui, anche se non lo capiamo subito, è capace di tirare fuori il bene anche da quello che noi in quel momento vediamo come un male.

Basta poco, basta un semplice “Grazie a Dio”, espressione che recitiamo troppe volte con troppa distrazione per apprezzarla veramente come invece ci insegna Guglielmo.

Se lo capiamo è merito anche dei bambini, che pensano a Dio naturaliter, con quella naturalezza evangelica, che noi spesso vogliamo cancellare dai nostri schemi mentali.

E che il sistema mediatico, appropriandosi strumentalmente di quel grido, non riesce proprio a riconoscere perché nemmeno si pone il problema.

Il problema – bellissimo – di Dio. E del bisogno di ringraziare qualcuno più in alto di noi. Fonte: Il Timone

"Ti amo, Dio": la preghiera di uno dei ragazzi del bus dirottato

"Ti amo, Dio": la preghiera di uno dei ragazzi del bus dirottato«Ti amo io, ti amo»: si pensava che il ragazzino che fuggiva dall'autobus in fiamme gridasse l'amore per la fidanzata, invece, Guglielmo ammette che la sua era una preghiera di ringraziamento a Dio.Il Video de "Le Iene".

Posted by Frammenti di pace on Wednesday, March 27, 2019

Milano, parla il papà di un minore trans: “Ormoni già alla seconda seduta”

«Vi spiego come funziona la fabbrica dei transgender» – di Riccardo Cascioli – tratto da La nuova bussola quotidiana

La somministrazione del farmaco blocca-pubertà in casi circoscritti è una pura illusione, basta vedere come funzionano i centri per la riassegnazione sessuale.

Lo racconta a La Nuova BQ il padre di un ragazzo transgender, che ha toccato con mano la realtà dell’ospedale Niguarda: parlano di “sbarramento”, di colloqui approfonditi con psichiatri e psicologi, ma «a mio figlio hanno iniziato il trattamento di ormoni già alla seconda seduta con lo psicologo, e malgrado il parere negativo di altri medici».

Tutto il sistema è orientato a favorire la transizione di genere. E ora si punta ai bambini, iniziando con la triptorelina, perché su di loro la transizione è più efficace.

La somministrazione di triptorelina

«Somministrazioni di triptorelina in casi molto circoscritti, con prudenza, caso per caso? In realtà non funziona così. Anche per le cosiddette transizioni di genere parlano di sbarramento, colloqui con psicologi, psichiatri, sanitari, ma l’esperienza dice altro: dal primo momento ti si rivolgono con il genere desiderato e dopo poco partono con gli ormoni».

A parlare così è Antonio (nome di fantasia per tutelare la privacy), padre di un ragazzo che ha deciso di diventare donna affidandosi al centro che opera presso l’ospedale Niguarda di Milano.

Ed è proprio lì che ha potuto vedere la facilità e la leggerezza con cui si iniziano i trattamenti ormonali per il cambiamento di genere.

E quando ha visto le dichiarazioni della bioeticista Laura Palazzani rilanciate da Vatican News, che giustificava l’uso del farmaco blocca pubertà su bambini dodicenni, ci ha contattato per dirci tutta la sua indignazione.

Già «è mostruoso» questo trattamento fatto sui bambini, ma a questo si aggiunge la «menzogna» dei casi estremi: «Voglio sperare che la Palazzani sia in buona fede, che non sappia davvero come funzionano questi centri, l’unico “aiuto” che si dà è quello mirato a cambiare genere, qualora non vi sia la presenza di anomalie psichiatriche di diverso tipo».

Il mondo Cattolico

E il discorso si allarga, perché tutti i componenti cattolici del Comitato Nazionale di Bioetica, ad esclusione di Assuntina Morresi, hanno dato parere favorevole all’inserimento della triptorelina tra i farmaci erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, ovviamente «in casi molto circoscritti»: «Si gioca con il termine sofferenza. Certo che c’è molta sofferenza, seguendo mio figlio ho incontrato tante persone nel cammino di transizione e ho potuto toccare con mano la grande sofferenza che ognuno di loro si porta dentro. Ed è vero che ci vuole accoglienza e misericordia, ma questo non significa ridurle a dire ciò che l’altra persona vorrebbe sentire».

Antonio non ha mai lasciato suo figlio a se stesso, lui e sua moglie lo hanno sempre accompagnato nelle fasi drammatiche della sua vita, senza però rinunciare mai alla verità.

«Certo, quando ci vediamo questo non è il tema centrale dei nostri discorsi – dice Antonio – lui sa benissimo come la pensiamo e, insieme ai familiari più stretti, siamo gli unici che lo chiamano al maschile, perché pensiamo sia bene per lui non perdere il contatto con la sua storia e la sua origine. Speriamo sempre in Dio, speriamo che il consolidamento di sé possa portarlo a realizzare pienamente la sua persona, rinunciando possibilmente alla transizione».

Il pericolo transgender

Anche perché, quel pesante trattamento ormonale, per il loro figlio può essere «una bomba ad orologeria»; e cita uno studio svedese che dimostra come a dieci anni dalla riassegnazione di genere la curva della mortalità delle persone transgender abbia un’impennata: suicidi, insufficienza renale, malattie cardio-vascolari, sono le cause di una mortalità così alta.

Eppure, e qui torniamo all’esperienza diretta di Antonio, «la transizione di genere viene proposta come fosse una cosa normale, addirittura una scelta avanzata».

Al Niguarda se ne occupa il Centro Studi e trattamento per i disturbi della fertilità, diretto dal professor Maurizio Bini. Antonio mi mostra una copia del quotidiano Avvenire del 14 dicembre 2017, un’inchiesta intitolata «Un giorno con i transgender al Centro di Niguarda, tra dolore e illusioni», un servizio di Avvenire che, all’insegna della sofferenza e dei casi limite, sdogana di fatto un approccio in contrasto con la morale cattolica.

L’articolo di Avvenire parla di «sbarramento», «costituito dalle visite psichiatriche e psicologiche preliminari che devono accertare le motivazioni per le quali ci si mette sulla strada della ‘transizione’».

Il trattamento ormonale

«Non corrisponde al reale – dice Antonio, in cui affiora di nuovo il disappunto per questa non corretta informazione – in verità dicono che ci sono 5 incontri preliminari, dopodiché si decide se passare al trattamento ormonale. Ebbene, a mio figlio hanno iniziato il trattamento ormonale già al secondo incontro con lo psicologo, nonostante pareri contrari da parte di altri medici. Nessuno indaga sulle ragioni che portano queste persone a desiderare di cambiare aspetto, nessuno propone un percorso alternativo».

Il Niguarda non è un caso isolato: «Mi è stato riferito che in un altro centro il trattamento ormonale è stato iniziato già alla prima seduta».

Ma l’articolo dedicato al centro del professor Bini è importante soprattutto per quello che non dice: «Ad esempio non c’è alcun report di medio-lungo termine sugli esiti della terapia; lo abbiamo chiesto, ci hanno anche trattato male».

Tutto sembra davvero organizzato per favorire la transizione di genere: i ragazzi che iniziano questo percorso, dal Niguarda vengono indirizzati anche allo Sportello Trans gestito dall’associazione ALA Milano Onlus, dove «c’è un gruppo di auto-aiuto guidato da due transgender. Ho partecipato diverse volte a questi incontri – prosegue Antonio – e posso dire che questi ragazzi hanno paura di farsi male con questi trattamenti, ma lì trovano incoraggiamento.”.

Continua: «Per questo motivo, in generale, c’è un’alta percentuale che evade la transizione e risolve in altro il proprio problema, ma non lo dicono. Mostrano soltanto quelli che “ce l’hanno fatta” per incoraggiare i nuovi, non vengono mai ascoltate le ragioni di chi si è fermato».

Pare proprio che sia tutto il sistema a essere orientato a questa scelta: «A chi rinuncia alla terapia di transizione non viene più offerto alcun sostegno psicologico».

I bambini

Ora puntano diritti sui più giovani: «Certo, i bambini sono maggiormente influenzabili – annota Antonio – e la triptorelina si presenta come un trattamento più soft della trasformazione stessa. È chiaro l’obiettivo di queste transizioni: più si è adulti, più è difficile acquisire una riuscita trasformazione nell’aspetto di genere, un maschio somiglierà meno a una femmina e viceversa. Quando si è così giovani invece e si blocca la pubertà, la “transizione di genere” diventa più efficace».

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E si fa leva sui casi limite (ma sono tutti casi limite! E, paradosso, la stessa disforia di genere non è più considerata un disturbo mentale dall’OMS), appellandosi alla compassione per la sofferenza che di fatto non è vera compassione: «Quanto dichiarato dalla Palazzani e da altri risulta veramente umiliante per chi conosca la realtà». Fonte: La nuova bussola quotidiana

Secondo Open di Mentana non si può dire che l’autista è senegalese

“Voglio tornare in Africa”: ma per Open dovremmo tacere le origini dell’autista – di Eugenio Plazzini

Roma, 21 mar – Ha la cittadinanza italiana ed è nato in Francia, dunque sono irrilevanti le sue origini senegalesi. Anzi, dovremmo evitare proprio di citarle, altrimenti rischiamo che il pubblico si indigni.

E’ questa la tesi di David Puente, che su Open si affanna a denunciare il termine utilizzato per “etichettare” l’autista che ha sequestrato e poi incendiato un autobus con 51 studenti a bordo.

E’ più o meno la tesi che la sinistra tutta prova a far passare: la colpa, qualunque cosa accada e chiunque commetta un reato, è del razzismo strisciante.

L’autista Ousseynou Sy: “Voglio vendicare i morti in mare”

Un senegalese che non possiamo chiamare senegalese perché secondo Puente è nato in Francia. “Volevo prendere l’aereo per tornare in Africa e usare i bambini come scudo”, ha poi raccontato l’africano, che non possiamo chiamare africano, nel carcere di San Vittore.

Insomma, un’autista che ha “soltanto” sfiorato una strage di ragazzini, rivendica le sue origini, manda il video manifesto del suo gesto vergognoso e dichiara di voler tornare in Africa.

Etichette, quali etichette? Ma secondo Puente non possiamo dire che è senegalese. Lo dice lui, ma noi no, dobbiamo tacere altrimenti veniamo subito bollati come fomentatori di odio e come se oltretutto questo non fosse un modo per affibbiare “etichette”.

E dire che Puente ci tiene a sottolineare, sul suo blog, di essere nato Merida, in Venezuela, ma di vivere in Italia. Non ci azzardiamo a dirgli che è venezuelano, visto mai che possa pensare a un’offesa e magari ci tira fuori una cittadinanza francese.

La sindrome dello struzzo

Nell’attaccare in primis il ministro dell’Interno, il blogger che prima di scrivere per il giornale online fondato da Enrico Mentana ha lavorato per la Casaleggio Associati e si è occupato, tra le altre cose, di gestire la comunicazione e il sito di Antonio Di Pietro (chissà se possiamo dire che Di Pietro è originario del Molise), fa una carrellata di testate che hanno osato scrivere “autista senegalese”.

Tra cui ovviamente Il Primato. “Salvini non è da solo – scrive Puente – lo accompagnano sui social diversi utenti e testate giornalistiche che sottolineano «senegalese» come se fosse la caratteristica principale da mettere in risalto, un genere di comunicazione che fornisce come chiave di lettura l’individuazione di un delinquente in quanto straniero”.

No caro ex collaboratore di ex magistrati, semplicemente se nasco in Cina ma i miei nonni sono italiani non ho alcun timore a definirmi italiano, e a ben vedere neppure un autista nato in Francia ma di origini senegalesi ha dubbi sul definirsi senegalese.

E nessuno individua un delinquente in quanto straniero, tutti al contrario individuano un delinquente in quanto tale.

Ma visto che il reato è stato commesso in Italia da chi ha origini senegalesi (e le rivendica), è ovvio che non dirlo sarebbe al contrario una grave omissione.

Non ce ne voglia il signor Puente, ma noi abbiamo il brutto vizio di raccontare i fatti senza incappare nella sindrome dello struzzo.

Fonte: IL PRIMATO NAZIONALE – Titolo originale: “Voglio tornare in Africa”: ma per Open dovremmo tacere le origini dell’autista 

Giornata mondiale sindrome di down: la fortuna di averti, il video virale

Giornata mondiale sindrome di down.“La fortuna di averti”. Un cromosoma in più, un altro motivo per amarti – di Nory Camargo

Ecco un bel video prodotto da Down España che ci ricorda che tutti sono preziosi. A volte avendo davanti la cosa più bella e speciale del mondo non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati.

“La fortuna di averti” è un video che ha come protagonista un bambino affetto dalla sindrome di Down, e rivolge un appello urgente ad amare senza etichette.

La narratrice è la sorella minore, una bambina adorabile che ricorda a tutti che l’amore dev’essere disinteressato e che non dobbiamo mai permettere che una persona con la sindrome di Down si senta inferiore agli altri. Se avete qualche familiare o amico con un cromosoma in più, questo video vi commuoverà sicuramente.

Sindrome di down: sei perfetto come sei

Sì. Anche se tutti le guardano come se fossero diverse, anche se la gente per la strada non sa dissimulare, anche se mormora o fa commenti negativi, anche le persone Down sono perfette, perché la loro disabilità cognitiva non le rende meno degne, né meno meritevoli di rispetto e affetto.

Le persone con la sindrome di Down hanno un’incredibile capacità di vedere e fare tutto con una dose extra di amore a cui aspiriamo in tanti, ma che non riusciamo a raggiungere.

Sforziamoci di più per permettere loro di sentirsi come chiunque altro. Dimostriamo che anche i loro sogni possono essere possibili, e che le loro aspirazioni possono diventare realtà.

Diamo loro l’opportunità di dimostrare a tutti di cosa sono capaci, e lottiamo sempre per far capire agli altri che non sono persone “stupide”, come molti credono.

Che sono persone amate da Dio, piene di talenti, di doni, di qualità, di speranze, come me e voi.

Esempio di amore e bontà smisurati. Se conoscete una persona Down, sapete sicuramente che sono caratteristiche importanti della loro personalità.

La sindrome di Down non dev’essere una scusa per accettare il rifiuto o la mancanza di rispetto.

Al contrario, le persone Down ci danno l’opportunità di vedere il mondo con altri occhi, di essere più compassionevoli e servizievoli, di goderci la vita in modo unico, e ci offrono le lezioni d’amore migliori.

Il 21 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Sindrome di Down. Non aspettiamo che arrivi quel giorno per far sapere alle persone Down quanto le amiamo e quanto ci importa di loro.

Ricordiamo anche le parole pronunciate da Papa Francesco commemorando questa data nel 2018: “Nessuno può essere scartato, perché tutti siamo vulnerabili. Ognuno di noi è un tesoro che Dio fa crescere a modo suo”. Fonte – Tradotto da Aleteia